Per il Tg2 è “il perfetto sconosciuto che chiede la fiducia agli italiani”. Eppure, in Viale Mazzini, il professor Conte – da ieri a capo del governo – è già diventato conosciuto, eccome. E nel servizio del telegiornale ammiraglio della tv di Stato, all’ora di pranzo, va in onda il primo servizio sul nuovo presidente del Consiglio. Che, da neofita dei palazzi, comincia la giornata “con un fuori programma”: “Appena sceso dal taxi – si ascolta nella telecronaca – invece di entrare subito alla Camera dei deputati, si dirige verso un gruppo di manifestanti di un’azienda in crisi. Conte si informa sul tavolo aperto al ministero dello Sviluppo economico, l’appello ai manifestanti è di fidarsi di tutto il Parlamento”. C’è il taxi, ma anche (la sera prima) “una pizza con i suoi collaboratori”, perché il premier del governo gialloverde è “umano” come non mai. Poi, una volta entrato a Montecitorio, “l’incontro con il presidente della Camera, Roberto Fico, tra i più attivi nel lavorio di mediazione per favorire la nascita del governo, dura un’ora”. E “all’uscita dall’incontro, Fico, a chi gli chiede ‘quanto durerà il governo?’, risponde ‘Non ho la palla di vetro’”. Che Conte abbia anche questo, di super potere?
La campanella (che non si trova) e le foto con Boschi&C.
Alle 17:20, un’ora dopo il giuramento, Paolo Gentiloni consegna a Giuseppe Conte la celebre campanella, rito ufficiale che testimonia il passaggio di consegne tra i presidenti del Consiglio. In prima fila, nella Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, ci sono Matteo Salvini e Luigi Di Maio. E al momento clou della cerimonia, Gentiloni si guarda intorno e non trova la campanella: “Manca l’oggetto…”, dice sorridendo. Poi finalmente si trova e Gentiloni la testa: “Funziona”. Poi la passa a Conte, che finalmente scampanella. Poi arrivano le strette di mano e le foto di rito con i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, l’uscente Maria Elena Boschi e il suo successore Giancarlo Giorgetti, vestiti entrambi in blu (“Più vicini!”, chiedono i fotografi). Gentiloni ha consegnato poi a Conte un dossier di 33 pagine con le cose fatte e le priorità che si troverà ad affrontare. Poi il premier uscente stringe la mano a Di Maio e Salvini, bacia sulle guance Boschi e, accompagnato da un caloroso applauso dei dipendenti affacciati al cortile, tra la commozione dello staff, lascia Palazzo Chigi in auto, con la moglie Emanuela Mauro.
Parte il valzer dei capi di gabinetto: Garofoli (ri)punta a Palazzo Chigi
I ministri vanno e vengono, si sa, e in queste ore arrivano. I capi di gabinetto, invece, pur mobilissimi tra un ministero e l’altro restano e, spesso, comandano. “Chi credete che le scrive le finanziarie di Tremonti?”, domandava retorico Guido Crosetto ai tempi di un governo Berlusconi. La risposta era: Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto del ministro commercialista, e uomo ubiquo ai casi della politica, tanto da essere stato pure il braccio armato di Antonio Di Pietro alle Infrastrutture (governo Prodi) e poi di Monti e Grilli al Tesoro.
Ecco, Vincenzo Fortunato – magistrato amministrativo, figlio d’arte – è in pole position per tornare al suo eterno ruolo al Tesoro con Giovanni Tria, neoministro con solidi agganci nel fu potere berlusconiano. Insieme a lui, agli Affari giuridici, dovrebbe arrivare Giuseppe Chinè, consigliere del Tar pure lui, fino a ieri (letteralmente) capo di gabinetto al ministero della Salute con Beatrice Lorenzin: se le polemiche dovessero bloccare Fortunato, però, Chinè non dispera di sostituirlo sull’ambita poltrona.
