Chiunque abbia esploso tre colpi di pistola contro l’abitazione dell’insegnante O.L.R., di 59 anni originaria di Aci Catena, in provincia di Catania, voleva intimidirla o forse punirla. La donna, maestra di una scuola elementare, appena una settimana fa è stata sospesa per 12 mesi a seguito dell’indagine della Procura etnea, per maltrattamenti fisici e psicologici ai danni dei suoi alunni. “Testa di scecco” (testa di asino) è stata una delle vessazioni contro i minori, riprese dalle telecamere nascoste dei carabinieri. E non solo. Perché nelle immagini ci sono anche colpi alla nuca, al viso o alle mani e bimbi strattonati con forza e rabbia. Erano stati i genitori di un alunno a denunciare le possibili violenze, notando il cambio d’umore del figlio, che oltre a non voler più andare a scuola aveva confidato di aver ricevuto uno schiaffo dalla maestra. Il giorno dopo la sospensione, un gremito gruppo di abitanti ha manifestato davanti all’istituto dell’insegnante. La donna si è trincerata dietro il silenzio e ora teme “la sua vita”, vista l’attenzione mediatica che ha suscitato il caso.
Quando successe a Spinelli
Era la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2012, quando quattro persone entrano in casa di Giuseppe Spinelli, allora tesoriere di fiducia di Silvio Berlusconi, e sequestrano lui e la moglie per alcune ore. L’obiettivo era chiedere all’ex capo del governo 35 milioni di euro in cambio di documenti “interessanti” sulla vicenda del lodo Mondadori: nel 2013 la Cassazione ha confermato la condanna contro la Fininvest, riducendo l’importo ma stabilendo il pagamento di poco meno di 500 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti. Spinelli così è stato vittima di un sequestro lampo, finito in un nulla di fatto: la banda non ha ottenuto un centesimo. Le carte peraltro non esistevano. Il ragioniere sporge denuncia a Milano. Un mese dopo scattano gli arresti: un barese, Francesco Leone, e 3 albanesi vengono ritenuti responsabili. In primo grado, nel processo abbreviato, vengono inflitte pene comprese tra i 4 anni e 8 mesi e gli 8 anni e 8 mesi, riqualificando il reato da sequestro a scopo di estorsione in sequestro “semplice” e violenza privata. In Appello, i giudici stabiliscono che si tratta di sequestro di persona, violenza privata e tentata truffa. Leone viene condannato a 6 anni e 8 mesi, agli altri sono state inflitte pene fino a 5 anni e 8 mesi.
Paolo Berlusconi pagò per documenti contro Cdb
Paolo Berlusconi ha pagato per ottenere documenti contro Carlo De Benedetti.
Su questa storia che rischia di far tornare in auge le antiche polemiche sulla cosiddetta “macchina del fango” è in corso un’inchiesta della Procura di Roma, che però sta indagando per calunnia su una vicenda molto più ampia. Una cosa è certa: il dossier era farlocco. Paolo Berlusconi invece pensava che le accuse all’ex editore di Repubblica fossero basate su carte vere. Quindi i pm romani non puntano il dito contro di lui, che avrebbe pagato inconsapevolmente, ma contro chi ha offerto i documenti per infangare ingiustamente il nome di De Benedetti.
L’inchiesta è segreta e i contorni sono poco definiti. Non parlano gli investigatori e non parla nemmeno la famiglia Berlusconi: “Paolo Berlusconi è parte offesa e danneggiato da questa vicenda e non dico una parola di più perché ci sono indagini in corso” è la risposta dell’avvocato e onorevole Niccolò Ghedini.
A prescindere dalla qualificazione giuridica dei fatti, è l’oggetto che rende imbarazzante per i Berlusconi questa vicenda. Le carte che l’editore de Il Giornale avrebbe tanto desiderato e per le quali ha sborsato una somma di denaro non sono carte qualsiasi. I documenti sarebbero stati utili per mettere in difficoltà De Benedetti, nemico giurato da decenni di Silvio Berlusconi, nella vicenda del Lodo Mondadori.
La pistola fumante da usare contro il rivale era però un mortaretto senza polvere da sparo. Paolo Berlusconi ha pagato per nulla.
La guerra di Segrate inizia nel 1990 e ha per oggetto il gruppo Mondadori con i settimanali Panorama ed Epoca e i quotidiani locali del gruppo Finegil più il quotidiano La Repubblica.
