L’ultima censura: “Niente Mondiali in tv per i prigionieri palestinesi”

Non sui campi di calcio, ma in quelli di prigionia. Né attacchi, né difesa, né assist. Nessun goal. “Non ho intenzione di permettere ai membri di Hamas di vedere i Mondiali, mentre i corpi dei nostri soldati sono tenuti a Gaza con i cittadini rapiti”, ha detto Gilad Erdan, ministro della Sicurezza israeliano, a Ofra Klinger, a capo della struttura delle prigioni del paese. I cadaveri sono quelli di Hadar Goldin e Oron Shaul, i cittadini catturati sono Avera Mengistu e Hisham al Sayed. Quelli che non vedranno le partite di calcio dell’estate 2018 invece sono gli oltre 6mila palestinesi in carcere.

“Chiunque abbia lasciato famiglia e nazione per scegliere la cultura dell’omicidio e del terrore non dovrebbe godere di una competizione sportiva che riunisce insieme persone che arrivano da tutto il mondo”. La palla tra i piedi dei giocatori alla Coppa del Mondo è vietata dal pugno di ferro di Erdan: “continueremo a esercitare una mano pesante sui prigionieri di Hamas, renderemo le cose difficili anche per i prigionieri di altre organizzazioni”.

Erdan ha assecondato l’appello delle 74 famiglie delle vittime israeliane morte in questi anni nel conflitto: “Non vogliamo i terroristi che hanno ucciso i nostri cari continuino a festeggiare in prigione”. Allora silenzio e schermo spento.

Nelle celle affollate delle carceri israeliane la tv rimarrà muta, ma non nell’enorme prigione a cielo aperto: Gaza. Come in tutto il resto del mondo arabo. La tv statale israeliana trasmetterà la telecronaca della Coppa del Mondo per la prima volta anche in lingua araba. L’ha annunciato il ministro degli Esteri di Tel Aviv: Fifa per tutti i paesi confinanti di Israele, cioè Giordania, Libano, Egitto e West Bank. E soprattutto gratis, sul canale satellitare Makan. Quello che sembra un dono al mondo musulmano, è un calcio a un nemico politico. Il servizio israeliano sarà gratuito, quindi nessuno pagherà quello offerto dal Qatar che costa 45 dollari. La geopolitica è nel pallone.

Gaza-Israele: razzi e raid. Resta soltanto la guerra

È stato un altro giorno di guerra nella Striscia di Gaza e nelle zone israeliane che la circondano. Gli abitanti delle aree agricole ma anche delle cittadine come Sderot, Ashdod, Ofakim, sono stati svegliati dalle sirene di allarme pochi attimi prima che, i mortai sparati da Gaza, venissero intercettati dalla batteria “Iron Dome”. Ed è andata avanti così per tutta la giornata. Le sirene hanno suonato decine di volte per allertare i residenti che hanno finito per passare la giornata nei rifugi anti-bomba. Oltre 60 i colpi sparati dalla Striscia e trenta gli obiettivi colpiti dai raid dei caccia con la Stella di Davide. Una scheggia di un missile è caduta nel giardino di un asilo a Sderot, per fortuna chiuso a quell’ora del mattino.

Tre soldati e due civili sono stati comunque feriti lievemente. Il premier Benjamin Netanyahu promette fermezza contro chiunque minacci Israele, questa fiammata militare non finirà qui. Per il ministro dell’Intelligence Israel Katz “siamo nel punto più vicino allo scoppio della guerra dal 2014”. “Non vogliamo la guerra e nemmeno loro”, ha detto Katz, “ma abbiamo le nostre linee rosse”. La maggior parte dei proiettili di sparati da Gaza – fa sapere l’Idf – è stata distrutta dall’ “Iron Dome“, altri non sono stati intercettati perchè destinati a cadere in zone agricole o disabitate.

I colpi di mortaio sparati contro le comunità israeliane che si affacciano sull’enclave rappresentano il primo incidente del genere dalla fine di marzo, quando sono iniziate le manifestazioni di massa palestinesi lungo la Barriera di sicurezza che separa il confine. Durante questo periodo, Hamas si è astenuto dal lanciare missili e ha proibito ad altre organizzazioni nella Striscia di effettuare attacchi per non danneggiare la narrativa di una lotta popolare contro i cecchini israeliani. E ha sostenuto la sua tattica nonostante il fatto che circa 100 palestinesi siano stati uccisi e migliaia feriti dal fuoco dell’esercito israeliano.

Tuttavia, un cambiamento si è verificato negli ultimi giorni. Domenica l’Idf ha risposto all’esplosione una carica piazzata vicino alla Barriera sul confine. Un carro armato dell’esercito ha sparato e ucciso 3 miliziani della Jihad islamica che erano vicini a un avamposto di Hamas lungo quel tratto della Barriera.

