È il turno di Juncker: “Gli italiani siano meno corrotti”

Va dettoche Jean-Claude Juncker non è nuovo a uscite poco piacevoli, ingiustamente derubricate a gaffe: il presidente della Commissione Ue è in realtà un politico brutale nella sua comunicazione pubblica. Ieri, appena chiuso il caso del suo collega Oettinger (“i mercati insegneranno agli italiani a votare”), Juncker ha messo a verbale quanto segue durante un botta e risposta col pubblico dell’incontro New Pact for Europe a Bruxelles: “Gli italiani devono lavorare di più, essere meno corrotti e smettere di incolpare l’Ue per tutti i problemi dell’Italia”. In sostanza il presidente della Commissione europea ha invitato gli italiani a “a smettere di guardare all’Ue per salvare le regioni più povere del Paese”: “Io sono innamorato della ‘Bella Italia’ (ha detto in italiano, ndr), ma non accetto che incolpi l’Ue o la Commissione per tutti i suoi problemi”: “Gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere d’Italia. Ciò significa più lavoro; meno corruzione; serietà. Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto. Ma non si faccia il gioco di scarico di responsabilità con l’Ue”. Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha chiesto a Juncker di smentire: “Perché se queste parole fossero sarebbero inaccettabili”.

Il Pd manifesta: non per il Presidente, ma contro il governo

Mentre il governo giura, oggi pomeriggio il Pd manifesta. La piazza era stata convocata in contemporanea a quella che aveva chiamato Luigi Di Maio il 2 giugno. Quella democratica doveva essere in difesa di Sergio Mattarella. Mentre la manifestazione dei Cinque Stelle era partita per chiedere l’impeachment e poi era diventata una giornata di protesta contro l’esclusione di Paolo Savona al Ministero dell’Economia. Ma a un certo punto della giornata di ieri al Nazareno hanno realizzato che Mattarella non doveva essere difeso da Luigi Di Maio, visto che stava dando l’incarico a Giuseppe Conte. A quel punto, però, sconvocarla diventava complicato. E così oggi a piazza Santi Apostoli a Roma e in piazza della Scala a Milano, il Pd manifesterà contro il governo. E per la Costituzione.

Matteo Renzi, però, ha già fatto sapere che non ci sarà: va all’estero. Mentre Nicola Zingaretti dovrebbe passare dopo l’approvazione del bilancio in Consiglio. Resta Martina a dichiarare: “Il governo populista e di destra che nasce ha un programma pericoloso per il Paese”.

E adesso “fari accesi” sul Viminale

Sono quasi le dieci di sera e Sergio Mattarella appare alla Loggia d’Onore, ringrazia tutti e augura “buon lavoro”. Pochi secondi e va via e accade per la seconda volta nel giro di poche ore che tutti applaudono al Quirinale. Un omaggio riservato poco prima a Carlo Cottarelli, il premier neutrale e congelato martedì sera per far riprendere la trattativa gialloverde tra M5S e Lega.

Applausi. Un altro inedito di questa crisi lunga e passa, costellata di colpi di scena degni di un thriller.

Il trionfalismo non appartiene allo stile del capo dello Stato, galantuomo siciliano incline alla sobrietà. Ma il sorriso esibito nel brevissimo congedo notturno ai giornalisti rivela “la soddisfazione” per la fine di questi tre mesi vissuti tra stallo e montagne russe.

“Soddisfazione”, come trapela dal Colle, per “un governo politico” nonché “governo dei due vincitori”. Ma anche il “governo del 2 giugno” per un “Paese pacificato” dopo gli scontri d’inizio settimana, provocati dallo stop domenicale a Conte a causa del veto su Savona.

Messo sotto tiro da Di Maio con l’improbabile richiesta di impeachment, comunque pesantissima come atto politico, appena 48 ore dopo il presidente della Repubblica ha dimostrato la sua paziente volontà di avere un governo politico con l’incredibile mossa a sorpresa di “fermare” l’incarico a Cottarelli. E dare così altro tempo ai gialloverdi, stavolta ottenendo la sponda grillina per smascherare il gioco leghista, altra svolta decisiva.

