La cura Marchionne, dal crac alla fuga Usa – Cosa resta di Fiat

C’è solo un uomo che prima di lui ha incarnato la Fiat. Quell’uomo era Cesare Romiti e la Fiat era l’industria dell’auto per eccellenza, ma troppo piccola e poco globalizzata per durare. Ma sarà lui Sergio Marchionne, 66 anni, al timone della Fiat, trasformatasi in colosso globale, da 14 anni quello che più ha lasciato e lascerà un’impronta profonda per come ha ribaltato le sorti di un gruppo che nessuno pensava potesse sopravvivere alla competizione mondiale.

L’ha presa in mano nel lontano 2004 quando era sull’orlo del crac; l’ha rivoltata come un calzino. Ma soprattutto le ha fatto fare il balzo storico: sganciarsi di fatto dall’Italia, diventare uno dei colossi globali con il cuore e i profitti sempre più Oltreoceano. La Fiat con lui è diventata Fca, dopo che il manager di origine canadesi ha compiuto il salto dimensionale acquisendo la Chrysler. Un capolavoro industrial-finanziario che ha permesso a Fca di penetrare nel ricco mercato statunitense, che ha permesso al gruppo di raddoppiare negli ultimi anni del suo mandato la redditività industriale. Difficile vista così non pensare a Marchionne come uno dei grandi manager globali, capaci di visioni strategiche e abilità finanziaria non comune.

Lo si vede dai bilanci della Fiat-Chrysler. Quando prese le redini del gruppo la vecchia Fiat non aveva di fatto marginalità operativa positiva e perdeva a bocca di barile: dal 2001 al 2004 aveva cumulato 8 miliardi di perdite ed era in mano alle banche. Marchionne ha messo mano alla gestione. Gli utili si sono rivisti già dal 2005. Ma il colpo è la scommessa americana. Rilevare la Chrysler in grave crisi come via d’accesso al ricco mercato Usa. Basti vedere le dinamiche dei fatturati e della profittabilità di Fca nelle varie aree del mondo per capire quanto quell’operazione fu fondamentale. L’area Nafta (Usa, Canada) è la vera punta di diamante del gruppo. I successi vengono dalle Jeep e dai pick up venduti in terra d’America. Lo dicono i numeri. Oltre metà dei 110 miliardi di fatturato del gruppo vengono da oltre Atlantico. L’Europa allargata (Emea) fa solo un terzo del fatturato del Nordamerica. Non solo, la redditività operativa è ben diversa. Usa e Canada hanno un margine sul fatturato all’8% contro il 3,2% europeo, superato anche dall’area asiatica (5%). I gioiellini quanto a valore sono i marchi Jeep e Ram, oltre al brand di lusso della Maserati. Oggi Fca è attesa chiudere il 2018 con 5 miliardi di utili netti e un utile operativo al 7% dei ricavi. Per anni Fiat prima e Fca agli esordi non riusciva ad andare oltre il 3% di redditività operativa.

Si misura qui il successo di Marchionne, la cui epopea del brillante conosce anche una zona d’ombra. Il risanatore non è mai riuscito a produrre utili in quella che una volta era la vecchia Fiat auto. La Fca Italy che ne ha preso l’eredità resta una macchia nel curriculum di Marchionne. La società di fatto raggruppa le attività industriali in Italia, Europa, Turchia e Sudamerica ed è un pozzo senza fondo di perdite. Da sempre. Nel 2017 le ha dimezzate a 600 milioni rispetto alla perdita di 1,1 miliardi nel 2016. Un filo meglio del buco da 1,6 miliardi del 2015. Dal 2012 almeno le perdite annue viaggiano sopra il miliardo abbondante. Solo nel 2014 il bilancio chiuse in utile grazie alla plusvalenze della cessione della Fiat North America a Fca. Ma il bottino fu una tantum ed esclusivamente di natura finanziaria. La crisi è tutta nel conto economico.

Nonostante i ricavi in forte crescita, passati da 16 a 29 miliardi in soli 6 anni, la “vecchia” Fiat Auto non riesce a chiudere in profitto. I costi superano puntualmente i ricavi. Il gruppo è dovuto intervenire più di una volta a rimpolpare il capitale mangiato dalle perdite. Solo nel 2016 sono stati immessi in Fca Italy 3,5 miliardi. Secondo Goldman Sachs i marchi Fiat e Lancia chiuderanno con utili operativi in perdita anche nel 2019. La stessa Alfa Romeo è previsto lavori in perdita anche nel 2018. E ora ecco arrivare l’annuncio: Fca lascerà di fatto l’Italia. Fiat e Punto traslocheranno in Polonia e in Italia resteranno le produzioni di gamma alta. Un disimpegno figlio dell’incapacità di risollevare le sorti della vecchia Fiat.

