Pazzo saliscendi al Quirinale per il “governo del 2 giugno”

La crisi più pazza, e informale, del mondo. E un’altra giornata surreale da raccontare. Altro che barbari. Ché al Colle si è visto un saliscendi pazzo e marziano, dal punto di vista istituzionale, mai accaduto in sette decenni di vita repubblicana.

Ancor prima delle nove di mattina, a salire i vetusti gradini del Quirinale, zaino alla mano, è il neutrale Carlo Cottarelli, il premier incaricato ridotto a Comparsa di un nuovo, inatteso stallo dopo il martedì altrettanto pazzo della fuga dal retro. E nel colloquio, ovviamente informale, con Sergio Mattarella finalmente prende forma dal caos dell’altro giorno l’unica trattativa in ballo: la resurrezione del governo Conte con il famigerato Paolo Savona, il presunto anti-euro caro alla Lega, sterilizzato in un ministero diverso dall’Economia.

La Comparsa Cottarelli prende atto, si congeda, torna nel suo ufficio alla Camera e manda il primo messaggio per conto del Colle: “Sono emerse nuove possibilità per un governo politico”.

La trattativa è ufficialmente riaperta. E rispetto alla fase precedente, dal 7 maggio a domenica scorsa, cambiano gli equilibri della “mediazione”, per usare un eufemismo non marziano.

In pratica, il capo politico del M5S, l’ineffabile Luigi Di Maio, il Grande Ingenuo, comincia a giocare di sponda con il capo dello Stato, anziché continuare a farsi seviziare politicamente da Matteo Salvini, il Baro Pigliatutto della Lega.

È la vera svolta della giornata.

Non a caso, all’ora di pranzo l’Ingenuo grillino e il Baro leghista danno vita alle schermaglie sull’atteggiamento da tenere verso un eventuale esecutivo Cottarelli. Le posizioni sono opposte. Salvini, pur di ottenere le elezioni a settembre se non a ottobre, è disposto a dare la “non sfiducia” tecnica – espressione in voga ai tempi del compromesso storico – per dare una morte dolce, non umiliante, al governo del presidente, consentendo così la partenza dell’esecutivo.

Di Maio va alla guerra: “O governo politico oppure si vota il 29 luglio”. E in Parlamento un no grillino a Cottarelli renderebbe vano il tentativo di farlo partire con le astensioni di tutti.

Nel pomeriggio, il pazzo saliscendi raddoppia.

La svolta dell’asse tra Mattarella e M5S s’incarna nell’apparizione del Grande Ingenuo al Quirinale. Alle cinque della sera Di Maio vede Mattarella. Dall’impeachment alla pace nel giro di poche ore.

Una pace “civile, non cordiale”, però, riferiscono dal Colle. Sì, è stato il presidente della Repubblica a voler riaprire i canali con i pentastellati martedì sera, ma non dimentica, Mattarella, che Di Maio ha chiesto per lui l’ergastolo, la pena massima prevista per l’accusa di alto tradimento. I due si stringono la mano, il Grande Ingenuo chiede scusa e poi si va al sodo. La croce Savona, il macigno sul sentiero gialloverde, l’economista ottuagenario della grande crisi di domenica sera.

Stavolta la fatidica sponda c’è. Il Colle salva la faccia con il modello Previti (che nel governo Berlusconi andò alla Difesa e non alla Giustizia) e il capo grillino offre il suo consenso. Di Maio va via e ritorna la Comparsa Cottarelli per un ulteriore aggiornamento informale. All’uscita è lo stesso Quirinale che fa trapelare ufficiosamente: “Non si forzano i tempi per un eventuale governo politico”.

Inizia il pressing estremo sul Baro leghista, in trasferta elettorale in Liguria. La Lega è pure costretta a smentire un’imminente visita, ovviamente informale, di Giancarlo Giorgetti, lo sherpa salviniano, al Colle. Alcune fonti autorevoli riferiscono che tra i due è previsto soltanto un “contatto telefonico”.

Indi, Di Maio fa la mossa e chiede a Savona il passo di lato per un altro ministero. Il capo dello Stato fa filtrare la sua benedizione: “Il Colle valuta con grande attenzione Savona ministro ma non al Mef”.

Le carte sono scoperte. Tocca a Salvini il Baro rispondere una volta per tutte. In serata, al Quirinale, fanno pronostici per una svolta nella notte.

In ogni caso, il tempo scade stasera. “Se poi verranno in ginocchio a chiedere un altro giorno, valuteremo”.

L’obiettivo di Mattarella è quello di varare un governo entro sabato. Il Due Giugno. La Festa della Repubblica. Sarebbe un incipit suggestivo e simbolico a quasi novanta giorni dalle elezioni.