Nei 4 anni dalla terribile “guerra dei 51 giorni” nel 2014, ci sono stati diversi momenti di escalation. I funzionari dell’intelligence israeliana sostenevano che Hamas non aveva il pieno controllo su Gaza e i razzi sparati dimostravano le sue difficoltà ad imporsi sulle fazioni palestinesi più piccole. Ma ora le circostanze sono diverse. Hamas ha dimostrato il suo fermo controllo sulla Striscia negli ultimi mesi e ha diretto le manifestazioni sul confine israeliano come desiderava, decidendo il tasso di violenza. Per gli islamisti restano due scelte: la guerra con Israele, ma le sue conseguenze intimoriscono Hamas, oppure altre manifestazioni al confine che spingeranno Israele a rispondere. Lo scopriremo venerdì.

Ieri sera gli Usa hanno chiesto una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza Onu. L’incontro è previsto per oggi pomeriggio. “Gli attacchi da Gaza sono i più importanti dal 2014” e hanno colpito “installazioni civili, tra cui un asilo”, ha denunciato l’ambasciatrice Nikki Haley, “il Consiglio di sicurezza dovrebbe essere indignato e rispondere a questo ultimo episodio di violenza contro innocenti civili israeliani”.

“Allah Akbar” Il killer di Liegi uccide tre volte per strada

A Liegi, in Belgio, un uomo ha ucciso 3 persone, tra cui due poliziotte con le armi da fuoco che aveva loro sottratto dopo averle accoltellate, e ha preso in ostaggio una donna prima di essere ucciso dalle forze dell’ordine. I media belgi hanno diffuso un video amatoriale dove si vede l’assalitore armato in strada e si sente l’urlo “Allahu akbar” (Dio è il più grande), facendo pensare a un possibile attentato di matrice islamista. “Ci sono elementi che puntano nella direzione di un atto terroristico”, ha dichiarato ieri sera portavoce della procura belga, Eric Van Der Sypt. Sui fatti indaga la procura antiterrorismo. Secondo i media l’assalitore era dal 2017 sospettato di radicalizzazione, schedato tra i controllati per Sicurezza dello Stato. L’ipotesi è che si fosse radicalizzato in cella, ma il premier Charle Michel ha poi precisato che non risultava nelle liste degli elementi “sensibili”.

L’assassino aveva già usufruito di 13 congedi di 2 giorni e di 11 di un giorno per uscire dal carcere, senza mai aver creato problemi; era in carcere dal 2003 e avrebbe concluso la sua pena nel 2020, ma usufruiva di permessi di uscita e congedi per preparare il reinserimento sociale.

“Così Parigi incorona il generale Haftar”

Roberto Aliboni, esperto dell’Istituto per gli Affari Internazionali di Roma, qual è il piano di Macron?

Rafforzare ulteriormente il suo alleato Haftar, blindarlo. Proverà dunque a ridimensionare i vari attori che in Libia imbastiscono le loro relazioni nel quadro del piano dell’Onu. Perciò la Francia ha tutto l’interesse ad accelerare il percorso verso le elezioni.

E le conseguenze?

Indebolisce la posizione del governo italiano, perché indebolisce i nostri referenti, primo fra tutti al-Sarraj. La città di Misurata, interlocutore importante dell’Italia, è uscita di scena, senza poter più rivendicare un ruolo per i non cirenaici. Anche Saleh, la cui Camera a Tobrouk termina il mandato il 4 agosto, è un punto di riferimento non saldo rispetto al generale Haftar.

Il generale è tornato fisicamente in Cirenaica dopo il giallo riguardo alla malattia: il suo potere rimane intatto?

Il solo fatto che sia mancato dalla Libia e che si sia potuto ipotizzare lo scenario della sua scomparsa, ne ha rivelato debolezze intrinseche. Tra i Paesi che lo sostengono – Francia, Egitto, Emirati Arabi e Arabia saudita, sono cominciate a emergere alcune incertezze. In particolare le milizie salafite che hanno sostenuto fino a oggi Haftar, vicine all’Arabia appunto, sono molto meno fedeli di quanto si potrebbe credere.

Il tema che tocca di più l’opinione pubblica italiana sembra quello delle migrazioni dalle coste libiche. Pensa che in futuro potranno tornare ad aumentare gli sbarchi, in assenza di un’azione di deterrenza come quella messa in atto – pur con tutte le polemiche sui diritti umani – dal ministro Minniti?

