Il presidente, il gatto e la volpe

Avevamo un presidente della Repubblica molto rispettato e generalmente condiviso, uno che ammonisce il meno possibile, con riguardo e rispetto per tutti. Ha seguito e facilitato le lunghe sedute per la stipulazione di un contratto fra due parti politiche che non si conoscono, non si frequentano, non si amano.

Il fatto è che entrambe avevano quasi vinto le stesse elezioni, con progetti e impegni completamente diversi, ma erano (sono) le sole due forze che, insieme, formano una maggioranza che può governare. In realtà li accomuna soltanto il consenso che ciascuno ha ricevuto da masse di elettori, per ragioni diverse, lungo percorsi politici senza raccordi e sommando opinioni pubbliche molto lontane tra loro.

Il presidente della Repubblica ha accettato di non notarlo e di accogliere con benevolenza, a nome del Paese, l’insolita procedura del “contratto”. Fin qui ha continuano a mantenere la buona fama dell’uomo calmo e di buon senso che attende, come tutti gli italiani, che si compia uno strano lavoro senza precedenti politici o costituzionali. Un “contratto” non è un programma di governo. Congiunge due parti politiche ma non lega queste parti politiche al Paese. Anche questo aspetto rilevante viene pazientemente non notato. Fin qui Mattarella ha dato prova di pazientare e aspettare con grande, e forse discutibile, pazienza.

Ma il dramma esplode dopo. Una volta riuniti col presidente, i due autori del contratto, insieme a un avvocato che gli italiani non conoscono e che sarà il primo ministro, leggono, nella lista dei ministri proposti al presidente, un nome esca, destinato (essi sanno con certezza) a fermare l’intero evento. A rendere impossibile il governo con un incidente accuratamente disegnato almeno da uno dei due partner, il leader leghista. Il nome, indicato per il ministero chiave dell’Economia, è quello di un grande manager, banchiere e accademico, cultore autorevole della lotta all’euro, dunque una proposta in perfetta contraddizione con l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Mattarella ha detto no, rendendosi conto di essere il presidente di un Paese fondatore dell’Unione. A partire da questo momento, Mattarella viene indicato come il nemico degli italiani che ha reso impossibile il governo (dunque abbandonando l’Italia allo sbaraglio) per il solo fatto di avere esercitato una sua prerogativa che la Costituzione gli assegna, che è già stata esercitata molte volte dai suoi predecessori, e che in questo era contro la trappola di far cadere l’Italia in una decisione mai presa. E ciò non perché il professore designato fosse persona infida. Al contrario. Per la lealtà coraggiosa, assoluta e solitaria con cui, separandosi dalla maggioranza degli economisti del suo valore, il designato prof. Savona si era messo appassionatamente contro la moneta unica, indicata come il male che consuma l’Europa e blocca l’Italia. Considero la decisione del presidente della Repubblica, un gesto che apprezzo e che mi sembra un salvataggio, non da Savona, persona per cui ho stima e amicizia, ma dal cadere nella trappola preparata con astuzia da un gatto e una volpe che cercavano un presidente Pinocchio. Però vorrei, se fossi un regista e potessi girare di nuovo l’ultima scena, evitare le ragioni e i commenti con cui Mattarella è uscito a difendersi (come se si trattasse di un dibattito fra esperti e non di uno scherzo alla Monicelli). Nel mio film, Mattarella sarebbe seduto nel suo studio, ancora in attesa, dopo avere invitato i suoi visitatori a tornare con una lista che il presidente di un Paese legato profondamente all’Unione (e molto beneficiato dalla politica monetaria della Bce) possa accettare. Non avrei chiamato precipitosamente Cottarelli. La responsabilità tocca a Salvini e Di Maio, come toccano a loro le brutte ore che l’Italia sta vivendo, in Parlamento, in Borsa e nelle case.

