Le buone madri sono capaci anche di fuggire

Per addomesticare le preoccupazioni delle coppie in attesa si dicono tante cose. Vedrete, la natura compirà il suo corso, tutto si sistemerà; accade sempre così, inevitabilmente, dalla notte dei tempi perché temere? L’arrivo di un figlio significa tante cose, la celebrazione d’un amore, la prosecuzione della vita, la sconfitta della mortalità ma – secondo Rossella Milone – non è un atto di egoismo, anzi, “la prima cosa da fare quando metti al mondo un figlio è imparare a rinunciare”. Prima di tutto muta il nostro rapporto con il tempo che “ci illudiamo di possedere” quando invece si è “perso nei vicoli strettissimi di una città di mare”, proprio come un altro figlio, “uno scostumato di quelli peggiori”, che fa ciò che vuole. Miliardi di madri popolano la storia del mondo eppure siamo ancora pieni di domande senza una risposta sul modo migliore per far smettere i pianti e interpretare gorgoglii dei bebè; proprio attorno al mistero della maternità che travolge la vita di una coppia – esaltandola e sconquassandola – ruota Cattiva, il romanzo di Rossella Milone (pubblicato da Einaudi).

L’autrice padroneggia l’arte del racconto e i capitoli che compongono questo libro possono essere letti con piacere anche separati, piccole isole di un arcipelago, segno evidente che la sua scrittura, netta e precisa, non sbrodola mai, dosando con perizia aggettivi e sentimenti. Milone narra il rapporto mamma-figlia (“vuole qualcosa che io non le so dare”) e racconta anche i primi momenti della coppia formata da Emilia e Vincenzo – lei guida turistica a Pompei, lui addetto alle partenze in aeroporto – che vivono in un piccolo appartamento alla periferia di Napoli, accanto al molo Granatello con i binari del treno che corrono costeggiando il mare “e l’odore di pizzelle fritte che sale fino in casa”.

Emilia inevitabilmente si arrende all’arrivo di Lucia che sforma il suo corpo, allargandone il bacino con il “dolore che ti dà i tormenti come i topi la notte”, spingendola sino al limite e oltre, costringendola a dire “basta”. Non lo dice, lo urla a pieni polmoni in una casa vuota in cui ci sono soltanto lei e Lucia, una mamma e una neonata. Emilia racconta in prima persona, si denuda davanti al lettore, ammettendo di essere due persone. “Io sono buona quando l’allatto, sono cattiva quando voglio fuggire”, spingendosi a porre domande scomode sul futuro che l’attende. Ma la madre, proprio come l’ostetrica e la pediatra con “le mani di seta”, non hanno alcuna certezza da offrirle. Proprio il dubbio è la sua prigione, la condanna all’immaginazione, alla fantasia in cui si avverano tutte le nostre paure. Diventiamo genitori da un momento all’altro, incapaci di tenerli o di cambiare un pannolino – altro che evoluzione darwiniana – e l’unica risposta possibile è la reciproca dipendenza che comincia sin dentro l’utero, “rimango con te, bimba, ché senza di me tu muori, ché senza di te io muoio. E dentro questa bugia tutte e due ci diciamo la verità”. Non c’è autobiografia ma una voce narrante matura che racconta la rivoluzione di una donna che diventa mamma, uno smottamento emotivo che affonda nell’istinto, con la consapevolezza che “quando mia figlia piange io la devo salvare”.

 

Liv Ferracchiati: “Non chiamatelo Lgbt, è teatro: mette in scena l’identità”

Liv – all’anagrafe Livia – Ferracchiati è uno degli autori più incensati della scena contemporanea, ospite d’apertura, stasera e domani, del 23esimo Festival delle Colline Torinesi (fino al 22 giugno), dove presenta la Trilogia sull’Identità, coprodotta dalla sua compagnia, The Baby Walk, e dallo Stabile dell’Umbria.

“Non è un’operazione autobiografica”, precisa subito, “pur avvicinandosi molto a me. È dal 2013 che ci lavoro, raccogliendo materiali disparati: saggi sulla questione di genere, ma soprattutto colloqui con psicologi, psichiatri e persone transgender. Come artisti, siamo interessati al percorso di transizione psicologica, non fisica, e alle ricadute nella quotidianità”.

Il primo capitolo è Peter Pan guarda sotto le gonne, ispirato “a un romanzo meno noto di Barrie. Il protagonista non vuole crescere, così come i bambini transgender, che hanno il terrore dello sviluppo. Peter scappa di casa e si rifugia ai giardini, ma lì scopre di non poter giocare né con i coetanei né con gli animali: non è integrato né come essere umano né come uccello. Allora il Corvo gli dice che è un ‘mezzo e mezzo’: questa risposta, nello spettacolo, diviene metafora della dicotomia tra corpo e mente”.