Il ritorno più clamoroso, però, sarebbe quello a Palazzo Chigi, attorno a cui si muovono le meglio toghe del Consiglio di Stato, che hanno in Giuseppe Conte, ex membro del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, un amico e un orecchio attento: da Palazzo Spada, infatti, tifano perché la poltrona di segretario generale della presidenza del Consiglio resti in famiglia, anzi torni in famiglia, al presidente di sezione Roberto Garofoli, già assiso su quella prestigiosa poltrona ai tempi di Enrico Letta, poi riparato alle dipendenze di Pier Carlo Padoan col repulisti renziano. Il suo sponsor principale, si dice, è il collega magistrato Filippo Patroni Griffi, che lo ebbe capo di gabinetto quand’era ministro della Funzione pubblica con Monti. Con Garofoli, a completare la vendetta dopo l’interruzione rignanese, sarebbe Carlo Deodato, membro del Consiglio di Stato anche lui, già capo del legislativo di Palazzo Chigi con Letta.
Al palazzo del governo, però, punta pure Vito Cozzoli: capo di gabinetto della ministra Federica Guidi (poi giubilato da Carlo Calenda dopo l’affaire Tempa Rossa), tutta una carriera a Montecitorio, dove è tornato nel 2017 come capo del Servizio Sicurezza. Si dice che in questi anni si sia fatto grillino: riposizionamento che oggi potrebbe aiutarlo.
Grande attenzione della burocratja anche al ministero della Funzione pubblica, dove siederà l’inesperta (della materia) Giulia Bongiorno: in pole position c’è Alfonso Celotto, già capo di gabinetto alla Coesione territoriale con Fabrizio Barca, nonché consigliere giuridico dei ministri Bonino, Calderoli, Tremonti, Barca, Trigilia e Guidi.
All’Ambiente, invece, il generale Roberto Costa, campano, porterà un suo corregionale: Pierluigi Petrillo, esperienze in parecchi ministeri, capo del legislativo in Regione con De Luca. Quanto al posto di capo di gabinetto a via Arenula, trincea dell’avvocato grillino Alfonso Bonafede, si fa il nome di tre magistrati, tutti della corrente fondata da Piercamillo Davigo, Autonomia e Indipendenza (che col Guardasigilli 5 Stelle non è caratteristica secondaria): Giuseppe Corasaniti, Alessandro Pepe e Stefano Schirò.
Applausi e biglietti da visita. È il nuovo potere “barbaro”
La Terza Repubblica degli applausi e delle lacrime, dei taxi collettivi (grillini, ovviamente) e persino dei militari al governo.
Il generale Sergio Costa, ministro dell’Ambiente, è in borghese, ma quando arriva davanti alla scrivania presidenziale si ferma e batte i tacchi per salutare il capo dello Stato.
L’esecutivo grilloleghista giura in un pomeriggio di caldo insopportabile e cambia pure di colore. Domina il blu e di verde ci sono solo i calzini di Matteo Salvini e la sua cravatta griffata Marinella.
Due divi, Salvini e Luigi Di Maio. La postura del capo del M5S, al Colle, è sempre rigida. Il fratello padano invece è seduto come su una panchina di calcio, col busto piegato in avanti. I due ridono e scherzano insieme con Riccardo Fraccaro. Salvini è il primo dei ministri a giurare. Mani giunte sulla pancia, formula di rito e firma. Stringe la mano a Mattarella e fa per andare via. È una frazione di secondo. Salvini torna indietro e saluta il premier Giuseppe Conte. Se n’era quasi dimenticato. Un lampo che è un lapsus.
Due divi e un attore non protagonista. Conte, appunto.
Il rigido Di Maio impiega poco per passare dal divertimento all’emozione. Accade quando giurano i suoi fedelissimi. L’ultima è Giulia Grillo e il superministro dello Sviluppo e del Lavoro si porta la mano all’occhio, per asciugare una lacrima. Dall’apriscatole di un lustro fa al governo del Paese.
Il resto sono dettagli secondari, finanche il solenne faccia a faccia tra Mattarella e Paolo Savona, l’economista dello scandalo, appena domenica sera.
Tutto si compie in meno di trenta minuti. Alle cinque del pomeriggio, lungo il perimetro di piazza del Quirinale, al solito blindata, c’è tantissima folla. Un signore si lamenta: “Le caste non ci vogliono far vedere il nostro governo”. Poliziotti e auto blu. Non si passa. I ministri iniziano a uscire e la massa si anima. Il primo boato è per Salvini. “Ma-tteo, Ma-tteo”. Indi, esce Di Maio e s’alza un ruggito che mescola applausi e incitamenti.
