Le razze non ci sono, i razzisti sì, i barconi dei talk pure

Inegri hanno il ritmo nel sangue, gli arabi sono infidi, i cinesi sanno solo copiare, gli ebrei sono più intelligenti (ma hanno il braccino più corto)… la strada del razzismo è lastricata di luoghi comuni, come sa chiunque abbia frequentato i testi di Luigi Cavalli Sforza. Le razze umane non esistono, sono un’invenzione delle teorie razziste che invece esistono eccome, appaiono e scompaiono a seconda delle contingenze storiche e delle convenienze politiche. Il razzismo malattia senile del classismo è il tema dell’inchiesta di Gad Lerner La difesa della razza andata in onda su Rai3. Dai campi sinti alle impenetrabili Chinatown metropolitane, dalle vecchie Little Italy dei nostri immigrati ai centri di accoglienza degli extracomunitari; tutto è relativo nei consorzi umani, si è sempre a Nord di qualcuno e a Sud di qualcun altro.

La difesa della razza può essere legittimata se lo Stato è inetto nel gestire l’integrazione, può essere la tentazione di inventarsi un’identità forte se non se ne ha un’altra. Lerner passa da Vittorio Feltri a Liliana Segre, fa la spola tra Macerata, Prato, Marcinelle, via Padova; ancora una volta si schiera in difesa dell’inchiesta, genere quasi azzerato dagli sbarchi quotidiani dei talk, con quei barconi pieni di opinionisti. Inchiesta vecchio stile, quelle dei Biagi e dei Bocca, che significa anche difesa della firma. La più nobile e la più persa tra le cause del giornalismo di oggi, ormai praticabile solo da una razza di pochi privilegiati.

Critica a Mattarella per difendere il Presidente

Nelle lunghe settimane di crisi abbiamo visto uno psicodramma politico trasformarsi in una crisi istituzionale i cui strascichi non saranno inoffensivi. La Presidenza della Repubblica è la più importante istituzione di garanzia del nostro ordinamento e va difesa senza tentennamenti. Va difesa non solo da attacchi strumentali, ma anche da una gestione maldestra da parte dello stesso presidente della Repubblica, il regista di questa fase complessa, che non si può mettere sullo stesso piano di attori politici spesso non all’altezza del ruolo. La posizione a tutela del presidente della Repubblica non esclude una critica a Sergio Mattarella: a uscire indebolite da questo lungo e confuso passaggio sono le istituzioni, grazie a ripetute violazioni delle prassi e delle regole. A volte con sgrammaticature che hanno prestato il fianco a critiche, come nel caso del contratto di governo (meglio sarebbe stato chiamarlo accordo o programma, evitando i giusti rilievi sull’impossibilità di imporre vincoli privatistici a un patto tra partiti); a volte con incomprensibili sgarbi istituzionali, com’è capitato quando Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno fatto il nome del professor Giuseppe Conte, prima che fosse convocato al Colle.