E se il leader leghista dirà di no? La minaccia è stata già recapitata. Il tempo per votare il 29 luglio non c’è più. Ma il 5 agosto sì. L’incubo peggiore per lo spregiudicato padano. Dargli le elezioni in autunno sarebbe un’altra sconfitta per Mattarella e Di Maio, entrambi caduti nella sua trappola di Baro. Ché in fondo il sospetto è che Salvini non voglia fare il governo. Basta aspettare.

Toti se la prende comoda: “Alle urne nel febbraio 2019”

Il governatore ligure Giovanni Toti, da sempre considerato tra i salviniani di Forza Italia nonostante la sua provenienza da Mediaset, ora si esercita con una formula nuova di previsioni e auspici, che forse non piace né agli alleati della Lega né ai suoi amici forzisti (tranne agli eletti, chiaro): “Meglio chiudere la sessione di bilancio in modo ‘tecnico’ a novembre con la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, il bilancio europeo e poi riportare il Paese a votare a febbraio. Votare a settembre vuol dire che il Parlamento si insedia dopo la metà di ottobre, che ha una sessione di bilancio complicata da fare. Chi avrà il cerino in mano, non passerebbe una seconda parte del 2018 serena”. Sulle nuove possibilità del governo gialloverde, aggiunge: “Io manterrò la benevolenza critica: non appoggerò mai un Governo col Movimento 5 Stelle perché lo trovo molto distante da me. Detto questo, se in quel contratto di governo ci sono cose positive per il Paese, ben vengano. In ogni caso non sarebbe un esecutivo uscito dalle urne, ma costruito in laboratorio”.

Salvini ora prende tempo: “Vedremo, non chiudo porte”

Per la prima volta da settimane, la mossa di Di Maio sembra prendere Matteo Salvini in contropiede, alterando un equilibrio di forza che pareva sempre più solido a favore del leghista. La proposta del capo dei 5Stelle – spostare Paolo Savona dalla casella dell’Economia – raggiunge Salvini mentre sta per iniziare il comizio di Imperia, ultima delle 5 tappe del tour de force di ieri. La ritrovata intesa tra Mattarella e l’uomo che ne aveva chiesto l’impeachment 48 ore prima, rimette sulle spalle del leghista la responsabilità di un’eventuale nuovo fallimento della trattativa. Salvini infatti prende tempo: “Ci penserò”, dice. “Se Di Maio ha cambiato posizione ne parlerò con lui”. Più tardi, a Genova, aggiunge: “Valutiamo quanto questo spostamento sia utile agli italiani, parlandone ovviamente con il professor Savona, come vuole l’educazione. Io non ho mai chiuso nessuna porta”.

L’improvviso cambio di linguaggio è abbastanza evidente. Per tutta la giornata Salvini aveva tirato dritto, parlando solo di urne e negando qualsiasi ritocco all’esecutivo bocciato domenica dal Quirinale.

Il leghista ha macinato chilometri – circa 420 – per spingere i candidati del Carroccio alle Comunali del 10 giugno: da Siena a Pisa, poi Massa, Sarzana, Sestri Levante e Imperia (poi in serata ancora Genova per “La partita del cuore”). In ognuno dei comizi ha ripetuto lo stesso concetto. Senza spiragli: “Se mi tirano via un solo uomo dalla squadra di governo vuol dire che il governo non esiste” (a Sestri Levante), “Io non accetterò mai che venga detto no a un ministro di un governo italiano. O il governo è quello o non c’è governo” (a Sarzana), “Ci hanno detto togliete quel tizio là, ma perché? Perché in passato ha criticato dei vincoli e delle regole europee. Ma noi stiamo morendo di vincoli e regole Ue, se voglio andare a discutere il nostro modo di stare in Europa con chi lo faccio? Col solito schiavo che va a Bruxelles col cappello in mano?” (a Pisa). L’unica apertura è per Giorgia Meloni: “Al massimo nella squadra si può aggiungere lei”.

Tutto questo fino al videomessaggio Facebook di Di Maio. Poi Salvini è passato dalla chiusura assoluta al “vedremo”. La mossa del grillino arriva prima dell’ultimo dei 5 bagni di folla – tutte piene le piazze tra Toscana e Liguria – e riporta Salvini alla partita a scacchi che intanto si giocava nei palazzi capitolini. Dalla quale ostentava un improbabile distacco: “A chi mi chiede come sia la situazione a Roma io rispondo: boh?! Pensate – ha detto a Sestri Levante – che venendo da Sarzana ad ogni uscita di galleria mi giungeva una telefonata da Roma segnalando ora uno ora un altro governo tecnico, insomma un caos completo”.