Trance agonistica mediatica: questo Salvini non sbaglia più

L’altroieri ero a DiMartedì. La puntata ha registrato ascolti mostruosi (14% di share), a conferma dell’interesse che hanno ora gli italiani per la politica. Prima di intervenire, ho ascoltato con attenzione la lunga intervista a Salvini. Giovanni Floris è bravissimo a farle e Salvini poteva andare più volte in difficoltà. Non c’è andato. Mai. Sta attraversando la classica fase della “trance agonistica mediatica”. Quando sei dentro quella fase lì, non sbagli mai. A Di Maio è accaduto nei mesi che hanno preceduto la vittoria del 4 marzo. A Renzi non è accaduto mai, perché è Renzi e con quella faccia-lessico-pochezza lì non c’è trance che tenga, ma nel 2014 c’erano una penuria e un lecchinaggio tali che pure uno così venne frainteso per hombre del destino. Ora tocca a Salvini. A dire il vero è così dal 2013, perché dal 4% è passato in cinque anni al 17,5%. Un capolavoro. Ma dopo il 4 marzo ha proprio cambiato passo. Infatti i sondaggi lo danno poco sotto il 30. Dei quattro dell’Ave Maria è quello largamente più in forma: Berlusconi pare una salma (pericolosa, però). Renzi fa pena, e anche l’altroieri a Otto e mezzo sembrava un reduce di se stesso, gonfio e fanfarone, rimasto ancora al 4 dicembre 2016 o forse alle guerre puniche.

Di Maio, che ha avuto il merito enorme di trattare Berlusconi come nessun centrosinistra ha osato trattare, e che tutti trattano come un mezzo minorato perché in tivù e nei salotti buoni fa figo spalare sterco sui grillini, continua a fidarsi come un pivellino del collega oltremodo più scaltro: prima rideva troppo e si diceva (da solo) “stiamo facendo la storia”, poi ha sbroccato da Fazio sull’onda (legittima) della delusione del momento, quindi è tornato a dire “siamo disponibili a parlare con Mattarella”. È dal 4 marzo che Di Maio dà la sensazione di voler governare a tutti i costi, e questo atteggiamento lo paghi. Infatti non ha fatto in tempo a riparlare di governo Conte che subito Salvini gli ha risbattuto la porta in faccia: “Ho una dignità, si voti”. Game, set and match.

Cosa significa tutto questo? Che siamo in mano a Matteo Salvini. I fenomeni sfolla-consensi che ora già pensano alla grande ammucchiata (da D’Alema a Boldrini, da Renzi a Calenda, eccetera) per “salvare la democrazia dai sovranisti”, domenica sera esultavano e lanciavano hashtag tipo #iostoconmattarella per avere evitato Salvini al Viminale. Bravi campioni: infatti lo avrete a Palazzo Chigi. Una grande vittoria, figlia della immane cantonata politica di Mattarella. Salvini vuol tornare al voto: fa benissimo. Sfiorerà il 30%, raddoppierà i parlamentari e a quel punto potrà trattare Berlusconi come un vassallo (pericoloso, però) oppure Di Maio da parigrado o magari sottoposto. Lo hanno pure fatto arrabbiare sul caso Savona, quindi ha voglia di vendicarsi. Conosco bene la critica: “È bravo in tivù, non a far politica reale”. Può essere, ma la strategia e la capacità mediatica contano. Non ho mai votato Lega, vengo da un’altra storia, ho idee diverse. A chi però esaspera i rischi di fascismo e razzismo, dico senza mezzi termini che peggio di Alfano (che al Viminale c’è stato parecchio) non poteva fare e che nessuno può essere più smisuratamente impreparato e subdolamente pericoloso di Renzi e frattaglie derivate. Soprattutto: se siamo in democrazia, deve governare il più forte. Anche se quel forte non ci piace.

Oggi il più forte (per distacco) è Salvini. Quindi è giusto, benché ai più sgradito, che governi. Da qui al voto la sua Lega giocherà al doppio forno: correrà col centrodestra, non per convinzione ma per salvare le tante giunte comunali e regionali, facendo l’equilibrista tra “fedeltà agli alleati” e “stima per i grillini”. Poi, dopo il voto, il Matteo non ipodotato si farà due conti in tasca. E sceglierà cosa gli conviene di più: un tranquillo governo di paura con Gasparri & La Russa (e se riavremo Berlusconi al governo sarà di nuovo colpa di Mattarella). Oppure un “governo del cambiamento” coi grillini. Tutti gli altri saranno destinati a rincorrere. Compresi i 5Stelle, che in campagna elettorale dovranno sciogliere un ulteriore dilemma: si presenteranno alternativi alla Lega o giocheranno di rimessa? Un altro problema da risolvere, creato – ovviamente – dallo scaltrissimo Salvini. Se Renzi è stato (ed è divertente usare già il passato) il politico più sopravvalutato degli ultimi 978 anni, Salvini resta uno dei più sottovalutati. E la cosa buffa è che in tanti lo sottovalutano ancora. Ricordatevi di loro: quando la Lega stravincerà il prossimo giro elettorale, avranno perfino il coraggio di stupirsene. Per poi andare garruli in tivù a spiegarci perché ha vinto. Fenomeni.

