Orbán ha vinto, aiutare un migrante è reato

Nell’Orszaghaz, il Parlamento magiaro, la maggioranza c’è. Ma non è più una sfida o un’anomalia: è una direzione. A Budapest le voci sono state un coro, i voti medesimi, le certezze uguali: aiutare i migranti è reato. Adesso, per legge, finirà in carcere chi dà a un richiedente asilo un consiglio legale, un volantino, un’informazione, o, semplicemente, anche solo un pezzo di pane. “Stop Soros”: il nome del disegno approvato è anche lo slogan dell’ultima campagna elettorale del fondatore della “democrazia cristiana del 21º secolo”, Viktor Orbán. Perché “l’incubo delirante degli Stati Uniti d’Europa” va fermato. “Coloro che forniranno aiuto finanziario o compiranno attività organizzativa su base regolare saranno punibili con un anno di prigione”, dice il documento che vieta agli “stranieri che tentano di entrare in Ungheria da un paese terzo, in cui non sono perseguitati, di ricevere il diritto all’asilo”. Secondo i dati ufficiali, attualmente in Ungheria ci sono in totale 1291 migranti, arrivati da Afghanistan, Siria e Iraq.

“Il governo minaccia chi difende i diritti umani con il codice penale”, ha dichiarato il Comitato ungherese di Helsinki, “ha intimidito le ong e reso la migrazione una questione di sicurezza nazionale”, ha ribadito Todor Gardos, Human Right Watch. La condanna arriva anche dalle Nazioni Unite: questa legge “priverà rifugiati dei servizi vitali e incrementerà attitudini xenofobe”. Ma l’Ungheria vuole essere il paese della sicurezza non dei migranti, ha detto Csaba Domotor, segretario di Stato.

Il voto definitivo ci sarà la settimana prossima, e sul percorso di Orbán non rimane ormai alcun ostacolo. Il prossimo passo è cambiare la Costituzione affinché “popolazione aliena non possa stabilirsi entro i confini del Paese”.

Orban agita lo spettro della migrazione dal 2010, quando ha raggiunto per la prima volta la cima del potere. Da allora ha ottenuto quello che voleva: nessuna quota migranti, ma tutti i fondi destinati allo sviluppo del paese dall’Unione europea. Fiumi di milioni di euro. Quando il premier dice che “l’Unione deve funzionare come un’associazione di libere nazioni”, “deve tornare alla realtà e il primo passo per farlo è ripensare alla migrazione” ormai non parla più al suo popolo, che ha già convinto, ma al resto d’Europa, quella che pensava di poterlo piegare. “Non penso ai prossimi 4 anni, ma ai prossimi 12” risponde a chi lo critica: moltissimi all’estero, pochissimi in patria.

Il bastione ungherese anti-rifugiati sta dritto insieme alle sue tre sorelle dell’est: Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, la famiglia del gruppo di Visegrad, che si è rifiutata all’unisono di accogliere 160 mila siriani ed eritrei in arrivo da Italia e Grecia.

Orbán è diventato per la terza volta premier ad aprile scorso promettendo di combattere “contro questo piano in nome della libertà ungherese”, perché “la migrazione porterà alla fine delle nazioni, a un solo governo europeo”, insomma a una Open Society, il nome dell’organizzazione del tycoon George Soros i cui uffici sono ormai vuoti nella Capitale, costretta a trasferirsi a Berlino. Il primo ministro ha accusato più volte il magnate ebreo “di supportare l’avanzata islamica in Europa” con i suoi finanziamenti, fondi di cui però anche molti giovani ungheresi hanno usufruito.

Cucù, il reporter non l’hai ucciso più: beffato Putin

Un colpo di scena simile non era mai accaduto nella storia contemporanea. Di fronte ai giornalisti attoniti convocati a Kiev nella sede dei servizi segreti ucraini per la conferenza stampa sull’omicidio del giornalista russo Arkady Babchenko, anziché essere mostrate le foto della scena del crimine, si è palesata la vittima. Anzi, la presunta vittima. Gli ufficiali del Servizio di sicurezza dello Stato (SBU) e lo stesso giornalista hanno spiegato alla stampa che la morte per arma da fuoco del reporter russo è stata una messa in scena per scoprire chi stava davvero per assassinarlo.