Nel bilancio a caldo di questi 88 giorni, dal Quirinale si evidenziano anche “risultati”: 1) le “prerogative costituzionali” del capo dello Stato sono rimaste intatte, grazie allo spostamento di Savona in un altro ministero; 2) le “elezioni sono state evitate” dopo che per ben due volte, il 7 maggio e il 21 maggio, è partita la corsa per votare in piena estate, a fine luglio; 3) nei ministeri più “delicati” sul fronte dell’Ue, l’Economia e gli Esteri, vanno rispettivamente un europeista come Tria e un tecnico già montiano del rango di Moavero Milanesi.

Il nuovo governo giurerà oggi pomeriggio alle sedici, poco prima del tradizionale ricevimento per la festa della Repubblica, ma al Colle – “sistemata” la pratica dell’Economia con la risoluzione del nodo Savona – adesso comincia un’opera di “attenta vigilanza” in un periodo che non si annuncia facile dal punto di vista internazionale.

E i “fari” si accenderanno soprattutto sull’uomo “nero” che ha preteso e ottenuto il Viminale: Matteo Salvini, il grande Baro Pigliatutto di questi 88 giorni. A differenza di Di Maio, che prima della richiesta d’impeachment ha avuto un grande rapporto umano e politico con Mattarella, il leader leghista non ha mai riscosso simpatie al Colle. Del resto, non è un mistero la diffidenza di vari “alleati” di peso del nostro Paese per l’amico di Le Pen, Putin e Orban. Salvini avrà per sé la seconda poltrona più importante del governo Conte: l’Interno. Una macchina complessa ma anche il set ideale per fare “scenografia” contro i migranti.

Il prof. Tria, europeista critico: vuole la flat tax ed è amico di Brunetta

Aleggere le citazioni dai suoi articoli sembra che Giovanni Tria, scelto come ministro dell’Economia del governo Conte, sia un altro euro-scettico del calibro di Paolo Savona. Sul sito formiche.net ha sostenuto la necessità di discutere un’idea lanciata da Giorgio La Malfa e dallo stesso Paolo Savona: che quando i tedeschi dicono che l’uscita dell’Italia dall’euro è inevitabile per i suoi problemi strutturali, “il governo italiano dovrebbe reagire sostenendo che è la Germania che dovrebbe uscire dall’euro perché il suo surplus della bilancia commerciale non è compatibile col regime di cambi fissi che vige nell’eurozona”. Sul Sole 24 Ore ha pubblicato, con l’amico e collega Renato Brunetta, un articolo nel marzo 2017 molto netto: “Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali, ma non ha ragione neanche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando dice che ‘l’euro è irreversibile’, se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza. Anche perché il maggior pericolo è l’implosione non l’exit”.

Ma sarebbe sbagliato fare un’equivalenza tra Savona e Tria. Paolo Savona, che sarà ministro degli Affari europei, è diventato da tempo un membro della chiesa degli anti-euro più convinti, tanto che i suoi comunicati li affida al sito scenarieconomici.it dove l’addio alla moneta unica è presentato come la panacea di ogni male. Tria, 70enne romano della zona borghese di Ponte Milvio, è invece uno degli europeisti critici che, da minoranza vocale sono ormai il nuovo mainstream. Per conoscere Tria bisogna partire dalla facoltà di Economia di Tor Vergata, a Roma, di cui è tuttora preside. Quella facoltà, nata nel 1987, è una creatura dell’economista Luigi Paganetto, voce molto autorevole nel dibattito sull’Europa, che ha scelto uno per uno i docenti. Tria e Renato Brunetta diventano professori con lo stesso concorso ed entrambi vengono chiamati da Paganetto. Come Brunetta, Tria appartiene a quel filone di economisti che si sono trovati a gravitare prima in area socialista (il neo ministro siede nel comitato scientifico sociale della Fondazione Craxi) e poi nel centrodestra, liberisti ma non estremisti, affascinati dal mito anni Ottanta dello “Stato minimo”. Per questo oggi Tria non disdegna l’idea della Flat tax, anche se è abbastanza pragmatico da non credere alla “curva di Laffer” (più bassa è l’aliquota, maggiore il gettito: una teoria smentita dai fatti ma ancora popolare).

