Livorno, il capo della Protezione civile finisce ai domiciliari

Usava la macchina di servizio per scopi personali, faceva benzina con la carta carburante del Comune e rubava oggetti donati per solidarietà dai cittadini. Riccardo Stefanini, coordinatore della Protezione civile di Livorno, è stato arrestato ieri mattina con l’accusa di peculato continuo e aggravato. L’uomo, infatti, era già stato condannato a 7 mesi per lo stesso reato nel 2012 ma nonostante questo continuava a lavorare al vertice della Protezione civile livornese. L’indagine era partita 10 mesi fa, a pochi giorni dall’alluvione che colpì Livorno, in seguito alla denuncia del sindaco Filippo Nogarin a cui una funzionaria del Comune aveva segnalato episodi di malagestione della Protezione civile. Sono 47 i casi di peculato che vengono contestati a Stefanini: l’ultimo proprio martedì, quando l’uomo si è fermato a fare rifornimento di gasolio con la carta del Comune ma contemporaneamente ha riempito una tanica da 20 litri per la propria auto. Dopo l’arresto ai domiciliari, Stefanini è stato sospeso. “Queste accuse sono gravissime e se dovessero essere confermate, saremmo davanti a comportamenti inqualificabili” ha commentato il sindaco Nogarin.

“Nel dissesto Zanussi ricche consulenze e giornate di 30 ore”

Una storia dentro la storia. Come una matrioska tutta italiana, con al centro la crisi economica e non solo. La Zanussi, frigoriferi e altro. Alla fine degli anni 90 inglobava 34 marchi e dava lavoro a oltre 30 mila persone. Poi il declino, il passaggio sotto altre sigle e la vendita definitiva a un gruppo cinese con un calo drastico di occupati, oggi poco più di 400.

Insomma un lungo, estenuante, traghettare che abbandona non solo posti di lavoro, ma lascia anche l’ombra di un sospetto diventato inchiesta per capire se vi siano state responsabilità penali nel dissesto finale che, nel 2013, ha portato a Pordenone allo stato di insolvenza e alla nomina a commissario straordinario di Maurizio Castro, lo stesso che – lette carte e bilanci – ha denunciato la società milanese AlixPartners, a sua volta chiamata nel 2008 a mettere in piedi un piano di ristrutturazione che mai si concretizzerà. Al contrario, invece, saranno contabilizzate consulenze per AlixPartners per circa 11 milioni di euro in appena cinque anni. Parte del management risulta indagato con varie ipotesi di bancarotta.

L’indagine, iniziata nel 2015, ora si trova davanti a un bivio: archiviare, come chiesto dalla stessa Procura, oppure proseguire. A deciderlo, il 6 giugno, sarà il gip.

Torniamo dunque al 2008, quando l’ad della capogruppo Acc Spa (poi Hch Spa) e presidente del Cda della controllata Acc compressor, lascia l’incarico dopo aver segnalato un drastico calo delle vendite e la necessità di un rifinanziamento di circa 21 milioni. Ecco allora l’intervento di AlixPartners, chiamata dai soci per analizzare la crisi e impostare una road map verso “la necessaria ristrutturazione”. AlixPartners si insedia con il supporto creditizio di Mediobanca. Il primo passaggio è un report sul fabbisogno finanziario contabilizzato però in appena 9 milioni rispetto ai 21. “Questo – scrive la Guardia di finanza nella sua annotazione – permette di ottenere l’incarico, poi prolungato quattro anni”. La partenza al ribasso, secondo la Finanza “è caratterizzata in modo negativo”.

I militari proseguono nell’analisi di un’altra operazione, fortemente criticata dal commissario straordinario: il passaggio di ramo di azienda dalla capogruppo alla controllata, dove il vero tesoro è il valore del marchio, stimato in 27 milioni. Stima dopata, secondo la denuncia, dalla mancata comunicazione al perito dello stato reale del gruppo. Non a caso il valore sarà svalutato a zero nel giro di appena un anno. L’operazione – ragiona la Finanza – servirà solo per presentare in buono stato i conti della capogruppo. In questo senso, non vi è iniezione di denaro.