Marchionne qui non ha fatto il miracolo. Si consola però: il manager con passaporto elvetico, tolti gli emolumenti annui che sfiorano i 10 milioni di euro e il ricco bottino in stock option, possiede quote intorno all’1% sia di Fca sia di Ferrari e Cnh (veicoli commerciali). È il suo tesoretto personale che oggi vale ben oltre 600 milioni di euro. Il finanziere con il maglione ha scommesso su se stesso e ha vinto. Non hanno vinto i lavoratori italiani di Fca cui si chiede ancora l’ennesimo giro di cassa integrazione in un gruppo che ha prodotto utili per 3,5 miliardi l’anno scorso, in crescita del 93% sui già copiosi profitti del 2016.

Il Vangelo della finanza

Se è vero che il cristianesimo ha nel suo cuore l’“incarnazione” per cui il Lógos divino “diviene carne”, è naturale che Cristo e la Chiesa delle origini siano stati coinvolti nelle coordinate storiche non solo religiose, culturali e politiche del I secolo, ma si siano confrontati anche con l’economia. Se stiamo solo ai Vangeli, un dato impressionante che subito ci viene incontro è l’uso del linguaggio finanziario in senso stretto. Si va dal dénarion (presente 16 volte), moneta argentea equivalente alla paga giornaliera di un operaio (chi non ricorda i 30 denari di Giuda?), alla dráchma della parabola lucana della casalinga sbadata e persino al didráchmon attico d’argento, detto anche statèr, che Pietro estrae dalla bocca del pesce per pagare, a nome suo e di Gesù, la tassa dovuta al tempio. Così come non mancano i due estremi del “talento” dal valore altissimo (potremmo dire oggi un milione di euro o più), citato nei Vangeli ben 14 volte, e del modestissimo “quadrante” di bronzo che la vedova povera offre per il tempio attraverso l’equivalente di due leptà, spiccioli. Per ben 20 volte si parla, poi, in generale di argýrion, cioè della moneta d’argento. Non si può neppure ignorare che si evoca da parte dello stesso Gesù la necessità dell’investimento dei beni finanziari: emblematica, al riguardo, è la nota parabola dei talenti, ove entrano in scena anche i banchieri e persino l’“interesse” (tókos) da ricavare sui depositi bancari.

Partiamo da un passo fondamentale, un celebre lóghion o detto di Cristo, simile quasi a un tweet (in greco sono 54 tra caratteri e spazi): “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. In questione è il nómisma, cioè il tributo per legge (nómos) che era imposto dall’esoso fisco romano ai cittadini delle nazioni sottomesse. La lapidarietà dell’affermazione di Gesù ha come corollario necessario la ben più complessa applicazione nella concretezza storica.

Nella visione cristiana economia e politica, da una parte, ed etica e religione, dall’altra, sono nettamente distinte. Non appartiene, perciò, al cristianesimo una concezione teocratica come quella di alcuni Stati “islamici”, retti dalla shar’ia, per cui il codice di diritto canonico e quello civile-penale coincidono. Tuttavia, distinzione non significa opposizione o negazione, come accade appunto sia nella teocrazia sacrale, sia nella secolarizzazione laicista. Non significa neppure totale separazione, perché unico è l’oggetto dell’economia/politica e della fede, cioè la persona umana.

Ecco perché, accanto alla moneta di Cesare, Cristo introduce implicitamente un’altra “moneta” che ha su di sé un’immagine diversa, quella di Dio, ossia la persona umana. È ciò che affiorava nella mente dell’uditorio di Gesù che ben conosceva l’asserto della Genesi: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò”. C’è, dunque, una dignità umana sulla quale non può prevaricare la pur necessaria economia che non deve assurgere a dogma unico e a norma esclusiva, come si è purtroppo sperimentato in certe vicende finanziarie recenti. Per questo, sulla scia dei profeti (si pensi solo ad Amos), la voce di Cristo si leverà forte e chiara contro la corruzione, la ricchezza sfrenata, gli squilibri sociali: in questi casi la finanza diventa mammona, un termine di matrice fenicia che trasforma denaro e ricchezza in idolo. Non per nulla alla base di questo vocabolo si ha la stessa radicale ’mn che indica il “credere” (vedi il nostro amen). Si ha, quindi, il contrasto tra due fedi antitetiche.

È interessante leggere il paragrafo che segue la parabola lucana dell’amministratore corrotto ma astuto, ove l’evangelista ha raccolto detti pronunziati da Gesù in contesti diversi, ma con lo stesso filo conduttore “economico”. Citiamo solo questo lóghion: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.

Significativa è un’altra affermazione nella quale è introdotta la speculazione finanziaria: “Io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne…”. Gesù invita chi si è comportato così a “farsi amici” i poveri con la donazione a loro di questa ricchezza disonesta. Sarà un ottimo investimento perché essi, che sono i privilegiati di Dio, ci apriranno le porte delle “dimore eterne”, ossia della salvezza finale nell’incontro pieno e perfetto con Dio.