Al contrario, penso che gli accordi stipulati tra Roma e Tripoli verranno rispettati, nonostante tutto. Al-Sarraj ha istituzionalizzato le milizie, che da parte loro si sono rivelate essenziali nel contenere le partenze dai porti di Zuara o Sabrata. Il punto piuttosto è che con il vertice di Parigi tutta l’attenzione si sposta verso il passaggio elettorale che, lo ripeto, non legittimerà altri che Haftar. Anche l’Onu vuole le elezioni, ma con più calma e maggior coinvolgimento della società civile libica. La verità è non solo che il Paese non è pronto: non c’è neanche una legge elettorale con cui votare.

Che consiglio darebbe al prossimo ministro degli Esteri italiano?

Di tenersi in equilibrio. Da un lato il piano Onu, che pur con tutte le sue debolezze, resta però il più conveniente per Roma: prudenza e voto per stabilizzare la Libia, non per tornare in guerra il giorno dopo. Dall’altra parte Francia, Egitto alleati arabi hanno come obiettivo combattere i loro nemici, ovvero i Fratelli musulmani e gli islamisti (Al Qaeda e Isis). Ma Parigi mira anche a stabilizzare il Sahel per contenere i flussi migratori – una strategia che, tutto sommato, conviene anche a noi.

Giorno storico (a parole) Il miraggio delle urne

Al giovane Macron, presidente da meno di 3 mesi, la mossa libica riuscì bene nel luglio scorso: alla Celle-St.Cloud riunì a sorpresa, in barba anche all’Italia, il premier Fayez al-Serraj riconosciuto dalla comunità internazionale e il maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e dell’Est, volta a volta interlocutore privilegiato della Cia, di Mosca, dell’Egitto.

Ieri, al presidente ormai ‘stagionato’, al potere da oltre un anno e senza più l’aura d’onnipotenza e d’infallibilità che lo accompagnava nei suoi primi passi, la mossa libica è riuscita molto meno bene: in un vertice a Parigi, il percorso verso nuove elezioni il 10 dicembre è stato discusso e informalmente approvato, ma i partecipanti alla riunione non hanno firmato nessun impegno.

Macron ha spiegato la mancata firma “per due motivi fondamentali. Primo: alcuni partecipanti vogliono prima potere condividere la dichiarazione congiunta coi loro referenti sul territorio libico. Secondo, intorno al tavolo c’erano rappresentanti di istituzioni che non si riconoscono l’un l’altra”.

Ma è esattamente questa la difficoltà della situazione in Libia: una guerra per bande, o per fazioni, che va avanti da anni e dove il controllo del territorio lo hanno milizie. L’indebolimento di Haftar non ha semplificato, ma ha anzi complicato la situazione. Così Macron, invece che cercare di avere una firma in calce a un pezzo di carta, s’è accontentato di una dichiarazione e di una stretta di mano fra i quattro leader libici presenti, il premier al Serraj, il maresciallo Haftar, i presidenti della Camera Aguila Salah e del Consiglio di Stato Khaled al-Meshri, con l’Onu, l’Ue, l’Italia e gli altri Paesi coinvolti a fare da mallevadori.

“Noi ci impegniamo – così recita il testo letto ad alta voce all’Eliseo – a lavorare in modo costruttivo con l’Onu per organizzare elezioni credibili e pacifiche ed a rispettare i risultati delle elezioni”. Prima del voto, bisognerà pure trovare un’intesa sul rinnovo della Costituzione: la data indicata è il 16 settembre.

Decisiva, in tale quadro, sarebbe un’intesa “inclusiva” fra tutte le componenti del dialogo intra-libico, come da piano dell’inviato Onu Ghassan Salamé. Ma le milizie, al momento, non ci stanno, 13 di esse si sono pure dissociate dalla riunione di Parigi.

L’Italia, che ha sempre ambito a un ruolo di primo piano in Libia, sua ex colonia, aveva a Parigi una presenza diplomatica, non politica, con l’ambasciatore Teresa Castaldo: un po’ per via del marasma a Roma; e un po’ per non dare troppa enfasi all’iniziativa francese – Macron ha comunque elogiato “l’impegno esemplare” italiano.

La Castaldo esprime l’auspicio di “un passo avanti” in quella che è “una priorità strategica per Italia e Onu”, come pure le prospettive di stabilità del Mediterraneo e la lotta a terrorismo e traffico d’esseri umani. Per la quale lotta, avverte Serraj, serve “uno sforzo colossale”.

L’impressione è che siamo alle parole, per non dire alle chiacchiere. Davanti al Parlamento europeo Federica Mogherini è più positiva: “Siamo impegnati nel processo che porterà alle elezioni in Libia entro fine anno, tutti dobbiamo dare un contributo”. Per il ‘ministro degli Esteri’ europeo, “la situazione sta leggermente migliorando”, ma “il terrorismo non è sconfitto”.