L’obiettivo di tenere in vita le società viene spiegato dai consulenti della Procura: “Garantire e aumentare gli importi percepibili dalla società di consulenza”. Tanto che, spiega una dipendente di Acc “le fatture di Alix partners sono sempre state pagate integralmente”. E questo a fronte di una situazione economica sempre più grave. A dimostrarlo, le email interne sui pagamenti ai fornitori che vengono posticipati. Tra gennaio e novembre 2011, quando si è ormai alle porte del dissesto, la società di consulenza emette fatture per 760 mila euro circa. Vi è poi un’ipotesi di conflitto d’interessi (bocciata in sede civile), nel momento in cui l’ad di AlixPartners ha ricoperto, nello stesso momento, la carica di presidente di Hch e di presidente del Cda di Acc Compressors. Il tutto mentre operava, per conto di Alix, al lavoro di ristrutturazione del gruppo. La stessa Gdf annota delle anomalie nella compilazione dei fogli time sheets per certificare le ore lavorate. In alcuni casi, addirittura, si contano 30 ore in una giornata. A gravare poi sull’inchiesta, annota la Finanza, il fatto che prima di essere sequestrate le mail interne ad AlixPartners “sono state oggetto di una preventiva attività di filtraggio da parte dei membri della società di consulenza che di fatto ne aveva compromesso l’attività investigativa”.

Dal suo punto di vista, la difesa di AlixPartners lavora su alcuni punti, in parte recepiti anche dalla Procura nella richiesta di archiviazione. Tra questi, il fatto che tutto ciò che fa la società è su mandato degli azionisti. Oltre al fatto che il passaggio del ramo d’azienda era il perno della ristrutturazione. Dal canto suo, invece, l’ex ad di Acc, dimessosi nel 2008, sentito dalla Finanza, spiega: AlixPartners non aveva competenza di gestione industriale. Tanto che l’incarico affidato “aveva” solo “lo scopo di tenere in piedi l’attività mediante operazioni finanziarie in attesa di poter dismettere (…) permettendo ai soci di recuperare parte dell’investimento”.

Per la Finanza ci sono reati. Non la pensa così invece la Procura di Pordenone che ha chiesto l’archiviazione perché, nella sostanza, “le diversi fonti da cui trarre elementi per l’accusa non sono neppure tra loro omogenee, tanto da generare un’indubbia confusione ricostruttiva”. Ora la palla passa al gip. Nel frattempo sul caso si è espressa anche la Procura generale di Trieste che da un lato conferma l’ipotesi accusatoria e dall’altro si riserva di avocare a sé il procedimento nel caso il giudice accolga la richiesta di archiviazione.

 

Mail Box

 

Le contraddizioni di Torino dove convivono più religioni

A Torino, mentre i militanti del M5S manifestavano contro il Quirinale, in un campo nomadi prendevano fuoco delle baracche con i nomadi alloggiati dal Comune in una sede della Protezione civile dove erano presenti le famiglie evacuate da un altro campo nomadi alluvionato! Risultato? Altri nomadi ospitati nelle stesse strutture in cui sono presenti altre persone con seri problemi da risolvere!

Ma non basta! In mezzo a tutto questo, Sindaca e Arcivescovo hanno pensato bene di partecipare a una festa in una moschea islamica dichiarando che si trattava di una festa di tutta la città!

Ma quale città? Quella cristiana o quella islamica? Con la Chiesa di Roma che ha scelto, insieme al M5S, le moschee per fare le feste anche se si mangia, e si prega, in modo diverso?

Se continua l’attuale andazzo non dobbiamo stupirci nel vedere le chiese sempre più vuote, e le moschee sempre più piene!

Mariberto Bertolino

 

Caro Mariberto, le città sono di tutti a prescindere dalle religioni. Però bisogna garantire legalità e ordine pubblico, anche nei campi rom.

M.Trav.

 

La strategia “suicida” del Pd senza un programma definito

Francamente, con tutto il rispetto, questo Pd riesco a capirlo sempre meno. Alla luce dei risultati del 4 marzo, e alle ripetute sconfitte di Renzi, ci si aspettava da questo partito un programma ben definito, per risalire la china, ma il motto per le prossime elezioni sembra essere: “Euro sì, euro no”. Voglio ricordare che sia Salvini, sia Di Maio hanno detto a più riprese che nessuno vuole uscire dall’euro e dall’Europa, ma andare a trattare per “modificare” alcuni trattati. Credo che anche i meno accorti, cadranno in questa trappola, e che il Pd sia caduto in una crisi profonda, dove non vede la luce da tempo!

Claudio Orlandi

 

Quando Renzi era anti Europa Mattarella è stato in silenzio

Insomma, in tutto questo casino su Mattarella sì o Mattarella no, sul presidente della Repubblica come notaio o come soggetto con poteri anche sostanziali nella scelta, o nella bocciatura dei futuri ministri io non ci vorrei entrare.