Domenica sera, poi, abbiamo ascoltato il discorso di Sergio Mattarella, che per la prima volta ha portato fuori dalla porta dello Studio alla Vetrata il dialogo tra un capo dello Stato e un presidente incaricato, svelando l’indisponibilità ad accettare il nome del professor Paolo Savona a causa delle sue opinioni sulle condizioni di permanenza dell’Italia nell’Eurozona. Il professor Pallante ha fatto notare su queste pagine come per la prima volta non è il bambino a dire che il re è nudo, ma lo stesso re: un disvelamento che crea un precedente. Dal naufragio – si sarebbe poi scoperto, solo temporaneo – del governo pentaleghista è stato un susseguirsi di errori a catena. Luigi Di Maio per tre giorni ha minacciato la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica, procedura lunghissima, impossibile in questo stadio della vita della legislatura (mentre mancano i giudici aggregati e le giunte per le autorizzazioni a procedere) e sproporzionata rispetto a fatti che non si configurano come reato presidenziale. La mossa successiva di Sergio Mattarella – il suo piano B – è stata convocare Carlo Cottarelli per incaricarlo di formare il cosiddetto governo neutro. A parte il fatto che non esiste un governo neutro, la scelta è stata impropria anche perché il professor Cottarelli incarna una visione della politica fiscale diametralmente opposta a quella indicata dal governo pentaleghista. Senza dire che i governi tecnici, ne abbiamo diretta e recente esperienza, si sa quando nascono e mai quando lasciano. Il vulnus istituzionale risiede nell’ipotizzare un esecutivo tecnico senza il sostegno parlamentare di nessun partito in presenza di una maggioranza politica disponibile a formare un esecutivo: qualcosa più che una contraddizione. Ieri mattina ci siamo svegliati con tre governi: quello politico, risvegliato come la Bella addormentata dopo nuovi colloqui del presidente con i leader politici; quello tecnico, dormiente in attesa di uno scioglimento delle trattative tra partiti e Quirinale; quello in carica per gli affari correnti, con già un piede fuori dalla porta. Una “coabitazione” mai vista, così ingarbugliata da diventare una pericolosa anomalia in cui paiono saltati tutti i contrappesi. Al quadro mancava solo la proposta leghista di cambiare la forma di governo in senso presidenziale, come reazione alla regia della crisi e al caos. Vale la pena ricordare l’etimo greco della parola: caos vuol dire vuoto e le conseguenze di un vuoto istituzionale sono imprevedibili quanto preoccupanti.

Caro Recalcati, Renzi rimane il capo dei Proci

Ammiratori sfegatati quali siamo del professor Recalcati, fresco della sua trasmissione su Rai3 in cui da una sedia al centro della scena, avvolto da un’aura di fascinosa lacanianità, lancia agli adepti perle quali “Il compito primo di ogni maestro non è quello di trasmettere il sapere ma quello di portare il fuoco” e “Per essere un giusto erede bisogna essere sempre eretici”, non potevamo perderci l’ultima sua lezione su Repubblica sulle analogie tra l’Odissea e la situazione politica attuale. Ci eravamo appena ripresi dalla bella lavata di capo che la psico-star col ciuffo ci fece dal palco della Leopolda pre-referendum: Renzi era Telemaco, il “figlio giusto” in cerca del padre, mentre noi antirenziani eravamo masochisti, conservatori e paternalisti.

La storia si è incaricata di contarci: 20 milioni al referendum (soprattutto giovani), poi, alle elezioni, una legione che ha rispedito al mittente la baldanzosa promessa di felicità del giovinotto toscano e della sua corte dei miracol(at)i.

Ora Recalcati, questo Farinetti del lettino, torna sul tema per aggiornarlo, piegando il mito all’evolversi dello storytelling: se “anagraficamente Salvini e Di Maio appartengono alla generazione che avevo battezzato Telemaco”, riflette, politicamente essi “sembrano assomigliare di più ai Proci”, i giovinastri che “esigono di possedere la regina Penelope e di insignorirsi del trono decretando Ulisse morto”.

Va da sé che nello schemino del carismatico guru Renzi è sempre Telemaco; noi siamo il “popolo” che appoggia i Proci – qui Recalcati se la deve un po’ aggiustare: “Una differenza sostanziale differenzia (sic) i nuovi Proci dai vecchi. I nuovi hanno ottenuto democraticamente il consenso del popolo per governare la polis”, mannaggia; mentre il “padre” è Mattarella, al quale farà piacere essere paragonato a Ulisse, un avventuriero fedifrago e bugiardo che fa morire tutti i suoi compagni.

Verrebbe proprio da fare sì con la testa, tant’è l’evidenza cristallina di questa lettura, sennonché già l’anno scorso, sul Fatto, nell’articolo Renzi, un Narciso a capo dei Proci, ci prendemmo la briga di smontare la trovata della “generazione Telemaco” con la quale Recalcati (poi messo a capo di una scuola politica del Pd intitolata al povero Pasolini) cercava di far passare un rampichino come Renzi per il protagonista di un’epica grandiosa, sembrandoci egli semmai più simile al capo dei Proci, che saccheggia per pura brama di potere.