“Il lettino dello psicanalista è una tribuna elettorale”

Mi è capitato un paziente immerso in una acuta crisi familiare seguita al divorzio. È riuscito a destinare una fetta del nostro colloquio alla situazione politica. Quello mi convince, quell’altro no…

Sul lettino del professor Luigi Zoja, psicanalista di fama mondiale, con ricche esperienze e studi in economia e sociologia, va in onda la tribuna politica.

Per uno psicanalista junghiano è il massimo possibile della fortuna. I problemi personali, le questioni identitarie irrisolte si affrontano anche guardando e parlando al mondo.

La crisi sta divenendo romanzo popolare con innesti da reality show. Il fatto terrorizza o coinvolge?

Può sconvolgere, può anche coinvolgere. Le dicevo che nel mio studio la vicenda è molto sentita.

È anche molto confusa. L’evoluzione della crisi sta assumendo caratteri parossistici. Prima la scena mutava una volta a settimana, poi una volta al giorno, adesso sono minuti. Ti distrai un attimo e qualcosa di nuovo è già successo.

A proposito, Cottarelli ha rinunciato?

Attualmente è in riserva. Avrebbe la lista dei ministri pronta.

Ha fatto il governo addirittura? Stamane pareva che tornasse a casa.

Per adesso non torna a casa né fa il governo.

Scusi, ho trascorso la giornata in studio e non ho avuto tempo di cogliere gli ultimi sviluppi.

Mutano le quotazioni come si fosse al cambio della moneta argentina.

Conosco l’Argentina, si scherza troppo con la parola default. Per avere un’idea di cosa significa si faccia una passeggiata laggiù.

Professore, e se i politici fossero nelle condizioni dei suoi pazienti?

Attualmente non ho politici in cura.

Nel senso che sottoposti a un forte stress emotivo, come i suoi pazienti, perdano contezza del principio di realtà

Lo stress può benissimo dar luogo a quello che chiamiamo sgomento o sconforto.

Qualcuno in questa crisi si è fatto prendere dallo sconforto per aver giocato male le sue carte.

Tecnicamente lo sgomento è una infezione psichica.

Qui si fa dura la questione.

Diminuiscono le difese civili, e si ha una regressione allo spirito animale.

Un immiserimento dello status. Iper-reattività, se vogliamo essere precisi.

Pensi al panico da strada. Una piccola scintilla in mezzo alla piazza produce la paura che si trasforma in panico. Le scene di Torino di piazza San Carlo sono ancora vive. Si guardava la partita, eppure…

La scintilla quale può essere?

Beh, ho studiato Economia e so che non vale il principio di realtà ma quello che si chiama indice di percezione che in inglese si traduce sentiment. Perciò semplicemente affacciare l’ipotesi di uscita dall’euro produce danni più significativi del previsto. Conta l’apparenza non la realtà.

Anche i suoi pazienti avranno una percezione alterata della realtà.

Pensi alla sicurezza. In assoluto i reati diminuiscono ma la percezione è che siano aumentati.

Anche la politica lavora sulla percezione.

E infatti spesso trova nel capro espiatorio la via di fuga. Illustro bene la questione nel mio libro “Paranoia nella storia”.

Ciascuno elegge il suo capro espiatorio.

Gli antropologi ci spiegano questo rito premoderno e magico, proprio delle società tribali. Eliminato il capro espiatorio la coesione ritornava nella tribù.

I suoi pazienti sono coinvolti comunque nell’agone.