Nella notte si potrebbe già sapere se la voglia di urne di Salvini farà saltare anche l’ultimo tentativo di mediazione. Il capo della Lega si muove da animale politico, sente il sangue degli avversari in difficoltà (anche i 5Stelle lavorano per evitare le elezioni), annusa i numeri dei sondaggi. Ha preso un piccolo partito piegato dagli scandali nel 2013 – valeva il 4% – e nell’arco di una legislatura ha quadruplicato i suoi voti (da 1.390.014 a 5.691.921) e quasi quintuplicato i suoi parlamentari (da 39 a 182). Se si andasse a votare con questo clima, i numeri potrebbero crescere ancora in modo esponenziale: non pare ci sia spread che possa frenare questa tentazione. Salvini si sente fortissimo.

Un simbolo, ieri, era la piazza di Massa: nel 2015 il suo comizio fu interrotto dalle proteste dei centri sociali e dagli scontri con la polizia. Tre anni più tardi, e tre giorni dopo uno scontro istituzionale senza precedenti, a manifestare contro il leghista non c’era nessuno.

Di Maio, la mossa per lasciare il cerino alla Lega

Martedì era stata l’abiura, quella del capo che si era ritrovato nell’angolo, solo con l’impeachment scomunicato da Grillo e deriso da Salvini. E ieri è stato l’asse più o meno obbligato con il nemico che già non lo è più, il Quirinale, per provare a ridare un governo all’Italia. O quantomeno per dimostrare che lui, il capo dei 5Stelle, ha fatto proprio tutto il possibile. E che a spingere il bottone rosso del voto è stato l’alleato possibile, Matteo Salvini.

Così ieri pomeriggio tramite Facebook Luigi Di Maio prova a passare il cerino al leghista, proponendo una soluzione: “Troviamo una persona della stessa caratura dell’eccellente professor Savona per il ministero dell’Economia, con lui che resta nella squadra di governo in un’altra posizione”. E Salvini prende tempo: “Vedremo gli sviluppi”. Mentre il Colle fa sapere che valuta la proposta “con grande attenzione”. E ci mancherebbe, visto che la mossa viene perfezionata proprio nel pomeriggio dentro il Quirinale. Perché il 31enne che ancora martedì mattina invocava la messa in stato d’accusa per Sergio Mattarella, nel pomeriggio fugge da Montecitorio in auto e torna al Colle per un incontro rapido quanto fondamentale.

Prevale il bisogno di (ri)mostrarsi istituzionale, ma soprattutto di uscire dal pantano. Non rimanendo schiacciato da Salvini, che a occhio gli ha complicato un po’ la vita. “Magari scopriremo che ci hanno fregato, ma preferisco essere considerato una brava persona piuttosto che un furbo” assicura Di Maio all’inizio di un’assemblea serale con i parlamentari. E sono applausi liberatori. Perché in tanti sono arrabbiati con il leghista.

Il capo lo sa, infatti precisa: “Nessuna alleanza, se si rivota andremo autonomi”. Perché, per i paradossi che fanno la politica, per riportare al tavolo la Lega deve metterla in difficoltà. Così innanzitutto dice e ridice no al governo Cottarelli. “La sfiducia tecnica è una cosa da Prima Repubblica” sibila. Ed è il primo siluro al Carroccio tentato dallo stratagemma, ma che appoggiando indirettamente il governo tecnico si ritroverebbe scavalcato all’opposizione dal M5S. Poi il secondo dardo, sulle nuove urne. “Se si rivota, bisogna farlo subito, il prima possibile” ripete Di Maio. Quindi meglio fine luglio o perfino agosto, piuttosto che settembre, preferito dalla Lega che teme di avere tanti suoi elettori in vacanza in estate. Sono le carte del leader a 5Stelle, che passa la mattinata trincerato nel suo ufficio, quasi in isolamento, mentre Salvini dalle piazze dice tutto e il suo contrario. Nel pomeriggio, stando a un’agenzia, incontra il leghista Giancarlo Giorgetti (ma dal M5S non confermano). Poi sale al Colle. E a ruota arriva un comunicato della deputata Laura Castelli: “Stupisce che Paolo Savona, persona di grande spessore culturale e sensibilità politica, non abbia ancora fatto un passo indietro”.

È il segnale che il M5S insiste. Ma a definire meglio la rotta provvede Di Maio, proponendo a Savona (e a Salvini) uno spostamento, quindi l’onore delle armi. “Ora sta alla Lega” scandisce, lanciando la palla nel campo del Carroccio. E in assemblea ne delimita i confini: “Savona non era in quota Lega ma scelto da entrambi, e lo sarà anche il nome che andrà al suo posto”.