Cristo, pur così critico nei confronti della ricchezza tanto da confessare di non possedere neppure una pietra ove posare il capo, non propone un retorico pauperismo che postula il puro e semplice rigetto del denaro. Infatti, al giovane ricco, per accoglierlo tra i suoi discepoli, dichiara: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo”. È, quindi, un vero “investimento” nella carità e nella koinonía fraterna, come accadrà nella comunità cristiana di Gerusalemme.

Un’ultima considerazione di indole generale ci può essere offerta dal confronto a dittico attraverso due parabole “economiche” di Gesù, scandite proprio dal denaro come componente strutturale, sia pure metaforica. La prima è quella matteana degli operai a impiego temporaneo. Gli elementi simbolici sono due: gli orari diversi di assunzione (alba, nove del mattino, mezzogiorno, le tre e le cinque pomeridiane) e l’unico salario fissato, il già noto “denaro”. Ovviamente il testo non vuole proporsi come modello per le relazioni industriali e sindacali. Il suo significato, infatti, attraverso la scansione oraria e quel “denaro”, è orientato a illustrare due dimensioni fondamentali della fede. Da un lato, ci sono le “opere” umane, il lavoro, cioè il “merito”: l’impegno delle persone deve attuarsi secondo la propria vocazione, alta o semplice che sia; di livello intenso come chi riesce a colmare un’intera giornata con opere straordinarie, oppure di basso profilo in chi riesce a offrire solo pochi risultati, dato il suo limite di essere uno dell’ultima ora e, quindi, con capacità personali ridotte. D’altro lato, la grazia e la ricompensa divina trascendono il limite umano e a chiunque si è impegnato con fedeltà e generosità – in qualsiasi grado dello statuto sociale, della capacità e della dotazione intellettuale o pratica egli sia collocato – è donato da Dio lo stesso “denaro”, cioè la ricompensa del Regno. Grazia e merito s’incrociano tra loro: in questa parabola l’accento cade sulla prima componente, la donazione divina (il denaro dato a tutti).

Qualcosa del genere è affermato anche in un’altra parabola “economica”, quella del re generoso e del servo egoista, ove si contrappone la cifra colossale del debito dei 10.000 talenti, condonato dal sovrano, rispetto ai 100 denari che, invece, il servo spietato esige dal suo collega. Alla grazia divina non corrisponde, in questo caso, la risposta umana.

ESCLUSIVO: l’accordo segreto tra Merkel, Salvini e Di Maio

Questa rubrica è in genere dedicata a brevi riflessioni, ma stavolta si conterrà invece una notizia esclusiva: Luigi Di Maio e Matteo Salvini possono presentarsi al voto forti dell’appoggio di Angela Merkel, che sta facendo di tutto perché il duo abbia una saldissima maggioranza al prossimo giro (fonti vicine a Gianni Riotta sostengono c’entri la mediazione di Vladimir Putin…). Questa notizia – che abbiamo appreso da un nostro amico organico ai mercati (quello del Pigneto, per lo più) – è testimoniata dalle molteplici uscite di membri della Cdu di questi giorni tese a irritare l’elettorato italiano e a far crescere il voto “populista”. Avevano iniziato quelli del consiglio economico del partito, ma lunedì è scesa in campo la stessa Cancelliera ipotizzando una cura greca per l’Italia: “Anche con Tsipras ci furono problemi e poi ci siamo accordati”. Ieri, per essere sicuri dell’effetto, è intervenuto l’uomo di Merkel nella Commissione Ue, Günther Oettinger: “I mercati e un outlook ‘pessimista’ insegneranno agli italiani a non votare per i partiti populisti alle prossime elezioni”. Come si vede, frasi talmente grottesche che ne svelano il fine recondito: far vincere Lega e M5S. Ci aspettiamo ora che il capo dello Stato intervenga duramente per ribadire che i mercati sono autonomi e indipendenti e decidono il destino dell’Italia senza alcun suggerimento tedesco (da Berlino o Francoforte che venga): non accetteremo interferenze sulla via del nuovo medioevo con l’algoritmo e i grafici al posto del dio che atterra e suscita. #iostoconmattarella

