Trump “eroe” protezionista Europa, sono dazi amari

Contrordine, cari concittadini americani: i cattivi del mondo non sono più i cinesi, ma gli europei, specialmente i tedeschi, che ci invadono con le loro auto. E noi li colpiamo duro: è questa la linea del presidente Trump a una settimana dal vertice del G7 in Canada che sarà, quindi, la scena dell’ennesimo litigio Usa-Ue.

La guerra sui dazi di The Donald suscita foschi ricordi – i conflitti commerciali della prima metà del XX Secolo sono stati forieri d’inenarrabili tragedie – e anche echi recenti, meno drammatici, ma con un impatto sempre negativo sull’economia internazionale.

Annunciati e tenuti in sospeso fino al primo giugno, i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio da Europa, Canada e Messico entrano in vigore dalla mezzanotte di Washington, le sei del mattino in Italia. L’ha indicato il segretario al Commercio Wilbur Ross, constatando che i negoziati Usa-Ue non avevano avuto un esito positivo. Nelle scorse settimane, invece, le trattative con la Cina avevano condotto a una tregua tra Washington e Pechino.

Il presidente Trump ha giustificato i provvedimenti protettivi del mercato statunitense dell’acciaio e dell’alluminio con una minaccia alla sicurezza nazionale: l’import è così alto che rischia “di indebolire la sicurezza nazionale”. L’affermazione del presidente non trova, però, riscontri oggettivi, secondo i media americani più qualificati. Finora, i Paesi dell’Unione europea, il Canada e il Messico – legati agli Stati Uniti dal Nafta, cioè dall’area di libero scambio nord-americana – erano esentati dalla tariffa del 25% sull’import in Usa di acciaio e da quella del 10% sull’import di alluminio.

A rischio dazi anche l’import da Australia, Corea del Sud, Argentina e Brasile, tutti Paesi, come quelli dell’Ue, tradizionalmente considerati alleati dagli Stati Uniti.

Immediata la reazione europea, della politica e dell’industria. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker parla di “puro protezionismo” e preannuncia “contro-misure”. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani assicura: “Risponderemo presto e con tutti i mezzi disponibili”.

I negoziatori Ue testimoniano d’avere fatto “tutto il possibile per evitare i dazi”. Berlino e Parigi s’impegnano a dare “una risposta coordinata a livello europeo”.

L’industria del settore e nel suo insieme chiede tutela. Anche il Messico prepara contromisure. In questo coro, è stonata la voce della Gran Bretagna: Theresa May pensa a una “esenzione britannica” in chiave Brexit e nel nome – o nella nostalgia – della relazione privilegiata con gli Stati Uniti. Che, dal canto loro, di fronte alla marea delle reazioni, affermano: “Andremo avanti con la lotta agli abusi”.

La sensazione è che il conflitto possa ancora aggravarsi. Gli Stati Uniti, che hanno già condizionato l’economia europea con le sanzioni all’Iran, che colpiscono anche gli investimenti dall’Ue, sono pronti a colpire anche l’import di auto dall’Europa e, in particolare, secondo il settimanale tedesco WirtschaftsWoche, a mettere al bando le auto di lusso tedesche. Sarebbe una ‘punizione’ inflitta alla Merkel, la più ferma fra i leader europei nel contrastare le mosse divisorie del presidente Trump.

Ma anche l’economia italiana rischia di subire conseguenze pesanti in questo conflitto, proprio quando la ripresa e la crescita stanno già subendo rallentamenti: di qui al 2020, Ue e Osce non sono ottimisti, per il nostro Paese, mentre l’occupazione, dopo una breve tregua, segna una battuta d’arresto dei posti di lavoro a tempo indeterminato e una risalita del precariato.

