Dai pestaggi ai blitz chirurgici: il vero volto di Casapound

Nessun dubbio: oggi Casapound punta alla politica nazionale. Perché in fondo, proprio ora, il momento pare propizio per trovare spazi, in parte già conquistati a livello locale e soprattutto nel NNord Italia, grazie all’alleanza con la Lega di Matteo Salvini. Solo poche settimane fa, a certificare ancora una volta questo sodalizio, il leader del Carroccio, tifoso milanista, si è presentato in tribuna a Roma per la finale di Coppa Italia con la Juventus indossando un giacchetto blu della Pivert, azienda legata a doppio filo a Casapound. Il partito non dimentica, però, l’eredità degli ex sanbabilini. Recentemente, proprio una vecchia gloria dell’eversione nera milanese come Maurizio Murelli si è rivolto così ai giovani di Casapound: “Voi siete i miei figli, quelli venuti dopo, il successivo anello di una lunga catena d’acciaio agganciata all’Origine, al Mito”.

Insomma il passato non si cancella. La violenza, i pestaggi. Ieri come oggi. Diversi i fatti che recentemente hanno coinvolto rappresentanti di Casapound. L’ultimo, ieri, a Torino, dove sei militanti sono stati denunciati per un’aggressione avvenuta la sera del 5 aprile vicino al circolo “Asso di bastoni”. Poche ore prima i militanti (secondo la Digos sono una trentina quelli più attivi) avevano fatto un presidio contro i migranti africani che occupano palazzine dell’ex villaggio olimpico. Un simpatizzante 46enne, ubriaco, aveva avuto un diverbio col coordinatore provinciale Matteo Rossino ed era stato allontanato: “Questa qua la paghi”, diceva Euclide Rigato, portavoce del comitato di quartiere vicino a Casapound. Poche ore dopo l’uomo è stato picchiato con delle mazze e i sei ora sono indagati per lesioni aggravate in concorso. Ieri la Digos della Questura di Torino ha perquisito le abitazioni di alcuni di loro trovando un tirapugni con lama, un manganello di legno, un coltello e una torcia in metallo allungabile utilizzabile come manganello. Il coordinatore Rossino è stato denunciato perché nel circolo sono state trovate 14 mazze di legno, due tubi di ferro, bastoni in carta pressata e apparecchi per rilevare microspie ed evitare intercettazioni.

A Genova, il 7 maggio scorso, la violenza dell’estrema destra ha coinvolto un giovane svizzero. Succede nel borgo di Boccadasse. Qui tre persone vicine a Casapound, tra le quali una ragazza, pretendono che lo svizzero paghi loro da bere. Al diniego, la ragazza lo tempesta di domande politiche, addirittura estrae una foto di Hitler e chiede se lo riconosce. Davanti all’espressione esterrefatta dello svizzero, parte l’aggressione. Calci, pugni e una bottiglia spaccata in faccia. Protagonista del gesto proprio la ragazza denunciata per lesioni gravi. A Milano, invece, la mattina dell’11 maggio la Digos, agli ordini del dottor Claudio Cicimarra, ha perquisito 12 persone, tutte legate a Casapound.

Anche per loro l’accusa è di lesioni gravi, perché si sono rese protagoniste di un pestaggio nei confronti di due ragazzi, dopo una discussione avvenuta in un locale di corso Garibaldi. I fatti risalgono alla sera del 10 marzo. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati abiti e caschi utilizzati durante l’aggressione, coltelli, manganelli, e una bandiera della Repubblica Sociale Italiana. Buona parte degli indagati, scrive la Digos, è legata a doppio filo alla curva ultras che segue la squadra di hockey di Milano. Uno dei capi ultrà, anche lui vicino a Casapound, finirà indagato per estorsione proprio per questioni legate all’hockey. La cronaca disegna una quadro preciso dove la facile apologia fascista lascia spazio a blitz violenti e chirurgici.

Del fenomeno delle aggressioni Casapound, nel 2016, si è occupato il ministero dell’Interno stilando per la prima e unica volta un report con numeri inquietanti. Si legge: “Nel quinquennio 2011-2015 sono stati tratti in arresto 19 militanti o simpatizzanti di Casapound, mentre 336 sono stati deferiti a vario titolo all’Autorità Giudiziaria. A ciò si aggiunga che dall’inizio del corrente anno sono stati effettuati 1 arresto e 23 denunce”. Tradotto: un arresto ogni tre mesi e una denuncia ogni cinque giorni. E sempre per fatti di violenza collettiva o individuale.