Li vedo molto motivati, sì. Però siamo abituati a lunghe vacanze del governo… Sa la storia dello sciopero dei medici di New York?

Dica.

Nel periodo di assenza delle cure i decessi diminuirono.

Quindi si può ipotizzare una ripresa economica se cincischiano un altro po’.

Tutto deve finire.

Sennò viene lo sgomento, poi la paura.

Panico.

Infezione psichica.

Dovrà prendersene cura lei.

Sa che cosa mi fa ricordare adesso? Sono membro di un gruppo internazionale di psicoanalisti junghiani e scambiamo opinioni di varia natura. Un collega, scherzando ma non troppo, ha immaginato che al pari delle agenzie di rating per l’affidabilità economica dovrebbe istituirsi un’agenzia che rilevi la maturità mentale degli italiani.

Tutti a ridere.

La questione, invece, si fa seria.

L’ex ambasciatore Usa in Ue come Oettinger: “Ascoltate i mercati”

L’ex ambasciatore Usa nell’Ue come il commissario Gunther Oettinger. “Gli italiani possono lamentarsi ma i mercati decidono. Le politiche economiche irresponsabili vengono punite. È tempo di rimboccarsi le maniche e iniziare a fare duro lavoro di riforma, proprio come hanno fatto gli spagnoli”, ha scritto ieri su Twitter Anthony Gardner, dal 2014 al 2017 rappresentante dell’Amministrazione Obama a Bruxelles. Parole simili a quelle pronunciate dal tedesco Oettinger, che aveva parlato di “un segnale” che i mercati stanno dando agli italiani, consigliandogli di ascoltarli e non votare per i “partiti populisti”, salvo poi scusarsi dopo le polemiche divampate e la strigliata dei vertici di Bruxelles. Gardner ha invece ribadito la sua posizione poco dopo: “Quando un paese ha tanto debito pubblico quanto l’Italia, la realtà che quel Paese non può ignorare è la reazione dei mercati che fanno aumentare gli spread necessari per compensare i rischi. I greci impararono la lezione“.

Speciale in prima serata: il Tg1 disse no a Fazio

Non si placano le polemiche sul caso Fazio di domenica scorsa, che diventa un giallo, perché sulla messa in onda della trasmissione in Rai si rimpallano le responsabilità. Secondo alcune qualificatissime fonti, Che tempo che fa avrebbe chiamato direttamente il direttore del Tg1, Andrea Montanari, proponendogli di andare in onda con uno speciale dopo l’intervista al presidente del Senato Alberti Casellati oppure prendendo il timone per l’intera serata, ma Montanari avrebbe declinato l’offerta. Interpellato ieri dal Fatto, sulla vicenda, il direttore del Tg1 ha preferito non rispondere. Tra l’altro, poi, Fazio ha preso la telefonata di Di Maio e poi quella di Martina, quindi raccogliendo notizie in diretta. Le stesse fonti sostengono che già domenica pomeriggio il conduttore aveva dato la sua disponibilità alla rete a far saltare il programma, per lasciare spazio a un approfondimento giornalistico, ma dal vertice di Raiuno – si aggiunge – sarebbe arrivato l’ordine di non cambiare il palinsesto, con il via libera a Che tempo che fa. Da Raiuno, infine, fanno sapere che al vertice della Rete e al direttore Angelo Teodoli non sarebbe giunta alcuna disponibilità di Fazio a far saltare il programma. Insomma, un cortocircuito.

Il caso specifico ha però fatto emergere la difficoltà in casa Rai di cambiare in breve tempo i palinsesti di fronte a eventi eccezionali. Sulla questione Orfeo ha chiesto un coordinamento maggiore alle direzioni di rete e di testata. Da notare, però, che un coordinatore dei programmi di informazione a Viale Mazzini c’era, Carlo Verdelli, nominato a suo tempo dall’ex dg Antonio Campo Dall’Orto, salvo poi essere costretto ad andarsene dopo i continui slittamento sul piano sull’informazione da parte del Cda.