È la fotografia dello strappo nelle urne del 4 marzo. Nulla sarà come prima, fascismo o non fascismo. E lo straniamento che s’impadronisce di chi osserva contiene una sensazione netta: in un “dopo” vicino o lontano non si tornerà mai più all’antico, tipo Renzi o Berlusconi.
Un’epoca tramonta come il sole che sembra quasi posarsi sui giardini del Quirinale. La festa è doppia. Dal giuramento al tradizionale ricevimento del capo dello Stato per la ricorrenza del due giugno. Due mondi e due repubbliche che fanno spalla a spalla ma senza darsi confidenza. Grillini e leghisti preferiscono non mischiarsi. I rischi sono disseminati tra tavoli e gazebo dei giardini. In ordine sparso: Malagò, Patuelli, Boccia, De Mita e Mancino, Maggioni, Vespa, Gianni Letta, Gentiloni, Martina.
Salvini percorre il vialetto assediato dai questuanti. Ogni sosta, un biglietto da visita, qualche frase sussurrata all’orecchio. “Questo lo dirò a Fontana”. Ancora una volta: “Il ministro interessato è Fontana”. Sono persone che chiedono aiuto per la disabilità, compresa l’Unione dei Ciechi.
Poi Salvini si volta e si trova di fronte Lino Banfi. L’attore: “Sei il mio eroe”. Il divo Matteo: “Anche tu sei il mio eroe”. Banfi: “Allora mi devi vendicare”. Chissà per cosa. I due fanno una gag sulla bizona e sull’immortale 5-5-5 di Oronzo Canà. Ancora l’attore: “Di Maio sa tutte le battute dei miei film”. Il populismo è anche questo.
Altra sosta, sempre per la disabilità. Ma dietro ci sono Ciriaco De Mita e la figlia Antonia. Quest’ultima si presenta: “Lei è il nuovo che avanza, piacere Antonia De Mita”. Salvini saluta ma tira dritto senza omaggiare il padre di “Antonia”. Lungo la traiettoria c’è persino Emma Marcegaglia. Stesso giochino rapido, bacio di circostanza e poi avanti il prossimo.
“Salvini si sente un barbaro qua in mezzo?”. Sorride: “Un barbaro sognante (la vecchia corrente di Maroni, ndr)”. Più serio: “La verità è che sono un curioso”. Un curioso sfuggente, però.
Decisamente più rotondo e inclusivo e democristiano Di Maio. S’intrattiene con il clan Minoli, incluso Salvo Nastasi, figura falstaffiana del potere eterno e consociativo di Roma. Non se ne perde uno, Di Maio: da Vespa all’ex direttore del Sole 24 Ore Napoletano.
E Conte, il premier? Qualcuno dice che non è arrivato. Massì che c’è, è là in fondo. Il potere gialloverde o gialloblu nasce e l’uscente Padoan e l’entrante Tria conversano. Almeno due che si parlano.
Il governo Conte giura, ora si tratta sulle deleghe: il primo litigio è sulle Tv
Su tutte le tv i sorrisi, i selfie, le voci emozionate e le mani sul cuore. Dietro gli schermi e le passerelle, la partita che continua. Quella per le decine di poltrone che fanno rima con governo, anche se non riempiono i tg. E per le rispettive deleghe. Con quella alle Telecomunicazioni, delicatissima, che è già fonte di forte discussione tra i neo-soci Lega e Cinque Stelle. Perché il Carroccio la reclama. E invece il Movimento fa muro: perché le Tlc interessano molto a quello che è rimasto fuori, a Silvio Berlusconi. In un venerdì di caldo tropicale, i ministri giurano al Quirinale e Carroccio e M5S gustano l’aria dei Palazzi appena presi. Ma dietro le luci in decine sperano di entrare a prendersi un pezzetto di potere. E Luigi Di Maio e Matteo Salvini già cercano un centro di gravità permanente su viceministri, sottosegretari e presidenze di commissioni: filiere che si incrociano.
È così che hanno stabilito giorni fa Di Maio e Salvini, quando si sono dati criteri per non accapigliarsi. E il primo è che per ogni ministro in quota 5Stelle ci dovrà essere un vice della Lega, e viceversa. Mentre i sottosegretari verranno spartiti. Ma nel gioco del bilancino entrano anche presidenze e vicepresidenze delle commissioni. “Importantissime – assicurano – perché è lì che nascono i provvedimenti”.