Nel 1991 la Corte d’Appello dà ragione a Berlusconi con una sentenza che poi si scoprirà essere frutto della corruzione del giudice Vittorio Metta. De Benedetti è costretto da quella sentenza a sedersi al tavolo con Berlusconi sotto la mediazione politica del premier di allora, Giulio Andreotti. Al leader di Forza Italia vanno Mondadori e i settimanali più un conguaglio. De Benedetti si riprende a caro prezzo Repubblica e L’Espresso.
Ai tempi supplementari però De Benedetti ottiene una vittoria inattesa e un risarcimento civile. Nel 2007 la Cassazione rende definitiva la sentenza penale di condanna per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, del giudice Vittorio Metta e dell’avvocato Pacifico. A seguito di questo verdetto penale, parte la causa civile del gruppo Cir di Carlo De Benedetti per il risarcimento. In primo grado, il 3 ottobre 2009, Fininvest è stata condannata a versare alla controparte quasi 750 milioni di euro per danni patrimoniali perché non c’era stato un giudizio imparziale. Il 9 luglio 2011, la Corte d’appello di Milano ha confermato questa decisione riducendo l’entità del risarcimento a 564 milioni di euro.
Due anni dopo, la Suprema Corte riconferma ancora la condanna, con un altro piccolo ritocco al ribasso fissando la cifra del risarcimento a poco meno di mezzo miliardo di euro. Un colpo duro da digerire per Silvio ma evidentemente per tutta la famiglia. Il dossier farlocco pagato da Paolo infatti sembrava utile proprio a mettere in dubbio l’ultimo verdetto civile.
Non è la prima volta che Paolo Berlusconi si trova coinvolto in storie di dossier utili al fratello per vincere le sue battaglie politiche o giudiziarie. Nel 2005 era stato proprio il fratello dell’ex premier a portare ad Arcore gli imprenditori del settore intercettazioni che avevano offerto a Silvio Berlusconi sul piatto d’argento un audio utile per vincere le elezioni del 2006 contro la sinistra: l’intercettazione del segretario dei Ds di allora, Piero Fassino, che parlava della scalata Bnl con il manager dell’Unipol, Giovanni Consorte. Il 31 dicembre 2005, su Il Giornale della famiglia Berlusconi, uscì la conversazione celebre nella quale Fassino diceva: “Abbiamo una banca”. Quella pubblicazione aiutò probabilmente il centrodestra alle elezioni dell’anno seguente ma è costata ai Berlusconi un processo per rivelazione di segreto chiuso senza danni, grazie alla prescrizione.
Stavolta non ci sono reati ma la spiegazione del comportamento di Paolo Berlusconi è simile: nessuna macchina del fango ma solo un editore a caccia di scoop. L’avvocato Niccolò Ghedini, senza entrare nel dettaglio, spiega: “In linea astratta, e non parlo del caso specifico, è ovvio che – se sono editore di un giornale che ha un interesse mediatico a una documentazione – e se mi dicono che la documentazione è genuina, non ci vedo nulla di inusuale a pagare per i documenti. Se poi sono falsi, sarà l’autorità giudiziaria a perseguire i responsabili”.
Roma, sgomberi di immobili comunali sospesi fino al 15.11
In attesa del nuovo regolamento per l’utilizzo o la vendita degli immobili comunali in concessione ad associazioni sociali e culturali non profit, il Campidoglio prende tempo per evitare un’estate di possibili sgomberi e polemiche. Gli sfratti per questi edifici saranno sospesi fino al 15 novembre. Il 28 maggio, 10 consiglieri del gruppo M5S hanno depositato una proposta di delibera per disciplinare la situazione fino all’autunno. Nel frattempo, l’Assemblea capitolina continuerà a lavorare sul nuovo regolamento cercando di “quantificare il fabbisogno di servizi e attività culturali e sociali” per poi “assegnare in via prioritaria” una porzione degli immobili comunali “con priorità nelle aree svantaggiate”. Gli sgomberi, spiega il testo, al momento produrrebbero solo un “impoverimento dell’offerta di servizi sociali e culturali”, e gli edifici, considerando i tempi delle gare, potrebbero subire la stessa sorte di altri dove “situazioni di degrado o di disuso rendendo oltremodo necessaria la riqualificazione”.