In serata circola il nome di Pierluigi Ciocca, ex vicedirettore di Banca d’Italia. Intanto in riunione volano obiezioni. “Luigi, ascolta di più i parlamentari” esorta la big Paola Taverna. E il deputato abruzzese Andrea Colletti suona la stessa nota: “Dai retta ai cacaca… come me, e leggi Robert Michels”. Ovvero il sociologo tedesco noto per un saggio sui partiti politici, in cui descrive la legge dell’oligarchia. Ma il clima è teso, tanto che i senatori Nicola Morra e Danilo Toninelli battibeccano. E magari è anche lo strascico dell’assemblea segreta di alcuni senatori della sera prima, critica con Di Maio. Ancora capo, ma affaticato.

AAA buonsenso cercasi

Èvero che, nei manicomi, il buonsenso è merce rara. Ma, visto quel che accade da 87 giorni, forse anche in un manicomio si riuscirebbe a trovare un pizzico di buonsenso per arrivare a una soluzione. Si dovrebbe partire dalla constatazione che quasi tutti i protagonisti, chi più chi meno, chi in buona fede chi meno, hanno commesso errori, agevolati dal risultato assolutamente inedito uscito dalle urne, a sua volta aggravato da una legge elettorale criminale e criminogena (non per l’impianto proporzionale, ma per i parlamentari nominati, le multicandidature e le finte coalizioni). Dunque tanto vale che lo riconoscano e imparino dai propri sbagli in vista di un futuro che potrebbe pure riprodursi identico al presente.

Di Maio, sopraffatto dalla rabbia per un governo andato in fumo quando pareva pronto a partire, ha perso lucidità e ha invocato in tv la messa in stato d’accusa di Mattarella, salvo poi, previa lavata di capo di Grillo, ingranare la retromarcia. Troppe volte, in questa crisi che ha messo a dura prova il sistema nervoso di tutti, il leader 5Stelle ha ceduto all’impulsività e ha parlato troppo, o troppo presto, o troppo tardi: dando per fatte cose da fare, dando per chiusi forni ancora aperti, dando per aperti forni già chiusi, lanciando ultimatum sulla sua premiership che poi la sua rinuncia ha trasformato in penultimatum, esagerando negli elogi al partner Salvini (che si è ben guardato dal fare altrettanto) e tacendo anziché vantare l’unico gesto nobile e disinteressato di tutta la crisi: il suo rifiuto, per 80 giorni, di legittimare B. con un incontro, una stretta di mano, una telefonata, un selfie, una photo opportunity, un ministro forzista travestito da leghista, giocandosi ogni possibilità di diventare premier.

Renzi e il Pd, ormai tutt’uno, hanno puntato allo sfascio, al tanto peggio tanto meglio, rifiutando di giocare la partita dopo averne scritto le regole e persino di indicare e sostenere una qualsiasi alleanza (o col centrodestra o col M5S): seduti coi pop-corn sull’Aventino in attesa dello schianto altrui, alla fine l’hanno ottenuto, fregandosene se a schiantarsi è l’Italia.

Salvini, come tutti i bari che possono giocare su due tavoli perché non hanno scrupoli (Di Maio o B., purché se magna), ha colto al balzo l’assist di Mattarella per fare comunque gol: le elezioni subito, almeno secondo i sondaggi, convengono solo a lui. Se ci va col M5S (che sarebbe mangiato vivo), fa il pieno di collegi uninominali e governa con loro, ma stavolta da pari a pari; se torna con B. (che vorrebbe mangiarsi vivo), la destra può vincere e lui fare il premier.

Errori politici non ne ha fatti, sempreché la politica sia il partito e non lo Stato. E sempreché Salvini riesca a realizzare almeno qualcuna delle mille promesse: altrimenti, con tutte le aspettative che ha creato, gli elettori scopriranno quel che è sempre stato fino a un mese fa: il Cazzaro Verde.

Mattarella, purtroppo, non ne ha azzeccata una. Ha sbagliato all’inizio negando l’incarico a Salvini leader del centrodestra, prima coalizione uscita dal voto, per metterlo alla prova, alimentando così il suo revanscismo propagandistico per non aver avuto la sua occasione. E ha sbagliato alla fine respingendo, col pretesto di Savona e dello spread (più basso con Savona che senza), l’unico governo possibile e legittimo (Conte), gettando altra benzina sul fuoco con l’incarico a Cottarelli, gemello farsesco di Monti, senza voti né ministri.

Di B. inutile parlare: lui non fa politica, fa affari.