Salvini uno e bino. Gioca più partite e le vince tutte

Matteo Salvini è stato spesso preso in giro per non aver mai lavorato. Un tribunale della Repubblica ha stabilito che non è diffamatorio definirlo un politico di professione. Il leader della Lega è stato per la prima volta eletto in consiglio comunale a Milano nel 1993, quando aveva 19 anni, e da allora è saltabeccato in Italia e in Europa da un’assemblea all’altra senza mai brillare per presenzialismo. In molti definiscono razziste le sue frasi e sue prese di posizione in materia di immigrazione. L’appoggio palese a Viktor Orban, il primo ministro ungherese, peraltro aderente al Partito popolare europeo, divenuto tristemente celebre per aver costruito muraglie di filo spinato per impedire il transito non ai migranti, ma ai profughi, gli ha giustamente tirato addosso critiche su critiche. Ma al di là dell’opinione che ciascun lettore può avere su Salvini, un fatto va onestamente ammesso. Il leader della Lega esce da questi mesi di post voto con addosso la casacca di unico fuoriclasse presente sulla scena politica italiana. Uno dopo l’altro ha messo nell’angolo alleati, avversari e persino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Forte del suo 17 per cento dei consensi, conquistati grazie all’idea di trasformare la Lega da partito regionale finto secessionista a forza dichiaratamente nazionalista e sovranista, Salvini ha condotto le danze del post voto fino a mettersi in una posizione di win-win. O partiva l’esecutivo gialloverde con Paolo Savona ministro e Lega piazzata in molti dicasteri chiave, o si andava a nuove elezioni con il Carroccio ancora più gonfio di consensi.

Se si torna con la moviola della memoria agli accadimenti di queste settimane ci si può rendere conto di come Salvini abbia raggiunto questo risultato senza che nessuno dei suoi compagni di strada possa accusarlo di scorrettezze o incoerenza. Il suo peccato (ma in politica questa è una virtù) è semmai l’astuzia con cui ha saputo approfittare dei loro punti deboli. Così Salvini ha provato a governare con Luigi Di Maio senza rompere con Fratelli d’Italia e Forza Italia. I due partiti erano terrorizzati dal voto anticipato. Sondaggi alla mano temevano di essere fagocitati dalla Lega. Pensavano che i gialloverdi dopo pochi mesi, a causa delle tante promesse e aspettative, si sarebbero andati a schiantare perdendo consensi. Per questo non hanno denunciato l’alleanza elettorale pur preannunciando un voto contrario all’ipotetico governo. Allo stesso modo, Salvini ha procrastinato il vero inizio delle trattative con i penstantellati in attesa di elezioni regionali destinate a rendere psicologicamente più fragili Di Maio e i suoi. Poi sedendosi al tavolo con i cinquestelle ha fatto perdere loro appeal presso molti elettori provenienti da sinistra e per togliere a Di Maio quell’aurea di leader radicale, ma moderato, che tanto faticosamente si era riuscito a costruire durante la campagna elettorale. L’apoteosi è arrivata con il veto di Mattarella su Savona. I cinquestelle si sono ritrovati a proporre la messa in stato di accusa del Presidente assieme alla destra, mentre Salvini, dopo le bordate di rito, chiedeva solo nuove elezioni e ieri diceva esplicitamente: “Chi insulta e minaccia Mattarella non fa parte del futuro del mio Paese. Ha sbagliato, ma non chiedo l’impeachment”. Governare, certo è un’altra storia (e forse la giudicheremo presto), ma per ora va detto che in fatto di strategia, tattica e marketing, Salvini si dimostra un vero professionista della politica forgiato da 25 anni di esperienza. Tutti gli altri no.

Povero Di Maio: sono riusciti addirittura a vendergli la Tour Eiffel

Era dai tempi de La Stangata (1973), con Paul Newman e Robert Redford, che non si vedeva un pacco così accurato e perfetto tirato al pollo di turno. Detto che la distanza tra Salvini e Paul Newman è quella che separa Orio al Serio da Plutone, il pacco è riuscito alla grande, i 5Stelle imbufaliti sono rimasti lì come la mucca che guarda passare il treno, e Salvini fa l’asso pigliatutto e la damigella più corteggiata del reame: ballerà ancora con Silvio? Non lo sa, ci sta pensando. Civettuolo.

Ci sono altre truffe famose, e una fa proprio al caso nostro: nel 1925 un tale Victor Lustig riuscì a vendere la Tour Eiffel a un commerciante di ferraglia, fingendosi funzionario governativo e dicendo che l’avrebbero presto smantellata. Quello fu così scemo da dargli 250.000 franchi (moltissimi), più una mazzetta per agevolare l’affare. Quando si accorse di essere stato truffato non sporse denuncia per evitare (lo dico in francese) la colossale figura di merda.

Ecco, credo che sarebbe un errore per i 5Stelle non denunciare il truffatore, cioè Salvini Matteo, di anni 45, noto alle cronache. È vero che ci sono mappe e cartine pubblicate dai giornali che ci dicono che se Matteo e Gigi si mettono insieme alle elezioni sbancano. Però un conto è fare un accordo di governo tra diversi, e un altro è spartirsi i collegi elettorali per vincere a man bassa. Cioè non si tratterebbe più di un “contratto” con due contraenti (uno decisamente più furbo dell’altro), ma di un accordo politico. Non denunciare il truffatore, e anzi mettersi con lui, produrrà delle crepe, dei mugugni e probabilmente degli smottamenti. Se così sarà, se Salvini romperà col centrodestra per inseguire il plebiscito, ci aspetta un’estate di terrorismo: e il mutuo? E lo spread? E che dirà Moody’s? Eh? Ci avete pensato?