Ha un curriculum lungo, Tria, ma molto più solido di quello di Giuseppe Conte: ha studiato in Cina negli anni Settanta, poi a New York, Columbia University, ha lavorato con la Banca mondiale e collaborato con vari governi, soprattutto con l’ultimo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Il solito amico Renato Brunetta, da ministro della Funzione pubblica, lo aveva voluto come consigliere nella sua battaglia contro i fannulloni. All’epoca c’erano soltanto due collaboratori che riuscivano a reggere le sfuriate di Brunetta senza scomporsi: il capo di gabinetto e futuro ministro Filippo Patroni Griffi e Giovanni Tria.

Nel 2009 Brunetta nomina Tria alla presidenza della Scuola nazionale per la Pubblica amministrazione e riesce a ottenerne la riconferma nel 2014 in un intreccio di nomine che oggi sembra premonitore. Il lungo iter parlamentare per la scelta del nuovo presidente dell’Istat si sblocca proprio quando arriva il via libera del centrodestra per il nome di Pier Carlo Padoan. Il quale, però, all’Istat non andrà mai perché sarà chiamato da Matteo Renzi a fare il ministro del Tesoro, una poltrona che ora lascia in eredità proprio a Tria. Fino al 2014, Tria ha curato una rubrica sul Foglio, “Diario di due economisti”, l’altro è Ernesto Felli, un esperto di politica monetaria. In questi anni ha usato quelle colonne per intervenire spesso in modo polemico nel dibattito economico, mai però su posizioni sovraniste.

È fatta dopo tre mesi di follie: il governo c’è, Conte premier

L’interminabile crisi politica e istituzionale italiana si chiude 88 giorni dopo le elezioni. Giuseppe Conte è presidente del Consiglio, il governo gialloverde giura oggi alle 16. Il professore di diritto privato torna in sella – senza riserve, con la squadra che ha già passato il vaglio di Sergio Mattarella – appena 97 ore dopo aver rimesso il primo mandato a causa dell’affaire Savona. “Ben ritrovati”, sorride alla sala stampa del Quirinale: è la sua prima battuta da premier. Poi legge la lista dei ministri. L’economista pietra dello scandalo non è stato rimosso ma riposizionato, come proposto da Luigi Di Maio: sarà ministro degli Affari comunitari. Sempre di Europa si tratta, ma il suo peso politico è sicuramente ridotto e verrà definito dalle deleghe che gli saranno assegnate. Al suo posto all’Economia ci sarà Giovanni Tria, docente di politica economica e presidente di facoltà a Tor Vergata, la seconda università di Roma. Un profilo meno aggressivo per Bruxelles. L’unica sorpresa è la presenza del grillino Danilo Toninelli alle Infrastrutture: nella lista letta da Di Maio dopo il fallimento del primo incarico di Conte non c’era.

In ogni caso, stavolta è finita davvero: Cinque Stelle e Lega sono al governo. Nella settimana più folle della storia della Repubblica si sono succeduti veti e rotture, consultazioni svelate su Facebook; minacce di impeachment e manifestazioni organizzate contro il Colle che ora dovranno cambiare ordine del giorno; mandati esplorativi assegnati, congelati, ritirati; una trattativa incessante che si riapre e si richiude e infine si definisce nell’arco di una giornata.

L’ultima, ieri, inizia con una comunicazione leghista: Matteo Salvini ha cancellato tutti gli impegni elettorali in Lombardia: scende a Roma per l’ultimo atto con Di Maio.

Si incontrano alle 15 a Montecitorio. Il palazzo per il resto è quasi deserto, fatta eccezione per un pugno di parlamentari e un esercito di cronisti. La strada ormai è tracciata, come spiega un deputato del Carroccio col trolley, mentre torna al Nord per il weekend lungo: “Dobbiamo trovare un accordo per forza, altrimenti i nostri si incazzano… Chi lo capisce che non facciamo partire un governo per difendere Paolo Savona?”.

Prima dell’incontro con Di Maio, però, Salvini ha visto Giorgia Meloni. È l’ultima vera incognita della trattativa infinita: il giorno precedente entrambi avevano aperto all’ingresso dell’ex missina in maggioranza. L’altro fratello d’Italia, Guido Crosetto, fa un passo in più: “Non sarò io il prossimo ministro della Difesa, se entriamo c’è già la Meloni”. L’idea di Salvini sarebbe quella: mettere in squadra anche Fdi, aprire a destra e allargare la maggioranza. Anche perché attualmente al Senato i numeri gialloverdi sono buoni ma non eccellenti: 171 senatori, 10 più della maggioranza assoluta (167 di M5S e Lega più due del Maie e i due ex grillini Buccarella e Martelli). I 5Stelle però non ne vogliono sapere: l’alleanza resta gialloverde, sul contratto le firme devono restare due, quelle di Salvini e Di Maio. Meloni, respinta per la seconda volta in una settimana, annuncia l’astensione al voto di fiducia.