Fogne e depuratori, dalla Corte Ue multa milionaria all’Italia

La Corte di giustizia Ue ha imposto all’Italia una multa da 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma di reti fognarie e sistemi di depurazione delle acque di 74 centri urbani. La multa va ad aggiungersi ai circa 300 milioni che l’Italia ha pagato finora per altre due condanne: nel 2015 sull’emergenza rifiuti in Campania e nel 2014 sulle discariche abusive. E lo Stato continua a pagare 120 mila euro al giorno fino a che la situazione in Campania non sarà normalizzata, 400 mila euro al semestre per ogni discarica irregolare con rifiuti pericolosi non sanata e 200 mila euro ogni sei mesi per quelle con rifiuti non pericolosi. Una situazione “grave”, ammette il ministero dell’Ambiente, sottolineando che le multe sono “più che dimezzate rispetto a 6 anni fa” e che sono stati programmati 124 interventi nei 74 agglomerati per 1 miliardo e 800 milioni. Sulle acque di scarico eravamo già stati condannati dalla Corte Ue nel 2012. A oltre sei anni di distanza il numero delle aree non conformi si è ridotto da 109 a 74 (50 in Sicilia, 13 in Calabria, 6 in Campania, casi anche in Friuli, Liguria e Puglia). Oggi sono circa 900 in tutta la Penisola gli agglomerati non in regola con fogne e depuratori.

Bressa trova il posto all’ex senatrice

“Ambasciatrice” della Provincia di Bolzano a Roma. Quando in Alto Adige hanno letto il documento di nomina è scoppiato il finimondo. Un po’ perché Francesca Puglisi non è altoatesina, ma bolognese e non ha il patentino di bilinguismo. Un po’ perché è un’ex senatrice del Partito democratico che di questi tempi non va molto di moda. Ma soprattutto perché Puglisi in città è conosciuta come “la compagna di Gianclaudio Bressa”.

“Ci siamo lasciati”, giura e spergiura lei. Ma il caso ormai è scoppiato, perché Bressa è stato il politico italiano più influente dell’Alto Adige: sottosegretario con delega agli Affari Regionali del governo Gentiloni. Di sicuro l’italiano più amato dalla comunità di lingua tedesca, visto che proprio a Bressa molti attribuiscono il merito delle tante – per gli italiani troppe – conquiste dei sudtirolesi.

Ma Bressa è soprattutto l’uomo che alle ultime elezioni ha sostenuto e trascinato la candidatura di Maria Elena Boschi nel blindatissimo collegio bolzanino. Lui in Senato, lei alla Camera, mentre il Pd in tutta Italia affondava loro ce l’hanno fatta.

E ora tanti politici locali si scagliano contro l’ex sottosegretario. Puntano il dito contro l’assunzione a tempo determinato – fino a dicembre, rinnovabile per due anni – di Puglisi. Come ha raccontato Francesca Gonzato sul quotidiano Alto Adige, il documento di nomina della Provincia parla di incarico “per la profilazione della percezione e dell’immagine dell’Alto Adige sul territorio nazionale”. Puglisi con i suoi modi cordiali da bolognese e la sua esperienza (come senatrice, ma anche come responsabile del marketing) dovrebbe svolgere ‘un’operazione simpatia’ per Bolzano. Che nella Capitale gode fama di grande efficienza, ma non esattamente di travolgente cordialità nei confronti degli italiani. Così ecco il contratto: l’impegno di spesa previsto dalla delibera è 53mila euro per emolumenti, 15mila per oneri e 5mila per Irap. Sede di lavoro: Roma, negli uffici capitolini della Provincia di Bolzano. “Tutto è passato attraverso un concorso”, assicurano in Provincia. Avevano risposto due candidati, ma ai colloqui è arrivata soltanto Puglisi.

Appena diffusa la notizia sono cominciate le polemiche. Quel nome era troppo noto in città.

L’ex senatrice (e a lungo responsabile Scuola del Pd) ribatte: “C’è stato un bando, ho risposto. Ho affrontato un colloquio. Andate a vedervi il mio curriculum… sono stata responsabile del marketing e dell’ufficio stampa in società e teatri. Nessun favoritismo”. Certo che proprio nella città di Bressa… “Il nostro rapporto da poco tempo è finito”.

Giacomo Bezzi, consigliere provinciale di Forza Italia, storce il naso. Stupito che a un annuncio online per un posto di questo tipo abbiano risposto soltanto due persone. E che una sola sia arrivata al colloquio.

“Se nessuno ha risposto, mica è colpa di Puglisi”, risponde Bressa, “Non si può punirla perché era la mia compagna. E non si può pensare che un ex parlamentare non debba più lavorare. Si è sempre occupata di marketing, aveva i titoli”. Ma deve lavorare per la Provincia di Bolzano e non parla tedesco. Com’è possibile? “Deve stare a Roma, avere contatti con le istituzioni italiane. Il tedesco non serve”.