Insomma, c’è lì davanti un trappolone ulteriore: dividere il Paese su un argomento (euro sì/euro no) che è più favoleggiato che reale (e anche piuttosto stupido), permettendo a Salvini di fare il difensore del popolo e della povera gente. Riassumo: quello che ha nel programma il più grande regalo ai ricchi che la storia ricordi, la flat tax, passerà per una specie di Robin Hood che ci difende dalle agenzie di rating. Se tutto va male (e tutto lo fa pensare) la contrapposizione sarà tra due destre economiche: quella dell’ennesimo regalo ai ricchi, alla rendita e al profitto di Salvini, e quella liberista, rigorista che esibirà in campagna elettorale i suoi carri armati: lo spread, il vostro mutuo, i severi moniti dalla Bce, lo spettro della Grecia, agitato come un fantasma nel castello che sta crollando, e il tradizionale “moriremo tutti”. Manca che scrivano Standard & Poor’s sulle bandiere, ma ci siamo quasi.

Staremo in mezzo a questi opposti estremismi costruiti ad arte, stritolati, a discutere e litigare su una cosa di cui nell’ultima campagna elettorale appena finita non si è parlato nemmeno per un nanosecondo.

Il rischio per i 5Stelle è di assistere a tutto questo basiti e sotto botta come quando ti muore un parente, e la bandierina del “ci hanno imbrogliato” – che sia riferita a Mattarella o a Salvini – non è mai un gran lasciapassare per il successo. La gente, in generale, pensa che il truffatore sia un bastardo, ma anche che il truffato sia un po’ fesso, e che se si è fatto fregare una volta ci cascherà di nuovo, che un po’ se lo merita.

In questo desolante scenario, chi volesse dire una moderata cosa di sinistra (che so: un welfare serio, una redistribuzione tra redditi da lavoro e rendite, una società diversa e migliore, fine della cuccagna per i grandi patrimoni) diserterà una battaglia che non lo riguarda, e in cui è evidente che perderà comunque. Si sentirà come la tartaruga liuto o il rinoceronte di Giava, cioè gente che non ha davanti a sé grandi prospettive, peccato.

La Grecia come modello pericoloso

“Alla fine ci siamo intesi” dice Angela Merkel evocando, a commento della crisi politica italiana, il parallelo delle trattative con Alexis Tsipras nell’estate 2015, dopo che l’Unione europea – spalleggiata dal vecchio establishment greco pronto a sollevare eccezioni di incostituzionalità – era intervenuta ad agitare spauracchi d’ogni sorta contro il referendum promosso dal premier appena eletto sul famigerato memorandum.

Tsipras allora non cedette, replicando alle minacce con una retorica serena ma determinata (tutt’altra cosa rispetto alle sparate del Salvimaio) che convinse il suo popolo al “No”. Ma l’Unione (questo il senso vero dell’intraducibile verbo sich zusammenraufen usato dalla Merkel, che vale “trovare un modus vivendi nonostante gli scontri e imponendosi autocontrollo”) impose poi il proprio diktat con le irriferibili minacce “al chiuso” nel drammatico vertice del 12 luglio, al termine del quale la linea politica di Tsipras fu stravolta, e rotolò la testa del ministro Varoufakis.

Keine sorge, troveremo un compromesso anche con gli italiani, dice la Merkel. Il commissario Oettinger, con il suo greve accento del Baden, ha solo il torto di parlare più chiaro quando professa fiducia nel nuovo “governo tecnocratico” di Roma e richiama il fatto – testuale – che “i mercati, le quotazioni dei bond, l’evoluzione dell’economia italiana potrebbero essere così drastici (einschneidend, propriamente “taglienti”) da fornire agli elettori l’indicazione di non votare populisti di destra o di sinistra”. L’applicazione è diversa, ma i criteri sono in fondo gli stessi (“l’impennata dello spread”, “le perdite in Borsa”, “l’allarme degli investitori”) richiamati da Mattarella nel suo discorso per silurare il governo Conte.

Singolari parallelismi. Nel 2013, per l’elezione del presidente della Repubblica, il Movimento 5 Stelle candidò con entusiasmo “uno dei vostri”, ovvero Stefano Rodotà, già presidente del principale partito della sinistra, e capace di intuire il potenziale di cambiamento e di aria nuova insito nel Movimento, se fatto reagire con le forze migliori del Paese: la risposta dell’establishment fu la chiusura a riccio; cinque anni dopo, la sinistra è ridotta a un ruolo di comparsa, e il Movimento è per metà in mano a Salvini. Nel 2018, nell’individuazione del ministro dell’Economia, la Lega propone “uno dei vostri”, ovvero Paolo Savona, già ministro nel governo Ciampi e vecchia (e discutibile) volpe della finanza, nonché capace di dire (da una prospettiva essenzialmente di destra) parole chiare sui difetti strutturali della moneta unica: la risposta dell’establishment è venuta domenica, e rischia di avere conseguenze ancor peggiori.