La Costituzione di per sé non consente una lettura univoca e, infatti, è sempre stata la prassi costituzionale ad attribuire al Presidente della Repubblica un ruolo prevalentemente formale nella nomina dei ministri, e alla prassi costituzionale si può anche derogare (siamo però una Repubblica parlamentare).

Men che meno ho voglia di imbarcarmi in una discussione sulla democraticità o non democraticità di quanto è accaduto.

È più democratico assecondare sempre e comunque il volere del popolo, anche quando il popolo è nemico di se stesso e magari non fa i propri interessi (ammesso che il governo proposto avesse mire destabilizzanti e pericolose per l’economia, i lavoratori, i mutui e i posti di lavoro, come paventato, e ciò è tutto da dimostrare), o limitarne le scelte a fini protettivi? Non lo so, e si tratterebbe di un discorso che esula in parte da quanto sta accadendo.

Ecco, fatte queste doverose premesse continuo a farmi una domanda alla quale non riesco a dare una risposta sensata. Ma perché quando era Renzi a proporsi come paladino del popolo contro l’Europa andava tutto bene? Non è stato lui il primo a proporre di portare il deficit al 2,9% e ad abolire il fiscal compact, facendo irritare Juncker, non è stato lui a far togliere la bandiera dell’Unione europea quando teneva le conferenze stampa? Perché tutto ciò non è stato ritenuto destabilizzante?

Perché invece adesso le teorie non terribilmente sovversive come quelle di un insigne economista – peraltro del tutto integrato nel nostro sistema economico politico – sono state ritenute pericolose al punto da indurre il capo dello Stato a prendersi la responsabilità di creare una simile frattura istituzionale e un così forte sconcerto in una consistente parte dell’opinione pubblica? E l’unica risposta che mi viene in mente mi destabilizza veramente.

Avv. Stefania Abbina

 

Io non voglio andare a votare con pinne, fucile e occhiali

Sono molti i motivi per cui si può detestare la democrazia, come per esempio le menzogne su cui si fonda, gli sprechi e i furti impuniti e tanto altro. Ci sono anche i partiti che non riescono a mettersi d’accordo e la gente pensa che tirino troppa acqua al proprio mulino e troppo poca a quello del popolo. Quello però che non riesco a sopportare è che per le loro beghe si dovrà forse andare a votare sotto la canicola, con pinne e costume in borsa e senza capire cosa dovrebbe cambiare.

Io a votare sotto il solleone non ci vado, non voglio, non posso, non debbo. Perciò sarà un voto democratico. Un voto senza il consenso del popolo. Che non voterà.

Gianni Oneto

 

I NOSTRI ERRORI

Per un errore redazionale, l’articolo di ieri “La Grecia come modello pericoloso” del professor Filippomaria Pontani è uscito con la firma del professor Francesco Pallante. Abbiamo corretto nell’edizione on line. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

Fq

Risparmi. L’art. 47 della Costituzione non ne affida la tutela al Capo dello Stato

 

Quindi il presidente Mattarella tutela il risparmio non accettando un ministro la cui autorevolezza è provata dalla sua storia, basti pensare che Paolo Savona è stato ministro del governo Ciampi, il massimo degli ultimi 25 anni. Ma quando firmò gli sciagurati decreti sulle 4 banche fallite a novembre 2015 difendeva il risparmio? Quando le azioni di Mps evaporavano il presidente della Repubblica, la Banca d’Italia e il ministro Pier Carlo Padoan dov’erano? E quando si è messa in campo la riforma delle banche di credito cooperativo dov’era il presidente nella difesa della cooperazione? E quando si muore sui luoghi di lavoro, come il presidente rispetta l’articolo 1 della Costituzione se non interviene mai con atti concreti richiamando con fermezza le responsabilità? Siamo uno Stato a sovranità limitata in mano ai soliti poteri finanziari e alle lobby, nessuno dei quali vuole il cambiamento.