C’è un’indagine “segreta” interna alla Procura di Torino. E si muove anche l’Antimafia
L’autunno scorso l’allontanamento di quattro carabinieri in forza alla procura di Torino aveva suscitato silenzi imbarazzati nei corridoi del Palazzo di giustizia. Molti si chiedevano cosa fosse successo, chi sapeva non parlava. I quattro avevano avviato un’inchiesta non autorizzata per incastrare un loro collega, indagandolo per il furto di un hard disk della Procura e per le sue presunte assenze. Scoperta la questione, il procuratore Armando Spataro li ha allontanati, mentre l’inchiesta è stata archiviata e il carabiniere indagato è stato scagionato. La cosa è rimasta a lungo nota soltanto all’interno del Palazzo ed è emersa ieri, sulle pagine locali di Repubblica, all’indomani di un articolo de La Stampa su un’altra strana vicenda avvenuta in Procura: quella su un gruppetto di persone che si scambiavano favori, persone ora indagate per corruzione. Secondo quanto riportato dal quotidiano torinese, un carabiniere della polizia giudiziaria, Renato De Matteis (assistito dall’avvocato Stefano Castrale), avrebbe spesso segnalato il nome dell’avvocato Pierfranco Bertolino alle vittime di reati che si sarebbero sdebitati con favori: auto da carrozzieri e concessionari, operazioni chirurgiche da un medico oculista, interessamento per assunzioni da parte di un manager. Ma è una narrazione parziale di un’inchiesta più ampia condotta da ben tre magistrati: un pm del gruppo “Pubblica amministrazione” e due della “Direzione distrettuale antimafia”. Che c’entra l’antimafia? Questa indagine nasce da una fuga di notizie: nell’intercettazione in un procedimento della Dda, una persona riferisce a un’altra di aver saputo della presenza di alcune microspie e a dirglielo sarebbe stata una “talpa” in Procura.
Chi sia non è ancora noto, ma l’inchiesta si è allargata ed è ora alle sue fasi conclusive. Non risultano invece indagati i quattro carabinieri cacciati in autunno: contro di loro c’è solo un procedimento disciplinare. Molte domande restano ancora senza risposte: quella che ora viene rinominata “piccola organizzazione parallela” ha svolto solo un’indagine non autorizzata? Per quali scopi e a vantaggio di chi? La Repubblica nota che alcuni degli atti dell’inchiesta dei quattro sono stati vistati dal sostituto procuratore Andrea Padalino, “consapevole o no” della situazione, e che da dicembre il pm lavora ad Alessandria. Secondo il quotidiano il suo trasferimento è legato al caso dei carabinieri infedeli, ma in realtà ha risposto a un bando, un “interpello”, della Procura generale che voleva coprire i posti scoperti in quella sede giudiziaria. Nessun trasferimento disciplinare, che deve essere stabilito dal Csm, dove c’è un procedimento disciplinare su di lui, ma è slegato dal caso dei militari infedeli e riguarda “presunte violazioni procedurali”: “Non ha alcun collegamento fattuale o giuridico” con i “presunti rapporti illeciti tra un appuntato – che non è mai stato a me formalmente assegnato – e un avvocato che, addirittura, patrocinerebbe in tutti i miei processi e, cioè, in quasi mille fascicoli all’anno – ha dichiarato Padalino –. Non ho mai portato avanti indagini non ‘autorizzate’ in quanto i procedimenti di cui mi sono occupato in venti anni di permanenza a Torino mi sono sempre stati assegnati dai procuratori aggiunti”.
Il viceprefetto dell’Isola d’Elba a braccetto con la ’ndrangheta
Lo “zio” di Torino e il viceprefetto di Livorno. L’uomo della ’ndrangheta e l’uomo dello Stato. In una perfetta simbiosi criminale. Tanto più grave se si pensa che lo “zio” è Giuseppe Belfiore, fratello di Giovanni, ritenuto il mandante dell’omicidio di Bruno Caccia, procuratore di Torino assassinato nel 1983. L’inchiesta della Procura di Livorno, che ieri ha portato a 9 arresti, è piena di contatti tra “lo zio” e il vice prefetto Giovanni Daveti, reggente dell’isola d’Elba. Il gip Marco Sacquegna dispone per i due l’arresto in carcere, considerata “la caratura criminale dei due individui” e “la pluralità di interessi illeciti che li anima, la possibilità di estesissimi contatti con il mondo delle istituzioni, dell’imprenditoria, del terziario”. Per il gip è “impossibile” una “misura meno afflittiva della custodia in carcere”.