Ma a tenere banco in Viale Mazzini in queste ore è anche il rinnovo dei vertici, in scadenza il primo di luglio. La domanda che tutti si fanno è: la crisi politico-istituzionale porterà a una proroga (di almeno 120 giorni) di Cda, dg e presidente oppure si procederà alla sostituzione prevista dalla legge? L’unica cosa certa è che le nomine salterebbero solo di fronte a uno scioglimento delle Camere. Se non sarà così, nulla vieta di procedere: il Parlamento è nel pieno delle sue funzioni e il governo – anche un esecutivo in carica per il disbrigo degli affari correnti – pure.

Proprio oggi scade il termine per la presentazione dei curricula sia per l’elezione del consigliere interno sia per i quattro di nomina parlamentare. E ad avvalorare la tesi secondo cui si procederà al rinnovo c’è anche la voce che Mario Orfeo avrebbe accettato l’offerta di Urbano Cairo per andare a dirigere La Gazzetta dello Sport e la firma potrebbe avvenire già la prossima settimana. Il dg da tempo è alla ricerca di una via d’uscita da Viale Mazzini.

Dopo le voci su un suo ritorno a Repubblica e sulla mancata direzione del Sole 24 Ore, ora sembra avercela fatta, accasandosi nel quotidiano sportivo di via Solferino. Se andasse via Orfeo, a maggior ragione una proroga non avrebbe alcun senso e si procederebbe spediti al rinnovo del vertice, qualsiasi governo ci sarà nei prossimi tre mesi.

Emergenza spread: ecco quanto ha comprato la Bce

L’apocalisse rinviata: per un giorno torna la calma sui mercati finanziari. Lo spread, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani a 10 anni e quelli tedeschi, scende da quasi 300 a 247 punti base. La Borsa di Milano rifiata e guadagna il 2 per cento dopo le perdite pesanti nei giorni scorsi. Al ministero del Tesoro c’è perfino un cauto ottimismo: gli acquisti di Btp italiani non sono stati soltanto “ricoperture” (chi vende allo scoperto, cioè senza possedere il titolo ma scommettendo sul suo ribasso prima o poi deve comprare) bensì veri e propri acquisti che sono continuati nonostante le notizie confuse della giornata politica. I fondi e le banche sono diventati più ottimisti? No, semplicemente i rendimenti sul mercato secondario – quello su cui si scambiano titoli di debito dopo le aste – cominciano a essere interessanti: 2,83 per cento a dieci anni, 1,49 a due anni. Le aste di ieri si sono svolte senza problemi.

Nel giorno di tregua comincia il dibattito sulle responsabilità del tracollo dei giorni scorsi e di martedì in particolare. Laura Castelli, deputata e potenziale ministro del Movimento 5 Stelle, rilancia la teoria del complotto che vede nella Banca centrale europea di Mario Draghi il regista della nuova crisi dello spread.

In un’intervista all’Huffington Post dice: “I dati delle ultime settimane confermano che la Bce e le banche italiane hanno rallentato se non sospeso l’acquisto di Btp sul mercato italiano contribuendo all’aumento dello spread” e contesta all’istituto di Francoforte di indebolire il Quantitative easing, cioè il programma dell’acquisto di titoli di Stato, “proprio nel momento in cui dovrebbe essere rinforzato per mettere in sicurezza la stabilità dell’eurozona”.

L’equivoco della Castelli deriva da un’agenzia Radiocor di lunedì, che riferiva come nella settimana terminata il 25 maggio gli acquisti di titoli da parte dell’Eurosistema (Bce e Banche centrali nazionali) sono scesi da 5,3 miliardi a 3,8. Ma questo non indica una riduzione degli acquisti sull’Italia. Secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, il totale degli acquisti lordi di titoli italiani a maggio nell’ambito del Quantitative easing è stato finora di 4,8 miliardi contro i 3,9 di aprile. “Lordi” perché comprendono anche gli acquisti che compensano i titoli arrivati a scadenza (in modo da non ridurre lo stock a bilancio). Dai dati che la Bce pubblicherà nei prossimi giorni si dovrebbe riscontrare però un calo degli acquisti netti, cioè dell’aumento dei titoli italiani a bilancio, tra aprile e maggio. Ma questo, come confermano anche fonti del Tesoro, dipende dal fatto che alcune Banche centrali nazionali avevano acquistato titoli italiani e francesi in modo sproporzionato nei mesi scorsi e poi hanno ridotto per bilanciare. I singoli istituti centrali hanno infatti una certa flessibilità nel decidere quali titoli acquistare e la suddivisione dei 30 miliardi mensili varia di mese in mese a seconda di come si muove il mercato per non creare squilibri eccessivi. Anche le banche italiane ad aprile hanno acquistato 6,5 miliardi di Btp.