Seguono Stabat Mater e Un Eschimese in Amazzonia sul “confronto con la società e i suoi modelli negativi, cui aderisce inconsapevolmente anche il transgender. Alla fine, però, l’eschimese è stanco di parlare di sé come eschimese, stanco di parlare di identità di genere. A livello intimo capisce che non c’è niente da dire e che quella è solo una variante dell’essere umano”.

È corretto definirlo teatro Lgbt? “Spesso questi spettacoli sono stati etichettati così, ma io sono contraria; non perché il tema non sia importante, ma perché è teatro, e quindi va oltre la classificazione e tratta un tema universale: l’identità, non la transessualità. Oggi faccio questo, domani faccio Shakespeare: per me è lo stesso”.

 

 

Immersione sì, ma solo per gioco

Il teatro “immersivo”, o “dramagate”, resta un enigma: anche la lingua italiana non ci si raccapezza, traducendo o mutuando – per questa particolare operazione performativa – lemmi anglosassoni. Forse il problema è linguistico, e quindi culturale: in America e nel Regno Unito, infatti, questi spettacoli hanno successo da anni; se ne può quasi parlare in termini di “genere” e di “tradizione”.

In Italia è la prima volta che si tenta – compiutamente e stabilmente – un esperimento simile: Roseline non è l’unica pièce “immersiva” passata per la penisola, ma è la sola a imporsi come creazione a sé, in uno spazio allestito ad hoc, con uno script originale, cucito a misura del luogo, del tempo e degli spettatori, e con una tenitura di quasi due mesi.

Nato da un’idea di Paolo Sacerdoti – in arte Satch – e prodotto da Pulsarts, Roseline ha il merito innanzitutto di aver riportato in vita un pezzo della Milano storica: Palazzo Calchi Taeggi, una ex scuola del centro, i cui 3500 metri quadrati erano abbandonati a loro stessi o sporadicamente usati come rifugio per senzatetto.

Anche la Roseline del titolo è un luogo diroccato, in disuso, in macerie, benché un tempo sia stata sede di una reggia, centro di un’utopia, di una città del sole prospera e felice, retta da un giusto Capitano. Da quando il sovrano è morto, il regno è marcito, trascinando nell’imbruttimento i suoi abitanti, a iniziare dall’orfano e dalla vedova (Amos e Ada), la quale ha pensato bene di risposarsi col fratello del Capitano. Altra famiglia tormentata è quella di Cletus, il fedele guardiano, e dei suoi figli: Mia, la fidanzata lacrimosa di Amos, e Nathan il cocciuto.

L’allegra combriccola è chiaramente ispirata all’Amleto di Shakespeare, con una spruzzata di Macbeth – almeno nel personaggio della Strega e nelle atmosfere cupe e ctonie – e straccioni vari (gli abitanti di Roseline), che ricordano gli zombie di un horror movie. Al pasticcio drammaturgico si somma quello registico: entrambi fragili perché mancano un autore uno e un regista uno, ovvero un punto di vista univoco e forte sia sul testo sia sulla messinscena – sguardo che, invece, c’è, ed è preciso e incantevole nel “design” di luci e scene, firmate da Nicola Saraval e da Giancarlo Dazzi e Mirko Camisa. Non sempre ben orchestrati, ma bravi e seducenti sono i performer anglofoni: la recita infatti è in inglese, a ribadire la vocazione internazionale dello spettacolo, che guarda al mercato estero e trae spunto da un classico “immersivo”: il newyorkese Sleep no more, che replica a Chelsea dal 2011 (!) e di cui si è scritto due anni fa. Per certi versi – ad esempio la conduzione del pubblico – Roseline è anche meglio del “parente” americano; per altri, invece, è meno comprensibile (la trama non è la stessa di Amleto); per altri ancora, è ugualmente farraginoso.

Il risultato è una divertente esperienza ludico-percettiva, esteticamente favolosa, bella eppure vacua.

 

Tom Holland si veste un’altra volta da spider-man

Leonardo Pieraccioni inizierà a girare da metà giugno tra Prato, Firenze e il Mugello “Se son rose”, una nuova commedia prodotta dalla sua Filmotto con Medusa di cui sarà il regista e il protagonista nel ruolo di un cinquantenne alle prese con sua figlia, la sua compagna del momento e le sue ex. I vari personaggi femminili intorno a lui saranno Elena Cucci, Caterina Murino, Gabriella Pession, Antonia Truppo e Micaela Andreozzi.