Quindi si è disposta un’altra regola di massima: se, per fare un esempio, il Movimento otterrà la presidenza della commissione Bilancio alla Camera, dovrà lasciare la poltrona corrispondente in Senato alla Lega. Nel frattempo bisognerà scegliere anche viceministri e sottosegretari: una trentina, secondo le prime stime. “Ma nel dettaglio non si è ancora entrati, non ci sono numeri” giurano dal M5S. La certezza è che i viceministri saranno solo nei dicasteri più importanti. E comunque a pesare saranno le deleghe. Come quella alle Tlc, che la Lega reclama per un suo nome, che affianchi Di Maio nel superministero che nascerà dall’accorpamento dei dicasteri di Lavoro e Sviluppo Economico. Ma i 5Stelle insistono per tenerla, a ogni costo. E allontanare così sospetti su pressioni, o peggio, da parte di Berlusconi. Ufficialmente, ancora alleato di Salvini nel centrodestra. È un nodo, su cui manca l’accordo. Mentre sembra abbastanza spianata la strada per la nomina di Vito Crimi a sottosegretario a Palazzo Chigi con delega ai Servizi segreti, “un modo per compensare Salvini al Viminale” come sussurrano dai 5Stelle. Dove circolano già nomi di eventuali sottosegretari, tutti vicini a Di Maio.
Per esempio per l’Economia come vice di Giovanni Tria dovrebbe essere scelta la deputata Laura Castelli, l’unica donna al tavolo per il contratto di governo. Già in corsa per un paio di ministeri, va “risarcita”. Ma al Mef potrebbe andare anche come sottosegretario Stefano Buffagni, ex consigliere regionale in Lombardia, non a caso uno dei pontieri con la Lega. Ascoltatissimo da Di Maio, il deputato alla fine potrebbe andare con lui al superministero. Ma ci sono altri due nomi in ballo: l’economista Lorenzo Fioramonti per il Mise, e Nunzia Catalfo, prima firmataria del disegno di legge sul reddito di cittadinanza, per il Lavoro.
Per diventare invece il numero due di Enzo Moavero Milanesi alla Farnesina è in prima fila Manlio Di Stefano: responsabile Esteri del M5S, nonché il deputato che nella primavera 2016 andò a Mosca assieme ad Alessandro Di Battista per incontrare esponenti di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. Fautore del riconoscimento di uno Stato palestinese. Mentre alla Difesa con la tecnica dei 5Stelle Elisabetta Trenta dovrebbe andare uno tra Angelo Tofalo o Luca Frusone. Infine, circola il nome dell’avvocato torinese Mauro Anetrini, legale di Salvini, come sottosegretario del Guardasigilli Bonafede.
Bella ciaone
In attesa di sapere cosa farà il governo, vediamo com’è l’opposizione.
Quelli che il fascismo. Non le vedete le camicie nere in marcia su Roma, i vagoni piombati in partenza per Auschwitz, i lager con le bandiere di 5Stelle e Lega che garriscono dalle torrette? Peggio per voi: il fortunatamente ex ministro Delrio li ha visti e ha subito denunciato alla Rai (dove il suo partito Democratico e antifascista controlla tutte e tre le reti e i tg come Mussolini con l’Eiar) il palese fascismo del governo Conte. Resta da capire come mai il suo partito Democratico e antifascista abbia scritto l’ultima legge elettorale, il balsamico Rosatellum, con “la Lega neofascista”, oltreché con l’amico B. E come mai avesse ispirato la precedente, il prodigioso Italicum (purtroppo bocciato dalla Consulta perché incostituzionale), alla legge fascistissima Acerbo, peggiorandola un po’. Ma soprattutto andrebbe spiegato come mai, se vedeva il Duce alle porte, il partito Democratico e antifascista abbia fatto di tutto per spalancargliele, rifiutando con i leggendari #senzadime le offerte di Di Maio a sedersi al tavolo per firmare un contratto che magari, al posto del camerata Salvini, avrebbe confermato al Viminale il compagno Minniti. E ci avrebbe risparmiato non solo il Salvimaio, ma pure il “fronte repubblicano” renziano contro “fascisti” e “sfascisti” per difendere la Costituzione (che il Pd voleva distruggere) con le brigate antifranchiste capitanate dai comandanti Renzi, Boschi e Calenda, in clandestinità sulle montagne d’Etruria con Guernica appuntata al petto sulle divise in cachemirino e il cartoccio di pop-corn a intonare “Bella ciaone”. Senza contare che, se davvero Mattarella avesse spalancato le porte al fascismo come re Sciaboletta nel 1922, bisognerebbe dirne quattro anche a lui.