È fatta, Conte raggiunge i suoi due futuri vicepremier, arriva il messaggio che segna la fine delle ostilità. Sono le ore 19 e 13: “È stato raggiunto l’accordo per un governo politico M5s-Lega con Giuseppe Conte presidente del Consiglio”. Salvini pubblica un tweet contro gli immigrati e torna a Sondrio (la campagna elettorale non finisce mai). Di Maio si allontana senza dichiarazioni. (E l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan torna dal Canada, dove era andato a rappresentare l’Italia senza governo). Al Colle l’ultimo cambio della guardia tra Cottarelli e Conte. Sipario.

Meglio o meno peggio?

È con somma sorpresa, mista a incredulità, che registriamo la prevalenza del buonsenso dopo 88 giorni di manicomio. Ci sarà tempo per giudicare il governo Conte. E l’unico giudizio che conosciamo, anche per la nostra ragione sociale, è quello sui fatti. Della maggioranza 5Stelle-Lega abbiamo già detto tutto: avremmo preferito un accordo tra il M5S e un centrosinistra profondamente rinnovato, ma queste tre ultime parole si sono rivelate un ossimoro, grazie a Renzi e ai suoi presunti oppositori interni. Molte cose della Lega e alcune dei 5Stelle non ci piacciono, ma il demenziale Aventino del Pd non ha lasciato alternative al patto giallo-verde. Salvo, naturalmente, le elezioni anticipate che ci avrebbero regalato un magnifico governo Salvini-Berlusconi. E, tra un governo con Salvini premier alleato del Caimano e un governo con Conte premier sostenuto dal M5S al 32,5% e dalla Lega al 17.5%, preferiamo il secondo: non sappiamo ancora se definirlo sulla carta migliore o meno peggiore, ma lo sapremo presto. Il programma, frutto evidente di un compromesso fra due culture e sensibilità diverse se non opposte, non cambia.

È un misto di molte proposte sacrosante e attese da decenni a costo zero o addirittura a vantaggio mille (su prescrizione, corruzione, mafia, carceri, manette agli evasori, conflitti d’interessi, Rai, Tav, acqua pubblica, tutela dell’agricoltura, green economy, vitalizi e altri tagli alla casta, revisione delle missioni militari all’estero e della Buona Scuola), riforme giuste ma di incerta copertura (reddito di cittadinanza, salario minimo, investimenti pubblici e revisione della Fornero), leggi sbagliate, scoperte e forse incostituzionali (la flat tax, a meno che non si riveli una semplice ed equa riduzione delle aliquote fiscali), assurdità da Stato di polizia (le forze dell’ordine armate di Taser, la pistola elettrica paralizzante inserita da Amnesty fra gli strumenti di tortura; e la licenza di sparare ai ladri anche quando non minacciano nessuno) o da governo xenofobo (gli asili nido gratis solo per bambini italiani), annunci ambigui tutti da verificare (i rimpatri individuali di immigrati irregolari senza diritto d’asilo sono doverosi, le espulsioni di massa sono vietate dalla Costituzione e dalla giurisprudenza europea). La lista dei ministri invece è parzialmente nuova. Savona, dipinto dal Colle come un kamikaze del Jihad Anti-Euro, va incredibilmente agli Affari europei: a Bruxelles stanno già preparando il comitato di accoglienza. A riequilibrarlo, c’è il ministro degli Esteri Enzo Moavero, non proprio un nome di cambiamento.