Sono in corso a Londra le riprese di “The Voyage of Doctor Dolittle”, un kolossal targato Universal diretto a tecnica mista, live action e animazione, dal regista di “Syriana” Stephen Gaghan con Robert Downey jr. protagonista nel ruolo del veterinario che si scopre in grado di parlare agli animali reso celebre da una serie di libri scritta da Hugh Lofting, da un primo adattamento in versione musical con Rex Harrison del 1967 e da un secondo con Eddie Murphy del 1998. Per la nuova versione in uscita ad aprile 2019 e interpretata anche da Antonio Banderas, Michael Sheen, Harry Collett e Jim Broadbent oltre che da Kasia Smutniak si sono rese disponibili a doppiare le voci degli animali in scena numerose star tra cui Marion Cotillard, Emma Thompson, Ralph Fiennes e Selena Gomez.

Arriverà nei cinema tra un anno “Spider-Man: Homecoming 2”, sequel del fortunato prototipo da 800 milioni di dollari tratto dal fumetto Marvel di Stan Lee e Steve Ditko sempre diretto da Jon Watts, che vedrà coinvolti sul set in estate accanto a Tom Holland nel personaggio dell’adolescente Peter Parker, anche Michael Keaton che tornerà nel ruolo di Avvoltoio, e la new entry Jake Gyllenhaal in quello del villain Mysterio, identità segreta di un esperto ex-stuntman e creatore di effetti speciali per il cinema che sfrutta per i colpi le doti di illusionista.

 

Lazzaro è felice per la sua guerra a colpi di bontà

Che la santità sia cosa non solo di tutti i giorni, ma ordinaria, persino anonima, comunque marginalizzata e fraintesa, se non vilipesa, lo sostiene Alice Rohrwacher, premiata al 71° Festival di Cannes da poco concluso per la sceneggiatura (ex aequo con Three Faces di Jafar Panahi) di Lazzaro felice.

Già miracolato, e risorto, del Vangelo di Giovanni, qui Lazzaro (Adriano Tardiolo, perfetto) è innocuo e però pericoloso: un contadino nemmeno ventenne, scarpe grosse e cuore fino, che non viene per salvare, per compiere gesta eclatanti, solo per testimoniare che un altro stare al mondo è possibile, e pazienza se c’è chi travisi beatitudine per ebetudine. Lazzaro non fa, è: non fa il bene, è buono, di una bontà non contagiosa, ma rispettosa. Figlio di quella Marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi) che asservisce fuori tempo massimo i mezzadri, il suo coetaneo Tancredi (Luca Chikovani) chi è? Un amico fragile, un padrone restio, un ragazzino viziato?

A Lazzaro non importa, lui accoglie, crede e protegge, senza cambiare né fattezze né moti d’animo nel corso del tempo: da contadino schiavizzato a derelitto inurbato, rimane candido, innocente, generoso. Fino al sacrificio: i risparmiatori – ogni riferimento all’attuale cronaca politico-economica è il benvenuto – risparmiano la vita altrui?

All’opera terza dopo Corpo celeste (2011) e Le meraviglie (2014, Grand Prix a Cannes), Alice Rohrwacher amplifica la dose personale, echeggiando insieme grandi e antichi colleghi, da Rossellini a Olmi, dai fratelli Taviani a Pasolini: quel che è vecchio è ancora nuovo, anzi, è nuovo e basta, perché siamo quasi dimentichi di questi tempi senza frenesia, codesta santità senza canone, siffatta bontà senza scopo. Lazzaro felice, dice bene la 36enne regista e sceneggiatrice, “è un manifesto politico, è una fiaba sulla storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni, è una canzone”: il fil rouge è la gratuità, la potenza anziché la prassi, il tratto piuttosto che la performance, lo stato invece che il moto.

È un film di pace, meglio, un film in guerra contro la guerra tra poveri, la prevaricazione dei saputi sugli ignoranti e la miseria fratricida degli ultimi, e Lazzaro ne è l’inconsapevole profeta: senza superlativi né iperboli, senza paradigmi a scapito dell’umanità, senza tesi a detrimento dell’umanesimo, Rohrwacher cerca punti di sutura tra l’immagine della disfatta e l’immaginario della salvezza. La sospensione drammaturgica, la poetica fiabesca, lo stile piano non sono accessori, ma la forma di una sostanza preziosa, la liturgia di un umano riconciliato, l’exemplum di un cinema non riconciliante. Non c’è storytelling, ma parole fatte sguardo, ed è nella seconda parte, quella più friabile, aporica e soccorrente, che Lazzaro felice si spiega e dispiega: come il protagonista che s’è scelto, “è semplicemente felice di vedere gli altri felici”. E gli altri siamo noi.