Secondo gli investigatori ucraini, la Russia ha cercato di pagare 40 mila dollari il killer che avrebbe dovuto ammazzare Babchenko, trasferitosi a Kiev con la moglie l’anno scorso a seguito di minacce nel suo Paese. Il capo della SBU Vasyl Hrytsak ha spiegato che grazie all’escamotage del finto omicidio, coloro che stavano dietro al vero complotto per togliere di mezzo l’ennesimo cronista russo critico nei confronti del Cremlino, sono stati individuati.

“L’omicidio del giornalista è stato ordinato dalle forze di sicurezza della Russia – ha detto Hrytsak – e dalle intercettazioni abbiamo appreso che l’organizzatore aveva messo a punto un piano per uccidere altre 30 persone in Ucraina. Conosciamo alcuni nomi ma, ovviamente, non li posso fare”. L’organizzatore sarebbe stato convinto quindi a passare dalla parte degli ucraini e, secondo le rivelazioni del procuratore generale Yuri Lutsenko, questa persona avrà il ruolo di testimone. “Nel momento in cui gli 007 ucraini hanno appreso del piano di uccidere Babchenko, lavorando con la persona ingaggiata come killer si è riusciti a convincerlo a cooperare con le indagini”, ha aggiunto Lutsenko. La scioccante manovra ucraina continuerà ad aggravare i legami tra Ucraina e Russia, alleati post-sovietici fino al 2014 quando scoppiò la “rivolta della dignità” di Maidan.

Il ministero degli Esteri russo, che in precedenza aveva negato qualsiasi coinvolgimento nella morte di Babchenko, ha detto di essere contento di sapere che era in realtà vivo, accusando l’Ucraina di “propaganda”.

Babchenko, 41 anni, divenne famoso come corrispondente di guerra in Russia. Dopo aver seguito il conflitto in Ucraina, che prosegue anche se a bassa intensità, ha criticato l’annessione della Crimea e l’abbattimento del volo passeggeri MH17 nel luglio del 2014 attribuito dagli investigatori internazionali a un missile russo lanciato dai separatisti filo russi del Donbass. Per questo è stato tacciato di antipatriottismo in Russia e fatto oggetto di una lunga campagna d’odio via social network , nonché minacciato più volte di morte da anonimi. Dal 2016 a oggi sono stati uccisi già due cittadini russi rifugiatisi a Kiev: il giornalista Pavel Sheremet, ucciso in un’autobomba e l’ex-parlamentare russo Denis Voronenkov.

Al termine della conferenza stampa, il redivivo Babchenko ha detto: “Chiedo scusa a tutti, specialmente a mia moglie per l’inferno che ha dovuto affrontare ma non c’era altra alternativa: ringrazio i servizi ucraini per avermi salvato la vita. L’operazione speciale è stata preparata per due mesi, io sono stato messo al corrente un mese fa. Hanno lavorato come matti. Il risultato di questo lavoro si è trasformata in un’operazione che ha portato alla cattura di un uomo”.

Ma che Regeni, in Egitto c’è il problema calcio

Nessun rilascio su cauzione, la Corte del Cairo mantiene la linea dura e respinge la richiesta dei legali di Amal Fathy. La donna, moglie di Mohamed Lotfy, direttore esecutivo di Ecrf, l’organizzazione egiziana che segue legalmente la famiglia di Giulio Regeni, resta in carcere. Nessuna motivazione, solo un secco ‘no’ quello pronunciato ieri dalla Corte che doveva decidere sul caso Maadi, ossia la pubblicazione, da parte della Fathy, di un video in cui, secondo i giudici cairoti, avrebbe “incitato al sovvertimento del regime attraverso false notizie in grado di minare la pace pubblica e l’uso scorretto di dei social”. In quel video Amal Fathy usa un tono acceso, ma non accenna a minacce nei confronti del regime. Un pretesto assurdo. Altro pretesto per l’altro capo d’accusa, ben più grave, di terrorismo a danno della sicurezza nazionale. Il caso 621, in cui la giustizia egiziana accusa la donna di aver fatto parte di un gruppo terroristico (il Movimento 6 Aprile) e di aver incitato ad atti terroristici, diffuso notizie false e minato l’ordine pubblico.