Si può sostenere che in ambedue i casi le forze proponenti giocassero in realtà un’altra partita, strumentale alla loro crescita ulteriore in termini di consenso dopo il prevedibile niet del sistema: può darsi. E del resto fra le due personalità corre un abisso – il governo Conte che si annunciava (come denunciato anche all’interno del Movimento da alcune voci libere) sarebbe stato sotto molti profili un incubo o una baraonda, e si sarebbe probabilmente incagliato in breve tempo, lasciando macerie. Tuttavia, la strategia di depotenziare il voto di milioni di italiani e di silenziare certe istanze col richiamo allo spread o al volere dei mercati, può pagare alla breve, per esempio evitando al Paese il trauma di ministri lepenisti pronti a effettuare rimpatri di massa – ma difficilmente funziona alla lunga. O si condivide la prospettiva di Oettinger (spaventare gli italiani per ridurli a più miti consigli nelle urne) oppure è una pia illusione che la destra “moderata” (per tale, ormai, viene fatto passare Silvio Berlusconi!) possa mantenere le posizioni in un Nord arrabbiato (lo mostreranno le imminenti elezioni comunali), o che la sinistra, desertificata dal perdurante renzismo e da mesi evanescente, possa davvero recuperare fiato drenando i “sinistrorsi delusi” di un M5S votato alla deriva gialloverde.

Si è creata una lacerazione istituzionale dolorosa; si è finito per aizzare la folla contro i giochi di palazzo e le agenzie di rating; si è schiacciato il M5S (fin troppo ingenuo di suo) sull’egemone Salvini; si è fornita una formidabile sponda a chi piccona il sistema seminando sfiducia nelle istituzioni e nell’Europa, o denigrando la democrazia rappresentativa.

Certo: la Grecia di oggi, imbambolata dalla sfiducia, svuotata di tutti i suoi asset strategici, umiliata e illusa con un misero avanzo primario di cui non si avverte alcun beneficio, vegeta in una cupa rassegnazione che forse, dopo anni, tornerà a premiare i vecchi partiti nelle elezioni del 2019. Ma non è affatto detto (ed è poi veramente auspicabile?) che in Italia accada lo stesso.

Mail Box

 

La richiesta di impeachment alla fine danneggia il M5S

Concordo pienamente con l’analisi, lucida e schietta, fatta dal direttore Travaglio lunedì, sulla crisi istituzionale di domenica sera. Condivido anche tutta l’amarezza e il disappunto dei leader Cinque Stelle: come cittadino ed elettore provo anch’io un senso di frustrazione, rabbia e profonda ingiustizia. Ho tuttavia un dubbio, rispetto all’utilità della loro iniziativa: chiedere l’impeachment non rischia di essere una mossa azzardata in termini di consenso elettorale?

Non rischia di compromettere il profilo di governo che Di Maio ha faticosamente e proficuamente costruito?

Non sarebbe meglio mettere davanti all’elettorato l’indubbio merito di aver portato nell’agenda del governo (che poi non è nato) temi come il reddito di cittadinanza e le norme anti-corruzione?

Antonio Maldera

 

Caro Antonio, l’ho scritto: l’impeachment è una inutile perdita di tempo, che fra l’altro porta male a chi lo chiede (vedi Pci e Pds con Leone e Cossiga e M5S con Napolitano). A meno che non emergano prove di interferenze straniere nelle scelte del Capo dello Stato.

M.Trav.

 

E se fosse tutta una strategia elaborata dal centrodestra?

Mi è sorto un dubbio: Salvini è irremovibile su Savona, Mattarella fa abortire il nuovo governo, la Meloni (che non fa parte del nuovo governo) grida all’impeachment, Di Maio abbocca e chiede l’impeachment, ma Salvini no! Alcuni elettori grillini che rispettano la figura del presidente della Repubblica giudicano Di Maio immaturo e votano Salvini.

I Cinque Stelle calano e la Lega cresce portando voti al centrodestra. Diceva Andreotti: a pensar male è peccato, ma di solito si indovina. Non vorrei aver fatto solo dietrologia o aver raccontato un thriller, ma sarebbe possibile che dietro ci sia tutto un piano del centrodestra per indebolire il Movimento Cinque Stelle e creare un centrodestra che possa raggiungere la maggioranza? La Meloni che grida all’impeachment mi ha subito stonato e Salvini che, seppur molto incazzato, non aderisce alla richiesta mi puzza. Se Salvini non aderisce all’impeachment i miei dubbi potrebbero avere conferma? Caro direttore, tu che hai più informazioni e conosci meglio di me i retroscena, potresti dare una risposta?