 

Zizou rovina la festa a Madrid: “Ciao Real”

Zinedine Zidane non è più l’allenatore del Real Madrid, il club con cui sabato scorso ha vinto la terza Champions consecutiva, record assoluto, la 13ª della storia dei Galacticos, e con cui in meno di due anni e mezzo (sulla panchina del Real il 45enne francese sedeva dal 4 gennaio 2016) Zizou ha vinto, oltre a un campionato spagnolo, qualcosa come 8 trofei conquistati dopo altrettante finali, tutte vincenti dunque: 3 Champions League, 2 Coppe del mondo per club, 2 Supercoppe Uefa e una Supercoppa di Spagna.

Trofei che avrebbero potuto facilmente diventare 10, con una Supercoppa Uefa e una Coppa del mondo in più, se solo Zidane avesse deciso di rimanere al timone dei Blancos anche solo fino a fine anno. Invece ieri mattina, del tutto a sorpresa, Zidane ha indetto una conferenza-stampa alla quale si è presentato col presidente Florentino Perez e con parole semplici e concetti chiari ha annunciato il suo addio. “Ho deciso di non continuare sulla panchina del Real Madrid – ha detto –. È un momento duro e importante. Ma questa squadra deve continuare a vincere e per questo ha bisogno di un cambio in panchina. Io non sono stanco di allenare, faccio questo lavoro da soli tre anni; ma dopo tre anni di successi per un allenatore è difficile continuare così. O almeno per me sarebbe stata dura. A me piace vincere, in ogni cosa, e avevo la sensazione che adesso farlo mi sarebbe stato più difficile. Ringrazio tutti: e prima che me lo chiediate, non cercherò un’altra squadra”.

Mentre il presidente Florentino Perez assicurava di essere stato preso alla sprovvista (“Ho avuto un sussulto”) dalla decisione “inattesa” del suo allenatore, il ricordo degli osservatori più attenti andava alle recenti contestazioni ricevute da Zidane, a dispetto dei successi ottenuti, dopo l’eliminazione in Coppa del Re contro il Leganés (1-2 al Bernabeu, 24 gennaio): Zizou non lo disse, ma dopo le vittorie in serie delle prime stagioni avrebbe gradito, da parte del presidente, un supporto e una vicinanza che invece non ci furono. E insomma, potrebbero esserci anche forti motivi di principio, in questo caso ancor più apprezzabili, nella scelta compiuta ieri da Zidane. Scelta che appare peraltro indiscutibile.

Non foss’altro che per la legge dei grandi numeri, pensare a una quarta Champions era a dir poco folle. In più, essendo stato Zidane fuoriclasse sul campo, gli erano arrivati chiari e riconoscibili i segnali di malcontento di alcuni suoi campioni, CR7 in testa, tormentato dal fisco e roso dall’invidia per il super-stipendio di Messi a Barcellona, uno scontento esternato da Cristiano nientemeno che in diretta in mondovisione nel pieno dei festeggiamenti di Kiev; per non dire delle insoddisfazioni e delle frustrazioni di quasi tutto il reparto d’attacco, da Bale a Isco a Benzema, che non promettevano niente di buono in vista della futura stagione.

Zidane ha detto che non cercherà subito un’altra squadra: e conoscendolo c’è da credergli. Due scenari però gli si spalancano davanti ineluttabilmente: uno immediato, e cioè quello della Nazionale francese che il 16 giugno debutterà ai Mondiali in Russia contro l’Australia.

Se il Ct Deschamps, suo compagno di squadra ai tempi della Juventus, dovesse toppare l’appuntamento mondiale, Zizou da buon francese diventerebbe il candidato naturale a succedergli. Come lo diventerebbe per la panchina del PSG se dopo il fallimento di Emery arrivasse anche quello di Tuchel, l’allenatore tedesco appena ingaggiato da Nasser Al-Khelaifi. Detto en passant, se CR7 dovesse lasciare Madrid, a ricoprirlo d’oro potrebbe essere proprio il PSG di Al-Khelaifi: Zizou potrebbe ritrovare così sotto la Tour Eiffel l’uomo che ha sempre considerato il più forte attaccante del mondo e che ieri su Twitter ha scritto: “Je me sens simplement fier d’avoir été ton joueur. Mister, merci pour tout”.