Fonti della Bce hanno usato l’agenzia Reuters per mandare messaggi rassicuranti: “Non siamo al punto in cui bisogna cominciare a preoccuparsi dei depositi bancari e confidiamo di non arrivarci mai”, le tensioni del 2018 non finiranno come quelle del 2011-2012, è il concetto. “L’Italia conosce le regole, forse dovrebbe ripassarle”, ha detto due giorni fa il vicepresidente della Bce, Vítor Constâncio, per garantire il massimo supporto di Francoforte ma all’interno del quadro di impegni che l’appartenenza alla moneta unica comporta.

Un giorno di requie però non deve ingannare: Moody’s ha comunicato di star valutando il rating di 12 banche italiane e anche di alcuni utility (energia, acqua ecc.). Se si arriverà al taglio del rating per il debito pubblico, a cascata arriverà il declassamento per tutte le società finanziarie e regolate. Basta scendere di due gradini e la Bce non potrà più comprare i titoli italiani. Il pericolo Grecia continua a incombere.

Ettore Rosatellum e il suo “Chi, io?”

Ma proprio più di tutti, più di Crozza, più di Gnocchi, più di Geppi Cucciari, più di Razzi quando parla di Kim Jong-un, più di Brunetta quando si arrabbia, a me piace Ettore Rosato – il titolare di queste fumanti macerie elettorali, deflagrazioni di Borsa & Spread, stordimenti di Salvini & Di Maio, dissoluzione del Partito democratico fino all’irrilevanza, panico della Nazione, panico dell’Europa, panico del povero Mattarella che non sa più dove, né a chi aggrapparsi nell’immenso vuoto del Quirinale – Ettore Rosatellum, dicevo, che invece di andare a nascondersi, inseguito dai rimorsi, sta sempre lì, accomodato al centro dello schermo serale, sul seggiolone, parrebbe, esibendo negli occhi allampanati quella sua aria da birbante innocuo, da discolo innocente, o almeno inconsapevole di quello che ha combinato, delle carte che ha firmato, articolo per articolo, provocando la più drammatica e anche ridicola crisi istituzionale o se volete psichiatrica della intera storia repubblicana con la sua micidiale legge elettorale che passerà alla Storia, come quel tale Erostrato che incendiò il tempio di Artemide. Mi piace Ettore Rosato che ci guarda da laggiù e sembra dire a nonna: “Chi io?”.

Il Miracolo che risolse la crisi di governo

Scena: lo studio di Mattarella, ore 18

– Buongiorno, presidente. Sono Di Maio,

– Buongiorno a lei. Come mai si ripresenta?

– Ho cambiato idea, siamo pronti a collaborare. Fateci ripartire. Ecco la lista dei ministri, come vede Savona non c’è più.

– Vedo. Al suo posto c’è scritto dottor Pistacchio. Non lo conosco. Ha un curriculum sostanzioso?

– Così sostanzioso che deve portarlo in giro con un carrettino. Dodici lauree come Ice manufacturing multiflavors manager.

– È un economista?

– No, è un gelataio. Piace moltissimo in Germania, non c’è tedesco che non abbia comprato un suo gelato. Lo spread si squaglierà in un istante. Mi dica sì, se no si vota a agosto.

– Non mi ricatti, va bene. È un sollievo, finalmente abbiamo un governo. Firmo.

 

Ore 18,30

– Buongiorno, signor presidente

– Mi dica, Salvini. Non mi dica che anche lei…

– Sì. Abbiamo cambiato idea, ecco la lista dei ministri.

– Un’ altra? E Di Maio?

– Questo è un governo molto più cazzuto. Niente concessioni ai crucchi. Come vede il ministro dell’economia è Ulyukajev. Me l’ha segnalato Putin. È onesto, fidatissimo, e di razza bianca.

– Ma non sarà per il ritorno alla lira?