Quelli che è tutta destra. Il governo giallo-verde rappresenta il M5S, movimento postideologico con principi tipici di ogni centrosinistra, e la Lega, partito di destra. I 5Stelle esprimono il premier e 10 ministri su 18, quasi tutti i più pesanti (Lavoro-Infrastrutture-Telecomunicazioni, Esteri, Difesa, Giustizia, Salute, Ambiente, Sud), tranne i 2 affidati alla Lega (Interni ed Economia). Lo stesso vale per il programma, che l’Istituto Cattaneo (vicino al Pd) definisce in prevalenza “di centro”, con punte molto progressiste su beni comuni, reddito di cittadinanza, lotta all’illegalità dei colletti bianchi, e altre di destra su migranti e autodifesa.
Però l’ideologia e il rosicamento sono duri a morire: basta leggere Repubblica e l’Espresso che, dopo aver sapientemente bocciato qualunque ipotesi di dialogo fra Pd e M5S, ora piagnucolano per il “governo di destra”, con “programma di destra”, “atteggiamenti di destra”, “natura dichiaratamente di destra” e probabilmente anche canottiere, mutande, calzini e guêpière di destra, insomma un “laboratorio pratico della nuova destra sovranista e antieuropea” (Claudio Tito). Basta che Conte&C. dicano “cambiamento” perché Tito li veda ipso facto in orbace a sognare “una sorta di dittatura del malumore dei cittadini” (qualunque cosa voglia dire). Del resto, per l’Espresso, “Di Maio porta i punti più banali del contratto” mentre “a Salvini spettano le idee e i ministri forti”, nell’ambito di “un’ideologia sottile di destra”. Invece i governi che abolivano l’art. 18, devastavano la Costituzione, calpestavano il Parlamento con decreti, fiducie e canguri, favorivano il precariato, depenalizzavano l’evasione, rimpinzavano di miliardi banche e grandi imprese, servivano fedelmente tutte le peggiori lobby, combattevano i pm liberi, erano di sinistra. Strano che gli elettori lettori di Repubblica ed Espresso non l’abbiano capito.
Quelli che l’Europa. Diciamolo: Tito non l’ha presa affatto bene. Sotto il ciuffo di Conte, intravede financo una “deriva orbaniana”, da Viktor Orbán, il premier ungherese ultradestro. Che però fa parte del Ppe con Merkel, Tajani e B. Non con Salvini, né con Di Maio. Del resto, l’idea che la presenza di Savona nel governo provocasse ipso facto il boom dello spread e l’uscita dell’Italia dall’Ue poteva venire in mente solo a Mattarella e ai giornaloni che, quando lo spread fece davvero boom alla notizia della caduta di Conte, si guardarono bene dal titolare: “Il Quirinale e Cottarelli bruciano i risparmi degli italiani” (preferirono, come La Stampa, un più ragionevole “Lo spettro del voto affonda euro e Borse”: quindi i mercati volevano un governo). Ora che agli Esteri c’è l’europeista Moavero e all’Economia l’europeista critico Tria, almeno Tito dovrebbe respirare un po’: invece no, Moavero e Tria sono “un trucco estetico”. Orbaniani anche loro. E vabbè.
Quelli che Micron. Ci dicono che tutto il mondo trema all’idea del Salvimaio, tranne ovviamente Le Pen, Orbán e Putin, poi Macron telefona a Conte per dirsi “ansioso di lavorare insieme”. Un colpo al cuore per il rag. Cerasa, che sul Foglio strapazza il francese da par suo: “Il passo falso di Macron. La telefonata a Conte e la convinzione che i 5s siano interlocutori validi”. La prossima volta Macron faccia la cortesia: chiami un interlocutore più valido, tipo il rag. Cerasa, casomai avesse il numero e sapesse chi è. Non vi dico in che stato è ora il ragionier direttore alla notizia che il prof. Tria, collaboratore del suo giornale, è addirittura ministro dell’orrido “governo sfascista”. Non c’è più religione, e nemmeno gratitudine.