Gli Usa: “Istituto problematico” Deutsche Bank crolla in Borsa

Deutsche Bank, in un report inviato a clienti e investitori istituzionali a fine 2017, citava le elezioni in Italia tra “i fattori di rischio per i mercati finanziari”. La più grande banca d’Europa e tra le più grandi del mondo ha dimenticato di citare se stessa come rischio assai maggiore: ieri l’istituto – seduto su una montagna da poco meno di 50mila miliardi di derivati, una quindicina di volte il Pil della Germania – è di nuovo crollato in Borsa andando vicino al minimo storico di valore delle sue azioni, cioè 8,88 euro toccato a settembre 2016, quando si parlava apertamente di intervento pubblico per una banca decisamente too big to fail (troppo grande per fallire). La situazione fu tamponata, senza grande successo, con un aumento di capitale nel 2017 da 8 miliardi di euro (già bruciato) e la promessa di un piano di tagli, aumento dei ricavi e maggiore prudenza.

Non è andata benissimo, visto che Deutsche Bank ha annunciato da pochi giorni che anche il 2017 – come i due anni precedenti – si è chiuso in perdita (512 milioni contro una previsione di 290) e coi ricavi in calo del 12%. Il 2018 non sta andando meglio: ricavi ancora in calo del 5%, utile netto di 120 milioni di euro in tracollo rispetto ai 575 milioni dell’esercizio precedente. Numeri che hanno portato alla cacciata dell’ex ad John Cyran e, nell’assemblea dei soci della settimana scorsa, all’annuncio di ulteriori 7mila esuberi tra i dipendenti e un più deciso contenimento dei costi.

Il mercato non si è fidato e ieri è arrivata la mazzata: il Wall Street Journal, non smentito, ha rivelato che la Fed ha messo le attività americane di Deutsche tra quelle in “condizioni problematiche”, “una rara censura per una delle maggiori istituzioni finanziarie”. Questo, spiega il giornale, è avvenuto circa un anno fa e ha costretto l’istituto tedesco a ridurre l’assunzione di rischi nel trading e nei prestiti: ogni decisione su assunzioni e licenziamenti dei manager negli Usa, infine, è oggi sottoposta al vaglio della Fed.

Dicevamo del crollo di ieri: il titolo Deutsche dopo aver sfiorato i 9 euro per azione (ha chiuso a 9,15 euro) cioè il 6,4% in meno in un giorno e addirittura il 42% rispetto al 1° gennaio 2018, quando quotava circa 16 euro per azione (a non dire degli 83 euro del 2007, prima della crisi dei subprime). Deutsche, ovviamente, non commenta, ma sostiene di essere ben capitalizzata e piena di liquidi: resta che 9,5 euro per azione era considerata dagli analisti la soglia d’allarme.

Angela Merkel, insomma, ha un enorme problema dentro casa che tenta invano di risolvere da anni con una fusione con Commerzbank, secondo istituto tedesco, anch’esso non proprio ben messo e che rischia di finire gambe all’aria nel tentativo di risanare Deutsche, istituto che nell’era di Josef Ackermann (2002-2012) è stato tra i più spericolati al mondo e, negli anni successivi, tra i più multati (scandalo Libor, mutui subprime, etc). E dire che grazie ai soldi dell’Ue e alla Troika non ha dovuto pagare il prezzo dell’eccessiva esposizione in Grecia, Spagna, Irlanda…

A un livello più generale non è un caso che la banca tedesca affronti i problemi più rilevanti negli Stati Uniti (affrontando una “rara sanzione”, come scrive il WSJ): per alcuni analisti è solo un pezzo della “guerra economica a bassa intensità” tra Usa e Germania iniziata ai tempi di Barack Obama e intensificatasi con Donald Trump.

In sostanza, Washington accusa Berlino di aver accumulato un eccessivo surplus rispetto agli Usa anche grazie al fatto che l’euro per i tedeschi è una moneta fortemente svalutata: lo scandalo Dieselgate (Volkswagen), l’occhiuto controllo bancario e ora i dazi commerciali che colpiscono soprattutto la Germania – per non citare che i casi più noti – non sono altro che schermaglie di questo confronto che va avanti da anni. Ci sarebbe peraltro, o così sostengono fonti del Tesoro, la mano delle grandi banche americane dietro la relativa calma sui mercati riguardo all’Italia dopo il picco dello spread ben oltre 300 punti di martedì: clima di (relativa) pace che ha tolto un’arma a chi voleva che i mercati insegnassero agli italiani a non affidarsi a partiti sgraditi a Bruxelles e Berlino.