Aurelio Scuppa

 

Caro Aurelio, al momento non conosco retroscena del genere: ci basta quello che vediamo sulla scena. Ed è osceno.

M.Trav.

 

Uno ingenuo, l’altro fanfarone: forse ha ragione “Der Spiegel”

Il vero responsabile di questa crisi istituzionale ha un nome: Matteo Renzi. Questa specie di politico da bar dello sport (“o vinco o arrangiatevi”) è la causa principale delle sciagure italiane.

Chiudendo il “forno” che non ha voluto nemmeno andare a vedere, ha di fatto consegnato il paese a Salvini (grande articolo di Travaglio “Senti chi parlava” di due domeniche fa).

Di fronte a un Di Maio molto ingenuo, hanno prevalso le fanfaronate del leghista. Il contratto che ne è nato è pieno di contraddizioni e lacune. Valga per tutti la non coesistenza “culturale e fiscale” fra flat tax e reddito di cittadinanza: la prima aumenta la disuguaglianza fra contribuenti, la seconda era il tentativo di contrastare la stessa disuguaglianza. Molto ingenuo Di Maio ma poco furbo il Salvini.

Era scontato che sarebbe stata respinta da Mattarella la figura di Savona. Il piano B “in tutta segretezza” dell’uscita dall’euro, ancora oggi fa sorridere e meravigliare.

Come si poteva pensare all’uscita dall’euro con 2330 miliardi di debiti? Chi mai doveva acquistare i nostri titoli di stato?

La possibile richiesta di cancellazione di parte del debito e la sua ristrutturazione rimane un concetto stravagante da repubblica sudamericana.

Insomma, è mancato quello “spessore politico” per iniziare un “governo di vero cambiamento.” Il tanto criticato e insultato Der Spiegel non è che poi fosse andato così lontano dalla nostra realtà.

Ezio Marino

 

Criticare il Capo dello Stato non è per forza un attentato

Quelli che oggi si scandalizzano per gli insulti a Mattarella, sono poi gli stessi satirici che godevano quando vedevano Salvini e Berlusconi appesi all’insù, beati loro!

Ma in questo paesello almeno si potrà dire che il presidente della Repubblica non ha rispettato il voto del 50% degli italiani che alle urne hanno premiato M5S e Lega, oppure questo è da configurarsi come un attentato al Capo dello Stato?

Enzo Bernasconi

 

Se Savona avesse rinunciato oggi avremmo il governo

Ai tanti perché il presidente della Repubblica abbia opposto un netto no al prof. Savona, mi permetto di formularne uno diverso.

Perché, nonostante il ‘torto’ ricevuto, il prof. Savona non ha fatto un passo di lato?

Non per obbligo, ma per grande finezza istituzionale verso gli stessi proponenti Salvini e Di Maio? Oggi avremmo un governo. Si sarebbe perso un pezzo, ma sulla scacchiera si avrebbe dato scacco al re.

Franco Candita

“Spider man nero” Il salvatore-cittadino “mosca bianca” dell’anti-razzismo

Il presidente francese Macron ha concesso la cittadinanza al 22enne immigrato maliano, Mamoudou Gassama, per aver salvato la vita di un bambino. Gesto encomiabile, certo. Non sarebbe però il caso di guardare oltre ed estendere la cittadinanza non solo ai “supereroi” ma anche ai “semplici uomini”? Perché si rischia altrimenti di scadere nella banalità e nella retorica finalizzata solo ad accaparrarsi qualche flash fotografico e qualche copertina patinata.

Guido Venturini

 

Nell’era dell’immagine solo l’eroismo virale viene notato e perciò premiato. Il sans papier dell’ex colonia francese ottiene la cittadinanza per il suo coraggio disinteressato, favola realmente bella di razzismo ribaltato: i telefonini dei parigini riprendono lo straniero che si arrampica a salvare il bambino appeso al 4° piano. Ma sono stati i telefonini a dare a Gassama la possibilità del colloquio con il presidente francese che premiando il 22enne loda se stesso con un’immagine di magnanimità e giustizia. Milioni di visualizzazioni e il soprannome “Spider man” hanno fatto di Mamoudou l’eroe istantaneo e l’alfiere nero della differenza tra le razze: “Le razze esistono e di tutte la superiore è quella africana”, ebbe a scrivere il collega Pietro Veronese. La vicenda del giovane maliano ora francese è paradigmatica del bisogno dei gruppi ben pensanti bianchi di stemperare la superiorità occidentale (quel nobile impegno che Rudyard Kipling poetava 120 anni fa ne “Il fardello dell’uomo bianco” finito con l’assurgere invece a manifesto del colonialismo) con esempi che dimostrino la superiorità altrui, degli “estranei”, pacificando coscienze e tacitando razzismi. Encomiabile pulsione multiculturale che produce però l’eccezionalità di eventi come quello di Parigi, che acquisisce magnitudine mediatica proprio perché ha per protagonista un “altro”, un “diverso” dal gruppo maggioritario. Lo “Spider man nero” come “mosca bianca” di una comunità pavida e intenta a riprendere gli avvenimenti senza parteciparvi, tenendosi a distanza si sicurezza. Il bel viso di Mamoudou Gassama diviene il volto di una Repubblica nella quale la frattura multiculturale è sempre più evidente e il meccanismo virtuoso di assimilazione pare ormai inceppato. Diviene dunque esempio perfetto da mostrare, eletto a vessillo della Repubblica, “prodotto” efficace e social, unico e perciò difficilmente ripetibile: perché solo i “super-eroi” meritano di divenire francesi (o italiani, europei, etc…).