Tutelati i lavoratori, ora servono gli investimenti

Nessuno racconterà mai la verità ma il primo accordo di Pomigliano del 2010 partì dal no della Fiom e dalla Fiat che non vedeva l’ora di un no corale di tutto il sindacato, ma impedimmo il disimpegno e la fine del settore automotive in Italia dicendo “si continua la trattativa”. Alle 17 di quel giorno, Marchionne disse che “il Progetto Pomigliano non esisteva più”. Non se l’aspettava e ci mise 5 giorni ad accettare l’intesa. Nessuno lo dirà mai, ma il no della Fiom, popolare nei talk-show ma in crollo nelle fabbriche dopo Termini Imerese avrebbe dato un buon alibi all’azienda per disimpegnarsi a Pomigliano, Melfi, Termoli, Foggia, Cassino… fino a Mirafiori.

Ci sono sindacalisti che con i “no” hanno costruito una fortuna mediatica, ma fosse stato per loro oggi avremmo più di 100.000 lavoratori a casa. Si può dire? La Fiat nel 2003 era fallita. Marchionne non è un campione di partecipazione sindacale, anzi, ma l’aver rifiutato i ricatti di Mediobanca e della politica è un suo merito. L’Italietta della rendita, fortissima a sinistra non lo riconoscerà mai, ma preferiva una gloriosa sconfitta, ecco, sono tra coloro, con la Fim Cisl, che da sola, con la stampa contro (compreso il quotidiano dell’azienda) non l’ha consentita.

Qui c’è la crisi strutturale della sinistra, l’amare più le idee e i propri schemini delle persone. Dimezzate le vendite dell’auto in Italia, era normale chiudere stabilimenti, eppure è il settore che ha perso meno occupazione. Gli accordi sindacali del 2011-2012 e gli impegni presi da Fca per l’Italia hanno consentito di investire e rilanciare marchi come Maserati, Alfa Romeo, Jeep, determinando risultati importanti sul piano produttivo, sulla redditività e sull’occupazione. Gli stabilimenti italiani erano in una situazione pre-fallimentare con licenziamenti di massa alle porte. Sulle produzioni si è passati nel 2013, prima della presentazione del passato piano industriale 2014-2018, da 595.500 a 1.043.884 vetture (+75,3%) considerando Fca, Ferrari e Fiat Professional. Un risultato che ha impattato positivamente sull’occupazione consentendo di abbattere notevolmente l’uso di ammortizzatori sociali, passati da circa 32 milioni di ore del 2013 a 5,8 milioni nel 2017, portando a nuove assunzioni in alcuni stabilimenti. Gli occupati di Fca hanno avuto un piccolo incremento da 65.300 del 2013 a 66.200 del 2017.

Non si è riusciti però a cogliere l’obiettivo della piena occupazione “senza uso di ammortizzatori” entro il 2018 e per noi resta un tema aperto. Questo è dipeso dalla mancata implementazione degli investimenti del piano industriale 2014-2018. Quel piano nella sua parte finale ha subito uno slittamento e non è stato completato, perché Fca ha concentrato la sua azione sugli obiettivi di natura finanziaria e di azzeramento del debito. Erano previsti modelli Alfa Romeo e Maserati che, se lanciati, avrebbero risolto le sofferenza occupazionali che oggi abbiamo principalmente a Pomigliano, Mirafiori e Melfi. La redditività degli stabilimenti Emea Europa, dove l’Italia ha il peso maggiore, è cresciuta notevolmente dal 2012, capovolgendo la situazione, grazie alla scelta di caratterizzare le produzioni italiane con marchi premium. Le auto di fascia medio-alta prodotte in Italia nel 2012 valevano solo il 20% dei volumi mentre nel 2017 si è raggiunto il 64 %. Questo ci ha consentito anche di fare dopo 19 anni un premio per i dipendenti legato all’andamento. L’equilibrio finanziario è importante, nessuno lo discute, ma è indispensabile dare continuità e utilizzare la redditività prodotta nel nuovo piano 2018-2022 per incrementare gli investimenti. Nessuno ha sposato Marchionne e il suo rapporto con il sindacato è assai discutibile, ma un vero sindacalista si misura sui piani industriali e da lì parte. La vicenda Fca è il simbolo dell’Italia che si coalizza per perdere. Abbiamo avuto dirigenti aggrediti e sotto scorta, sedi incendiate ma non ci arrenderemo. A Pomigliano la sinistra si è rifugiata nei salotti e ha iniziato a perdere.