Oggi, alla luce dei fatti, l’analogia (la nostra) ci pare ancora più corretta. Telemaco si reca a Pilo e a Sparta a farsi dare notizie del padre. Il suo è un “pellegrinaggio contrassegnato dalla devozione” (sono parole di Giorgio Manganelli), tra “i grandi di un’altra generazione”. Non risulta che Renzi abbia mai compiuto la sua Telemachia; al massimo è andato in California a parlare della vita su Marte. È partito, con enfasi annichilente, come rottamatore del passato. Nella sua “narrazione” la Legge è sempre stata un freno, così come l’autorità (i “professoroni”), occhieggiante e censoria. Renzi è quello del “ce ne faremo una ragione”, del “costi quel che costi”, del “si discute ma poi si decide”: formule liquidatorie, non eretiche.

Telemaco è solo; Renzi è a capo di una corte. Telemaco è malinconico (Omero dice “afflitto nell’animo”); Renzi è garrulo, gaglioffo, ilare, spesso aggressivo. Telemaco soffre per l’assenza di padri; Renzi voleva rottamarli. Telemaco ascolta e, per quanto goffo e spaccone, impara dai suoi errori; Renzi per i suoi fallimenti dà sempre la colpa a qualcun altro, persino al popolo che non ha compreso il suo genio. I Proci invece sono gli estranei che sfondano le porte, ma non con la violenza, piuttosto con una “strana qualità magica” (sempre Manganelli), “una malattia, che inutilmente gli dèi ammoniscono”. La malattia è il nichilismo di chi pretende il potere e viene ridotto all’impotenza dalla sua inettitudine rapinosa.

Ci riserviamo di capire meglio chi siano Di Maio e Salvini, ma Renzi è inequivocabilmente Antinoo, il capo dei Proci che distrugge la casa della sinistra condannandosi al nulla. O, se proprio deve esser Telemaco come vuole lo psico-guru pop organico, valgano per lui le parole che il Poeta fa dire a Atena: “Pochi figli risultano uguali al padre; i più sono peggiori, e solo pochi migliori”.

Il Colle ha fallito? Dipende da noi

Un filosofo è come il matto di corte, lo si può lasciar parlare. C’è chi vuole far processare per alto tradimento il presidente della Repubblica e chi lancia hashtag in suo sostegno. Ci sono giuristi pronti ad affermare che non ha fatto che il suo dovere (Flick) e altri radicalmente critici (Villone e Carlassare), come ce ne sono di molto perplessi (Onida). Ci sono commentatori che in mancanza d’altre idee attribuiscono lo sconquasso al “circo mediatico giudiziario” che ci avrebbe per troppo anni lavato il cervello facendoci credere che in Italia corruzione e impunità siano maggiori che altrove (Panebianco) – ma non vedono che il lavaggio non è bastato, visto che nessuno (neppure il capo dello Stato) s’è fatto un baffo della circostanza che il candidato ministro dell’Economia da ex presidente dell’Impregilo era incorso in inchieste giudiziarie ben motivate dalle intercettazioni, che gli avrebbero sbarrato in ogni altro Paese civile la porta di quel ministero.

C’è chi sostiene con assoluta convinzione che il gesto del Presidente ha salvato la democrazia assediata dai populismi e chi con convinzione altrettanto assoluta sostiene che ha soffocato la domanda democratica di cambiamento, per asservire lo Stato alla tecno-plutocrazia europea, o peggio al diktat tedesco. Nota a margine: non si percepisce traccia di simili congiure e diktat da quassù – il regno del fool è il vuoto celeste, dove le linee aeree franco-canadesi forniscono una massa di giornali nelle principali lingue europee, e neppure un angolino contiene un commento su queste indebite pressioni, nonostante i titoli ridondino di “crisi istituzionale in Italia” e “l’Italia mette a processo l’Europa”.