Ps. Siamo tutti atterriti dal “laboratorio del populismo di governo” ( La Stampa). Però da ieri, dopo 5 anni e 3 governi, Alfano non è più ministro. Non è meraviglioso?
Anche la generazione del Sessantotto si è dovuta arrendere a vivere vite ordinarie
Forse nel Sessantotto non è successo niente. O meglio, ci sono stati sconvolgimenti epocali, cambiamenti nel costume, nella politica, ma se si avvicina l’obiettivo abbastanza da seguire i singoli protagonisti, invece che le masse marcianti sotto le bandiere rosse, si trovano soltanto dei ragazzi che volevano la rivoluzione ma senza rinunciare al benessere appena sperimentato, che dei grandi avvenimenti collettivi sono stati più spettatori che protagonisti, anche quando c’erano in mezzo. Cani Sciolti – Sessantotto è un volume sorprendente firmato dal cantautore-scrittore Gianfranco Manfredi, che in quegli anni debuttava, e da Luca Casalanguida, disegnatore classe 1976 dal tratto senza fronzoli ed efficace. Sorprendente perché è il primo vero graphic novel pubblicato dalla Sergio Bonelli (anche se diventerà una serie): di volumi autoconclusivi ne hanno fatti tanti, ma questo è il primo che si sottrae davvero ai canoni della “avventura” che dominano la casa editrice milanese. Ma sorprendente anche per il tono: nessuna nostalgia, nessuna concessione al romanticismo. Manfredi, che quegli anni li ha vissuti, racconta la storia in due tempi – 1968 e 1988 – di sei ragazzi, immortalati in una foto che finirà esposta in una mostra, creando una connessione tra le due epoche. Erano giovani e belli, come tutti gli eroi del Sessantotto, poi sono diventati soltanto ordinari, qualcuno più felice, altri meno, tutti in qualche modo sconfitti. La scena migliore è il confronto tra Paolo Sarti detto Pablo e l’anziano padre ex partigiano: il vecchio racconta con umile passione le confuse sparatorie con i fascisti sulle montagne, nessuna impresa. Pablo, nel 1988, può solo sussurrare che pure lui qualche colpo lo ha sparato, quando dopo i sampietrini sono arrivate le P38. Ma è chiaro che se ne vergogna.
La storia di un eroe raccontata ai più piccoli
Un giorno il padre di Giovanni entra in camera sua e gli dice che gli dovrà raccontare qualcosa: la vera storia di Bum, la scimmietta peluche con i piedi bruciati. Il racconto, però, avverrà il giorno seguente quando Giovanni salterà la scuola. E così accade. Quando prendono la macchina, il padre gli dice che per raccontargli la vera storia di Bum deve cominciare da un’altra: quella di Giovanni Falcone. Inizia a spiegargli che quando Giovanni era piccolo una colomba bianca entrò in casa sua. Falcone bambino non piangeva mai. Anche quando si tagliò con un tagliacarte, non pianse. Quando diventò un po’ più grande, iniziò a prendere bellissimi voti a scuola e a scacciare gli ammiratori che ronzavano intorno a sua sorella Anna. Lui leggeva e sognava, uno dei suoi libri preferiti era “I Tre Moschettieri”. A Giovanni piaceva anche molto il mare e ogni tanto andava a farsi il bagno a Mondello, lo stesso luogo in cui il papà sta accompagnando il (nostro) Giovanni. Da grande Falcone andò all’Accademia Navale, ma non ci restò molto a lungo… regole troppo rigide, alcune tradizioni stupide, tipo gli scherzi che facevano i grandi a quelli appena arrivati. “Per questo mi chiamo Giovanni” è un bellissimo libro che insegna a combattere la mafia fin da piccoli come dice proprio la sorella di Giovanni, Maria.
Dürer, l’artista ponte tra Italia e Germania
Il Rinascimento non è stato solo una questione italiana, ma uno schianto poderoso – quasi come un matrimonio – tra più culture o, meglio ancora, tra più immaginazioni. È questo il fatidico punto di mira con cui varcare la soglia di Palazzo Reale a Milano per la mostra “Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia” (a cura di Bernard Aikema, con la collaborazione di Andrew John Martin) che mette insieme 130 opere di cui 12 dipinti, 3 acquerelli e 60 tra incisioni, disegni e manoscritti sono dello stesso pittore tedesco.