 

Agli operai solo promesse e tanta cassa integrazione

Il 1 giugno si terrà a Balocco l’ultimo “investor day” di Fca sotto la guida di Sergio Marchionne. Nel 2019 lascerà il volante dell’unico gruppo automobilistico nato in Italia e diventato multinazionale. Dalla scelta del futuro amministratore delegato si comprenderanno quelle della proprietà, salvo accelerazioni sui processi di vendita o fusione. Indiscrezioni mai smentite.
L’ad di Fca è stato descritto come “l’uomo della provvidenza” quando ha salvato dalla bancarotta Fiat, esaltato come l’innovatore delle relazioni relazioni industriali. La verità, fuori dall’agiografia, è che ha puntato agli obiettivi stabiliti dalla proprietà e perseguito gli interessi con puri rapporti di forza. Il consenso non è mai stato tra i suoi primi pensieri: sulla base degli interessi della proprietà ha stabilito alleanze, rotto intese, imposto accordi, attraversato governi in Italia e negli Usa per conseguirne gli obiettivi: azzeramento del debito industriale, aumento dei ricavi e degli utili, valorizzazione dei vari asset, utile in caso di vendita, cessione o spin off, come nel caso della Magneti Marelli. Se per la proprietà il bilancio è “straordinario” la stessa cosa non si può dire per i lavoratori. A dirlo non è la Fiom ma i primi dati che stiamo elaborando di una inchiesta fatta coinvolgendo gli operai. Nel 2010 a Pomigliano e Mirafiori, al centro dello scontro, fu detto che il lavoro sarebbe arrivato solo riconsegnando i diritti conquistati con la contrattazione. L’abbassamento del salario, il taglio delle pause, la flessibilità, il comando della prestazione lavorativa non sono proceduti di pari passo con il ritorno al lavoro di tutti gli operai. Anzi, in questi anni, per colmare il vuoto produttivo, si è ricorso alla mobilità tra gli stabilimenti e all’utilizzo dei contratti di solidarietà che hanno impedito di trasformare gli esuberi temporanei in definitivi, anche grazie alle intese siglate dalla Fiom.
Le promesse su piena occupazione, salari tedeschi, partecipazione alla vita dell’azienda e agli utili sono rimaste sulla carta. L’obiettivo della piena occupazione entro il 2018 non è stato raggiunto e l’impatto degli ammortizzatori sociali in alcuni stabilimenti è costato almeno 40mila euro a operaio. Quelli di Fca e Cnhi hanno visto la propria “paga base” congelata. Altro che “salari tedeschi”, i “minimi tabellari” sono al di sotto di quelli dei metalmeccanici a cui si applica il contratto nazionale di categoria. Fatto il bilancio, è necessario stabilire per il giorno successivo l’investor day gli obiettivi per i lavoratori. Il primo è l’unione, perché le divisioni hanno indebolito gli operai. E per unire c’è bisogno di democrazia: una testa un voto per decidere su piattaforme e accordi. Il secondo è il lavoro. Il 1° giugno l’azienda presenterà il piano industriale ma subito dopo va aperto un tavolo col Governo per il piano occupazionale che preveda il potenziamento degli enti centrali per i nuovi modelli e gli equipaggiamenti. E per discutere una legge sulla rappresentanza.
La rivoluzione in corso nel settore dovrebbe prevedere un mix di produzioni, dal mass market al premium realizzato negli stabilimenti italiani. È indispensabile affrontare l’impatto sull’occupazione che i nuovi modelli e gli investimenti avrebbero sugli stabilimenti. E con le nuove imposizioni europee di riduzione delle emissioni di Co2 è indispensabile un tavolo nazionale sulle nuove motorizzazioni e la transizione da quelle in uso. Il terzo è la contrattazione. Il “contratto Fiat” è stato imposto. È necessario invece aprire un confronto con i lavoratori, serve un piano di rivendicazione per la contrattazione di un salario che abbia i minimi uguali agli altri metalmeccanici, insieme alla prestazione e alle condizioni di lavoro. I delegati della Fiom hanno ricevuto attacchi durissimi che non si placano per la scelta di non firmare il “contratto Fiat”, ma continuiamo a essere il primo sindacato nelle uniche elezioni libere, come le ultime a Melfi. In Fca bisogna passare dai sindacati della speranza a quelli della contrattazione e del rispetto degli accordi. Il 1 giugno con il Workers Day inizia la mobilitazione. La Fiom è consapevole che senza i lavoratori si può avere ragione ma non si fanno accordi e non si migliora la vita di chi lavora.