Deluso e preoccupato il marito, Mohamed Lotfy: “Prendiamo atto, sappiamo che non sarebbe stato facile. Ci attendono altri 15 giorni di passione, poi torneremo a chiedere il suo rilascio su cauzione. Le accuse nei suoi confronti sono assurde, vogliono colpire me” commenta amareggiato Lotfy. Colpire Lotfy nei giorni decisivi sulle indagini legate all’omicidio di Regeni, trovato morto il 3 febbraio 2016. La Procura di Roma, dopo i viaggi nella Capitale, ha iniziato a visionare i frammenti delle immagini registrate dalle telecamere della metropolitana del Cairo la sera del 25 gennaio 2016, quando Giulio è scomparso.

In Egitto, giornalisti e attivisti continuano a sparire o a finire in cella, eppure a tenere banco sono le vicende calcistiche. Da una parte il dramma sportivo di Mohamed Salah, le cui chance di giocare contro l’Uruguay il prossimo 15 giugno sono poche.

Si moltiplicano le iniziative di protesta nei confronti di Sergio Ramos e del Real Madrid, clamorosa quella di un avvocato della Capitale che avrebbe chiesto un risarcimento di 1 miliardo di euro ai blancos. Un Paese col fiato sospeso, mentre anche la grande tifoseria dei White Knights dello Zamalek, ha annunciato lo scioglimento. Gli ultras della squadra del governatorato di Giza hanno detto basta a causa della raffica di violenze nei confronti dei suoi membri più rappresentativi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la retata di alcune settimane fa allo stadio dell’aeronautica del Cairo, durante una sfida internazionale, quando la polizia aveva arrestato 7 tifosi dello Zamalek. Dietro la decisione anche il muro contro muro nei confronti dell’odiato presidente della società, Mortada Mansour.

Steve B. trasandato e feroce: stile grillesco, piglio trumpista

“L’Italia è importante”, scriveva e spiegava, ieri, in prima pagina, il New York Times. “L’Italia è importante”, diceva, giorni fa, a Roma, Steve Bannon, prima di salire sul palco di un evento (e lo ripeteva poi a una platea gremita). È forse la prima volta che l’autorevole quotidiano, punto di riferimento con il WP dell’America anti- Trump, e l’ex guru della campagna elettorale del magnate ed ex consigliere strategico del presidente Usa alla Casa Bianca, appaiono sulla stessa lunghezza d’onda.

Ma non è così. L’Italia preoccupa il NYT perché “il rischio di una calamità in Europa è cresciuto”.

E, invece, l’Italia conta per Bannon perché è, con l’Ungheria, il perno europeo del suo progetto populista globale. È stato in Italia prima delle elezioni, ci è tornato – provenendo dall’Ungheria – per salutare la nascita di un governo populista – appuntamento abortito –, assicura di volerci tornare per la prossima campagna elettorale. Chi gli paga le missioni transatlantiche? “Pago io, di tasca mia”, dice l’ex produttore a Hollywood ed ex presidente di Breitbart News, che si definisce “un osservatore del movimento populista internazionale”.

Intorno non ha funzionari dell’ambasciata, che lo considera “un privato cittadino”, ma collaboratori che agiscono da guardie del corpo. Bannon non presta attenzione alla forma: è vestito dimesso, quasi trasandato, la camicia non fresca sopra la polo, una giacca stazzonata, tutto sul blu, la barba lunga. Al confronto Thomas Williams, corrispondente dall’Italia di Breitbart News, è un damerino, con le scarpe lucidissime.