È difatti fondante nella produzione dell’artista di Norimberga Albrecht Dürer (1471-1528) lo sposalizio dei suoi occhi con l’arte e l’architettura italiana, soprattutto con il maestro veneziano Giovanni Bellini detto Giambellino (1433-1516) che conosce già dal 1490 a Venezia. Da lui, ma in generale dalla lezione del Rinascimento italiano, apprende la centralità dello studio sull’uomo, quella pietas che rende i soggetti di Giambellino come pure di Andrea Mantegna o Leonardo sempre degni, poiché in loro riluce tutta la pienezza della natura, altro nodo gordiano rinascimentale.
Dialogano con Dürer in questo percorso espositivo artisti sia italiani – oltre ai già citati maestri anche Giorgione e Alvise Vivarini – sia tedeschi a lui coevi come Lucas Cranach, Albrecht Altdorfer, Hans Baldung Grien.
In un unico piano-sequenza, sebbene diviso tematicamente in sei sezioni, l’espressione nobile di Ritratto a mezzo busto di una giovane veneziana (1505) si specchia nella compostezza de la Vecchia (1506) del Giorgione; il legato ai temi sacri esautorati dal dolore ma centrati sulla gioia dell’adorazione espresso in opere come Festa del Rosario dialoga con Madonna col bambino e quattro Santi di Vivarini e con la richiesta di perdono colma di dignità di San Girolamo di Leonardo (1480); ed è dopo aver a lungo studiato Leonardo, che lo stesso Dürer realizzerà il San Girolamo penitente (1496). Soprattutto da lui, l’artista di Norimberga apprenderà lo studio del corpo umano e del movimento come si legge in opere come Testa di uomo, girata a destra (1521), Adamo ed Eva (1504) o nei numerosi studi sul cavallo come Cavaliere (1500), Il cavaliere, la morte e il diavolo (1502).
E si devono in qualche modo sempre a lui opere come Paesaggio con famiglia di Satiri del pittore suo connazionale Albrecht Altdorfer – che riprende la lezione della produzione naturalistica del Giorgione – a dimostrazione che l’artista Dürer fu grande anche come vettore del Rinascimento in Europa.
La seconda inchiesta di Alfonso Delgado, cronista in pensione emigrato a Lisbona
Alfonso Delgado passeggia sulla spiaggia atlantica di Albufeira, nell’Algarve. Il meraviglioso Portogallo del sud. Come tanti altri suoi connazionali, ricchi o no, Delgado è un italiano che ha scelto di godersi la pensione lontano dalla pressione fiscale del suo Paese natìo. L’uomo è stato un giornalista noto e vive a Lisbona insieme con la moglie Marianna, entrambi patiti del golf.
L’escursione mattiniera ad Albufeira, prima dell’arrivo dell’orda di bagnanti, ha però un imprevisto macabro. Un trolley nell’acqua. Dentro, il corpo di una donna. Un classico della cronaca nera. Non solo. L’ennesimo femminicidio. La donna è una nobile italica: Ines Della Corte, consorte del conte Giulio Fieramosca. I due e la sexy-avvocata Jole Gentilini, legale di casa Fieramosca, erano in crociera.
Per un romanziere, scrivere l’opera seconda è un’impresa spesso titanica. Soprattutto se si è reduci dal successo dall’esordio. Ma Giovanni Valentini, cronista di razza con incarichi di vertici del gruppo Espresso-Repubblica e oggi firma del Fatto, supera felicemente lo scoglio del bis narrativo. La donna nella valigia (sarà in libreria il 7 maggio) è infatti la seconda inchiesta di Alfonso Delgado, stavolta tra il Portogallo e Roma. Da giornalista Valentini ancora oggi ha una penna acuminata e rigorosa, ma lo stile del giallista è più dolce e dà al suo personaggio una nota esistenziale che non tracima mai, a differenza di altri “colleghi” investigatori. Un personaggio che si impara ad amare, nelle sue debolezze carnali e nelle sue riflessioni sulla vita. Eppoi non si è maestri di scrittura per caso. Questione di dettagli: Valentini non usa lo sgrammaticato termine avvocatessa, ma avvocata. Una rarità.