Inutile dire che la notizia del divorzio Zidane-Real ha messo in subbuglio tutta l’Italia juventina. Zizou giocò nella Juventus allenata da Lippi per cinque stagioni, dal 1996 al 2001, vincendo due scudetti ma perdendo due Champions League consecutive, contro il Borussia Dortmund nel 1997 a Monaco (1-3) e contro il Real Madrid nel 1998 ad Amsterdam (0-1).

Poi Moggi lo cedette proprio al Real dove Zizou, al primo tentativo, mise finalmente le mani sulla coppa con le orecchie vincendo a Glasgow la finale contro il Bayer Leverkusen (2-1) con il sigillo di uno dei più bei gol della storia del calcio – e non è un’esagerazione – firmato proprio da lui.

Sono quattro, dunque, le Champions che Zidane ha conquistato a Madrid tra giocatore e allenatore. Alla Juve, che vanta il record di finali Champions perse (7), c’è chi sogna di riportare ZZ, detto “Lo Specialista”, sotto la Mole. Per tornare finalmente a vincerne una. Dall’ultima sono passati 22 anni.

Bologna, il sindaco: “Boicottate chi sfrutta i riders”

Virginio Merola,sindaco di Bologna, ha fatto sapere ieri, dopo la firma della prima Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano, che “c’è un potere bellissimo ed enorme: se ordinate una pizza da uno che sfrutta, avete la possibilità di ordinarla da uno che non sfrutta. I bolognesi su questo saranno molto attenti”. La polemica nasce perché alcuni colossi della gig economy come JustEat, Deliveroo, Glovo e Foodora hanno disertato la firma della Carta. Merola ha poi spiegato che sul tema si sta pensando anche a una rete tra città per venire incontro alle criticità del settore, “dopodiché ci sono delle direttive europee, ci auguriamo che ci sia un governo e un Parlamento in modo che tutti i sindaci sulla base di questa esperienza riescano ad avere un quadro normativo adeguato anche per quanto riguarda i poteri delle amministrazioni locali”. I beneficiari della Carta godranno di paga minima oraria, contratti trasparenti, assicurazione e indennità di lavoro. Tra i firmatari, oltre al sindaco di Bologna, anche il suo assessore al Lavoro, Marco Lombardo, Riders Union Bologna, Cgil, Cisl e Uil e i vertici di Sgnam e Mymenu, marchi della nuova società Meal srl.

Flop degli sgravi, in calo le assunzioni dei giovani

Dopo due mesi di tregua, i posti di lavoro a tempo indeterminato sono tornati a diminuire, mentre il precariato ha ripreso la sua rapida crescita. Gli incentivi per le assunzioni dei giovani, poi, hanno finora raggiunto risultati molto modesti. I disoccupati, inoltre, sono di nuovo sopra la quota di 2,9 milioni. I dati Istat di aprile 2018 mostrano al Paese più di un motivo per contenere l’entusiasmo, soprattutto se non ci si ferma a osservare il numero di lavoratori in valore assoluto che, superando 23,2 milioni, è al suo massimo storico.

Rispetto a marzo, gli occupati sono aumentati di 64 mila unità: abbiamo 60 mila lavoratori autonomi in più, ai quali si sommano altri 41 mila dipendenti ma con contratto a scadenza. I “posti fissi”, invece, sono 37 mila in meno, e la somma algebrica di questi tre gruppi dà, come detto, il numero totale di occupati in più. Allargando l’orizzonte temporale, si possono notare i cambiamenti degli ultimi dodici mesi. Tra aprile 2017 e lo stesso mese di quest’anno, i precari sono aumentati di 369 mila, mentre i permanenti sono calati di 112 mila. Le persone con contratto a scadenza, in pratica, stanno per superare i tre milioni.

L’incremento mensile di occupati ha interessato solo chi ha più di 35 anni, fascia di età che conta 77 mila occupati in più. Nel segmento tra 15 e 24 anni, la crescita è stata di soli 5 mila (disoccupazione sale al 33,1%) mentre tra i 25 e i 34 anni si è addirittura verificato un calo di 18 mila unità.

Sono oscillazioni mensili, molto ravvicinate a livello temporale e vanno maneggiate con prudenza, ma sembrerebbero un’ulteriore dimostrazione della scarsa efficacia dei bonus per le imprese che assumono under 35, introdotti dal governo Gentiloni nella legge di Stabilità 2018. Secondo l’Inps, nel primo trimestre dell’anno questo tipo di agevolazione ha portato soltanto 13 mila nuovi contratti e 10 mila trasformazioni di rapporti precari in “posti fissi”. Un impatto molto limitato, nonostante le attese.