Viene dai governi Monti e Letta (e pare fosse in lista pure nell’abortito Cottarelli). All’Economia c’è un altro prof: Giovanni Tria, docente ed ex preside a Tor Vergata, con un buon curriculum, a parte i trascorsi con Brunetta. Il resto è un mix di tecnici e politici: a parte Di Maio al Lavoro, Sviluppo e Telecomunicazioni e Salvini all’Interno, non c’è nessun nome eclatante. Ci sono i pretoriani dei due leader: i dimaiani Fraccaro ai Rapporti col Parlamento e alla Democrazia diretta, Bonafede alla Giustizia e Grillo alla Salute; i salviniani Fontana ai Disabili, Centinaio all’Agricoltura e Stefani agli Affari regionali. L’ex finiana e neoleghista Bongiorno si occuperà di PA, sperando che riesca a farla funzionare un po’ meglio dei centralini della sua associazione Doppia Difesa. Fanno ben sperare Mauro Coltorti, ordinario di Geologia a Siena, e il generale Sergio Costa scopritore della terra dei Fuochi, ministri pentastellati delle Infrastrutture e dell’Ambiente. Non altrettanto si può dire dei ministri dei Beni Culturali Bonisoli (M5S), esperto di moda e design, e dell’Istruzione Busetti (Lega), docente di Educazione fisica e burocrate del Miur. Completano il quadro le grilline Barbara Lezzi (M5S) al Mezzogiorno ed Elisabetta Trenta alla Difesa. Esperta di intelligence, sicurezza e cooperazione, la Trenta dovrà chiarire un’ombra di conflitto d’interessi familiare (il marito colonnello al vertice di Segredifesa, che si occupa dei contratti delle Forze Armate).

Dopo tanti fallimenti e colpi di scena, abbiamo un governo di compromesso: magari non entusiasmante, ma nemmeno terrificante come l’hanno dipinto i giornaloni prim’ancora che nascesse. Tutto se ne può dire, fuorché che sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni. Non c’è neppure un ministro inquisito o condannato, ed è la prima volta dal 1994. Nessun ministro puzza di berlusconismo, ed è la prima volta dal 1983, quando con Craxi iniziò la lunga e ininterrotta stagione nera delle leggi ad personam e ad aziendam. I pericoli potrebbero arrivare dal Viminale, se Salvini tornasse indietro dal pragmatismo delle ultime settimane per reindossare i panni del Cazzaro Verde xenofobo e sparafucile da campagna elettorale permanente. E poi dall’ansia di fare tutto subito, anziché procedere gradualmente, sfasciando i conti pubblici. B. intanto schiuma di rabbia perché, per la prima volta da oltre 40 anni, pare ridotto a pelo superfluo della politica, come i suoi compari renziani. Ma, per averne la certezza, aspettiamo il vero “cambiamento”: su conflitto d’interessi, Rai, corruzione, evasione, mafia e prescrizione. Queste leggi non costano nulla: se restassero lettera morta, dimostrerebbero che dietro Salvini c’è ancora B. Ma basta con i processi alle intenzioni: avevamo letto che il capo leghista non voleva fare il governo, invece l’ha fatto. Cedendo su Savona e accettando la mediazione di Mattarella e Di Maio. Il quale ha sbagliato molto. Ma l’altroieri è stato bravo a salire al Colle sacrificando il suo orgoglio personale, per mettere Salvini alle strette e portare a casa il risultato. Se il gioco valeva la candela, lo vedremo presto.

La fatica di essere madre di se stessa

Giovanna Vivinetto, poetessa e studentessa ventiquattrenne, è nata Giovanni. Per raccontare la sua transessualità, ha scelto la forma di un diario poetico. Pubblichiamo la presentazione al volume a firma di Dacia Maraini.

 

 

La fatica di essere madre di se stessa, il difficile compito di partorire un altro da sé che sarà sempre quell’io, sembra dirci l’autrice, assomiglia a uno straziante guardarsi indietro per ritrovare una se stessa lontana e quasi irriconoscibile nei giochi sempre uguali dell’infanzia. Lo sguardo che diventa indagatore, spia, sprofonda, scava cercando di trovare risposte in quella lei ancora nascosta, segreta e lontana.

In quei tempi non c’erano disastri/da centellinare, difformità/da curare dentro abiti larghi,/padri da rifiutare e nomi/da pedinare in fondo agli stagni.

Ma con l’adolescenza questo doppio è come se prendesse a parlare, ad avere una voce, un sentimento: sembra quasi che le due identità dialoghino fra di loro:

Capimmo così/che se la prima nascita era tutta/casualità, biologia, incertezza – l’altra,/questa, fu scelta, fu attesa, fu penitenza:/fu esporsi al mondo per abolirlo,/pazientemente riabitarlo.