Gianfranco Oliveri

 

Purtroppo, gentile Oliveri, viviamo un’epoca sciagurata in cui, per ignoranza o malafede, si confonde la Carta costituzionale con la Carta dei vini: si sceglie. È utile chiarire che l’articolo 47 della Costituzione non prescrive in astratto la difesa del risparmio. Dice: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Quindi lo sollecita, indica la preferenza per un popolo di formiche e non di cicale. Ovviamente poi lo tutela, perché senza questo secondo verbo il senso dell’articolo 47 sarebbe assurdo: la Repubblica incoraggia il risparmio ma si disinteressa di chi lo scoraggia. I padri costituenti però hanno indicato con precisione a che cosa era volta la tutela. Così prosegue l’articolo: “(La Repubblica) disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. I risparmiatori devono essere tutelati dagli errori o dalle truffe di coloro a cui affidano i loro risparmi: le banche e le società di gestione del risparmio. La disciplina del credito è compito del Parlamento, il controllo è affidato alla Banca d’Italia che vigila (oggi in concorso con la Bce) su banche e sgr. Su come la Banca d’Italia abbia esercitato questo dovere costituzionale il Quirinale non ha mai avuto niente da dire, anzi ha manifestato nei fatti piena soddisfazione confermando al suo posto l’anno scorso il governatore Ignazio Visco. È vero che determinate scelte di politica economica, come l’uscita dall’euro, potrebbero colpire i risparmi degli italiani, ma non è dalle decisioni anche pessime degli elettori e della maggioranza del Parlamento che l’articolo 47 invoca tutela. Tantomeno la affida al presidente della Repubblica.

Giorgio Meletti

“La Grecia sta meglio” e altre canzoncine già cantate

Ogni tanto qualcuno in tv dice che “la Grecia sta meglio” e lo fa, in sostanza, per testimoniare che è pronto a lasciar fare all’Italia quel che hanno fatto alla Grecia subito o quando il dio detto “mercati” s’accorgerà che, finito il Qe, la Bce non ha strumenti per tenere assieme la baracca whatever it takes. I greci, peraltro, non sono tanto d’accordo: ieri l’ennesimo sciopero generale ha bloccato il Paese per protestare contro le prossime misure di austerità biennali (si parte a gennaio con un nuovo taglio delle pensioni) chieste dai creditori (Bce, Ue e Fmi) nell’ambito della fine – badate bene – del “piano di salvataggio” ad agosto. Poi ci sono quelli a cui è rimasto quel minimo di moralità per non dire che la Grecia sta bene: in genere sono di Sinistra Italiana o anche più gauchiste. La maggior parte, però, poi sostiene cose così (qui l’ex sottosegretario Paolo Cento): “Il sovranismo in Italia è sotto l’egemonia della Lega e non lascia spazio a una lettura al di fuori di un pericoloso nazionalismo e al ritorno delle piccole patrie di muri e filo spinato. La sinistra può avere spazio e futuro se ha il coraggio e la forza di un nuovo europeismo democratico e sociale in netta discontinuità con le politiche di questi ultimi 10 anni”. Tradotto: il sovranismo no – cioè va bene, ma da Mentone in poi perché in Italia c’è la Lega – quindi il nostro programma di lottatori di classe è… “mettete fiori nei vostri cannoni”. Una domanda: ma questa canzoncina non l’abbiamo già cantata a Piazza Syntagma qualche anno fa? Non è ancora chiaro che chi ha i cannoni alla fine spara?

La favola delle elezioni è solo un gioco

C’erano una volta le elezioni del 4 marzo. I contendenti erano agguerriti, ci si giocava il tutto per tutto. Alcuni di loro avevano preparato una pozione: una legge elettorale che consentisse di far governare gli “amici” e, in caso di sconfitta, non far governare i “nemici”.

E stallo fu: né il primo partito, né la prima coalizione avevano la maggioranza. Che fare? I giorni passavano tra consultazioni e mandati esplorativi, veti e controveti, mentre il capo dello Stato metteva i suoi paletti: nessun pre-incarico ai due vincitori, solo a chi mi porterà una maggioranza, e occhio alla legge di Bilancio e all’aumento dell’Iva.

Prova così, prova cosà, a forza di no i due furono costretti a dirsi sì. Ma toccava mettere a punto un contratto di governo, sottoporlo ai militanti, creare la squadra e fare un passo indietro nella leadership. Ah ah, non ce la faranno mai – godevano e gufavano gli esclusi – e noi guadagneremo dal loro insuccesso. Invece, com’è, come non è, Luigi e Matteo si misero attorno a un tavolo: accordo sui temi, tra gli iscritti, sui ministri e pure sul premier terzo. Il prof. Conte (un classico delle favole) fu sottoposto a un check-up completo, in Italia e all’estero: curriculum, ipoteche, consulenze legali, famiglia, fede religiosa, eh ma non è eletto in Parlamento… mancava solo l’etilometro per il tassista che lo aveva portato al Quirinale. Ma, a parte qualche peccato veniale – quasi indegno della media della nostra classe dirigente – resistette. Anzi, presentandosi garbato ma fermo, come “avvocato difensore del popolo italiano”, e incontrando i risparmiatori truffati, iniziò a far breccia tra gli italiani che non lo conoscevano. E pure tra gli esclusi, che cominciarono a preoccuparsi: non è che questi ce la fanno davvero? Tocca intervenire.