Messi come siamo, se prima era già arduo fare qualcosa, ora è pressoché impossibile. Ci si potrebbe riuscire solo se tutti ammettessero i propri errori e abbassassero un po’ la cresta con un disarmo bilanciato multilaterale, per fare l’unica cosa che interessa agli italiani e perfino ai mercati: un governo politico legittimato dal voto. Di Maio, ritirato l’impeachment, ha incontrato Mattarella per un chiarimento fra persone civili. Salvini potrebbe fare altrettanto, rinfoderando i propositi di marciare su Roma e accettando di spostare Savona, purché sia chiaro che l’indirizzo politico del governo lo dà il premier, non il Colle o i mercati: altrimenti sarebbe chiaro a tutti che, fra governo e sondaggi, Salvini sceglie i sondaggi. Ma un passo potrebbe farlo anche Mattarella. I migliori costituzionalisti gli hanno spiegato che il veto tutto politico su Savona esulava dai suoi poteri. Teme ancora che, malgrado le sue smentite, il contratto M5S-Lega e gli impegni di Conte, Savona ci porterebbe fuori dall’euro? Lo chiami e verifichi con lui le sue intenzioni, che a noi parevano già abbastanza chiare. Se poi Savona gli confidasse di volersi far esplodere nel Parlamento di Bruxelles o nella Commissione Ue, avrebbe buon gioco a bocciarlo (d’intesa, a quel punto, con Di Maio e lo stesso Salvini). Se invece Savona lo rassicurasse sui patti con l’Ue, tutt’altro che incompatibile con un’offensiva politica per rivedere certi trattati e accordi demenziali, Mattarella potrebbe nominarlo ministro senza rischi, riservandosi ovviamente di respingere eventuali leggi incostituzionali o finanziariamente scoperte.

Le alternative al ritorno di Conte sono soltanto due, entrambe peggiori. O un governo Cottarelli che si sa quando inizia ma non quando sloggia, sostenuto con astruserie bizantine (tipo la “non sfiducia tecnica”) da B., Lega e Pd. O elezioni in estate, con la stessa legge elettorale, un’astensione monstre (non solo dei vacanzieri), i mercati impazziti e la probabile vittoria della destra. Che ci regalerebbe un bel governo Berlusalvini. Così chi storceva il naso (e con molte ragioni) sul Salvimaio con Conte e Savona potrebbe persino rimpiangerli.

“Loro” di Paolo Sorrentino torna singolo e fa il pieno con 12 nomination ai Nastri d’Argento

“Loro” in pole positionai Nastri d’Argento. Il Sindacato dei giornalisti cinematografici considera il dittico berlusconiano di Paolo Sorrentino un singolo e gli attribuisce 12 nomination: film, regia, produttore, sceneggiatura, attore protagonista (Toni Servillo) e non (Riccardo Scamarcio), attrice protagonista (Elena Sofia Ricci) e non (Kasia Smutniak), fotografia, costumi, montaggio, colonna sonora. Premiazione il 30 giugno a Taormina, le cinquine contemplano 47 titoli sui 134 in uscita dal 1° giugno 2017 al 31 maggio 2018: per il miglior film in gara anche A Ciambra, Chiamami col tuo nome e i cannensi Dogman e Lazzaro felice; per la regia corrono anche Paolo Franchi (Dove non ho mai abitato), Gabriele Muccino (A casa tutti bene), Susanna Nicchiarelli (Nico, 1988) e Ferzan Opzetek (Napoli velata).

“Ci hanno rubato parole importanti Le recuperiamo con la musica”

“Per me il mondo è più complesso di come lo descrivono, mi sento defraudato di molte parole importanti”. Paolo Benvegnù sta intraprendendo uno di quei concetti che ama dipanare a qualsiasi ora del giorno e per lungo tempo. “Per questa ragione vogliamo ritrovare l’attenzione”: è Marina Rei a finire la frase, consegnando al cerchio dei presenti un certo pragmatismo. Lui è uno dalle posizioni nette, strenuo difensore di una purezza artistica al limite dello stoicismo. Poeta nelle liriche e a tratti inafferrabile oratore. Lei ha lavorato con i validi nomi della storica scena indipendente (Godano, Sinigallia, Di Bella, Filippo Gatti, Capovilla) e non ha certo passato il tempo salendo su questo o quel carro del vincitore da hit pur di accaparrarsi qualche visualizzazione in più. Per questo, pur arrivando innegabilmente come coppia musicale insieme all’estate, risultano lontani da certi sodalizi dorati della bella stagione. Quelli, intaseranno le playlist. Loro, con tutta probabilità, no. Ma non gli interessa un gran che. “Canzoni contro la disattenzione” è il nome del tour che porteranno in giro in tutta Italia a partire dal 14 giugno (prima data ad Agliana, Pistoia) ad agosto (il 3 luglio al Castello Sforzesco di Milano) e che non si fermerà là.