Per quanto possa apparire incredibile, queste parole sono per un uomo del governo: un viceprefetto che addirittura – scopre la Gdf, indagando sotto il coordinamento del procuratore Ettore Squillace Greco – incarica un uomo – Davide Alpe – di “trovare dell’esplosivo” per un attentato intimidatorio. Alpe si rivolge a Giambattista Ancarani, che in passato commerciava in fuochi pirotecnici, poi avverte Belfiore, quindi organizza la consegna dell’esplosivo. “Bersaglio della vendetta esplosiva”, scrive il gip, è l’automobile di tale Nicola Calderini, autore di una “presunta truffa immobiliare” ai danni di Stefano Carratore, persona vicina al viceprefetto. Daveti non sa che i finanzieri guidati dal comandante provinciale di Livorno, il colonnello Giuseppe Borrelli, seguono ogni sua mossa: il 16 novembre 2017 assistono all’incontro tra Alpi e Ancarani, partiti dall’Emilia Romagna con l’esplosivo, con Del Carratore e Daveti. Li osservano mentre spostano qualcosa nella Smart di Del Carratore mentre Daveti “consegna qualcosa (verosimilmente denaro) ad Ancarani”. Poi i militari seguono la Smart, la fermano, sequestrano l’esplosivo e arrestano Del Carratore. E il viceprefetto Daveti che fa? Va a trovarlo giorni dopo l’arresto e gli chiede: “Per ora te non hai detto nulla?”. “Zero”, gli risponde Del Carratore, “non ho detto nemmeno quando sono nato”. “Te quegli altri non li conosci nemmeno?”, continua il viceprefetto, riferendosi ad Alpi e Ancarani. “A parte che non li conosco”, è la risposta, “ma anche qualora sapessi nome e cognome non è nel mio…”.
Il viceprefetto, annotano gli inquirenti, è preoccupato. E aggiunge: “No, no anche perché poi loro cercano di trovare il gruppo… perché poi il gruppo al limite creerebbe l’associazione per delinquere…”.
E infatti i finanzieri il “gruppo” l’hanno trovato. E la Procura contesta proprio l’associazione per delinquere finalizzata a una lunga serie di reati contro la Pubblica amministrazione. Un “sodalizio criminale” messo in piedi grazie all’aiuto della ’ndrangheta che aveva soprattutto un obiettivo: evadere il fisco. Daveti e gli altri otto – in totale si contano 27 indagati – hanno utilizzato la “conoscenza” di Belfiore per azzerare pendenze debitorie con il fisco tramite la creazione di inesistenti crediti Irpef per compilare i modelli F24.
Daveti così è riuscito a compensare debiti per 115 mila euro con il fisco grazie a tre pagamenti da un euro affiancati dalla “fittizia compensazione di decine di migliaia di euro”. Con questo meccanismo, tra il 2016 e il 2017, l’organizzazione ha evaso un milione di euro. Inoltre il sodalizio aveva messo in piedi anche un “sofisticato sistema di frode” che consentiva agli indagati di eludere le accise sugli alcolici e di contrabbandare circa 9 tonnellate di sigarette arrivate dalla Guinea Bissau e sequestrate il 25 maggio nel porto di Livorno. Daveti e compagni avevano architettato un sistema di viaggi fittizi di alcolici fatti transitare in paesi con aliquote più basse (come il Regno Unito) per poi essere trasportati in paesi extra-Ue, facendo risultare la merce in transito e ottenendo la totale esenzione dalle accise. Il sistema messo in piedi si capisce da un’intercettazione tra Davide Alpi e Daveti che parlano di un “nuovo cliente spagnolo”: “cosa devo chiedergli in sostanza?” chiede il viceprefetto. “Che deve… se deve chiudere la pratica fuori… io pensavo fosse… che deve venire in Italia e c’è da pagare in Italia e tutto quanto… non c’è da pagare niente perché va all’estero”. Non solo. Dagli atti emerge che il viceprefetto e Belfiore avevano deciso di “utilizzare la società London Ltd, che Daveti ha in Inghilterra, per investire fondi illeciti provenienti da Belfiore”.
Vendetta basca, basta bombe meglio il voto
La certezza che il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy questa volta deve lasciare veramente la Moncloa è arrivata dalla regione autonoma dei paesi baschi.