E il suo continuo essere e non essere quel corpo, vedersi diventare a poco a poco un’altra persona, la gioia, la sorpresa e anche il senso di vuoto di quella nuova nascita, Giovanna Cristina Vivinetto ce le racconta col ritmo serrato e affascinante della sua dolente lingua poetica.

La madre-figlia che nasce da un padre sublimato e cancellato, che ripercorre le tappe di questa trasformazione dolorosa ed eroica, non ha ripensamenti o paure, ma ha l’urgenza di raccontare quello che è stato. Non per trovare giustificazioni ma per consegnarci questa figlia inaspettata in tutta la sua legittimità.

E questa nuova nascita al mondo, questo delicato e profondo scambio di ruoli diventa la ragione vera della sua poetica che scorre come i fotogrammi di un film che si rincorrono mostrando dettagli, sguardi, scorci prima nebulosi e poi sempre più limpidi e cristallini, sul ritmo lento del suo respiro.

Terapia per grande schermo (prima che diventi cadavere)

Luchino Visconti in un articolo dal titolo Cadaveri scriveva: “Che i giovani d’oggi si debbano trovare come bastoni tra le ruote numerosi cadaveri, ostili e diffidenti, è cosa ben triste”. Dobbiamo temere che l’industria cinematografica odierna sia simile al secolo scorso? L’incontro della sindaca Raggi e del suo vice Bergamo alla Casa del cinema è l’occasione per una radiografia impietosa. Visualizza un insieme di entità spesso in dissidio tra di loro e prive di una visione comune.

Un agglomerato di “caste”, come qualcuno l’ha definito, che non si è reso conto di somigliare a una stella che splende, ma non esiste più. Sono entrati in gioco nuovi player, da Netflix ad Amazon e spiace constatare che l’Italia non tocca palla. Pochissimi soggetti hanno denaro: il Mibac, RaiCinema, Medusa di Berlusconi, Vision di Sky. Case di produzione vere e proprie ne contiamo poco più di una decina. In Francia vanno moltiplicate per 5. Il flusso di denaro arriva dai network e per questa ragione il nostro è un cinema ingessato. Ha ragione Aurelio De Laurentiis quando afferma che è composto “più da prenditori” che imprenditori? Grazie ad alcune leggi emanate dal Pd si tiene in vita un polmone che da solo non respirerebbe. Si tende a elargire più contributi ai grossi calibri che a quanti ne avrebbero davvero bisogno. Le associazioni appaiono divise: i Giovani Produttori accusano l’Anica guidata dal pur operoso Rutelli di far la parte del leone. Anche gli autori appaiono rivali: l’Anac, più anziana ma combattiva, i 100 autori, più moderati. I documentaristi, ingiustamente inascoltati dalle tv, sono costretti a riparare all’estero.

La realtà è che il cinema non è più solo. L’online è entrato in scena e gli autori più prestigiosi si sono adeguati, vedi Martin Scorsese, Woody Allen e molti altri. La pretesa di Cannes di estromettere dal festival film prodotti da Netflix & C. suona retrò e tipicamente autarchica. Il Festival di Venezia ancora brilla, mentre quello di Roma è ridotto a passerella di divi americani: se non esistesse, nessuno ne sentirebbe la mancanza. I milioni spesi lì potrebbero servire altrove. La Regione Lazio è attiva con vari finanziamenti, mentre il Comune di Roma, che si è palesato da poco, appare animato da buone intenzioni. Cinecittà Istituto-Luce conta su risorse ristrette. Del resto i suoi teatri non servono più il cinema, perché occupati al 90 per cento dalla tv. Si è voluto riacquistare Cinecittà per salvare dalla bancarotta i soliti noti, ma c’è chi l’ha definita un’operazione di clientelismo ai danni dei contribuenti. Avanza, per fortuna, quello che io chiamo “il popolo senza terra”, formato da migliaia di giovani che non trovano ospitalità.

Il Centro Sperimentale licenzia poche decine di diplomati, idem la Gian Maria Volonté. Le università romane non hanno abbastanza risorse per soddisfare le domande. È venuto il momento di rispondere a un popolo che l’industria cinematografica ignora, temendo di perdere privilegi. Senza acquisire nuova linfa finirà per morire.