Ecco il diluvio (altro classico): lo spread che sale, la borsa che cala, stampa e regnanti stranieri che ci danno dei pezzenti, se all’Economia va il prof. Savona l’Italia uscirà dall’euro, e come si fa coi mercati, le agenzie di rating, Juncker e la Merkel? No, non vogliamo uscire dall’euro, solo “un’Europa diversa, più forte, ma più equa”, prova a dire Savona. Niente: il capo dello Stato dice no – perché è nelle sue prerogative (non è un veto politico?), si deve tutelare il risparmio (e i decreti salva banche e il bail-in anticipato?), potevano proporre altri nomi (su Bagnai e Siri mente Luigi?) – e il castello crolla. Lo scettro passa all’affidabile ex FMI e spending review Cottarelli: pure lui non eletto in Parlamento, ma senza maggioranza non può fare nulla, né legge di Bilancio, né disinnescare l’aumento dell’Iva, né tranquillizzare il Dio mercato, né fermare i “populisti” (anzi). Niente incantesimi.

E con lo spread che sale e la Borsa che cala – ma tanto la colpa di tutto è di Luigi e Matteo, anzi più di Luigi, perché i veri “barbari” sono i 5 Stelle, e poi non è che lo scaltro Matteo ha fatto il doppio gioco? – ci dirigiamo (forse) spompati verso nuove urne.

C’erano una volta le elezioni del 4 marzo. Ma si sa, “ogni favola è un gioco”, e tocca tornare alla realtà, come ci ricorda dalla sua fortezza il commissario Ue (tedesco) Oettinger: i mercati indicheranno agli italiani come votare. Già, i mercati che in questi anni ci hanno fatto tanto ricchi, ci faranno vivere tutti felici e contenti.

I “magnifici otto” di Milano contro i barbari antipolitici

L’ultima ideona di Giuseppe Sala è stata quella di schierare se stesso e tutti i suoi predecessori sindaci di Milano (quelli ancora vivi) in difesa “delle istituzioni e del presidente della Repubblica” Sergio Mattarella. La difesa delle istituzioni mi piace. Va sempre bene ed è sempre da lodare. Scrivono i sindaci – Giuseppe Sala e Giuliano Pisapia, Letizia Moratti e Gabriele Albertini, Marco Formentini e Gianpiero Borghini, Gianpaolo Pillitteri e Carlo Tognoli – di aver avuto “l’onore di amministrare la città di Milano nel corso delle diverse stagioni politiche degli ultimi decenni, sostenuti da maggioranze alternative, per effetto della libera espressione democratica dei milanesi”. E di aver “gestito l’incarico, pur con orientamenti politici e stili personali anche molto differenti, con la consapevolezza che l’istituzione comunale era a noi affidata da tutti i cittadini e non solo da quelli della nostra parte politica”. Insomma: “Per noi il ruolo del sindaco è innanzitutto di garante dell’unità e della coesione della nostra comunità, il che rappresenta uno degli elementi decisivi nel mantenimento di un solido tessuto democratico”.

Come non essere d’accordo? Sorvoliamo sul fatto che un paio di firmatari siano pregiudicati condannati per Mani Pulite, sindaci garanti del sistema di Tangentopoli ai tempi beati della Milano da bere. Ma la lettera con le otto firme, dopo aver allineato tante belle dichiarazioni sull’essere sindaco di tutti (e come non essere d’accordo?), non è coerente con le conclusioni. I firmatari decidono di “esprimere al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la più ampia e incondizionata solidarietà per l’azione di garanzia della Costituzione, dell’unità nazionale e degli impegni internazionali svolta durante tutto il periodo successivo alle recenti elezioni politiche”. Affermando al contempo “con grande convinzione il nostro credo nei valori europei. Ritenendo assolutamente sbagliato anche il solo mettere in dubbio la partecipazione del nostro Paese alla grande comunità europea, ribadiamo che Milano è e sarà sempre una città aperta e internazionale, rispettosa dei valori democratici e fiera di sentirsi profondamente italiana e europea”. Bene. Bravi.