Quando Bannon parla, o ti guarda, gli occhi s’accendono a tratti d’una luce di furbizia, o di malizia: il fare è sempre cordiale, da pacca sulle spalle; le parole sono taglienti, se lo contraddici ti becchi dell’ignorante. Su certe cose, mette i puntini sulle i: “Non sono stato licenziato da Trump, mi sono dimesso”. Su altre, glissa: “Vi sentite ancora, lei e il presidente?”. “Si sentono i nostri avvocati”, per via del Russiagate.

Di America parla poco. Trump – dice – sta attuando la sua agenda: “Deve ancora tirare su il Muro”, il resto è fatto.

Sull’Italia, pare informato: ha manifestato con vigore il suo appoggio al professor Savona e al duo Di Maio-Salvini; ma ammette di non conoscerli e non averli mai incontrati e di non avere neppure letto i libri di Savona. Ma ha letto – sostiene – il Contratto di governo tra M5S e Lega, di cui fa l’elogio: un documento “preciso, dettagliato”, in cui c’è tutto (e di tutto).

Quanto sta avvenendo in Italia è “disgustoso” e pure “fascista e antidemocratico”: “Poteri, capitali e media stranieri hanno strappato la sovranità all’Italia”, sostiene Bannon, che contrappone il “Partito di Davos e di Bruxelles” al “Partito del Popolo”. Quanto al premier incaricato Carlo Cottarelli, è solo “un altro tecnocrate dell’Fmi”.

Nel backstage, prova le battute: “È il momento più importante per l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale”. Azzardo: “Beh, ci capitò di scegliere tra monarchia e Repubblica”. Sul palco, attenua l’affermazione: “Uno dei più importanti”, perché “il potere s’è tolto la maschera”; e s’infervora: “Il 60% degli italiani vogliono indietro il loro Paese. Cosa c’è di più fascista di portare loro via ciò per cui hanno votato?”.

Procede ‘alla Trump’ – cui, magari, l’ha insegnato – per affermazioni apodittiche, magari icastiche, che suonano tonde (e sono vuote). “Bruxelles, Francoforte, Davos, Wall Street non hanno lasciato formare il governo, perché se avesse funzionato il modello si sarebbe diffuso anche altrove”. “Italy matters”, l’Italia conta, nel disegno populista internazionale; e Bannon, 65 anni e mille mestieri, se ne fa paladino.

Liberato e Young Signorino: imperfetti sconosciuti rap

Un candidato premier che spunta dal nulla, con un curriculum alterato come il diario di mio figlio quando deve convincermi che per domani ha solo i compiti di religione e di educazione fisica, poi il grande diniego di Sergio Mattarella, dietro al quale molti vedono chiaramente i poteri forti, invisibili, poteri tedeschi che danno un nuovo senso all’espressione “il Crucco c’è, ma non si vede”. Tutto ciò forse potrà sembrare assurdo a voi, sconsiderati osservatori del presente, ma non a me che so bene che l’arte precorre la realtà dei fatti. Perché in Italia, al momento, la scena musicale è dominata da due fenomeni oscuri che, in un certo senso, sono la perfetta rappresentazione di questa crisi istituzionale, allo stesso modo in cui Cesare Ragazzi è stato la rappresentazione del Berlusconismo: Liberato e Young Signorino.

Il primo è il gruppo Bilderberg della musica italiana, sulla bocca di tutti, chiacchieratissimo, ma nessuno sa esattamente chi sia e se sia una persona o un collettivo, e nel caso fosse un collettivo chi ne faccia parte. La sua canzone 9 maggio ha avuto milioni di visualizzazioni su Youtube, e da quel momento non si fa altro che parlare di questo rapper partenopeo, con una cifra artistica molto eclettica e con un’identità più segreta del nome all’anagrafe di Amanda Lear.

Circolano le ipotesi più disparate: una delle più accreditate lo vede come un carcerato a Nisida, la penisola-prigione minorile appena fuori Napoli, e infatti lo scrittore Maurizio De Giovanni, che proprio in quel carcere tiene dei laboratori di scrittura, a domanda precisa che gli rivolgo alla festa del Fatto svicola, confermando però che “Liberato ha una storia molto dura, molto complicata”’. Quindi sì, è molto probabile che sia nel carcere di Nisida. Oppure, in alternativa, potrebbe essere Mauro Repetto degli 883. Ma non è questo il punto.