Ed ecco lo sragionamento del fool, per chi volesse conoscerlo. Che il gesto del presidente della Repubblica sia o non sia stato un tragico errore, dipende da noi. Nel senso che non sarà stato un errore, e forse sarà stato invece uno di quegli attimi che le generazioni future ricorderanno con ammirata gratitudine, solo se d’ora in poi gli uomini e le donne di buona volontà non si daranno tregua a costruire in due mesi la Parte della Speranza Progressista e Civile, per farla trovare pronta alle elezioni, con a capo i migliori cavalieri delle buone cause sconfitte nell’ultimo quinquennio… Quanti ce ne sono, e come saranno bravi se somigliano alle idee per cui furono silenziati, in materia di anticorruzione e legalità, di taglio alla spesa, di politica industriale e del lavoro, di lotta alla disuguaglianza, allo scempio dell’ambiente e del paesaggio, di vera politica della scuola, dell’università e della ricerca. Non contro ma verso gli Stati Uniti d’Europa. Il programma di questa Parte? Sarà buono se si procederà con infinita attenzione ai veri tagli. “Il vero male non è il male, ma la mescolanza del bene e del male” (Simone Weil).

È questo il taglio sottile da operare, o il groviglio da dirimere. Guardate se non torna, lo sragionamento. Tutto il male che ci circonda viene da questo groviglio! Vorresti difendere, certo, la bandiera italiana dal disprezzo di chi ci tratta da gente che non sa stare ai patti, ma poi guardi quelli che la levano ora sulla piazza e ti accorgi che è sporca, lordata dall’uso che ne fece il demagogo lombardo predecessore dell’attuale. Vorresti accorrere, certo, a difesa della Repubblica e del suo presidente, allinearti a quei poveri corazzieri in alta uniforme, ma ti si stringe il cuore solo a guardarli, tanto svilita è l’idea che difendono, che solo il ricordo di quell’adunata di ceffi e mammole che presiedettero all’elezione del precedente presidente al suo secondo mandato ti riempie di vergogna, come quello delle innumerevoli forzature di un governo che da incostituzionalmente eletto si fa costituente senza averlo mai avuto in alcun programma. Vorresti ripetere anche tu, lo stesso, “sto col presidente”, perché dall’altra parte c’è la prepotenza di chi “se ne frega” di qualunque vincolo etico e giuridico in nome di folle senza volto, di chi addirittura non si vergogna a ripetere “chi si ferma è perduto”. E ti accorgi che il solo sostegno al governo del presidente verrà dai responsabili di tutte quelle forzature che hanno svilito l’uniforme dei miei corazzieri, e anche dal ghigno trionfale di un signore politicamente appena riabilitato, ancora prima che si sia quietato l’effetto di rivolta emetica indotto dalle immagini di Sorrentino in Loro 1 e Loro 2…

Il fool nella sua follia si rivolge anche a molti elettori Cinque Stelle: avete lottato – lo so perché ero con voi – per preservare un po’ di bellezza dove interessi biechi la sconciavano. Ma la bellezza non è un valore, è il nome di tutti i valori, compresa la (pari) dignità di tutte le persone. Come potete ora sostenere anche la bruttezza di parole e gesta di chi la nega? Non sta lì il primo nefasto miscuglio?

Mail box

 

I giudizi sui capi dello Stato ci sono sempre stati

Salvini vuole fare la marcia su Roma? Pensavo che la stirpe mussoliniana fosse finita. Forse mi sono sbagliato. Altri presidenti della Repubblica hanno ricusato dei ministri come nel caso di Gratteri procuratore di Catanzaro al ministero della Giustizia.

A quell’epoca, a mia memoria, nessun direttore di giornale insultò il presidente della Repubblica.

Nicola Nicodemo

 

Caro Nicola, come sempre alle marce su Roma subentrano le retromarce. Se controlla le annate del Fatto, troverà mie critiche a Napolitano anche sul caso Gratteri: non insulti. E se consulta gli archivi dei giornali, troverà critiche di molti giornalisti a tutti i presidenti della Repubblica di questi 72 anni.

M.Trav.

 

Il Quirinale ha fatto un errore ma l’impeachment è sciocco

Per la prima volta non sono d’accordo con Marco Travaglio. Definire Mattarella re è una gratuita sciocchezza. Mattarella ha solo chiesto a Salvini e Di Maio di nominare ministro Giorgetti al posto di Savona. Perché non hanno accettato?