– A lui interessano solo i rubli, quindi il problema è risolto.

– Ah, poffarbacco. Allora abbiamo due governi.

– Esatto, due al prezzo di uno. Mi dica subito sì o si vota a luglio. Posso far partire le ruspe?

– Aspetti ancora un po’. Va bene, firmo.

 

Ore 19

– Buongiorno. presidente. Sono Cottarelli.

– Caro Cottarelli, non la aspettavo così presto.

– Ho anticipato i tempi, ecco la lista dei ministri. Il governo è pronto.

– Oh, poffarbacco, anche lei. E la maggioranza?

– Di Maio e Salvini son già contenti dei loro governi, quindi voteranno per me, tanto non conto niente.

– Quindi da zero siamo a tre governi. Non sono troppi?

– Se cade uno è pronto l’altro. È una soluzione geniale. Firmi, oppure si vota lunedì.

– Firmo.

 

Ore 19,30

– Buongiorno, presidente.

– Renzi. Anche lei qui?

– Sì, indovini cosa voglio.

– Oh dio no.

– Sì, mi propongo come mediano garante e mallevadore. Ecco la mia lista dei ministri.

– E la maggioranza?

– Quando mai io ho avuto la maggioranza? Firmi, oppure a Firenze domattina aprono i seggi.

– Uffa. Firmo.

 

Ore 20

– Buongiorno, signor presidente

– Che sorpresa, signora Merkel. Cosa ci fa qui?

– Provi a indovinare che cosa ho qui nella borsa? Una bella lista…

Nooo! – urla il presidente, e salta dalla finestra. Un corazziere lo prende al volo e lo salva

Fuori la folla festeggia e grida: -Ieri non avevamo un cazzo e oggi abbiamo cinque governi.

Lo spread cala. I mercati riprendono vigore. La Cei parla di miracolo. Pochi facinorosi si scazzottano. Sventolano bandiere. Da cinque palchi risuona lo slogan “abbiamo vinto”.

Una signora osserva e dice al suo bimbo: – Vedi, alla fine basta poco per farli felici.

 

(Dalla pagina facebook dell’autore)

I sondaggi spiegano perché Salvini non ha paura del voto

La Lega che si rinforza, il Movimento 5 Stelle che perde quasi due punti percentuali, Forza Italia che cala ancora, il resto dei partiti che ottengono lo stesso voto di marzo. Insieme l’asse giallo-verde ha il 56% dei voti, mentre il centrodestra, nella sua composizione naturale, il 40,7%. È quello che succederebbe se si andasse al voto già oggi: o almeno questo è il ritratto che disegnano i sondaggisti italiani. Che sia in piena estate o quasi in autunno, comunque l’ipotesi di nuove elezioni è tutt’altro che remota. E i dati fanno capire perché Matteo Salvini non ha paura di correre quanto prima alle urne: la Lega è il partito che nei sondaggi cresce di più rispetto a marzo e trascina con sé il centrodestra.

Come sempre le percentuali variano nelle diverse indagini, bisogna tenere conto dell’errore statistico e della limitatezza del campione. Confrontando però i dati più recenti di quattro diverse rilevazioni, tutte pubblicate in questi giorni, la tendenza è chiara: la Lega ha già guadagnato quasi otto punti percentuali rispetto al 4 marzo.

A perdere qualcosa – presumibilmente gli elettori più a sinistra – è il Movimento 5 Stelle: in media poco meno di due punti percentuali.

Il Movimento rimane il primo partito con quasi il 31% delle preferenze, a marzo aveva il 32,7. Ma nell’asse giallo-verde è cambiato il rapporto di forza: la Lega viaggia ora intorno al 25% dei voti, a marzo era al 17,4. All’interno del centrodestra, Salvini rafforza il ruolo di leader, con Forza Italia che perde ancora (-2,5%). Anche se in quest’ultimo caso c’è un dato ancora difficile da valutare: quanto cambieranno le cose con la candidatura di Silvio Berlusconi.