Senza scorta dopo l’accusa ai boss: denuncia Minniti

Non è stata disposta la scorta per Rosaria Scarpulla dopo che questa ha puntato il dito contro i parenti dei boss Mancuso accusandoli di averle ucciso lo scorso aprile il figlio Matteo Vinci con un’autobomba a Limbadi. A nome della signora, l’avvocato Giuseppe De Pace ha presentato un esposto denuncia contro il prefetto di Vibo Valentia Guido Longo, il ministro dell’Interno Marco Minniti e tutti i soggetti che compongono la catena di comando che fa capo al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Nelle settimane scorse, il prefetto aveva dato rassicurazioni che nei confronti della donna “sono state subito disposte delle misure tutorie ritenute congrue”. “Sono trascorsi quasi due mesi dal vile attentato terroristico mafioso – sostiene il legale –. Durante tutto questo tempo ho sollecitato tutti i soggetti che oggi mi vedo costretto a chiamare in sede penale, affinché fosse assegnata la scorta. La signora Scarpulla ha il diritto di ricevere la giusta protezione mentre è ancora in vita, non ha bisogno di eventuali riconoscimenti e onorificenze post mortem conferiti da uno Stato incapace di tutelarne l’incolumità nel momento del bisogno”.

Cambia il concordato per l’Atac: “320 nuovi autobus entro il 2019” Linea morbida dell’Avvocatura

Punta sull’incremento del parco mezzi, e quindi su una possibile crescita dei ricavi, l’integrazione al piano di concordato preventivo che Atac depositerà questa mattina alla sezione fallimentare del Tribunale di Roma. Un dossier di oltre 1.000 pagine che tenta di fugare i dubbi dei magistrati sulla capacità dell’azienda di maturare maggiori utili per pagare i creditori. Sommersa da un debito di 1,4 miliardi, l’azienda di trasporto pubblico del Campidoglio ha aperto il concordato per evitare il fallimento ma i magistrati hanno riscontrato criticità nel piano parlando di “problemi di legalità” e assenza di “sufficienti garanzie sulla fattibilità”. Dopo questo primo parere poco favorevole all’azienda sono state fatte nuove integrazioni, che includono anche la delibera del 15 maggio della giunta M5S di Virginia Raggi per avviare la gara di l’acquisto di 320 nuovi bus, al costo di 98 milioni di euro. L’azienda si sarebbe impegnata ad ammodernare altre 950 vetture in circolazione. Rivista anche la perizia di valutazione del patrimonio immobiliare, ex depositi ed uffici, da vendere.

Il piano di concordato prevede di pagare nel 2019 i 150 milioni di euro dovuti ai creditori privilegiati e i 12 per le spese legate al concordato. Mentre i creditori chirografari (quelli non assistiti da pegno, ipoteca o fideiussione) otterranno il 31% di quanto dovuto, 193 milioni di euro, entro il 2021 attraverso due strumenti di partecipazione finanziaria agli utili. Tra le nuove proposte c’è la modifica del termine di pagamento del credito del Campidoglio, spostato tra il 2036 e il 2055. Ieri un aiuto ad Atac è arrivato dall’Avvocatura dello Stato: in un parere ha sostenuto che il Ministero dei Trasporti può sospendere la procedura di accertamento del requisito finanziario dell’azienda per una mancata fideiussione da 12 milioni in attesa dell’esito del concordato. La nuova proposta finirà sulla scrivania dei magistrati, che prenderanno tempo per un secondo parere. Intanto continua l’indagine per il rogo del bus in via del Tritone dell’8 maggio: il pm D’Ovinola ha interrogato tre dirigenti.

Seconda giornata nelle tende: “Udienze tra le zanzare a 40°”. E ora c’è il rischio maltempo

Seconda giornata nelle tende per la giustizia penale barese. Le tre tensostrutture montate nel parcheggio sterrato antistante il Palagiustizia di via Nazariantz dichiarato inagibile per pericolo crollo hanno accolto anche ieri le udienze di rinvio dei processi. “Oggi ho dovuto tenere udienza in una tenda con 40 gradi e tra le zanzare, rinviando ad una fantomatica data del 12 novembre in Corte di Assise”, ha detto il giudice Rossella Calia Di Pinto, segretario dell’Anm Bari. Sull’area dove è allestita la tendopoli c’è stato in mattinata il sopralluogo del genio militare per montate una diversa pavimentazione in vista del maltempo che si prevede nei prossimi giorni e che renderebbe impraticabile quella zona. Il procuratore Giuseppe Volpe ha emesso un nuovo provvedimento che organizza il lavoro di magistrati, cancellieri e polizia giudiziaria, limitando l’accesso all’edificio per lo svolgimento unicamente delle attività urgenti (turni esterni, sala intercettazioni, ufficio collaboratori di giustizia e deposito pratiche in scadenza). Intanto gli avvocati baresi si oppongono alla proposta del Ministero della Giustizia, e condivisa dalla Conferenza permanente, di un trasferimento temporaneo nell’ex sede distaccata del Tribunale a Modugno alternativa alla tendopoli.