Il punto è che quest’entità sconosciuta, che al suo recente concerto sul lungomare di Napoli è arrivata in barca insieme ad altre persone mascherate e vestite come lui per evitare che qualcuno la potesse identificare, ha un’influenza sulla scena musicale del paese pari solo a quella che i tassi d’interesse dei Bund hanno sulla nostra scena politica, e come i banchieri tedeschi ha un’identità misteriosa impalpabile e parla una lingua perfino più impenetrabile del tedesco: il dialetto di Fuorigrotta.

Discorso diverso, purtroppo, è quello che riguarda Young Signorino, esponente di punta della musica trap, genere che in Italia, con poche eccezioni, ha uno spessore culturale che fa rivalutare positivamente le raccolte di poesie di Sandro Bondi. Le sue canzoni, se troviamo il coraggio di riconoscerle tali, sono un fortunato incrocio di suoni gutturali, frasi come ‘sto scopandomi’ oppure ‘alfa alfa alfa beto rappappappappà’ e rumori di fondo di un’industria siderurgica. Va da sé che i video di queste “cose” collezionino milioni di view, ma per capire il perché, come nel caso di Liberato, bisogna capire chi sia, Young Signorino. Vent’anni, faccia tatuata con varie amenità tra cui un cerotto e la scritta “Sex sex sex”, quello che l’ha reso celebre sono alcuni passaggi nella sua travagliata biografia. Intanto si dichiara il figlio di Satana (tesi che non si è mai spinto a sostenere nemmeno Pier Silvio Berlusconi) e chiede anche a suo figlio, che ha due anni (avuto quando lui ne aveva 17), che lo chiami “Padre Satana”. Dice che gliel’ha detto Satana stesso di essere suo padre, e probabilmente ciò è accaduto quando, qualche tempo fa, è andato in coma per abuso di farmaci, un’esperienza che a Rollingstone.it ha descritto come “divertente, volevo vedere se potevo cambiare personalità”, ma ufficiosamente c’è il sospetto che l’abbia fatto per vedere se riusciva a diventare Maurizio Martina.

Mettiamo in chiaro una cosa: in Young Signorino non c’è talento, né estro né provocazione. Non canta, non sa cantare, i suoni sono sgradevoli e fastidiosi, non scrive nemmeno testi e per sua dichiarazione quando va in studio dice ‘quello che gli passa per la testa in quel momento’. Suscita interesse solo per lo stesso motivo per cui ne suscitano le donne barbute al circo, i gatti spiaccicati per strada o le montature degli occhiali di Giampiero Mughini: perché è un tizio naïf e senza alcuna preoccupazione per la sua reputazione, un tizio che non ha il senso del ridicolo (per ragioni tutte da accertare) e che attira l’attenzione perché più che un personaggio sembra la parodia di qualcosa. Di Ozzy Osbourne a Mai dire gol, per esempio. O della Trap stessa. Fine.

In ogni caso è evidente che ci troviamo davanti a un troll, nel migliore dei casi, e nel peggiore dei casi a qualcuno che forse andrebbe lasciato in pace o, al massimo, aiutato. Di sicuro non insultato o trattato come il fenomeno da circo. Da un lato il web lo deride, lo insulta, spesso lo minaccia, in un groviglio di odio e pollici in giù che certo, ne accresce la popolarità, ma lo espone anche e soprattutto a una rabbia incontrollata e gratuita. Lui al momento vola alto, più alto di questa marea infame, perché come ha detto in tv “io sono nel mio viaggio”. Dall’altro lato, appunto, proprio dalla tv è iniziato il tentativo di trasformarlo nel caso umano, lo scemo del villaggio, l’ennesimo attore del freak show con cui riempire i palinsesti televisivi con il sincero scopo di farsi beffe di lui. Ridere dei suoi tatuaggi, delle tre parole che in un’ora di intervista riesce a proferire, ridere dei suoi video e farlo deridere pure da gente come Dj Aniceto, che è un po’ come se Barbara D’Urso incolpasse la Cipollari di fare tv trash.