Ma i magnifici otto non tengono in considerazione che, a detta dei migliori costituzionalisti italiani, da Lorenza Carlassare a Valerio Onida, da Paolo Maddalena a Massimo Villone, il capo dello Stato ha gestito in nodo perlomeno incauto le consultazioni per la formazione del nuovo governo, rifiutando per motivi politici un economista proposto come ministro dell’Economia: Paolo Savona, perché in passato aveva espresso dure critiche all’unione monetaria, anche se per il presente aveva escluso che l’Italia potesse essere trascinata fuori dall’euro. La nostra Costituzione esclude che il capo dello Stato possa porre veti politici a candidati ministri. “Il diniego sul nome di un ministro”, spiega Carlassare, “può esserci per incompatibilità col ruolo, per conflitto d’interessi o indegnità causata, per esempio, da condanne penali, dunque solo per ragioni oggettive”. Fu così per Cesare Previti (era l’avvocato di Silvio Berlusconi ed era inopportuno che facesse il ministro della Giustizia) o di Roberto Maroni (era indagato per essersi opposto alla polizia arrivata nella sede della Lega e non era opportuno che diventasse ministro dell’Interno). Non per ragioni politiche, come la difesa dell’europeismo o del verbo delle agenzie di rating. I magnifici otto si presentano come un “asse repubblicano” contro i barbari dell’antipolitica. Non so se facciano bene, dato che, da sindaci, devono rappresentare anche i cittadini barbari e antipolitici. Di certo non può farlo il capo dello Stato, che deve garantire tutti i cittadini.

Il re è nudo: lo dice il quirinale

Partiamo da una presunzione di buona fede: che nella sua saggezza, il presidente della Repubblica abbia agito nell’interesse del Paese, operando scelte drammatiche ma inevitabili. Il capo dello Stato non ha formalmente argomentato, in punto di diritto, il suo rifiuto di nominare il ministro dell’Economia indicato dal presidente del Consiglio incaricato. Non ha spiegato quali disposizioni della Carta gli conferirebbero questo potere di veto – nonostante autorevole dottrina, a partire da Costantino Mortati, ne escluda la configurabilità – né ha indicato contro quali previsioni costituzionali sarebbe andata a urtare la nomina di Paolo Savona. Si è limitato a fare riferimento alle preoccupazioni che tale nomina avrebbe suscitato negli “operatori economici e finanziari” e alle conseguenze negative che sarebbero derivate dall’adozione di una “linea… che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”. Alcuni hanno ritenuto di rinvenire nella posizione presidenziale l’affermazione della irreversibilità dell’adesione dell’Italia all’Unione europea e alla moneta unica, in forza degli art. 11 e 117 Cost.

Alla luce del nostro ordinamento pare indiscutibile che dalla previsione di possibili limitazioni di sovranità derivi la possibilità di stipulare patti internazionali che sanciscano, nelle materie interessate dagli accordi stessi, la prevalenza degli atti dell’ordinamento pattizio su quelli dell’ordinamento interno. Sul punto, il “contratto” di governo siglato da Salvini e Di Maio era di una debolezza imbarazzante, là dove, con toni da social network, reclamava la “prevalenza” della Costituzione sul diritto dell’Unione nella completa ignoranza della decennale elaborazione giuridica in argomento.

Quel che, invece, pare discutibile è che dall’art. 11 Cost. derivi la irrevocabilità della sottoscrizione dei patti, come se la sovranità, una volta limitata, non potesse più riespandersi. Manca, in proposito, ogni nesso di implicazione logica: a ritrovarsi limitata dall’art. 11 Cost. non è la capacità di autodeterminazione dello Stato nello scenario internazionale, ma l’àmbito materiale di estensione dell’ordinamento giuridico interno, fintanto che l’Italia mantiene ferma la sua adesione al patto. E poi: perché tra tutti i vincoli che il diritto europeo impone al nostro ordinamento, il Presidente ha deciso di far riferimento esclusivamente a quelli di natura finanziaria? Il “contratto” pentaleghista conteneva clausole discriminatorie ai danni degli stranieri, anche comunitari, indiscutibilmente in contrasto con l’ordinamento Ue: perché nessuna parola da parte del presidente su questi profili? Perché nessun dubbio – anzi, l’esplicito consenso – sull’esponente politico destinato a porre in essere tali clausole nella veste di ministro dell’Interno? Evidentemente, il punto erano i vincoli finanziari in sé considerati, non i vincoli europei.