Tornando a Deutsche Bank, definita a suo tempo dal Fmi “il più grande rischio sistemico del mondo”, è la vera bomba sotto l’Eurozona: se dovesse aver bisogno d’aiuto ed essendo impensabile lasciarla fallire, sarebbe il governo a dover intervenire con (moltissimi) soldi pubblici. Problema: a differenza di qualche anno fa, quando Merkel salvò il sistema bancario tedesco con circa 200 miliardi di euro, oggi i salvataggi pubblici sono vietati. Se accade l’imponderabile, insomma, per salvare Deutsche e l’economia tedesca, Merkel sarebbe costretta a uscire dall’euro.

Genova, la M5S Salvatori fischiata dai No Terzo Valico

Rivolta anti-M5S con una valanga di fischi. È toccato ad Alice Salvatore, consigliera regionale Cinque Stelle in Liguria. All’assemblea No-Tav è stata sommersa dalle contestazioni dei suoi ex sostenitori: i comitati contrari al Terzo Valico ferroviario tra Liguria e Piemonte.

Le nuove alleanze romane hanno finito per schiacciare i Cinque Stelle liguri. Da sempre contrari alla grande opera da 6,2 miliardi, alla fine si sono alleati con la Lega che da sempre sostiene fortemente il Terzo Valico. E lo stop al cantiere è scomparso dal contratto di governo. Una decisione che non è stata perdonata: “Arrampicarsi sugli specchi, difendere un contratto di governo vergognoso: questo è diventato il M5S”, attaccano i No-Tav. Salvatore, dicono, ha parlato “dieci minuti per non dire nulla, ma chi era in sala sa bene che il tempo delle vostre bugie è finito. Siete una costola del sistema. Tra cemento e ambiente avete scelto il cemento. Tra le poltrone e la salute avete scelto le poltrone! Vergognatevi!”.

Ma il patto M5S-Lega in Liguria sta disorientando tutti. A cominciare dal governatore Giovanni Toti che è di Forza Italia, ma molto vicino a Matteo Salvini.

Fazio non ha chiamato il Tg1, ma ha offerto spazio a Raiuno

La Rai smentisce che tra Fabio Fazio e il direttore del Tg1 Andrea Montanari domenica scorsa vi sia stata una telefonata in cui il conduttore ha offerto a Montanari la disponibilità a non andare in onda per fare spazio a uno speciale Tg1 sulla crisi politico-istituzionale. “La Rai, Fabio Fazio e Andrea Montanari smentiscono categoricamente l’esistenza di una telefonata intercorsa tra Fazio e il direttore del Tg1 nella giornata di domenica 27 maggio. L’azienda precisa inoltre di aver già comunicato al Fatto tale smentita nel pomeriggio di mercoledì, sottolineando una volta di più la mancanza di fondamento di tali voci”, si legge in una nota di Viale Mazzini.

Premesso che nella giornata di mercoledì la Rai non è entrata nel merito della telefonata a Montanari, limitandosi a far sapere che nessuna comunicazione da parte di Fazio era arrivata al vertice dell’azienda, nell’edizione di ieri del Fatto abbiamo riportato due versioni della storia: la prima dava conto della telefonata a Montanari e la seconda della comunicazione della disponibilità di Fazio non al direttore del Tg1, ma alla rete. Se la prima si è rilevata infondata – e di questo ci scusiamo con il direttore Montanari e con tutta la redazione del Tg1 –, la seconda invece ci è stata confermata anche ieri dall’entourage di Fabio Fazio. A quanto ci risulta, il conduttore domenica sera aveva comunicato al dirigente di Rai1 presente nel suo studio di essere pronto a sospendere la trasmissione per fare spazio all’informazione.

Sulla vicenda interviene anche la redazione del Tg1. “In merito alle notizie apparse che descrivono un Tg1 restìo a fronteggiare l’emergenza determinatasi nella politica italiana domenica scorsa, i giornalisti del Tg1 intendono precisare che mai e in nessun momento sono venuti meno al loro dovere di fornire un’informazione tempestiva, corretta ed esaustiva”, si legge in una nota del Cdr. Evidentemente Rai1 e il Tg1 non si parlano.