Al suo primo concerto, a Roma, Young Signorino non si è esibito, sostenendo che l’organizzatore della serata, col suo modo di fare, gli avesse causato dei “problemi psicologici”. La vera domanda quindi non deve essere più, come invece per Liberato, “chi è Young Signorino”, ma “sta bene, Young Signorino?”. Perché nel caso la risposta fosse no (e se è vero che a 19 anni è andato in coma per abuso di psicofarmaci no, non lo è), chi ora lo insulta, lo deride, lo espone al ludibrio come la donna cannone dovrebbe chiedersi, in un’epoca in cui il circo è sfruttamento degli animali e la circonvenzione d’incapace un reato, se sia lecito canzonare, minacciare e, nel caso di un’etichetta discografica su cui le voci sono sempre più insistenti, lucrare su una persona che, per quanto stravagante e senza contenuti, andrebbe, forse, semplicemente lasciata libera di essere “uno che di diverte su Youtube” senza volerlo trasformare in una macchina da soldi. Una macchina da soldi che può durare al massimo il tempo di una storia su Instagram.

Danni ai bus romani, i pm sospettano i sindacati oltranzisti

Continua l’inchiesta della Procura di Roma sui danni e avarie di diversi veicoli Atac, l’azienda di trasporti romana. Sabotaggio (per ora a carico di ignoti) è l’ipotesi sulla quale lavora il pm Mario D’Ovinola. Il sospetto (da verificare) è che tutto nasca da chi era contrario al nuovo contratto di novembre – sottoscritto da 6 sindacati su 10 – che ha aumentato le ore di lavoro settimanali da 37 a 39. I danni agli autobus potrebbero essere indirizzati a colpire la nuova dirigenza dell’azienda. Ma, come detto, è solo un’ipotesi. Gli inquirenti inoltre sono al lavoro sui documenti consegnati da quattro manager dell’Atac sentiti come testimoni. Le carte depositate contengono una serie di statistiche legate alle avarie di bus e tram tra 2016 e 2018. Da una prima analisi, sarebbe emerso un costante aumento dei casi di malfunzionamento, soprattutto nell’ultimo anno, con il clima di malcontento generalizzato tra i lavoratori. Oltre ai dipendenti, lavorano nelle officine operai a contratto, legati a ditte esterne. Novità a breve ci saranno anche sulla nuova proposta di concordato presentata ieri al Tribunale fallimentare per scongiurare il crac della società, gravata da debiti per 1,4 miliardi. Entro 15 giorni, arriverà il parere dei pm.

Foto di capezzoli in tutta la città: “Perché sui social li fanno sparire”

L’invasione dei capezzoli giganti. Pavia si è risvegliata con i muri di alcune strade del centro tappezzati di fotografie di seni. Decine. Grandi e piccoli, di donne bianche e nere. Tutti stampati su fogli uguali, di trenta centimetri per trenta. Senza firma.

E in un attimo la storia, raccontata dalla Provincia Pavese, ha finito per attirare i discorsi della gente ancor più forse della crisi di governo. Più delle dichiarazioni di Matteo Salvini, Luigi Di Maio e di Sergio Mattarella.

Ne parlavano tutti: nei bar, negli uffici, davanti alle scuole. L’invasione ha suscitato reazioni di ogni tipo: c’era chi ha cominciato a scattare foto dei seni con il telefonino e chi ha strappato i fogli; chi guardava e chi si voltava dall’altra parte.

E subito è scattata la caccia agli autori. Anzi, alle autrici. Perché a lanciare l’invasione, si è poi scoperto, è una fotografa che già a marzo – in occasione della Festa della Donna – aveva appeso le foto in alcune vie di Milano.

Una trovata pubblicitaria, come ieri a Pavia ipotizzavano in tanti? Sembrerebbe di no: l’iniziativa, ha raccontato l’autrice al sito The Submarine, è nata con l’intenzione di protestare contro la censura sui social e su Internet. Perché, appena compare un seno, le immagini vengono appunto coperte.