Queste cifre sono la media matematica dei sondaggi di Antonio Noto per Cartabianca, di Euromedia e Piepoli per Porta a Porta e di Swg per La7: i dati sono tutti di questi giorni e sono successivi al dietrofront di Giuseppe Conte e all’incarico a Carlo Cottarelli. Anche chi non ha dati così aggiornati, o sta lavorando in questi giorni a nuovi sondaggi, conferma comunque la stessa tendenza: “Già una decina di giorni fa, quando ancora si discuteva del contratto di governo, avevamo capito che la Lega si stava rafforzando e che c’era un calo sia dei Cinque Stelle, sia di Forza Italia – spiega Roberto Weber, sondaggista e presidente dell’istituto Ixè –. Sono dati politici che noi diamo ormai abbastanza per scontati, le prossime indagini che faremo si concentreranno semmai sul rancore verso l’Unione europea: vogliamo capire se è aumentato dopo i fatti di questi giorni”.

Ed è un altro dato importante, perché proprio sull’Europa potrebbe giocarsi la prossima campagna elettorale. “Ci sono una serie di variabili che possono mutare ancora il quadro – spiega Fabrizio Masia, sondaggista di Emg Acqua – Ma finché le forze politiche sono stabili è facile per i sondaggisti riuscire a cogliere le tendenze. È solo quando ci sono forti cambiamenti politico-sociali che aumenta la possibilità di errori”.

E così è interessanteanche l’esperimento fatto da Antonio Noto: “Se alle prossime elezioni si andasse al voto con un’improbabile alleanza fra Movimento 5 Stelle e Lega – spiega il sondaggista – allora gli elettori si comporterebbero in modo diverso e ci potrebbe essere il sorpasso: la Lega arriverebbe al 28%, mentre i Cinque Stelle al 27%. A quel punto Salvini avrebbe tutte le carte in regola per fare il premier, pure con Paolo Savona come ministro”. Cinque Stelle e Lega avrebbero 437 seggi, il centrodestra 51, il centro sinistra 120, Liberi e uguali 22.

Senza immaginare questo scenario improbabile, comunque i sondaggi concordano sull’exploit della Lega. Rispetto al 17,4% di marzo, si va da un 23,7% (Euromedia) a un 27,5% (Swg).

Il Movimento 5 Stelle (32,7% a marzo) cresce solo nella rilevazione di Euromedia (33,7%), mentre cala in tutti gli altri sondaggi, fino al 29% di Noto.

Il Pd aveva il 18,7% a marzo, nei sondaggi oscilla fra il 17% (Noto ed Euromedia) e il 19,4% (Swg). Nel complesso, la coalizione di centrosinistra (22,9% a marzo) va dal 20% (Noto ed Euromedia) al 24,9% (Swg). Il centrodestra unito (37% a marzo) fra il 40% (Swg) e il 41,5% (Piepoli), con Forza Italia che era al 14% e viaggia fra l’8% (Swg) e il 13,5% (Piepoli). Fratelli d’Italia era al 4,3% a marzo, ora è fra il 3,5% (Noto e Piepoli) e il 3,8% (Swg ed Euromedia).

Liberi e Uguali era al 3,4%, nei sondaggi varia dall’1,5% (Piepoli) al 3,5% (Noto).

Pd e nuove strategie, Calenda e Bersani litigano su Twitter

Il centrosinistra adesso litiga sul formato con cui presentarsi alle elezioni. “Non mi si presenti da contrapporre alla destra sovranista l’union sacrée il fronte della sopravvivenza. Si deve fare un’operazione larga ma che abbia dentro un senso e cioè chiunque si sente di sinistra, radicale, moderato, civico, ambientalista sia disposto a fare un passo avanti o indietro con generosità e a proporre delle novità di contenuti e di persone”. Così Pier Luigi Bersani, a Di Martedì.

Replica Carlo Calenda su Twitter: “Bersani ancora lì a dire che non si può fare un Fronte contro i Lega e M5s perché non siamo sicuri che solo chi è di sinistra sinistra sinistra partecipi. A volte penso che siamo in un video game”.

E Bersani ancora twitta: “Calenda, cerchiamo di capirci. Io non voglio un fronte della sopravvivenza, voglio un fronte del cambiamento dal lato popolare, democratico e costituzionale. Che la proposta arrivi agli italiani con segno della novità e della generosità. Inutile ammucchiare senza cambiare”.