Cottarelli, lo zaino e la maledizione Chigi

Che il mandato di Carlo Cottarelli fosse frugale s’era capito dagli accessori. Per esempio, dall’austero zainetto che l’ha scortato. Troppo piccolo per trasportare i faldoni di governo, troppo misero per affrontare la ribalta mondiale.

E poi c’è un contenzioso irrisolto con la maledizione che perseguita l’economista con studi alla London School of Economics: ogni volta che s’avvicina nei dintorni di Palazzo Chigi – per tagliare la spesa o per contenere, se non proprio tagliare, il debito pubblico – l’unico che viene tagliato con la rituale accetta, e cioè con maniere spietate (Matteo Renzi vi dice qualcosa?), è il medesimo sciagurato Cottarelli.

Il nostro – al pari dello sciagurato Egidio Calloni – gioca da campione in allenamento e poi fallisce la partita che vale la stagione. Non per propri demeriti, per carità.

Il prof. ha scalato il Colle domenica a tarda sera durante il putiferio di una “guerra civile social”. Ha accettato da Sergio Mattarella l’incarico di formare un governo contro una maggioranza parlamentare in rivolta e da allora s’è barricato in una sala di Montecitorio per convincere reticenti colleghi prof. (o tecnici) a sacrificarsi per l’Italia.

Con l’iconico zainetto, martedì Cottarelli era pronto a sciogliere la riserva, a giurare sull’invocata Costituzione, a schiantarsi in Parlamento, a riportare una nazione malconcia al voto in estate. Poi l’hanno fermato e, per non disturbare, è scappato dal retro del Quirinale. Ancora su e giù per due giorni e ieri sera, con un incontenibile sentimento di liberazione, si è congedato dai corazzieri e dai giornalisti con le rituali comunicazioni di servizio e con una sincera osservazione: “Non è più necessario un esecutivo tecnico. La soluzione di un governo politico è di gran lunga la migliore”. Ringrazia i collaboratori, i dipendenti di Montecitorio e si scusa con i giornalisti. Applausi.

Ex uomo del Fondo monetario internazionale e perciò di bilanci, formule e rigore, Cottarelli ha assunto ormai una dimensione mediatica con le costanti presenze in televisione. In versione “bella di Torriglia”, in campagna elettorale, i partiti l’hanno omaggiato con profferte di ministeri virtuali, apprezzamenti di qua, corteggiamenti di là. Lusingato, il prof. non si è negato mai. E per connaturata disponibilità agli interventi disperati, Cottarelli non ha rifiutato la convocazione notturna al Quirinale per traghettare l’ignoto verso il nulla. Finché la politica – nelle fatidiche 48-72 ore che servono a decifrare il quadro clinico – s’è risvegliata. Cottarelli ha funzionato. E non ha smesso di affascinare. Il governo neutrale non rischiava di prendere zero voti. Uno l’ha raccolto nel pomeriggio di ieri: “Se il governo Cottarelli dovesse andare in aula lo voto certamente, anche se fossi l’unico, la cosa non mi creerebbe nessun imbarazzo”, ha promesso Bruno Tabacci. Ora Cottarelli è in un luogo sicuro.

“Savona fu molto amico del Gran Maestro Corona”

Più o meno velatamente, la voce rimbalza da una decina di giorni, da quando cioè al Quirinale è scattato l’allarme sul suo nome, fino alla drammatica crisi istituzionale di domenica sera, 27 maggio, con il veto del capo dello Stato sulla sua nomina a ministro dell’Economia.

Parliamo ovviamente di Paolo Savona, l’ottuagenario economista che con le sue critiche all’euro è passato d’emblée da un solido ruolo d’establishment a quello di amico rivoluzionario del popolo gialloverde.

Un bel salto, appunto, nonostante le voci su una sua presunta affiliazione alla massoneria che ieri sono deflagrate grazie a un’indiscrezione riportata dal Corriere della Sera. Questa: Luigi Di Maio avrebbe detto a Carlo Cottarelli (che però smentisce) che Savona farebbe parte della massoneria americana. Tout court. Intendiamoci, essere iscritti a una loggia non è reato ma nel contratto di governo tra M5S e Lega c’è un’esplicita norma anti-massonica.