Nella versione al completo infatti, Marina Rei sarà il nuovo elemento de I Paolo Benvegnù (cioè la band al completo) con voce, chitarra e percussioni, ma in inverno è già prevista una nuova formazione: “Riarrangeremo i pezzi per una versione in duo. Saremo Paolo e io, con le nostre chitarre, e lì si vedrà la vera stoffa!” scherza. Sul contenuto del tour si lasciano sfuggire poco – o meglio, Benvegnù direbbe tutto, mentre la Rei lo richiama all’ordine anti-spoiler – ma la scaletta prevede brani del repertorio di entrambi (scelti reciprocamente), con l’aggiunta di una parte dedicata alla canzone d’autore. L’ex frontman degli Scisma riesce a spifferare “Canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De André e “Io e le cose” di Giorgio Gaber, ma solo perché le hanno appena suonate a Radio Rai: “Non mi sono sentita così emozionata neanche sul palco del Primo Maggio!”, dice Rei. Sì perché dopo vari lustri di carriera, una boccata d’aria fresca ci vuole. Per sparigliare le carte, vedere come si canta insieme – “Lei riesce a fare delle cose incredibili col canto” – e anche come si compone a quattro mani, portando l’altro dove all’inizio non vuole andare (insieme, nel 2012, hanno scritto “I fiori infranti”). Insomma, sembra quasi che possa arrivare un disco a doppia firma. “Non ti so dire se succederà – risponde Benvegnù – per ora abbiamo un inedito e probabilmente saranno due, ma per adesso, trovare in Marina un contrappunto così pieno di energie e suggestioni è stato sorprendente. Questo fa sì che il mio essere fantasmatico diventi più palpabile”. La compagna di palco conferma il carpe diem, riportando il discorso alla necessità di “apparire solo tramite la musica, tornare all’essenziale”, mentre Benvegnù scalpita nel suo ruolo di “uomo del Novecento, Neanderthal in mezzo agli Homo Sapiens”. “Tornare verso l’essenziale – le fa eco – Ecco, vedi? Negli ultimi 15 anni mi hanno rubato delle parole importanti come ‘essenziale’. Se la usa Leonard Cohen e ne comprende il segno è una cosa importante, se lo fa qualcuno che non ne sa niente, è un traditore. Stessa cosa vale per ‘infinito’. Ma cosa significa un amore infinito?”. Si potrebbero aprire ulteriori finestre di ore, ma il tempo di afferrare l’attimo è arrivato, ché scade il parcheggio.

La gamba zoppa e addio sogni. Così sono morto a Pompei

I nuovi scavi di Pompei hanno restituito un’altra vittima, un 35enne che, forse a causa della sua zoppia, non riuscì a fuggire. Lo scrittore Angelo Petrella ha immaginato la sua storia.

Lo sapevo che ci avrebbero messo più di millenovecento anni a trovarmi. O, meglio, a trovare il corpo, visto che la testa mi è schizzata parecchi cubiti più in là ed è finita nella voragine. Quei disgraziati della bottega dei panettieri, alle prime scosse, sono saliti sul carro senza aspettarmi. Ma di sicuro non si saranno allontanati dalle mura, visto che la nube nera ha sommerso tutto. Mi presento, mi chiamo Critone e sono figlio nientemeno che del liberto del duumviro. Che, a dispetto del nome altisonante, è ricco e potente quanto un sindaco della vostra epoca: cioè quasi niente. Il compito di mio padre era pressappoco quello di tenere i conti, assicurarsi che la dispensa fosse sempre rifornita e che gli schiavi non rubassero nulla mentre il padrone era via per impegni politici. Il mio sogno fin da piccolo era quello di diventare un legionario: viaggiare, cacciare leoni, uccidere un po’ di barbari britannici e giacere con le loro mogli dai capelli d’argento. E poi tornare qui con un pezzetto di terra e vivere il resto della mia vita in pace. Invece quella maledetta medusa gigante giù alla spiaggia di Stabia mi ha stroncato la carriera sul nascere: pensavo che era roba da niente, il medico mi aveva suggerito di urinare sulla gamba ma non gli avevo dato retta. E intanto la piaga diventava ascesso, l’ascesso cresceva e mi infettava le ossa, facendomi diventare zoppo a poco meno di vent’anni. Il duumviro in persona si impegnò per farmi studiare e prendere il posto di mio padre, ma non c’era verso. La filosofia mi faceva venire il mal di testa, l’astrologia il mal di pancia e la grammatica i brufoli… Le ricordo tutte le bacchettate di quel disgraziato di Zenone, che mi inseguiva per la scuola urlando: “Prendila come un’occasione, non come una menomazione! Alla tartaruga bastano tre once di vantaggio per non farsi mai superare da Achille!”. Io ridevo e fuggivo zoppicando, ma lui ci metteva un istante a raggiungermi e colpirmi con il ramo di ciliegio. “Visto?” gli dicevo per dimostrargli che aveva torto, mentre mi massaggiavo le braccia blu per i lividi.

