Per addomesticare le preoccupazioni delle coppie in attesa si dicono tante cose. Vedrete, la natura compirà il suo corso, tutto si sistemerà; accade sempre così, inevitabilmente, dalla notte dei tempi perché temere? L’arrivo di un figlio significa tante cose, la celebrazione d’un amore, la prosecuzione della vita, la sconfitta della mortalità ma – secondo Rossella Milone – non è un atto di egoismo, anzi, “la prima cosa da fare quando metti al mondo un figlio è imparare a rinunciare”. Prima di tutto muta il nostro rapporto con il tempo che “ci illudiamo di possedere” quando invece si è “perso nei vicoli strettissimi di una città di mare”, proprio come un altro figlio, “uno scostumato di quelli peggiori”, che fa ciò che vuole. Miliardi di madri popolano la storia del mondo eppure siamo ancora pieni di domande senza una risposta sul modo migliore per far smettere i pianti e interpretare gorgoglii dei bebè; proprio attorno al mistero della maternità che travolge la vita di una coppia – esaltandola e sconquassandola – ruota Cattiva, il romanzo di Rossella Milone (pubblicato da Einaudi).
L’autrice padroneggia l’arte del racconto e i capitoli che compongono questo libro possono essere letti con piacere anche separati, piccole isole di un arcipelago, segno evidente che la sua scrittura, netta e precisa, non sbrodola mai, dosando con perizia aggettivi e sentimenti. Milone narra il rapporto mamma-figlia (“vuole qualcosa che io non le so dare”) e racconta anche i primi momenti della coppia formata da Emilia e Vincenzo – lei guida turistica a Pompei, lui addetto alle partenze in aeroporto – che vivono in un piccolo appartamento alla periferia di Napoli, accanto al molo Granatello con i binari del treno che corrono costeggiando il mare “e l’odore di pizzelle fritte che sale fino in casa”.
Emilia inevitabilmente si arrende all’arrivo di Lucia che sforma il suo corpo, allargandone il bacino con il “dolore che ti dà i tormenti come i topi la notte”, spingendola sino al limite e oltre, costringendola a dire “basta”. Non lo dice, lo urla a pieni polmoni in una casa vuota in cui ci sono soltanto lei e Lucia, una mamma e una neonata. Emilia racconta in prima persona, si denuda davanti al lettore, ammettendo di essere due persone. “Io sono buona quando l’allatto, sono cattiva quando voglio fuggire”, spingendosi a porre domande scomode sul futuro che l’attende. Ma la madre, proprio come l’ostetrica e la pediatra con “le mani di seta”, non hanno alcuna certezza da offrirle. Proprio il dubbio è la sua prigione, la condanna all’immaginazione, alla fantasia in cui si avverano tutte le nostre paure. Diventiamo genitori da un momento all’altro, incapaci di tenerli o di cambiare un pannolino – altro che evoluzione darwiniana – e l’unica risposta possibile è la reciproca dipendenza che comincia sin dentro l’utero, “rimango con te, bimba, ché senza di me tu muori, ché senza di te io muoio. E dentro questa bugia tutte e due ci diciamo la verità”. Non c’è autobiografia ma una voce narrante matura che racconta la rivoluzione di una donna che diventa mamma, uno smottamento emotivo che affonda nell’istinto, con la consapevolezza che “quando mia figlia piange io la devo salvare”.