La leggenda, chiamiamola così, di Savona massone, dal prodigioso curriculum istituzionale e politico, comincia più di quattro decenni fa. L’economista frequentava il Pri di Ugo La Malfa, prima, e di Giovanni Spadolini poi. L’Edera repubblicana è il simbolo del secondo partito più antico d’Italia fondato alla fine dell’Ottocento (il primo fu il Partito socialista).

Laici e spesso massoni, tra i repubblicani di rango degli anni Settanta e Ottanta c’era il sardo Armando Corona detto Armandino, corregionale di Savona. I due erano amici e Corona nel 1982 fu chiamato a un compito severo e per certi versi immane. “Ripulire la massoneria dalla P2 di Licio Gelli”, come disse anni dopo un altro sardo d’élite, Francesco Cossiga.

Corona fu infatti eletto Gran Maestro del Goi, la maggiore obbedienza dei massoni italiani (più di ventimila affiliati oggi), dopo lo scandalo piduista che come un virus aveva contagiato politica, giornali, forze armate, servizi segreti, finanza e imprese (compreso l’imprenditore Silvio Berlusconi).

Dice il senese Stefano Bisi, attuale Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia: “Non mi risulta un’affiliazione di Savona però era vicinissimo ad Armandino Corona, questa è una cosa nota”.

Fin qui la parte visibile, meglio, ufficiale su Savona massone.

Indi ci sono i sospetti su logge più “coperte” e di sapore internazionale. Di qui il presunto riferimento alla massoneria americana attribuito a Di Maio.

Quello che è certo è che dopo gli anni repubblicani, Savona fu vicino al “gladiatore” Cossiga, cultore appassionato di grembiuli a cavallo tra la Chiesa e il Tempio massonico. È l’esclusivo mondo della cattomassoneria (teismo più deismo dal punto di visto speculativo) oggi ancora attiva e in prima linea nella guerra al nuovo corso di papa Francesco (ma questa è un’altra storia).

L’esponente più famoso di questa filiera, un tempo potentissimo, è stato l’ex piduista, nonché grande amico di Savona, Giancarlo Elia Valori. E non è un caso che in questi giorni, l’economista non voluto da Mattarella sia stato difeso sul Tempo da Luigi Bisignani, altro cattomassone ed ex piduista di vaglia.

Bisignani ha accusato Mario Draghi di essere il vero nemico di Savona e ha fatto un perfido riferimento a due “confraternite”: “Sono da sempre di due confraternite opposte in politica economica: keynesiano Draghi, neo-monetarista Savona”.

L’esatto opposto, però, di quanto sostenuto dai massoni progressisti di Gioele Magaldi, il Grande Oriente Democratico (God): “La guerra a Savona è opera di fratelli controiniziati, aristocratici e anti-keynesiani”. Chi ha ragione?

Cuperlo, Re Giorgio e il ministro al buio

Gianni Cuperloè uomo di candore disarmante. Ieri, per dire, ospite de L’aria che tira su La7, nel tentativo di difendere Sergio Mattarella dall’accusa di aver travalicato il suo ruolo, ha commesso il più classico fallo di reazione violando il più classico dei “si fa ma non si dice” istituzionali. L’uomo che con nobile gesto ha rifiutato la candidatura alle ultime Politiche (Claudio De Vincentis, che prese il suo posto, può però ringraziarlo fino a un certo punto: non è stato eletto) ha scolpito quanto segue: “Credo che il presidente del Consiglio Matteo Renzi abbia conosciuto Pier Carlo Padoan dopo che gli era stato indicato come ministro dell’Economia del suo governo” (indicato dal presidente Giorgio Napolitano, s’intende). Insomma, il niet per reato di opinione a Paolo Savona è “una situazione del tutto ordinaria”. La prassi, si sa, ha questa sua caratteristica di sembrare eterna, eppure questa in particolare pare una violazione della Costituzione mica da poco: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”, dice l’articolo 92. E come lo avrà proposto Renzi a Napolitano se non sapeva neanche chi fosse? È l’ordinarietà della politica extra-costituzionale, luogo in cui – come ci ha svelato Mattarella – il ministro dell’Economia deve avere la fiducia dei mercati, non dei partiti.