Ieri il Partito democratico ha definito molto positivi i dati dell’Istat, attribuendo al Jobs Act i meriti del massimo storico di occupati. Tuttavia, dimenticando che l’incidenza del part time fa sì che il numero di ore lavorate sia ancora lontano dai livelli pre-crisi. Pur tralasciando questo aspetto, i valori assoluti sono comunque poco indicativi, mentre le percentuali permettono uno sguardo più completo. Se è vero che 23,2 milioni di occupati è una cifra mai raggiunta, è anche vero che il tasso di occupazione resta lontano dal picco pre-crisi: ad aprile 2008 era al 58,9%, un dato comunque basso, e ora siamo ancora al 58,4%. Questa differenza è dovuta al fatto che, rispetto al 2008, è aumentata la popolazione in età lavorativa, grazie all’immigrazione, quindi per raggiungere quella percentuale servirebbero più occupati rispetto a dieci anni fa. Il tasso di disoccupazione, invece, è all’11,2%. Vuol dire che i disoccupati, cioè quelle persone che non hanno un impiego e lo cercano attivamente, sono 2,9 milioni.

Al via lo sciopero dei prof in ateneo: 7 mila adesioni

Napoli, Università Federico II: Davide de Caro è un professore associato di Elettronica. Da oggi è in sciopero, fino al 31 luglio. Niente esami per i suoi studenti “ma senza esagerare – spiega –, lo sciopero riguarda solo il primo appello della sessione estiva”. Di ogni materia? “No, no, di ogni professore – dice – abbiamo fatto in modo che la protesta non fosse eccessivamente gravosa per gli studenti”. Così, visto che De Caro insegna due materie, farà saltare solo il primo appello delle due. In pratica, la protesta dura 24 ore a professore.

Indetto a febbraio dai docenti universitari, lo sciopero ha ricevuto ad aprile il via libera della Commissione di Garanzia dell’esercizio del diritto di sciopero: a firmare la richiesta, 6.857 tra professori e ricercatori di 79 atenei che appoggiano il Movimento per la Dignità della docenza universitaria. Per lo sciopero speculare di ottobre, i firmatari della proclamazione furono 5.444 e scioperarono oltre 11 mila docenti. Questa sarà fondamentale: anche se non c’è ancora un governo, spiega l’organizzatore Carlo Vincenzo Ferraro, già ordinario del Politecnico di Torino, è importante iniziare a far sentire il proprio malcontento. “Il governo che verrà eletto gestirà la legge di Bilancio 2019 – spiega – e saltare questa scadenza significa rinviare tutto di un anno”. Tra i firmatari, oltre 600 professori della Sapienza di Roma, più di 300 negli atenei torinesi, oltre 300 alla Federico II di Napoli, oltre 200 a Bari, quasi 200 a Firenze, 350 a Bologna.

“Il governo – spiega Ferraro – avrà bisogno di una forte sollecitazione per muoversi. Noi dobbiamo dargliela”. È una spiegazione, ma anche la risposta alle proteste degli studenti. Ieri il coordinamento universitario Link ha inviato una lettera aperta con l’ultimo appello ai docenti, dopo la raccolta di circa 46 mila firme. “Le giuste rivendicazioni passano in sordina di fronte ai giochi di potere di questi giorni – spiega Andrea Torti di Link – e gli unici che subiranno il disagio dello sciopero saranno gli studenti. In un periodo di forte instabilità politica, si possono ripensare in maniera più inclusiva le modalità e le tempistiche per incidere davvero”. Suggeriscono una iniziativa comune in un altro momento, magari con l’interruzione delle lezioni. Ma il disagio non avrebbe la stessa portata.

Le richiestesono ben precise. Si parte dalle rivendicazioni sul blocco degli scatti stipendiali di cui si è discusso nell’ultima legge di Bilancio, con effettive concessioni alle richieste dei professori. Gli scatti sono stati reintrodotti con cadenza biennale (e non triennale come prima del blocco) per permettere un recupero in dieci anni della decurtazione subita negli ultimi cinque. Ma solo a partire dal 2020. Il sistema crea una discriminazione tra i docenti: chi andrà in pensione quest’anno – tralasciando chi ci è andato negli ultimi anni che ormai ha perso qualsiasi diritto – per i prossimi quattro non si vedrà riconosciuto nulla, se non una tantum di 2.500 euro nel biennio 2018-2019 che però rappresenta il 40 per cento di quanto avrebbe dovuto ricevere. Il secondo punto riguarda i ricercatori a tempo indeterminato, in 14 mila con carriera bloccata insieme ai ricercatori precari. Qui, i numeri delle richieste: 6 mila concorsi a professore Associato, 4 mila a professore ordinario, 4 mila a concorso per ricercatori a tempo determinato di tipo B. Per gli studenti vengono chiesti 80 milioni di euro per coprire le borse di studio degli idonei. “Questo sciopero si preannuncia di maggior rilievo rispetto al precedente, basta dare un’occhiata alle adesioni”, dice Ferraro. Spiega che ci saranno tutele per i laureandi, gli studenti Erasmus e per le studentesse in gravidanza, con la possibilità di recuperare l’appello mancato dopo una settimana.