L’immarcescibile Rajoy è stato costretto a subire la zampata mortale della Nemesi e a lasciare un incarico già tribolato a causa dei risultati delle ultime due elezioni generali.
Senza confondere l’Eta, l’ex organizzazione socialista rivoluzionaria basca di liberazione nazionale con il nazionalismo basco, viene infatti da evocare la Dea greca della “distribuzione della giustizia” apprendendo che proprio il partito nazionalista basco, Pnv, da Bilbao, è stato determinante per sfiduciare Rajoy. Il premier conservatore aveva dimostrato tutta la propria riluttanza, per usare un eufemismo, nei confronti della ricerca di un dialogo pacifico e di riconciliazione da parte dei baschi più indipendentisti, non più tardi di quattro settimane fa. Ovvero quando il 3 maggio scorso accolse la dichiarazione pubblica di scioglimento dell’Eta con queste parole: “Rumore, propaganda, la sola verità è che l’organizzazione separatista è stata sconfitta dall’azione dello Stato di diritto e dalla forza della democrazia spagnola”.
Rajoy quindi escluse che, nonostante la dissoluzione, i membri dell’ex gruppo armato possano ottenere “impunità per i loro crimini”. I membri del partito basco, durante la riunione plenaria di ieri, hanno deciso di votare la mozione di sfiducia contro Rajoy facendo salire a 176 il numero dei parlamentari a favore della sua cacciata, cioè la maggioranza assoluta.
Il capogruppo del Pnv, Aitor Esteban, ha detto alla tribuna del Congresso che i 5 deputati nazionalisti baschi voteranno la sfiducia al premier e indicheranno per la sua sostituzione il leader socialista Pedro Sanchez.
L’appoggio dei 5 deputati baschi dovrebbe permettere che la mozione ottenga i 176 voti su 350 necessari per essere adottata. Finora per la sfiducia si sono pronunciati Psoe (85) e Podemos (71) con i loro alleati, i 17 nazionalisti catalani, il Pnv (5) e i 2 separatisti baschi di Bildu.
La direzione del Partito nazionalista basco (Pnv) ha già comunicato al governo che appoggerà la mozione di sfiducia depositata dai socialisti. Mentre il dibattito in Parlamento è in corso, è atteso l’intervento di oggi pomeriggio del portavoce del Pnv, Aitor Esteban.
L’esecutivo del Partito nazionalista basco è diventato pertanto l’ago della bilancia del destino di Rajoy e del suo governo.
Per quanto riguarda la questione della lotta indipendentista basca, nella lettera che l’Eta diffuse ad aprile quando stava per definire il proprio scioglimento, si leggeva ancora in filigrana come il gruppo armato consideri ancora aperto un conflitto con la Spagna e con la Francia: “Il conflitto non è iniziato con l’Eta e non si conclude con la fine del percorso dell’Eta”.
Ma dopo nemmeno tre settimane, con un altro messaggio diffuso dai media baschi, il gruppo chiedeva perdono alle vittime e riconosceva il danno causato alla popolazione spagnola. Con la decisione di sfiduciare Rajoy, i baschi – tutti – mostrano di voler collaborare con i socialisti, cioè coloro che hanno appoggiato il loro tentativo di bandire la violenza e aprire un dialogo civile con il governo centrale.
Rajoy oggi verrà “matato”. La Spagna in crisi di nervi
“Continuerò a essere spagnolo”, afferma Mariano Rajoy nel primo giorno di discussione parlamentare sulla mozione di sfiducia che il Psoe ha presentato per disarcionarlo dalla Moncloa. E sembra quasi un saluto di fine carriera, dopo il confronto serrato con il leader socialista Pedro Sánchez durato tutta la mattina. In cui ha provato a relativizzare la sentenza dello scorso 25 maggio sul caso di corruzione Gürtel, che ha visto implicati alcuni ex dirigenti del suo partito, avallato l’esistenza di un bilancio opaco del PP cresciuto sullo scambio tra mazzette e favori, leso la sua credibilità come testimone. Lo ha fatto buttando fango ovunque, perché “c’è corruzione dappertutto”; accusando il suo avversario di voler governare a tutti i costi “senza passare per le urne”.