L’autrice ha raccolto intorno a sé un gruppo di ragazze. Raccontano che il loro profilo Instagram, Matrice 22, sarebbe stato rimosso per tre volte.

Da qui l’idea: stampare migliaia di foto e invadere le città. L’iniziativa è stata lanciata con l’hashtag #feelthenipple, che significa letteralmente “senti il capezzolo”.

Pavia e Milano potrebbero essere soltanto le prime tappe. Presto, pare, toccherà ad altre città della Lombardia di risvegliarsi tappezzate di seni.

Morì dopo un Tso, condannati per omicidio colposo tre vigili urbani e uno psichiatra

Dopo la sentenza, Renato Soldi e sua figlia Cristina sono andati alla panchina di piazza Umbria, a Torino, lì dove suo figlio Andrea, 45 anni, si trovava prima di morire. Volevano dirgli una cosa: “È stata fatta giustizia”, dice la donna. Ieri mattina il giudice Federica Fiorio ha condannato a venti mesi tre agenti della polizia municipale, e uno psichiatra, imputati di omicidio colposo per la morte dell’uomo avvenuta il 5 agosto 2015 nel corso di un trattamento sanitario obbligatorio.

Soldi, affetto da una schizofrenia paranoide, rifiutava le cure e per questo era stato richiesto un tso che – però – è finito male. Lui, un gigante buono conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere, stava seduto sulla panchina e non collaborava.

Per iniettargli un calmante uno degli agenti lo aveva afferrato al collo con quella che ai testimoni era sembrata una mossa di judo. Poi, una volta a terra, Soldi era stato ammanettato con le braccia dietro la schiena, messo su una barella a pancia in giù e caricato in ambulanza, dove ha avuto grosse difficoltà respiratorie. È morto poco dopo l’arrivo in ospedale. “Quel tso non è stato eseguito correttamente – aveva detto il sostituto procuratore Lisa Bergamasco –. Si è agitato solo dopo essere stato afferrato al collo”. Così aveva chiesto una condanna a un anno e mezzo, ma il tribunale ha aumentato la pena di due mesi. “Fatta eccezione del medico, che si è detto dispiaciuto, gli imputati con noi non hanno mai avuto uno sguardo di pietà”, racconta la sorella della vittima. Non hanno mai chiesto scusa alla famiglia, che non le pretende adesso: “Non ci penso neanche più. Che vengano destituiti, perché la loro promozione mi sembra troppo”, continua Cristina Soldi, secondo la quale “questa deve essere una condanna morale affinché fatti così non avvengano più. I malati devono essere trattati con dignità”.

Il “depistatore” Pazienza chiede la parola sul 2 agosto ’80: “Depositerò dati e documenti”

Un telegramma per “chiedere cortesemente di poter esser convocato onde depositare dati e documentazione di possibile interesse”. Firmato “con osservanza” Francesco Pazienza. Nel processo a Gilberto Cavallini, ex Nar, per il suo presunto ruolo di appoggio nella strage del 2 agosto 1980 a Bologna spunta a sorpresa colui che nel 1988 venne condannato a dieci anni proprio per aver depistato le indagini sulla stessa strage. Faccendiere, massone, braccio destro di Licio Gelli, ex capo del super Sismi, amico di Noriega. Mille definizioni per un uomo il cui nome appare dietro ogni incrocio pericoloso della storia italiana e non solo: l’attentato a Wojtyla ad opera di Ali Agca, la sconfitta di Carter contro Reagan in America, il crac Ambrosiano (per il quale viene condannato ad altri tre anni). E poi Bologna.

Meno di un anno dopo la bomba che sventrò la stazione causando la morte di 85 persone, sull’espresso 514 Taranto-Milano viene ritrovata una valigia: dentro c’era un mitra proveniente dal deposito utilizzato anche dalla Banda della Magliana, due biglietti aerei intestati a cittadini stranieri e dei barattoli pieni di esplosivo, lo stesso utilizzato a Bologna. Una pista falsa messa in piedi dal Sismi con la complicità di Pazienza. A distanza di 38 anni cosa possa riferire “di possibile interesse” resta un mistero sul quale deciderà nelle prossime settimane la Corte d’Assise presieduta dal giudice Michele Leoni.