“Anche se figlia di professoressa universitaria, non trovo giusto il motivo dello sciopero – dice Alma De Luca, studentessa di Ingegneria biomedica al Politecnico di Torino – Ancora non conosco le date dei primi appelli, so i nomi dei professori che scioperano, ma fino al giorno prima o al giorno stesso, non sapremo se ci sarà o meno l’esame”. Rischia che il suo piano estivo salti. “Potrei trovarmi con quattro primi appelli tutti nello stesso giorno”.

Jennifer Chimento è una specializzanda in Ingegneria meccatronica: “Fosse uno sciopero che colpisce le lezioni, sarebbe più difficile capire alcuni argomenti, ma ce la si farebbe. Così, invece, chi si deve laureare entro una certa data è a rischio e chi è fuorisede non può comprare i biglietti per tornare a casa entro tempi ragionevoli. Così danneggiano noi studenti e se sperano che si muovano, sperano invano. Al Politecnico, solo il 2 per cento è andato a votare il rappresentante di facoltà e il consiglio studentesco”.

“Caro Padellaro, Roma si può curare e le spiego perché”

Pubblichiamo la risposta della sindaca di Roma Virginia Raggi alla lettera aperta di Antonio Padellaro pubblicata su Il Fatto Quotidiano il 28 maggio 2018

Caro Antonio Padellaro, ho letto la sua lettera aperta con la quale ha lanciato un grido di dolore per la città di Roma. Lo stesso sentimento che condivido e che mi ha spinto due anni fa ad accettare una sfida difficilissima: provare a invertire il declino che ha investito la mia città e restituire normalità alla vita di tutti noi romani. Tutti i giorni vivo sulla mia pelle quanto descritto da lei e soffro. Lei dice che sorrido, come se fossi indifferente. Si sbaglia, si sbaglia di grosso. I problemi di Roma li sento talmente miei che non passa ora del giorno e della notte che non impegni per trovare soluzioni. Il mio è un sorriso di non rassegnazione e di sfida. Io non mi arrendo ma reagisco.

Ha citato il mio intervento in tv. La scorsa settimana sono andata a Piazza Pulita a difendere la mia città che ogni giorno è sottoposta a un attacco mediatico continuo: Roma non è perfetta ma non è l’inferno come si vuol far credere. Non ci sto a questa narrazione a senso unico. Così come non ci sto alle critiche di coloro che riducono le mie sacrosante lamentele a “dare la colpa a chi c’era prima”. Dovrei fare finta di nulla?

Le fornisco un dato. Quelli che ci hanno preceduto hanno scavato un buco da 13 miliardi che paga anche lei ogni giorno con la mancanza di servizi ai cittadini: penso a un autobus che ritarda, agli asili che non sono stati costruiti, ai mezzi pubblici vecchi di 18 anni. Mi spiego meglio. I “capaci” andavano al ristorante, addirittura invitavano i loro amici a sbafo e al momento del conto dicevano: “Paga quello che viene dopo”. “Quello che viene dopo” sono i cittadini e l’amministrazione che ho l’onore di guidare. Se credono di ridurmi al silenzio con la filastrocca che non devo parlare del passato, si sbagliano. Non faccio sconti a nessuno. Ricordo quando sono andata all’inaugurazione della Nuvola all’Eur: volevano che sorvolassi sugli oltre 400 milioni spesi per realizzarla. Invece, all’inaugurazione ho detto quello che tutti i romani pensavano: un’opera con costi ingiustificabili. I “capaci” non la presero bene e mi fischiarono. Qualche mese dopo la Corte dei Conti mi ha dato ragione.

E noi che abbiamo fatto? Intanto, abbiamo invertito la rotta: abbiamo ridotto di 200 milioni il debito di Roma e abbiamo chiuso due bilanci senza creare nuovi buchi. Significa che i nostri figli non dovranno pagare al posto nostro. Per avere un’idea di ciò che possiamo fare con 200 milioni, consideriamo per praticità questa informazione: con un milione si può aprire un nuovo asilo, oppure acquistare tre autobus o ancora riasfaltare chilometri di strade.