I soldi per ora non bastano: investimenti solo sul sicuro

Chi si aspetta che Sergio Marchionne esca di scena dopodomani, potrebbe rimanere deluso. Del successore è trapelato poco o nulla, dunque a meno di colpi di scena ci sono possibilità che la barca Fca continui a essere timonata da lui fino alla primavera del prossimo anno. Quel che il manager maglionato non potrà fare alla presentazione del piano industriale 2018-2022, tuttavia, sarà esimersi dall’affrontare una delle questioni più stringenti che riguardano la sua azienda: su quale tipo di alimentazioni punterà in futuro? In tal senso, siamo fermi alle indiscrezioni del Financial Times dello scorso febbraio, riguardo l’abbandono del diesel entro 4-5 anni da parte del gruppo (veicoli commerciali esclusi). Un’opzione che gli osservatori più maligni motivano con l’incapacità di svilupparne di più moderni e puliti per mancanza di risorse economiche. Una scelta, comunque sia, che presuppone investimenti: la via in questo caso pare obbligata, e porta alla trazione elettrificata. Ibride, sia con tecnologia mild (sistema elettrico a 48 Volt) che plug-in (ricarica da presa), ed elettriche al 100%, queste ultime più in là come orizzonte temporale.

Altra parte fondamentale è il prodotto, visto che l’ad ha puntato più sul risanamento dei conti del gruppo. A cominciare da quello che per ora manca al marchio che ha motorizzato l’Italia, ovvero Fiat. Niente più Punto e Tipo, giunte a fine corsa e con zero sostituti in vista, e decisione su 500L ancora in bilico. L’arrivo della nuova Panda sarà poi rimandato al 2020 (anno entro il quale dovrebbe arrivare anche la prossima generazione di 500, a 13 anni dall’arrivo della prima), e la sua produzione spostata dall’Italia alla Polonia, secondo la strategia che vuole costruiti nel nostro Paese solo quelli che vengono considerati veicoli premium, che nel caso di Fiat significa parte della famiglia 500.

Per inciso, il marchio di Torino sta perdendo terreno sia in Brasile, storica gallina dalle uova d’oro, che in Europa, come pure in Italia, dove nei primi quattro mesi dell’anno ha lasciato sul campo il 14,8% delle vendite rispetto al primo quadrimestre 2017, a fronte di un mercato sostanzialmente stabile. E infine, fatto da non sottovalutare, ha solo uno sport utility (la 500X) nella propria offerta: poco, per pensare di affrontare una concorrenza che inonda di prodotti del genere (ad alto rendimento commerciale) tutti i segmenti. “Non sto uccidendo Fiat. In Europa ha poco appeal ma in Sudamerica ha grosse prospettive”, diceva Marchionne. Sarà, ma modelli 500 a parte, il resto della produzione rischia in futuro ritrovarsi a competere nel low cost.

Si parlava poc’anzi della nuova strategia premium: qui i marchi di riferimento sono Alfa Romeo, Maserati e il “campione” Jeep. Per adesso le uniche certezze riguardo al Biscione sono il capolinea per la Mito, che anche in questo caso non dovrebbe essere sostituita (a meno di ipotizzare un piccolo suv, per ora solo nei pensieri), e l’arrivo di uno sport utility più grande rispetto alla Stelvio. Ancora avvolto dalla nebbia, invece, il futuro della Giulietta. Così come, in generale, quello di Maserati: di certo c’è solo che arriverà un suv di dimensioni più contenute rispetto alla Levante, probabilmente in produzione dal prossimo anno a Mirafiori.

Sul resto della gamma, che pure necessiterebbe di ricambi generazionali (Quattroporte soprattuttto, poi Ghibli, GranCabrio e GranTurismo), per adesso più o meno tutto tace. Grossi progetti invece quelli che riguardano Jeep, il vero money maker del sodalizio italo-americano: in questo caso non si bada a spese, certi dei ritorni economici. E allora sotto con una versione pick-up della Wrangler e con un top di gamma da sette posti che si chiamerà Grand Wagoneer (il nome della versione da 5 passeggeri sarà invece Wagoneer), insieme con un mini-suv da piazzare come entry level al di sotto della Renegade, che viene prodotta a Melfi con la 500X.

Il miraggio dei piani, il lavoro che langue

Non ci sarà nessun governo a fargli la “ola”. Cosa che a Sergio Marchionne, il manager globale, la cui tolda di comando operativa è a Detroit mentre la testa finanziaria è a Londra – e quella fiscale in Olanda – interessa fino a un certo punto.

L’Investor Day previsto il 1º giugno in Italia, atteso soprattutto per capire se ci saranno investimenti significativi, quanti e dove, resta infatti un evento globale. Perché se c’è un risultato che in questi quasi dieci anni di avventura italo-americana Marchionne ha conseguito, è stato quello di fare della vecchia Fiat un marchio internazionale.