Lo devono spiegare agli elettori! Perché impuntarsi su Savona? Ma Travaglio ha letto non la dichiarazione fatta appositamente da Savona, ma i suoi scritti sull’euro e sull’Europa?

Travaglio lo sa che i mercati finanziano i nostri titoli di Stato e che l’Italia è nelle loro mani? Purtroppo Di Maio e i Cinque Stelle non sono quello che gli elettori pensavano e speravano. Chiedere l’impeachment per Mattarella è di una gravità assoluta, credo che nessun elettore dei Cinque Stelle lo avrebbe mai potuto immaginare.

Romano Lenzi

 

Caro Romano, nessuna sciocchezza: i migliori costituzionalisti (Onida, Carlassare, Villone) confermano che il presidente ha sconfinato dai suoi poteri. Quanto all’impeachment ho subito scritto che era una sciocchezza.

M.Trav.

 

Dando spazio a chi minaccia si alimentano le polemiche

Nei giorni scorsi si sono manifestate come al solito, sui social network, le solite minacce di morte contro chi si rende responsabile di scelte poco condivise.

Non condivido la scelta del Presidente, ma allo stesso modo ritengo chi si rende responsabile di tali affermazioni un cretino. Ma i giornali che danno spazio a questi cretini non gettano benzina sul fuoco?

Francesco Iovino

 

Con tutto quello che succede ci rivorrebbe Crozza in tv

Peccato che il programma satirico di Maurizio Crozza sia finito proprio sul più bello, quando c’era materiale per sganasciarsi dalle risate.

Siamo arrivati all’apoteosi del ridicolo con un presidente del Consiglio incaricato che ha preparato la lista dei suoi ministri che rimane bloccato perché (forse…) i capi di una maggioranza messa in piedi tra avversari politici potrebbero aver trovato una soluzione al “caso Savona”.

E così abbiamo un Presidente dimissionario (Paolo Gentiloni) che non può far più niente.

Abbiamo anche un Presidente incaricato (Carlo Cottarelli) che non può ancora far niente.

Ma pure un Presidente fantasma (Giuseppe Conte) che non sa cosa fare…

Date spazio a Crozza su una rete qualunque, ascolti boom garantiti!

Cristiano Urbani

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “Il lettino dello psicanalista è una tribuna elettorale”, pubblicato sul Fatto Quotidiano di ieri, fornisco alcune precisazioni. Nel finale si accenna al gruppo internazionale di discussione di psicoanalisti junghiani. Un collega ha proposto non di attribuire un rating della maturità mentale degli italiani (avrebbe solo il senso di una battuta razzista), ma di “analyze and rate, in terms of credibility, political narratives”.

Cioè di provar a compilare un rating sulla credibilità di discorsi politici ufficiali: per esempio di programmi di governo, ovviamente di qualunque nazionalità.

Una seconda precisazione riguarda l’anticipazione in prima pagina dell’intervista. “La crisi terrorizza i malati psichiatrici: non parlano d’altro”. Abbiamo parlato dei pazienti che conosco attraverso l’analisi. Non solo nessuno di loro ha mai ricevuto una diagnosi psichiatrica, ma si tratta in buona parte di persone le cui opinioni, per diversi motivi, hanno un peso nella formazione di convinzioni e “narrative” private o pubbliche. La frase sottintende che chi va in analisi sia un caso psichiatrico: una formula non solo fuorviante, ma che capovolge addirittura il senso del contenuto.

Dopo un secolo di diffusione dell’analisi e mezzo secolo di legge Basaglia, abbiamo la responsabilità di non favorire stereotipi: presupporre che chi va in analisi abbia problemi psichiatrici è simile a presupporre che l’immigrato sia un criminale. Tema di cui Il Fatto si è occupato. Nell’epoca delle terapie brevi e del boom degli psicofarmaci, che va in analisi potrà – sì – sembrare un po’ anomalo: ha conservato uno sguardo “lungo”, riflette anche su un futuro e un passato non immediati. È una persona che sceglie di dedicare una significativa fetta di tempo e denaro non a una nuova auto o a un viaggio “esotico”, ma alla riflessione, a un viaggio interiore: potrebbe rivelarsi un investimento non solo per il singolo, ma per la società.