Sul banco dei testimoni ieri è tornata Francesca Mambro, condannata in via definitiva per la strage ed ex terrorista dei Nar come l’imputato Cavallini, a ribadire la sua dichiarazione d’innocenza: “Io non ho mai mentito su Bologna, questa città subisce una menzogna da anni, siete stati depistati. Stanno coprendo altri scenari e noi siamo stati condannati sull’altare della necessità storica, un processo fatto per coprire altre realtà”.

L’Antimafia sul Caravaggio rubato nel 1969: “Non è distrutto, ma forse venduto a pezzi”

Nella lista dell’FBI delle dieci opere rubate più importanti al mondo, la Natività di Caravaggio sottratta la notte tra il 17 e 18 ottobre del ’69 dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo non è andata distrutta, come era emerso dal racconto di un pentito di mafia, ma è stata venduta in Svizzera ad un mercante d’arte dal boss Tano Badalamenti e probabilmente spezzettata in quattro, sei o otto parti, come si usava allora per ottenere il massimo del profitto. È l’ultima verità sulla fine di uno dei capolavori dell’arte italiana ricostruita grazie alle parole dell’ex boss Gaetano Grado e consegnata ieri a Palermo dalla commissione antimafia guidata da Rosy Bindi, venuta ieri nell’Oratorio di San Lorenzo (dove, nella stessa nicchia da cui fu rubato, è esposto il clone informatico realizzato da un team di architetti e informatici), per illustrare i risultati della sua indagine, in parte ancora secretata: lo sono i nomi dei due balordi, “aiutati da altri esperti d’arte’’, ha detto la Bindi, che quella notte staccarono, “in maniera chirurgica’’ ha detto l’esperto Bernardo Tortorici, dall’altare il quadro alto tre metri per caricarlo su un furgoncino Om 604.

A commissionare il furto non sarebbe stata la mafia, intervenuta in un secondo momento, per impadronirsi dell’opera. Però, anche se solo per suggestione, Cosa Nostra entra nelle prime fasi del furto: a scoprirlo furono le sorelle Emilia e Maria Gelfo, donne delle pulizie dell’Oratorio, omonime, ha detto il giornalista Attilio Bolzoni, della levatrice di Riina’’: ‘’Sono parenti? – si è chiesto il giornalista – io non ho approfondito’’. E anche se i reati connessi al furto adesso sono prescritti, tutti gli atti dell’indagine parlamentare sono stati trasmessi alla Procura di Palermo per gli ulteriori approfondimenti di un mistero sul quale tutte le ombre non sembra si siano ancora diradate, al punto che la stessa Bindi, rispondendo ad una domanda del giornalista, che ha parlato di “sei o sette verità diverse dei pentiti’’ chiedendole ‘’che se ne fanno i ladri di quattro o otto spezzoni di quadro?’’, ha risposto: “Accontentiamoci di un frammento di bellezza, è come avere un frammento di verità”. Che avrebbe potuto essere completa se monsignor Rocco, direttore dell’Oratorio di San Lorenzo, qualche giorno dopo il furto, fosse riuscito a condurre in porto la sua personale trattativa con gli autori del furto: ‘’Aveva avviato i contatti per la restituzione ed era a buon punto – ha detto padre Giuseppe Bucaro, direttore dell’ufficio Beni Culturali della Diocesi di Palermo, presente insieme all’arcivescovo, Corrado Lorefice – allora io ero un suo allievo e ci disse che qualcuno della polizia non si era mosso bene, e il contatto era sfumato’’. Così come sparita dagli archivi della polizia è anche la denuncia del furto presentata in quell’ottobre di quasi 50 anni fa. “Tutte le altre, dei numerosissimi furti d’arte nelle chiese di Palermo ci sono – ha detto padre Bucaro – quella del Caravaggio, no”.