Rimane un’unica ricostruzione giuridicamente sostenibile: che il presidente della Repubblica abbia agito nella sua veste di supremo reggitore dello Stato. A fronte di una situazione eccezionale, suscettibile di porre a repentaglio la tenuta stessa della Repubblica, attenersi alla puntuale configurazione giuridica delle prerogative costituzionali avrebbe legato le mani al capo dello Stato, impedendogli di assolvere al suo dovere supremo: salvaguardare la sovranità nazionale. Anche in questo caso, tuttavia, qualcosa non torna, se proprio nel momento in cui si risolve ad assumere su di sé l’onere di salvare la Nazione, il presidente ammette, apertis verbis, che occorre mettere la sordina alla sovranità popolare e piegarsi ai diktat provenienti dalla finanza internazionale. Vale a dire, che per salvare la sovranità occorre sacrificare la sovranità: un vero e proprio avvitamento logico.

Non si può escludere che situazioni analoghe si fossero verificate in passato. Mai prima d’ora, però, il re aveva così platealmente ammesso – lui stesso, non il bambino innocente! – di essere nudo.

È possibile che a ciò il presidente Mattarella sia stato costretto dalla indisponibilità a tornare sui propri passi mostrata, per il tramite del presidente del Consiglio incaricato, dall’alleanza pentaleghista. Ciò non toglie che il potere abbia bisogno del filtro delle regole giuridiche per esorcizzare la propria stessa natura profonda, fatta di relazioni di dominio se non di veri e propri rapporti di forza bruta. Squarciare il velo del diritto – ammoniva Kelsen – è pericolosissimo: dietro quel velo si cela la Gorgone del potere, capace di pietrificare col suo sguardo chi se la ritrova innanzi.

Fuor di metafora, ora che il precedente è stato palesato, chi potrà impedire ai futuri presidenti di comportarsi nel medesimo modo?

* Professore associato di Diritto costituzionale a Torino, membro del Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia

Quella picconata di Mattarella a Germania e Ue

I liberali in tutta Europa sembrano felici: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha impedito che i populisti conquistassero il governo e ha evitato un’altra crisi dell’euro.

La loro gioia si sta rivelando di breve durata. Io penso che la decisione di Mattarella abbia danneggiato l’Italia, la Germania e l’Europa. L’unica forza politica che si rafforzerà è la Lega, cioè un partito di estrema destra che si è schierato contro i migranti e a fianco di Vladimir Putin e Marine Le Pen. Le democrazie liberali saranno le principali vittime, non solo in Italia.

I partiti centristi saranno ridotti a una nota a piè di pagina nelle prossime elezioni italiane.

La lotta politica nei prossimi mesi diventerà ancora più aspra, se non addirittura violenta. L’Europa sarà ancora più paralizzata, di fronte all’instabilità in uno degli Stati membri più importanti. La Germania dovrà convivere con le implicazioni di tutto questo.

I giuristi discuteranno a lungo se il presidente Mattarella ha agito in modo costituzionale mettendo il veto sul governo di coalizione anti-establishment Lega-M5S che poteva contare su una chiara maggioranza in Parlamento. Ma le conseguenze politiche della scelta di Mattarella si riveleranno molto più rilevanti di quelle giuridiche.

La prima vittima della decisione di Mattarella è la democrazia italiana. Il presidente ha citato le preoccupazioni dei mercati internazionali per motivare il suo veto. Questo implica che sono i mercati, e non glie lettori, a stabilire il futuro della Repubblica italiana. Detta in modo diverso: le elezioni possono essere considerate valide soltanto se portano all’esito auspicato dai mercati.

Mattarella non ha però specificato come si manifesta questo verdetto dei mercati. Dobbiamo guardare alla Borsa, molto volatile? Alla produttività? All’andamento del commercio? O a quello degli investimenti? Oppure alla crescita? E chi è titolato a parlare a nome dei mercati’ Le agenzie di rating? Il Fondo monetario internazionale? Il presidente stesso?

I politici hanno il dovere di prendere sul serio i mercati e il contratto di governo tra Lega e M5S prevedeva varie politiche sociali senza specificare le fonti di copertura finanziaria. Ma la democrazia perde di significato se diventa un’appendice di mercati capricciosi e con interessi specifici da perseguire. E, come si vede, ai mercati non piace neppure l’instabilità politica causata dalla decisione di Mattarella.

La seconda vittima della decisione di Mattarella sarà l’Unione europea. Il presidente ha detto agli italiani che il possibile governo Lega-M5S, e soprattutto il candidato a fare il ministro del Tesoro, Paolo Savona, avrebbero potuto portare il Paese fuori dalla zona euro.