Luigi Zoja

Strage di Bologna. Le sentenze ci sono, ma la verità non è ancora tutta emersa

Io non ne posso più. Ma il rispetto esiste ancora? E l’opportunità di restare in silenzio? Ogni anno, e oramai da decenni, nel momento in cui si avvicina l’anniversario della strage di Bologna, qualcuno dei terroristi condannati alza la testa e recrimina. Lancia proclami, semina dubbi e ogni anno la risposta a questi soggetti è sempre più lieve, la loro “goccia” sta minando la nostra capacità di indignarci. Per questo non ci sto e lo dico a voce alta: basta.

Gigliola Francucci

Lei ha ragione: la strage di Bologna è stata la prima delle stragi italiane a trovare una soluzione giudiziaria, con una sentenza definitiva del 1995 che ha condannato i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro “come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna” e per aver “fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato”. Nel 2007 un’altra sentenza definitiva ha confermato l’impianto accusatorio, condannando Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti. Eppure continuano da anni a levarsi voci che mettono in dubbio quanto accertato in anni di lavoro investigativo e confermato da decine di giudici fino a due sentenze di Cassazione. Di tanto in tanto tornano a materializzarsi, per la strage del 2 agosto 1980, depistaggi tante volte tentati e ad agitarsi ricostruzioni alternative e “piste internazionali” da spy story. I due principali condannati, Mambro e Fioravanti, continuano a sostenere la loro innocenza, pur avendo rivendicato i molti omicidi messi a segno dal loro gruppo, i Nar, Nuclei armati rivoluzionari. A loro risponde Vincenzo Vinciguerra, che si ritiene un “soldato rivoluzionario” che ha scelto “l’ergastolo per la libertà” per denunciare le compromissioni degli apparati dello Stato nelle stragi (compresa quella di Peteano di cui si è assunto la responsabilità): Mambro e Fioravanti – sostiene Vinciguerra – rivendicano gli omicidi “movimentisti”, ma non riescono a sostenere di essere cristallizzati come “i killer della P2”. La P2 si mosse attorno alla strage, tanto che tra i condannati definitivi, per depistaggio delle indagini, ci sono i piduisti Licio Gelli e Francesco Pazienza. Ma anche due agenti del servizio segreto militare, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. C’è però ancora una parte di verità che non è ancora emersa: chi sono i mandanti? Di quali complicità istituzionali hanno goduto? Quale strategia perseguivano? Finché non avremo queste risposte, le bugie e i depistaggi proseguiranno.

Gianni Barbacetto

Palagiustizia inagibile. Ora nelle tende ci sono anche i gatti

Adesso a Bari anche le tende rischiano di diventare inagibili: animali, forse gatti, sono entrati nella notte, lasciando peli e impronte sulle sedie, in una delle tre tensostrutture allestite nel parcheggio sterrato all’esterno del Palagiustizia di via Nazariantz dichiarato inagibile per pericolo crollo. Sulle sedie, sulle quali sembravano esserci anche frammenti di unghie di animali, si sarebbero dovuti sedere avvocati, magistrati e giudici. Oltre ai segni evidenti del passaggio di animali, si sentiva anche cattivo odore. È la tenda identificata con il cartello “Aula 1”, dove si sarebbero dovute celebrare le udienze di rinvio di alcuni processi penali ordinari e che, invece, è stata svuotata e momentaneamente inutilizzata fino all’intervento degli addetti alle pulizie del Tribunale. Intanto il Comune ha revocato l’agibilità dell’immobile di via Nazariantz, dando il termine di 90 giorni per lo sgombero. Il provvedimento segue la sospensione dell’agibilità decisa dal Comune una settimana fa sulla base della relazione tecnica commissionata dall’Inail, proprietario del palazzo, su un pericolo crollo confermato da accertamenti disposti dalla Procura e da tecnici comunali.