Ha parlato di “un governo Frankenstein”, come è andato ripetendo negli ultimi giorni, perché appoggiato da una miriade di formazioni parlamentari e soprattutto dagli indipendentisti, e di una “mozione di sfiducia agli spagnoli che a Sánchez non hanno fatto caso nelle urne”. Ma è un Rajoy stanco, ancora con un guizzo d’ironia, per la prima volta però in difficoltà. Perché ormai appare evidente che la mozione oggi avrà i numeri per passare. Anche se bisognerà aspettare ancora qualche ora perché il Partito nazionalista basco decida definitivamente il suo voto favorevole.
“La mozione che presentiamo è la conseguenza di fatti gravissimi che provocano indignazione e che richiede una risposta forte della Camera. Nasce dall’incapacità di Rajoy di assumersi le sue responsabilità politiche”, esordisce Sánchez illustrando la mozione di sfiducia presentata dal suo gruppo. “Ma – continua anche in risposta alle accuse di opportunismo che gli vengono rivolte – questo scenario può cambiare ora, è disposto (Rajoy, ndr) a dare le dimissioni?”. Sprezzante il presidente del governo gli ribatte: “Perché dovrei dimettermi se ho la fiducia dei cittadini e del Parlamento?”. E poi sparisce per tutto il pomeriggio, senza più presentarsi in emiciclo; tra le congetture quella che stia meditando le dimissioni, ma dal suo governo smentiscono.
Una strada invocata da Rivera di Ciudadanos, che propone “una soluzione pattuita con Rajoy per convocare nuove elezioni”. È preoccupato il leader della formazione arancione di non poter capitalizzare il successo elettorale che i sondaggi gli pronosticano e di ritrovarsi la scena occupata dal leader socialista. Dichiara che voterà contro la mozione “per evitare che gli indipendentisti baschi e catalani prendano le decisioni per noi”, ma sa di apparire come l’unico sostegno al Partido Popular.
Il PNV, cui Sánchez promette che adotterà la legge di Bilancio per il 2018 appena approvata dalla Camera, nel primo pomeriggio decide di votare la mozione, perché la sentenza Gürtel definisce un prima e un dopo e “il dibattito trascende l’aspetto giuridico”.
A favore voteranno anche gli indipendentisti catalani e quelli baschi di Bildu, nonostante i socialisti siano stati corresponsabili del commissariamento delle istituzioni catalane. È un voto per cacciare Rajoy, riaprire la possibilità di un dialogo su cui il candidato alla presidenza s’impegna. “Il nostro voto favorevole non è a sostegno del Psoe, è un No a Rajoy”, dichiara Tardà per Esquerra Republicana. “La mozione era obbligata per ragioni di igiene democratica”, motiva il voto favorevole Campuzano, del Partit Demòcrata Català.
“Meglio tardi che mai, la votiamo perché diventi il presidente del governo spagnolo”, inizia il suo discorso il segretario di Podemos Iglesias. Perciò “deve presentare un programma dettagliato, perché lei deve parlare agli spagnoli e apparire presidenziabile, deve assumere la sfida territoriale e costruire una maggioranza parlamentare che vada oltre i suoi 84 deputati”.
Nucleare, Kim affida la parte diplomatica al suo ex 007
Tra spioni ci s’intende. A volte meglio che fra leader. Ieri Donald Trump se n’è allegramente partito per il Texas, annunciando che i preliminari del Vertice con il presidente nord-coreano Kim Jong-un “vanno molto bene”. A New York, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo e il fiduciario di Kim, Kim Yong-chol, vicepresidente del Comitato centrale del Partito dei Lavoratori, lavoravano sodo, mentre emissari di Pyongyang portavano alla Casa Bianca una lettera ‘da presidente a presidente’.
Pompeo e Kim Yong-chol sono stati entrambi al vertice dell’intelligence nei loro Paesi. Kim, che sarebbe nato nel 1945, è una vecchia volpe, che ne ha viste (e fatte) di tutti i colori nei sette anni (dal febbraio 2009 al gennaio 2016) alla direzione dell’Ufficio d’intelligence centrale nord-coreano. Al confronto, Pompeo, 55 anni, è, se non un dilettante, un pivellino: lui la Cia l’ha guidata per soli 15 mesi, dall’inizio della presidenza Trump a quando, in aprile, è diventato segretario di Stato.