Alla Sapienza abbiamo condotto un censimento nazionale registrando ben 848 rassegne cinematografiche, a riprova che migliaia di giovani cercano spazio. Se è vero che il Comune si accinge a riaprire una serie di sale, perché non far gestire parte della programmazione alle associazioni giovanili, pensando ai film emarginati dalla grande distribuzione, ai documentari, al cinema dei paesi africani? La loro presenza andrebbe considerata un’occasione, non una disgrazia.

Mi chiedo poi come incidere sul vero bubbone della tv pubblica, dove un pugno di clientes si spartiscono circa 200 milioni l’anno per la fiction, lasciando fuori dalla porta chi non fa parte dell’inner circle. Consigliere Freccero, se ci sei batti un colpo. Peraltro è assurdo che la tv dipenda dal ministero dell’Economia e il cinema dai Beni culturali. Il problema più urgente è avvicinare il pubblico giovanile che diserta le sale. In Francia si staccano 213 milioni di biglietti, noi solo 112. Laggiù le sale sono piene soprattutto di ragazzi. Vantiamo un numero bassissimo di laureati, solo il 26 per cento della popolazione, mentre l’Europa chiede il 40 per cento. Dietro di noi c’è solo la Romania. Alla fine degli anni Settanta, un ginnasiale italiano conosceva circa 1600 parole, oggi non arriva a 500. Forse sta in questi dati la ragione del disinteresse dei giovani nei confronti della nostra produzione. Troppo colti i film o troppo poco acculturati i ragazzi? Urge rispondere, se non vogliamo che il cinema italiano si appresti a diventare un cadavere.

Roma fa un’altra festa per i film

Francesco Rutelli sgombra il campo: “La Festa del Cinema non si tocca, la fertilizzazione del territorio la facciamo insieme. Nessuna sovrapposizione, Videocittà aggiunge e moltiplica le opportunità”.

In cartellone un solo film, da proiettare al Drive-in ecosostenibile del Colosseo, e serie tv non inedite, la manifestazione promossa da Rutelli e dall’Anica, l’Associazione Industrie Cinematografiche che presiede, valorizzerà “le sinergie tra l’audiovisivo tradizionale e le nuove espressioni, dalla Realtà Virtuale al videomapping, con tre parole chiave: lavoro, mestieri e trasformazione delle filiere”. Altrettante le direttrici: Video Factory, incontri con scenografi, costumisti e arredatori all’ex Dogana dello Scalo di San Lorenzo; Cinema 4.0, i progetti di Gucci con Makinarium, il videomapping di Fendi al Colosseo Quadrato dell’Eur, i fashion film Bulgari con Diane Pernet, le ricerche di Shirin Neshat e Pierre Bismuth al MAXXI; Unconventional Cinema, con The 48 Hour Film Project, la Caccia al tesoro con Rai Movie, il premio a Ennio Morricone agli Studios De Paolis e, in chiusura, il Drive-in.

In programma dal 19 al 28 ottobre, le date di Videocittà coincidono con quelle della Festa (18-28) e del MIA, il Mercato internazionale dell’audiovisivo targato Anica e APT e già dall’anno scorso non più partecipato dalla Fondazione Cinema per Roma, e all’Auditorium la tenaglia spaventa: la vicepresidente Laura Delli Colli rintuzza e candida la Fondazione Cinema alla “cabina di regia, affinché non ci siano fronti contrapposti”.

Ma l’assessore alla Cultura del Comune, Luca Bergamo, ha già preso posizione: “Non si invade la sfera di nessuno, la Festa del Cinema non è la festa della città”.

Locandine e trailer: artisti rubati al cinema

Disegnare il cinema. Le dita che volano sulla tavoletta grafica, una immagine capace di sintetizzare tutto, un guizzo di colori in uno spazio ristretto per convincere lo spettatore che sì, quello è un film che vale la pena vedere. E poi un trailer. Durata meno di un flash. Deve passare in tv, 30 secondi, reggere la velocità di Internet, piacere e poi essere rilanciato sui social. Una guerra spaziale.

“Per questo, come vedi, conservo la maschera di Darth Vader in Guerre Stellari”.