Processo Cucchi: contestati falsi e lacune nei verbali dei Carabinieri

Farfuglia, snocciola imbarazzanti “non ricordo” di fronte a verbali palesemente falsi e alla lettura di intercettazioni sulla versione giusta da dare agli inquirenti sull’arresto di Stefano Cucchii. È stata una tormentata testimonianza quella del carabiniere Gabriele Aristodemo al processo per la morte del giovane di 31 anni, avvenuta il 22 ottobre 2015 dopo essere stato brutalmente picchiato, secondo la Procura di Roma, da alcuni dei carabinieri che lo arrestarono 7 giorni prima. Non da Aristodemo, presente all’arresto. Ieri, ha ammesso, contrariamente a quanto sostenuto da uno degli imputati, Raffaele D’Alessandro, che Cucchi non era stato aggressivo. Nella relazione sull’arresto, firmata da Aristodemo, non si menzionano i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro, imputati. Inoltre, si legge che alla consegna alla polizia penitenziaria “Cucchi non paventava alcun malore. Camminava molto lentamente”.

Parliamo tanto di cibo, ma ne parliamo male

Pubblichiamo stralci della prefazione di “C’è del marcio nel piatto” (Piemme) di Gian Carlo Caselli e Stefano Masini

Il rapporto che abbiamo al giorno d’oggi con il nostro cibo è piuttosto ambiguo. Per certi versi è molto “patinato”. Il cibo ha assunto un ruolo di rilevanza nel panorama mediatico ed è presente in modo invasivo. (…) Altrettanto spesso diventa terreno fertile per paure e fobie: il proliferare di malattie legate all’alimentazione, il dilagare delle intolleranze, le derive integraliste di varia natura. (…)

Non che questa sia una novità, basti pensare allo strettissimo rapporto che esiste tra cibo e religioni (…). Eppure oggi la dimensione di questo fenomeno è cresciuta esponenzialmente (…) Inoltre, il ruolo del cibo nell’economia è mutato profondamente, analogamente ad altri settori, con un continuo e apparentemente incessante accentramento delle produzioni, delle risorse finanziarie e del potere a esso connessi. È per questo che C’è del marcio nel piatto svolge un compito necessario: affrontare in modo sistematico i vari pericoli che si insediano tra le pieghe delle filiere alimentari, evidenziando quali sono i meccanismi che portano il sistema verso storture gravemente dannose a più livelli. (…)

L’informazione sui temi alimentari è molto confusa e perlopiù viene affidata alla pubblicità (…) Allo stesso tempo, la possibilità diffusa per tutti di scrivere e diffondere a grandi numeri di persone la propria opinione via Internet (…) purtroppo non aiuta a fare chiarezza. A questo va poi aggiunto il fatto che la società moderna occidentale industrializzata ha subìto (…) un distaccamento dalla realtà rurale che fino a qualche decennio prima era la sua anima culturale e che era in grado di leggere i fenomeni legati all’alimentazione meglio di quanto non siamo in grado di fare oggi (…) Insomma, conosciamo poco il nostro cibo. Alcune informazioni possono essere reperite in etichetta, quando non ci vuole un chimico per decifrarle (…). Ma se è vero che conosciamo poco il nostro cibo e che siamo preoccupati di quali effetti potrebbe avere sulla nostra salute, bisogna prendere atto del fatto che sappiamo ancora meno di quali effetti abbiano la produzione e la distribuzione del cibo stesso sull’ambiente e sulla giustizia sociale globale.

Di questo, ahimè, si continua a parlare poco. Sulle dinamiche di potere e del malaffare (…) non si riesce a fare chiarezza. In queste pagine Caselli e Masini portano alla luce tematiche non scontate, molto poco dibattute (…). Eppure comprendere le profonde interconnessioni tra la produzione di cibo, la nutrizione, la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale è fondamentale per compiere scelte consapevoli. (…)

Non si può parlare di gastronomia senza parlare di ambiente in un mondo in cui la produzione alimentare è tra le principali cause di inquinamento terrestre e di cambiamento climatico. Non si può parlare di cibo senza essere coscienti che il cambiamento climatico è una causa per nulla trascurabile delle migrazioni di massa. (…)

Che cos’è il cibo, come e dove si produce, si trasforma, si trasporta? Sono questioni che interrogano sempre più spesso il legislatore, chiamato a costruire “le regole del gioco”: il mercato. Le regole sono necessarie, ma non ci illudiamo: sono continuamente messe in dubbio o manifestamente violate.