Il fatturato globale

Le consegne globali della Fca, la Fiat Chrysler Automobiles, lo scorso anno sono state di 4,7 milioni di vetture. E per circa la metà, 2,4 milioni, nel mercato nordamericano; l’Emea, cioè l’Europa e il Medioriente, tra cui l’Italia, vede 1,365 milioni di vetture, meno del 30% del totale. In America Latina ne sono state vendute 521 mila e il resto tra l’Asia e le vetture prodotte in joint-venture che rappresentano una quota rilevante (317 mila vendute nel 2017 contro le 136 mila del 2015). Se c’è qualcosa che non torna, però, sono proprio i confronti con quanto annunciato nel 2014 quando fu illustrato, con grande risalto e numero di slide, il piano 2014-2018. Rivediamolo: Marchionne promise di passare dai 4,2 milioni di auto prodotte allora tra Fiat e Chrysler a 6,3 milioni nel 2018 che sarebbero salite a 7 milioni con le joint venture. I risultati sarebbero stati il frutto di 48 miliardi di investimenti di cui 5 miliardi per rinvigorire e rilanciare il marchio Alfa Romeo su cui allora si scommetteva molto. Il progetto prevedeva, infatti, la creazione di otto nuovi modelli e un obiettivo di vendita nel 2018 di 400 mila auto contro le 80 mila circa di allora. L’enfasi sull’Alfa non nascondeva però la vera protagonista del Presentation Day di Detroit del 2014, la Jeep per la quale l’obiettivo dichiarato era di venderne almeno 1,9 milioni nel 2018 dalle 732 mila del 2013. La Fiat sarebbe dovuta salire nel 2018 a 1,9 milioni, rispetto all’1,5 milioni di allora, raddoppiando le vendite nell’area Nafta, passando da 70 a 300 mila consegne nell’area asiatica, rimanendo stabile nell’area Emea e restare “al top” in Brasile, come disse allora Marchionne.

Delusione Alfa

Vediamo i dati del 2017. Il marchio Jeep, pure celebrato in tutto il mondo, difficilmente centrerà l’obiettivo dell’1,9 milioni di vetture vendute se è vero, come rivelato lo scorso anno da Automotive News, che nel 2017 si è attestato a 1.388.208 vetture in flessione rispetto al 1.401.321 vetture registrate nel 2016. Per arrivare all’obiettivo mancano poco più di 500 mila unità e le migliori previsioni parlano di un risultato, a fine 2018, che si attesterà sotto a 1,7 milioni.

Per quanto riguarda l’America Latina le vendite sono aumentate rispetto al 2016, da 473 mila a 513 mila, ma restano ancora al di sotto delle 584 mila del 2015 e soprattutto non è stato ottenuto il primo posto in Brasile conquistato, con il 18,1% del mercato, da General Motors. Fca è seconda al 17,5% rispetto al 19,5% del 2015 e al 18,4% del 2016.

America Latina ed Europa costituiscono il cuore del mercato targato Fiat la cui produzione non riesce ad andare oltre 1,5 milioni di vetture contro l’1,9 milioni promesso nel 2014. Dei 17 nuovi modelli annunciati nel 2014 ne sono stati realizzati 9, la maggior parte dei quali in Brasile.

Il marchio che però rappresenta un problema più grande, per le sue implicazioni strategiche, è quello dell’Alfa. Sarebbe dovuto arrivare a vendere 400 mila unità nel 2018 rispetto alle 80 mila del 2014 con la creazione di ben otto nuovi modelli. I modelli realizzati sono stati solo due, Stelvio e Giulia e, secondo i ricercatori di mercato di Jato Dynamics, le vendite globali del Biscione si sono attestate a 118 mila nel 2017 mentre la produzione, secondo i dati della Fim-Cisl, è arrivata a 150.722 vetture.

È, infine, messa male la Chrysler che, dei cinque modelli previsti entro il 2018, ne ha realizzati solo due e che invece delle 800 mila unità vendute ha raggiunto l’obiettivo abbastanza modesto di 200 mila auto.

Come si riflette tutto questo in Italia? Dal 2013 al 2018, la produzione complessiva è aumentata da 595.000 unità a oltre un milione di vetture, comprendendo anche i profittevoli Ducato della Fiat Sevel. Il piano industriale prevedeva una produzione di 1,4 milioni che resta un obiettivo lontano. E che infatti si riflette sull’occupazione. È la stessa Fim-Cisl, sindacato firmatario del contratto separato del 2010 e sostenitore del piano di rilancio di Marchionne, a ribadire che per il 2018 “l’obiettivo di Fca della piena occupazione ‘senza uso di ammortizzatori’ di tutti gli oltre 66.200 lavoratori, non verrà raggiunto”.

Andando negli stabilimenti storici, invece, la situazione vede ancora un susseguirsi di Cassa integrazione, Contratti di solidarietà e ferie collettive per affrontare i picchi negativi di mercato.

La Fiom, nella sua ultima recente pubblicazione Imec, guarda con molto allarme la situazione di Mirafiori, di Pomigliano, della Maserati di Modena e invita a guardare con attenzione quello che potrà accadere a Melfi, in Basilicata. “A Torino – scrive la Fiom – praticamente tutte le realtà del gruppo Fca stanno utilizzando gli ammortizzatori sociali” compresi “gli Enti Centrali”, quindi anche la progettazione e il design sono in crisi. Si parla di circa 6.000 addetti.