Di origini abruzzesi – la nonna paterna era figlia di due migranti da Caramanico Terme, Pescara –, Pompeo è stato fra i protagonisti della distensione nord-coreana, con una missione, tenuta segreta fino a cose fatte, a Pyongyang, ancora prima d’essere confermato segretario di Stato. Negli ultimi dieci giorni ha molto contribuito a rilanciare la prospettiva di un Vertice a Singapore tra Trump e Kim il 12 giugno, dopo che Trump l’aveva bruscamente cancellato scrivendo a Kim il 24 maggio: non se ne fa più niente. Da quel momento, è stato un intreccio di contatti, anche tra il presidente sud-coreano Moon Jae-in e Kim, che si sono rivisti senza tutto il folklore del 27 aprile. Il valzer ha coinvolto anche la Cina e la Russia: ieri, il ministro degli Esteri Lavrov era da Kim.
Lo scrittore “morto” che beffò Ceausescu
Il caso di Arkady Babchenko non è stato il primo. Mentre i media internazionali riportavano attoniti la messinscena orchestrata dai servizi segreti ucraini del finto omicidio del giornalista russo dissidente, dato per morto ammazzato e “resuscitato” in conferenza stampa, i media francesi ricordavano una vicenda simile: quella di Virgil Tanase, un “falso” omicidio anche questo, organizzato dai servizi segreti francesi nel maggio 1982.
Lo scrittore rumeno, fervente oppositore del regime di Ceausescu, aveva trovato rifugio a Parigi nel ‘77, proprio come più di 40 anni dopo ha dovuto fare Babchenko, stabilendosi in Ucraina, a Kiev, perché minacciato in Russia per la sua opposizione al governo Putin. Ma neanche in terra d’esilio i dissidenti possono dirsi del tutto al sicuro. Nell’82, il controspionaggio francese, all’epoca la DST, ritenne infatti che i servizi segreti rumeni, la Securidade, stessero preparando un attentato per eliminare lo scomodo intellettuale.
Tanase aveva appena firmato un articolo molto critico contro il dittatore rumeno sulla rivista underground Actuel. Un “violento pamphlet in cui il capo dello Stato rumeno veniva chiamato Ceausescu I re comunista”, scriveva La Croix in un articolo dell’1 settembre ‘82, ripubblicato ieri on line.
La soffiata arrivò ai francesi dallo 007 rumeno Mateï Haiducu, che avrebbe dovuto “liquidare” Tanase, e con lui un altro dissidente, Paul Goma, sempre rifugiato a Parigi. Haiducu invece si era fatto un esame di coscienza, aveva contattato la DST, riportato i piani della Securidade e contribuito a salvare la vita dello scrittore. La vicenda ha molti elementi in comune con l’affaire Babchenko. Virgil Tanase venne rapito (per finta) mentre usciva da casa sua, vicino alla place de la Bastille, il 20 maggio ‘82. Alcuni testimoni allertarono la polizia del sequestro di persona avvenuto sotto ai loro occhi. A segnalare la scomparsa di Tanase fu la moglie, preoccupata di non avere notizie del marito per ore. Come la moglie di Babchenko, anche lei non era stata messa al corrente. Il presunto rapimento dello scrittore riempì le prime pagine dei giornali. Un’inchiesta fu aperta da un giudice ignaro.
La vicenda si trasformò in affare di stato. La Securidade, braccio operativo di Ceausescu, fu accusata di essere all’origine della scomparsa e forse della morte del dissidente. Il presidente François Mitterrand annullò un viaggio ufficiale a Bucarest e il tempo gli dette ragione per questo boicottaggio. Nel frattempo Tanase era stato portato in un luogo sicuro in Bretagna. Fu raggiunto dalla famiglia. La messinscena non durò 24 ore come per Babchenko ma tre mesi. Il tempo necessario allo 007 che aveva tradito Bucarest, Haiducu, di mettere a sua volta in salvo la sua famiglia in Francia. La verità fu rivelata il 30 agosto da Le matin de Paris (un quotidiano che non esiste più dal 1987) e lo scrittore vivo e vegeto fece la sua comparsa in una conferenza stampa tra gli amici della redazione di Actuel. Si spiegò che era stato necessario farlo credere vittima di un sequestro per potergli salvare la vita. Lo scalpore sollevato dalla notizia del rapimento ostacolò, allora e in seguito, l’organizzazione di un attentato (vero) a suo danno. Tanase è stato direttore dell’Istituto rumeno di cultura di Parigi ed è autore di numerosi romanzi. Oggi ha 72 anni.