Copyright © 2018 Mondadori Libri S.p.A. Pubblicato su licenza di Mondadori Libri S.p.A. per il marchio Piemme

Giuseppe Uva è morto da solo. Assolti sei agenti e due militari

Nessun colpevole per la morte di Giuseppe Uva, avvenuta all’alba del 15 giugno 2008 dopo che era stato portato nella caserma dei carabinieri di Varese. Sotto processo erano due carabinieri e sei poliziotti, imputati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona. Già assolti in primo grado, ora la Corte d’appello di Milano ha confermato il loro proscioglimento: non ci sono prove certe per dimostrare le responsabilità dei militari e degli agenti. Tensioni in aula dopo la lettura del dispositivo: “Sono dieci anni che infangano il nome dello zio”, ha urlato Angela, la nipote di Uva. “La legge non è uguale per tutti”. Poi Lucia Uva, sorella di Giuseppe, ha stretto la mano al sostituto procuratore generale Massimo Gaballo: “Per la prima volta abbiamo avuto almeno l’accusa dalla nostra parte”. Giuseppe Uva, 43 anni, la notte del 14 giugno 2008 viene fermato dai carabinieri in una strada di Varese, perché faceva chiasso e disturbava gli abitanti della zona. Portato in caserma, muore per un attacco di cuore, determinato anche da una patologia cardiaca di cui soffriva. Secondo la Procura generale, a ucciderlo sarebbe stata la “tempesta emotiva originata dal suo illegittimo trasferimento in caserma”. Quella notte, Giuseppe era in compagnia di Alberto Bigioggero, poi diventato testimone d’accusa: racconta che uno dei carabinieri, quando li vide, disse a Uva: “Proprio te cercavo, questa notte non te la faccio passare liscia”.

Doveva “dargli una lezione”, sostiene Bigioggero, perché Giuseppe si era vantato di avere avuto una relazione con la moglie del carabiniere. “Lo hanno picchiato ancor prima di caricarlo in macchina”, testimonia, “e poi l’ho sentito urlare in caserma”.

È un testimone ritenuto però poco attendibile, perché afflitto da problemi psichiatrici, tossicodipendente e recentemente condannato, reo confesso, a 14 anni di carcere per aver ucciso il padre.

I difensori degli imputati (tra cui Ignazio La Russa) hanno sostenuto che quella sera non ci fu alcuna “macelleria”: niente botte. Le accuse “sono state gonfiate”, secondo il difensore Duilio Mancini, “dall’effetto mediatico creato dalle ospitate televisive di Bigioggero, più volte chiamato a ripetere la sua versione in numerose trasmissioni televisive”.

Le indagini erano partite malissimo, con omissioni iniziali e ritardi tali da far guadagnare al procuratore di Varese, Agostino Abate, una sanzione della sezione disciplinare del Csm. Ora l’accusa nel processo d’appello, rappresentata dal sostituto procuratore generale Gaballo, aveva chiesto di condannare a 13 anni i due carabinieri e a 10 anni e mezzo i sei poliziotti. “Il trasferimento in caserma fu totalmente illegittimo”, aveva argomentato Gaballo. “Le lesioni riscontrate sul corpo di Uva, sulla sommità del cranio e alla base del naso, sono lievi e non idonee a provocarne la morte, ma hanno contribuito a scatenare quella tempesta emotiva che ha portato Uva alla morte”.

Ma hanno infine prevalso le tesi della difesa: “Non ci fu alcun arresto”, aveva sostenuto l’avvocato Mancini, “ma un semplice accompagnamento in caserma. Uva era pericoloso e, dopo le proteste dei cittadini, le forze dell’ordine hanno dovuto portarlo via”. Poi il suo cuore non ha retto e se n’è andato via per sempre.