Avevamo un presidente della Repubblica molto rispettato e generalmente condiviso, uno che ammonisce il meno possibile, con riguardo e rispetto per tutti. Ha seguito e facilitato le lunghe sedute per la stipulazione di un contratto fra due parti politiche che non si conoscono, non si frequentano, non si amano.
Il fatto è che entrambe avevano quasi vinto le stesse elezioni, con progetti e impegni completamente diversi, ma erano (sono) le sole due forze che, insieme, formano una maggioranza che può governare. In realtà li accomuna soltanto il consenso che ciascuno ha ricevuto da masse di elettori, per ragioni diverse, lungo percorsi politici senza raccordi e sommando opinioni pubbliche molto lontane tra loro.
Il presidente della Repubblica ha accettato di non notarlo e di accogliere con benevolenza, a nome del Paese, l’insolita procedura del “contratto”. Fin qui ha continuano a mantenere la buona fama dell’uomo calmo e di buon senso che attende, come tutti gli italiani, che si compia uno strano lavoro senza precedenti politici o costituzionali. Un “contratto” non è un programma di governo. Congiunge due parti politiche ma non lega queste parti politiche al Paese. Anche questo aspetto rilevante viene pazientemente non notato. Fin qui Mattarella ha dato prova di pazientare e aspettare con grande, e forse discutibile, pazienza.
Ma il dramma esplode dopo. Una volta riuniti col presidente, i due autori del contratto, insieme a un avvocato che gli italiani non conoscono e che sarà il primo ministro, leggono, nella lista dei ministri proposti al presidente, un nome esca, destinato (essi sanno con certezza) a fermare l’intero evento. A rendere impossibile il governo con un incidente accuratamente disegnato almeno da uno dei due partner, il leader leghista. Il nome, indicato per il ministero chiave dell’Economia, è quello di un grande manager, banchiere e accademico, cultore autorevole della lotta all’euro, dunque una proposta in perfetta contraddizione con l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Mattarella ha detto no, rendendosi conto di essere il presidente di un Paese fondatore dell’Unione. A partire da questo momento, Mattarella viene indicato come il nemico degli italiani che ha reso impossibile il governo (dunque abbandonando l’Italia allo sbaraglio) per il solo fatto di avere esercitato una sua prerogativa che la Costituzione gli assegna, che è già stata esercitata molte volte dai suoi predecessori, e che in questo era contro la trappola di far cadere l’Italia in una decisione mai presa. E ciò non perché il professore designato fosse persona infida. Al contrario. Per la lealtà coraggiosa, assoluta e solitaria con cui, separandosi dalla maggioranza degli economisti del suo valore, il designato prof. Savona si era messo appassionatamente contro la moneta unica, indicata come il male che consuma l’Europa e blocca l’Italia. Considero la decisione del presidente della Repubblica, un gesto che apprezzo e che mi sembra un salvataggio, non da Savona, persona per cui ho stima e amicizia, ma dal cadere nella trappola preparata con astuzia da un gatto e una volpe che cercavano un presidente Pinocchio. Però vorrei, se fossi un regista e potessi girare di nuovo l’ultima scena, evitare le ragioni e i commenti con cui Mattarella è uscito a difendersi (come se si trattasse di un dibattito fra esperti e non di uno scherzo alla Monicelli). Nel mio film, Mattarella sarebbe seduto nel suo studio, ancora in attesa, dopo avere invitato i suoi visitatori a tornare con una lista che il presidente di un Paese legato profondamente all’Unione (e molto beneficiato dalla politica monetaria della Bce) possa accettare. Non avrei chiamato precipitosamente Cottarelli. La responsabilità tocca a Salvini e Di Maio, come toccano a loro le brutte ore che l’Italia sta vivendo, in Parlamento, in Borsa e nelle case.