Federico Mauro 37 anni, fa questo di mestiere: il creativo per il cinema, lo anima, lo fa viaggiare nel grande mare agitato della rete. Si racconta nel suo studio-stanza di ragazzo mai cresciuto (piena di maschere, manifesti artistici di film d’epoca, libri di grandi disegnatori con tanto di dedica, foto, pupazzi, giochi). “Una volta – ci dice – c’erano i grandi cartellonisti. Artisti punto e basta. Pittori prestati all’arte del manifesto che hanno fatto la fortuna del cinema italiano”.

Silvano Campeggi, 3 mila “cartelloni” e film come Casablanca, Via col vento. Renato Casaro (che Federico venera come un maestro), mille locandine e manifesti per capolavori come C’era una volta in America, Balla coi lupi, L’ultimo imperatore. “Siamo all’epopea del cinema. Fin da bambino mi incantavo a guardare manifesti e locandine”. Chiediamo dove, in quale pizzo d’Italia gli occhi del bambino Federico si inebriavano delle immagini stampate sui cartelloni, e qui inizia una storia, siamo pur sempre nel mondo del cinema, da Nuovo cinema Paradiso di Tornatore. “Nel paese dove sono nato – è la risposta –: Pratola Serra, un piccolo borgo in provincia di Avellino. A pochi passi dalla casa di mio nonno c’era l’unica sala del paese. Me li ricordo i manifesti, le locandine. Il faccione sorridente di Sordi, la faccia sbilenca di Totò, i ragazzi in smoking di C’era una volta in America. Il mio faro è Renato Casaro, ma parliamo di artisti, di disegni olio su tela”. In tanti da ragazzi sognano il mondo della celluloide, vogliono fare gli attori o i registi. “Io il cinema volevo farlo conoscere”.

Federico sorride e ci racconta il resto. “Soprattutto i miei genitori che non mi hanno mai fatto mancare una videocamera e un computer”. Dopo la laurea in Scienze delle Comunicazioni, l’avventura a Roma. “L’amicizia col regista Ferzan Özpetek e l’arrivo a Fandango, dove mi occupavo solo di web e social”. Un giorno il miracolo, “il produttore Domenico Procacci stava visionando alcuni manifesti per un film che doveva lanciare. Li scartava, non gli piacevano. Mi misi al computer e ne feci uno io. Era la prima volta. Posai il disegno sul tavolo, lui lo vide e disse: ‘Ok, questo va bene’. Dopo tre anni diventai art-director”.

Tanti film, tanto lavoro e la voglia di fare nuove esperienze. In compagnia di un socio, Marco De Micheli, 33 anni. Due ragazzi che mettono su “Vertigo”, divisione creativa di “Demba media group”. “Dietro questa amicizia c’è una storia straordinaria – racconta Federico – un manifesto che mi ha sempre affascinato è quello di Profondo rosso, di Dario Argento. Una donna morta a terra, i capelli neri scompigliati, e il suo volto che si riflette in una pozza di sangue. Quell’immagine la realizzò un giorno il papà di Marco, Osvaldo. Era a casa con un fotografo e gli scattò l’idea. Chiamò la moglie Etta, la fece stendere sul pavimento a faccia in giù in una pozza di liquido rosso e… nacque un capolavoro”.

Stiamo parlando di Osvaldo De Micheli, il più grande creativo del cinema italiano. Stiamo parlando della leggenda, Cinecittà, via Veneto, l’Harris Bar, Cineriz e nomi come Fellini. Federico e Marco mi portano nell’ufficio di Osvaldo. C’è il computer di ultima generazione ma anche il “mirino cinematografico che Fellini regalò a papà”. Il passato e il presente.

“Abbiamo iniziato – racconta Marco De Micheli – in tre, oggi siamo in diciassette. Il primo lavoro per la saga di Smetto quando voglio di Sidney Sibilia, poi sono arrivati capolavori e film di successo come Napoli velata di Özpetek, Loro 1 e 2, Dogman, Ammore e Malavita dei Manetti Bros. Curiamo una trentina di film l’anno”.

Il futuro? “Sempre film e una serie importante, Il nome della Rosa”. Stiamo parlando di una produzione mondiale e di un budget di 31 milioni di dollari, con attori di livello internazionale. Due ragazzi, due passioni. Qual è il vostro segreto, chiedo a Federico e Marco. “Siamo spettatori, divoratori di film, mettiamo questa nostra passionaccia in tutti i lavori che curiamo. E ci divertiamo. Un vero privilegio”.