I vincitori delle ultime elezioni italiane non sono certo dei fan del Fiscal compact perché credono che troppa austerità danneggi la crescita europea. Queste non sono posizioni estreme: le hanno sostenute economisti rispettabili come Paul Krugman e Joseph Stiglitz e da politici liberal, da Matteo Renzi a Emma Bonino.

Paolo Savona è uno dei più rispettati economisti italiani e un ex ministro in un governo di centrosinistra. Savona ha passato gli ultimi anni a studiare le conseguenze di una possibile uscita dall’euro o un referendum sul tema.

A parte la speculazione, la legittimità dell’Ue sarà sempre messa in discussione se Bruxelles viene considerata schierata per una delle fazioni che si sfidano nella politica nazionale.

Lo abbiamo visto in Gran Bretagna, in Polonia, in Austria, in Repubblica Ceca, in Ungheria. Aggiungere l’Italia alla lista delle fonti di spinte distruttrici in seno all’Ue. La Ue non può prosperare senza la cooperazione tra i suoi Stati membri. E questa cooperazione non arriverà se l’opinione pubblica si sentirà dire che le decisioni più rilevanti per il destino dei cittadini sono prese a Bruxelles e non nelle Capitali nazionali.

La terza vittima della decisione di Mattarella sarà la Germania. Ogni volta che c’è un terremoto in Europa, la Germania si trova al suo centro. Come oggi. Nelle ultime settimane la stampa tedesca, soprattutto lo Spiegel, ha pubblicato articoli che molti italiani hanno trovato offensivi. Il governo tedesco ha mantenuto la calma, ma non è chiaro se sappia come contenere l’instabilità che arriva da una delle più grandi economie della zona euro. Berlino è pronta a mettere mano al portafoglio e allentare la sua disciplina fiscale?

L’Italia può essere sottomessa come la Grecia? Quanti protettorati possono permettersi di gestire in Europa Bruxelles e Berlino? A differenza della Polonia e della Grecia, l’Italia è uno storico alleato della Germania. Ma i sentimenti anti-tedeschi stanno aumentando di intensità in tutto il Paese, dalla Lombardia alla Sicilia, dai tempi dell’adozione del Fiscal compact.

Finché non ci sarà un governo effettivo a Roma, sarà difficile per la Germania gestire il vaso di Pandora italiano. Le possibilità di compromesso e di soluzioni di buon senso sono ora molto limitate in Italia, dopo la decisione di Mattarella. E la Germania sarà esposta alle conseguenze politiche ed economiche.

Non c’è praticamente alcuna possibilità che Carlo Cottarelli, incaricato da Mattarella di formare un nuovo governo, abbia successo.

Ci saranno presto nuove elezioni e i sondaggi indicano che la Lega si rafforzerà ancora. Gli stessi sondaggi indicano che i partiti tradizionali saranno ulteriormente spinti ai margini della politica italiana.

La democrazia non è fatta soltanto di elezioni.

Ma privare i vincitori usciti dalle urne della possibilità di formare un governo ha sicuramente ben poco a che fare con la democrazia. In un’atmosfera di grande confusione e sfiducia, i populisti possono soltanto prosperare.

Rassegnatevi a un altro periodo di sommovimenti nella politica europea. Ma non era affatto detto che dovesse finire così.

Il Pd si posiziona: astensione, elezioni a luglio e piazza subito

“Siamo tornati a parlare, a telefonarci…”. Dopo settimane di tensione tra renziani e le altre componenti dem, la crisi ricompatta il Pd. Una tregua. Almeno in queste ore. Con la soddisfazione di aver centrato due obiettivi. Il primo aver “spiazzato M5S e Lega” con l’annuncio dell’astensione sulla fiducia a un eventuale governo Cottarelli. Astensione ribadita ieri. Il secondo obiettivo centrato, sostengono i dem, è quello di aver stanato Matteo Salvini e Luigi Di Maio schierando il Pd per il voto a luglio. “Abbiamo reso evidente che sono terrorizzati di andare a votare a luglio. E tutto quello che sta accadendo in queste ore” ovvero il nuovo tentativo di un governo politico giallo-verde “ne è la dimostrazione”. In attesa dell’evolversi della crisi, i dem sono alle prese con l’organizzazione della manifestazione di domani a Santi Apostoli.

Un’iniziativa nel nuovo spirito del “fronte repubblicano”: una piazza aperta, forse anche con i sindacati presenti.

Leu, inizialmente critica su una possibile alleanza in elezioni prossime venture, starebbe valutando la possibilità di ricreare una compagine di centrosinistra.