Le prime scosse di terremoto le sentii proprio il giorno in cui mio padre e il duumviro morirono nella zuffa contro i nocerini, che quando si tratta di tifo non guardano in faccia a nessuno, come ai tempi vostri. Uno dei motti preferiti da mio padre era infatti: “Meglio Plutone in casa che un nocerino sull’uscio”. Dopo i funerali, la moglie del duumviro non ritenne più di dover pagare il maestro e, anzi, non ritenne di dovermi pagare più niente e così mi ritrovai per strada. Senza mestiere e senza prospettive. Per un po’ provai a fare il poeta, ma c’era sempre qualche disgraziato che sapeva usare gli esametri o la lira meglio di me. Come quel Marziale che ha rovinato la piazza a tutti scrivendo: “O Catulla, come un po’ meno bella ti vorrei, e un po’ meno troia di quello che sei…”. Così, l’unica cosa da fare rimase quella di lavorare in una bottega del garum che qui a Pompei è diffuso più di un’epidemia.

La ricetta della salamoia di pescetti non è difficile: difficile è levarsi di dosso la puzza, specialmente in una giornata come questa, con il sole a picco e l’acquedotto guasto. Così, questa mattina mi sono armato di pazienza e ho deciso di attraversare la strada per chiedere a quegli spilorci dei panettieri di prestarmi un’anfora di acqua. Ci metto un’infinità con la mia gamba malconcia, anche perché la terra mi sembra che trema a ogni passo. Devo essermi preso un’insolazione. Quando arrivo al loro uscio, come se non bastasse, inizio a sentire le grida e vedo i palazzi vibrare. Chiedo l’anfora, i panettieri me la mollano di corsa e salgono sul carretto fuggendo via. Io rido incredulo per la gioia, ma poi vedo altra gente fuggire e non capisco, finché la terra non si squarcia all’altezza della Porta Vesuvio. Alzo la testa e intravedo questa nube orrenda che cola giù: sembra pece, e trascina via ogni cosa che incontra. Provo a zoppicare verso la mia bottega, tutto attorno è odore, di zolfo, terreno, salamoia e detriti portati giù dalla nube. Si infila nelle case e nelle narici, volo contro una parete, un masso enorme mi colpisce al petto e l’ultima cosa che vedo è me stesso cadere, mentre la testa mi balza via nello squarcio della terra, che poi si richiuderà. Resterò qui ad ascoltarvi per centinaia di anni, a sentirvi costruire, distruggere, scavare, sapendo che prima o poi mi troverete. Perché Zenone diceva un sacco di stupidaggini: la tartaruga non sorpassa mai Achille. Ma, se gli date tempo e pazienza, prima o poi lo raggiunge.

“A mia figlia faccio capire le ragioni degli uomini”

Morgan, o gli indovinelli della Sfinge. “A settembre uscirà il primo di tre o quattro album. Si intitola Romnag catna Redenda!”.

Che diavolo significa?

È l’anagramma di Morgan canta De André. Poi verranno Ordigne e Gomundo.

Endrigo e Modugno…

Tutti dischi già incisi. Ho pronti anche quattro pezzi su Bindi, ma non ho deciso come mischiare le lettere.

Roba da “Settimana Enigmistica”.

È il mio modo per toccare gli intoccabili. Con rispetto, ma dandone un’interpretazione d’artista. Ne parlerò in autunno quando tornerò in radio su Rtl 102.5.

Il 7 giugno rileggerà il repertorio di De André al Festival della Bellezza di Verona.

E sarò supportato da un’orchestra di 20 elementi. Taglierò Faber con la sciabola. La gente considera i suoi versi come il Verbo, ma le reazioni che suscitava erano contrapposte. Eri d’accordo o no, però non ti lasciava mai indifferente. La mia contromossa è ricantarlo dal vivo: non lo facevo dal 2005. Non mi interessa il suo lato folk, bensì quello romantico, il De André legato all’esistenzialismo, immerso in uno spleen baudelairiano, gli accordi in minore che erano new wave ante litteram, il periodo che da Tutti morimmo a stento passa per Non al denaro, non all’amore né al cielo e finisce nel ‘73 con Storia di un impiegato. Gli anni barocchi di prima che si concentrasse sugli indiani o si immergesse nella tradizione ligure. Però ho tradotto le canzoni dal genovese.

E cosa diventa “Creuza de ma”?

L’ho lasciata così. È un topos. Ma anche Faber traduceva. Con la Pivano ha dato smalto all’inglese di Lee Masters e alla sua Spoon River.

Eppure processavano De André da sotto il palco.

Bisognerebbe tornare a quei tempi!.

In che senso?

I tempi in cui la musica suscitava interesse, gioia, furori. Come accadeva nell’Ottocento con i pittori francesi. Le canzoni di Faber sono come quadri di Monet o Gauguin. Mauro Pagani mi ha raccontato del perfezionismo di De André in concerto. Non ammetteva estemporaneità. Il suo rigore era assoluto.