Ancora cassa

A Pomigliano va abbastanza bene la Panda, con oltre 200 mila vetture prodotte, in flessione nel 2018. Senza una seconda linea, però, con un nuovo modello sarà difficile avere tutti al lavoro i 4.800 addetti che oggi si dividono il Contratto di solidarietà. A Melfi sono in 1.000 gli addetti sulla Fiat Punto che sta per uscire di produzione e non si sa ancora come saranno impiegati. Molta preoccupazione, infine a Modena, dove i 200 lavoratori, di cui 140 in solidarietà, vivono l’incertezza su eventuali nuovi modelli Alfa Romeo.

Come ribadisce la Fim, con la flessione delle vendite del 2018, e la riduzione della produzione, il ricorso agli ammortizzatori sociali è passato dal 5% della forza lavoro nel 2017 all’8%. Molto lontano dal 27% del 2013 ma comunque al di sotto della piena occupazione. “Ci avevano promesso salari tedeschi e lavoro per tutti con il nuovo contratto e invece siamo ancora in attesa”, dice Michele De Palma responsabile Auto della Fiom-Cgil. Della flessione produttiva si dice preoccupato il responsabile Auto della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, che assicura che “per noi l’obiettivo principale resta la piena occupazione e per quello continueremo a batterci con tutte le nostre energie”.

Se i risultati non sono ancora stati raggiunti, però, è proprio per la strategia finora utilizzata. Gli aumenti di redditività dipendono dall’aumento di gamma delle produzioni, ma, soprattutto, Fca ha perseguito una rigida politica di contenimento dei costi e ha lavorato con meticolosità a ridurre il suo debito che è passato da circa 33 miliardi del 2013 ai 17,9 del 2017. La finanza si è mangiata un po’ di produzione. E oggi, come nel 2014, la soglia magica dei 6 milioni di vetture vendute non è raggiunta, non è chiaro quali modelli saranno prodotti in Italia, non è chiaro se l’auto ibrida ed elettrica rappresenta il futuro o se invece si cercherà di allargare il mercato in Cina e in India.

Le indiscrezioni pubblicate due settimane fa da Bloomberg circa l’abbandono del “mass-market” in Italia, quindi la storica produzione di Panda (in Polonia?) sostituite dalla “fascia Premium”, Maserati e Alfa, si inscrivono in questo quadro. Il 1º giugno ci sarà l’Investor Day e tutti si aspettano finalmente che di investimenti si parli e non più soltanto di strategie finanziarie.

La politica piegata ai suoi voleri

Cinque anni fa, Sergio Marchionne arrabbiandosi con l’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi che forse per sbaglio lo aveva criticato, lo fulminò come rappresentante “di una città piccola e povera”. Renzi replicò: “Prima di parlare di Firenze si sciacqui la bocca”. Se ci avesse pensato bene, anziché concentrarsi come suo solito sulla rapidità della battutona, avrebbe capito che quello era il vero manifesto politico del manager italo-canadese. Marchionne, prima che la famiglia Agnelli gli affidasse la Fiat in circostanze convulse al funerale di Umberto, non aveva mai lavorato in Italia. Se la classe dirigente italiana fosse stata meno intontita dalla sua profonda crisi, avrebbe capito che non era venuto a portare modernità ma a prendersi ciò che serviva alla sua multinazionale americana dell’auto. Gli stabilimenti italiani della Fca non sono oggi molto diversi dalle maquiladoras messicane in cui operai sottopagati assemblano i pezzi prodotti altrove di oggetti progettati altrove e venduti altrove per trasferire ricchezza altrove.

L’Italia è un Paese piccolo e povero. È governato da politici che non sanno le lingue e che non viaggiano. I suoi imprenditori sono troppo spesso eredi senza merito di famiglie in declino. I suoi sindacalisti sanno tutto delle loro beghe interne e molto meno del lavoro e delle imprese. Gli uni e gli altri, politici, imprenditori e sindacalisti – con rare e meritevoli eccezioni – si sono illusi che il modello Marchionne, spietato, diretto e senza concessioni alle liturgie delle relazioni sociali, fosse la scorciatoia verso il ritorno alla crescita. L’unica crescita che hanno saputo realizzare è stata invece quella immeritata dei loro stipendi. Marchionne è stato il loro ritratto di Dorian Gray, ma alla rovescia. Si sono specchiati in quell’immagine, promessa di giovinezza eterna, senza accorgersi che stavano diventando decrepiti e che il colonizzatore nato a Chieti rideva di loro. Fino all’estremo sberleffo dell’uscita da Confindustria.