Potrò lamentarmi del fatto, ad esempio, che negli ultimi decenni invece di rifare l’asfalto hanno sperperato i soldi dei cittadini? E non lo dico io, ma la magistratura che ha arrestato imprenditori e amministratori disonesti nelle inchieste su “asfalto e mazzette”.

Per rimediare alla mancanza di manutenzione degli ultimi decenni sono necessari almeno 250 milioni l’anno per i prossimi cinque anni: a bilancio noi ne abbiamo 30 ogni anno perché il Comune di Roma può permettersi soltanto questo per colpa dei “capaci” di prima.

Ogni anno dobbiamo pagare 200 milioni per ripianare il debito di chi ci ha preceduto. Se avessi quei 200 milioni l’anno non avrei problemi a rifare tutte le strade della città o realizzare i tanti progetti che aspettano soltanto di essere finanziati. Ma quei soldi non ci sono. Questa è la realtà che provo a raccontare in tv. E le assicuro che non sorrido ma sono davvero arrabbiata.

Gli autobus in fiamme? Faccio parlare i numeri. Abbiamo ereditato un’azienda, l’Atac, reduce dallo scandalo delle assunzioni di “parentopoli” e con 1 miliardo e 300 milioni di debiti. Appena arrivati abbiamo trovato 900 autobus marcianti su 2000; pezzi di ricambio pagati il doppio del prezzo di mercato. Ci siamo rimboccati le maniche: abbiamo licenziato gli assunti di parentopoli; abbiamo rimesso ordine nell’acquisto dei pezzi di ricambio; abbiamo sbloccato l’acquisto di 150 autobus nuovi e ne abbiamo acquistati altri 15 con i fondi del Giubileo; abbiamo messo in strada 45 filobus nuovi che da anni giacevano in un deposito (chi li comprò è stato condannato a 5 anni per un presunto giro di mazzette); abbiamo stanziato 167 milioni per acquistare altri 600 autobus; abbiamo avviato attività di controllo dei sistemi anti-incendio su tutta la flotta a rischio. Anche io avrei voluto rottamare gli autobus che hanno oltre 15 anni, come quello che è andato in fiamme in via del Tritone. Abbiamo fatto tutto ciò che si può per sostituirli ma per cambiare 2000 autobus ci vogliono anni e non pochi mesi.

Chi pretende che la flotta di mezzi dell’azienda pubblica più grande d’Europa si rinnovi in un anno sta mentendo ed è in malafede. Non entro nel merito del concordato preventivo con il quale punto a far rimanere pubblica e comunale questa azienda, e non svenderla ai privati. I privati non investirebbero mai sulle tratte periferiche dove, invece, c’è più bisogno di servizi per i cittadini. Io non voglio servizi di serie A per il centro e servizi di serie B per le periferie. E non cambio idea. In tv ho lottato per preservare l’immagine della mia città. Nessun sorriso ma tanta determinazione. Altro che “atarassia”!

Lei scrive che “Roma pare incurabile”. Non lo è. Roma sta ripartendo. Da quando mi sono insediata ho subito attacchi mediatici incredibili ma, anche in questo, ho cercato di trovare un aspetto positivo: non si è mai parlato così tanto di Roma e dei suoi problemi. Così facendo si è creata una coscienza civica che alla mia città mancava. E questo – malgrado le accuse violentissime e spesso infondate nei confronti miei e della mia squadra – è un bene perché sono e resto la sindaca di tutti i romani. Lei parla di “atarassia”, io le rispondo con “l’empatia” che provo per la mia città e per tutti i miei concittadini. Non chiedo sconti ma pretendo coraggio da parte di tutti coloro che hanno l’immenso potere di raccontare: possibile che non ci sia mai nulla di positivo su cui scrivere? Non credo. Io non chiedo sconti, come non ne faccio neanche io. Roma la amo fin da quando sono nata. Sto lottando con tutte le mie forze per cambiare un sistema e per portare normalità nella mia città.

Gentile Virginia Raggi, la migliore risposta alle cose da lei scritte la daranno i cittadini di Roma quando finalmente vedranno i frutti del vostro lavoro. Non capita spesso che chi amministra la cosa pubblica – tra tante difficoltà e critiche – sappia mettersi in gioco con trasparenza rilanciando la sfida. È ciò che leggo nelle sue parole. Le auguro (e mi auguro da romano come Lei) di poterle presto dare ragione. Con accresciuta stima.