Pensa mai a quando De André fu sequestrato?

Mai! Così come non penso alla cirrosi di Piero Ciampi o alla pallottola di Paoli. E non voglio sapere se Tenco si fosse suicidato o meno. So che erano artisti edificanti, colti, pieni di allegria. Perché concentrarsi sui dettagli scabrosi? Diamo loro la luce che meritano! Così come ho fatto io componendo intermezzi nel disco su De André.

È stato ospite del concerto milanese della sua ex allieva Noemi. A X-Factor erano memorabili le vostre zuffe su Endrigo.

Lei non voleva interpretarlo, mi diceva che era troppo triste. Io ribattevo: “Endrigo non è triste, è Satana!”.

Lei è responsabile di tante scoperte del pop italiano: Noemi, Mengoni, Bravi…

C’è stato un momento in cui, dei primi 40 dischi in classifica, ben 22 erano collegabili a me. Come talent scout, produttore, artista. Sono sempre stato fertile. Continuerò a esplorare la forma canzone con l’intelligenza artificiale. Robot che assoggetterò alla mia creatività.

La nuova scena nazionale è deprimente.

I testi sono scadenti. Ma c’è anche del buono, mi piace Calcutta. E i ragazzi di oggi hanno idee, non sono pecoroni. L’importante è salvarli dalla massificazione fascista dei social, dalle multinazionali che ti impongono tecnologia e linguaggi ai propri fini. Concentriamoci sull’individuo. Mia figlia Anna Lou ha 17 anni, studia Bowie ed è più avanti di me.

In un’era di neofemminismo, che ruolo ha il padre di una ragazza?

Quello di aiutare tua figlia a comprendere la sfera maschile. Non si deve demonizzare tout-court la figura dell’uomo così come quella del padre, da decenni alle prese con una storica débâcle. La madre è un riferimento antropologico rimasto saldamente al centro, il padre è all’angolo, è stato contestato, mandato a fare in culo. Subisce tutte le scelte. Si può rifare con la tenerezza, e offrendo cultura. Se le figlie si ricorderanno di avere avuto dei padri, questo le aiuterà a non vedere tutti gli uomini come dei maiali.

Asia Argento è giudice a X-Factor al posto di Levante.

È molto preparata, ha gusti musicali evoluti. Se la lasceranno lavorare senza pressioni commerciali, farà vedere i sorci verdi a tutti.

Che dice di #MeToo?

Non voglio unirmi al chiacchiericcio di tanti che giudicano senza sapere nulla. Asia, ma anch’io, siamo spesso stati attaccati superficialmente. Non so: ognuno è artefice del proprio destino.

“Abramovich cittadino israeliano” il miliardario russo torna a Londra

Èvenuto al mondo orfano sulle rive del Volga, Unione Sovietica, Roman Abramovich, nato ebreo 51 anni fa e ora anche cittadino israeliano. Il proprietario del Chelsea era diventato anche la palla ingombrante che si tiravano Mosca e Londra. Dopo l’avvelenamento dell’ex spia Serghey Skripal e la pubblicazione del dossier “Moscow gold e la corruzione in Gran Bretagna”, la guerra ai miliardari di Londongrad è stata dichiarata da Downing Street e la loro testa d’ariete nella Capitale, quella del magnate, è stata subito decapitata. Quando all’oligarca russo non era stato rinnovato il visto britannico di livello 1, riservato agli imprenditori con eccezionali capacità finanziarie, tutti hanno cominciato a chiedersi in quali cieli volasse il suo Boeing 767 la settimana scorsa. Ora è noto: era tra le nuvole di Mosca. Sparito dai radar della stampa a inizio aprile, quando secondo la Reuters è scaduto il suo documento, Abramovich adesso è riapparso a Tel Aviv, dove possiede già start up nate in quella che chiamano la Silicon Valley del Medio Oriente. Vivrà in un hotel che ha acquistato interamente, solo per se stesso. Il tycoon è presidente della “Federazione della comunità ebraica della Russia”, potente istituzione religiosa alleata con Putin, nonché finanziatore del movimento chassidico russo. Il ministro degli Interni di Tel Aviv ha confermato: “Come ogni altro cittadino Abramovich è arrivato all’ambasciata israeliana a Mosca, ha fatto richiesta di permesso di migrazione, i suoi documenti sono stati valutati in base alla legge del ritorno”. E Abramovich è stato subito ritenuto idoneo: è israeliano. L’oligarca può entrare per pochi mesi anche nel Regno Unito senza richiesta di visto. Una contromossa giocata al governo britannico: la stella di Davide sul suo passaporto ha vinto sui timbri del Regno.