Stefano Citati

Addio Alberto Mieli, sopravvisse ad Auschwitz

È morto a Roma, all’età di 93 anni, Alberto Mieli, uno degli ultimi ex deportati che ha fatto ritorno da Auschwitz. Alberto Mieli, nato a Roma il 22 dicembre 1925 – ricorda la comunità ebraica di Roma – venne cacciato dalle scuole dopo le leggi razziali. Catturato dai fascisti e dalla Gestapo venne deportato ad Auschwitz Birkenau non ancora ventenne, dopo esser passato per il campo di Fossoli. Alberto Mieli, da tutti conosciuto come “Zi Pucchio”, negli ultimi è stato uno dei testimoni più attivi a nel raccontare la Shoah in Italia.

Raccontò pubblicamente la sua esperienza solo a partire dal 2015, anno di pubblicazione di Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa (Marsilio), scritto oinsieme alla nipote Ester. “Tra gli ultimi sopravvissuti degli orrori dei campi di sterminio è stato un testimone pieno di umanità e dignità con grande forza di riscatto. La Comunità partecipa intensamente al dolore per la perdita unendosi al lutto della famiglia che ha fedelmente sostenuto la trasmissione della storia” dice il Rabbino capo Riccardo Di Segni.

“Siamo finanzieri”: De Mita rapinato in piena notte

“Siamo finanzieri, ci manda la Procura”. La beffa oltre la rapina, per l’ex premier Ciriaco De Mita e la moglie, la signora Annamaria Scarinzi. Derubati in casa e presi in giro da quattro uomini dall’accento dell’Est europeo che sono penetrati alle 3.30 di notte nella loro villa a Nusco (Avellino) e quando la signora De Mita si è svegliata impaurita, hanno detto di appartenere alle Fiamme Gialle.

La beffa, dicevamo: perché la Finanza, quella vera, si era davvero fatta viva diverse ore prima, notificando alla signora Scarinzi il decreto di sequestro di conti correnti e di alcune migliaia di euro nell’ambito delle indagini sulla gestione dell’Aias di Avellino e di ‘Noi con Loro’, le onlus che gravitano intorno a Lady De Mita, indagata insieme a due figlie. E così una brutta giornata per la famiglia De Mita è diventata orribile.

I rapinatori, che avevano il volto coperto e indossavano guanti, sono entrati nella stanza della signora, 79 anni. Il marito, che ne ha 90 e dorme in un’altra camera da letto, è stato anche lui svegliato dai rumori. I quattro rapinatori non erano armati. Hanno intimato a De Mita di aprire la cassaforte. Erano custoditi collane, monili, preziosi. I gioielli e i ricordi di una vita vissuta insieme, tra quattro figli e diversi nipoti. Un furto compiuto nella notte di un giorno amaro, trascorso tra avvocati e carte giudiziarie di una indagine che accusa i De Mita (ma l’ex premier non è indagato) e alcuni fedelissimi demitiani di essersi appropriati di soldi provenienti dai finanziamenti pubblici per l’assistenza ai disabili. E la circostanza potrebbe non essere una coincidenza. Forse i rapinatori sono stranieri, ma ciò non esclude che il basista possa essere italiano. Qualcuno che abbia appreso dai siti internet dei sequestri in corso ai conti correnti della signora Scarinzi e che abbia dato ai ladri la ‘soffiata’ di colpire in una notte in cui i coniugi De Mita, comprensibilmente provati e stressati per quanto accaduto durante il giorno, avrebbero opposto meno resistenza.

L’ex premier e la moglie non hanno subito violenza e sono riusciti a contenere i danni inducendo i rapinatori a una fuga anticipata, dicendo loro che al piano di sotto i domestici avrebbero dato l’allarme. La villa si trova all’ingresso del centro di Nusco, paese di cui De Mita è sindaco. Per i rilievi del caso, sono arrivati i carabinieri della locale stazione, della Compagnia di Montella (Avellino) e del Reparto Operativo del Comando provinciale di Avellino. La Procura di Avellino ha affidato il fascicolo al pm Fabio Massimo Del Mauro.