Tap, via al prolungamento fino a Brindisi nonostante l’inchiesta della magistratura

Approvato il progetto di interconnessione tra il gasdotto Tap – che dall’Azerbaigian arriverà a Melendugno (Lecce) – e il tratto fino a Brindisi in capo alla società Snam, sebbene vi sia un’indagine della magistratura in corso. A firmare il decreto, datato 21 maggio, è Gilberto Dialuce, direttore generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e per le infrastrutture energetiche del ministero dello Sviluppo Economico, indagato dalla Procura di Lecce assieme al country manager di Tap, Michele Mario Elia, e alla rappresentante legale, Claudia Risso. L’ipotesi è che sia stata aggirata la direttiva europea Seveso sulla sicurezza degli impianti a rischio di incidente rilevante, inizialmente obbligatoria per lo stabilimento di gas che sorgerà in Salento a poche centinaia di metri dai centri abitati. Sebbene l’incidente probatorio sul reale quantitativo di gas presente sia iniziato il 18 maggio e terminerà il 24 luglio, Dialuce ha autorizzato il progetto definitivo del tratto di gasdotto Melendugno-Brindisi.

Nove i comuni interessati, per un totale di 55 km. Oltre 8 mila gli ulivi da espiantare. “Una sola conferenza dei servizi, di cui per giunta non abbiano ricevuto per tempo il verbale”, lamentano i sindaci della provincia di Lecce sfavorevoli al progetto. Risale allo stesso giorno, il 15 dicembre 2017, la determina conclusiva firmata dalla dirigente del ministero dello Sviluppo, Liliana Panei, in cui per superare i pareri discordanti tra Regione e Stato si rimanda alla Presidenza del Consiglio dei Ministri l’autorizzazione definitiva. Nel documento la direttiva Seveso viene ritenuta superata anche in virtù dell’interpretazione, non fedele al testo originale, data nel 2014 dal dirigente del ministero dell’Interno, Cosimo Pulito, al parere della Commissione europea. “Abbiamo già trasmesso tutto alla Procura”, fa sapere il sindaco di Melendugno, Marco Potì, che considera “imbarazzante” l’accaduto. “Ancor più in assenza di un ministro e di un governo”.

Cortina flop, grandi opere pronte dopo i Mondiali di sci

Mondiali di sci senza strade Le grandi opere per Cortina 2021 arriveranno, ma dopo le gare. Mancano tre anni a uno degli appuntamenti più importanti per lo sport italiano e già si annuncia una brutta figura: i cantieri sono in ritardo e i collegamenti stradali essenziali per la competizione (100 milioni di finanziamenti su un totale di 240) non arriveranno in tempo.

L’annuncio è arrivato dall’amministratore delegato dell’Anas, Gianni Vittorio Armani: “Speriamo di avviare i cantieri per le quattro varianti nel 2020”. Come dire che non saranno certamente pronte per l’anno successivo. E le varianti sono l’opera essenziale per garantire la viabilità di accesso a Cortina in vista dei Mondiali di sci. Parliamo, tra l’altro, dei tre tunnel di Pieve di Cadore, Valle e San Vito lunghi fino a un chilometro e con un costo complessivo intorno a cento milioni. Il cuore del progetto, perché si era puntato su Mondiali a basso costo e con poco impatto sul territorio. E infatti tutti, dal Pd al M5S, sembravano essere d’accordo. Ma essenziale era, appunto, rimettere in sesto la viabilità sulla vecchia strada Alemagna che già adesso d’inverno si intasa con code chilometriche ogni weekend. Figurarsi per i Mondiali che potrebbero richiamare sulle Dolomiti decine di migliaia di persone per ogni gara.

Che le cose, però, non andassero per il verso giusto si era già capito mesi fa: soltanto cinque cantieri, aveva scritto il Corriere della Alpi, erano partiti. All’appello ne mancavano ben venticinque.

Armani cerca di calmare gli animi: “Abbiamo 7 cantieri consegnati, altri 4 in aggiudicazione, probabilmente entro fine giugno. Altri 11 sono in gara d’appalto. Riteniamo di poter consegnare, entro marzo 2019 tutti i cantieri che non siano le quattro varianti“.

Appunto, mancano le varianti. Il nodo del piano infrastrutturale.

E subito comincia lo scaricabarile: “Avremmo fatto bene a non fidarci delle promesse di accelerazione” delle procedure. Mette avanti le mani Armani per evitare che si punti il dito contro l’Anas. Come dire che la responsabilità potrebbe essere dei comuni. Oppure della Commissione di Via (Valutazione di Impatto Ambientale) che deve studiare progetti delicati in una delle zone più belle delle Alpi.

Una cosa è sicura: i tunnel non arriveranno in tempo. “Certo che sono dispiaciuto”, sospira Roger De Menech, deputato Pd tra i padri dei Mondiali, “Questa storia dimostra che il nostro sistema Paese ha molto da lavorare. E pensare che stavolta la politica aveva fatto la sua parte: in meno di un anno avevamo fatto il decreto e trovato 170 milioni di finanziamenti. Ma la parte tecnica non è stata altrettanto veloce”.

Ancora non si sa se per il 2021 sarà pronta almeno la variante che dovrebbe liberare il centro di Cortina dal traffico. Un percorso ‘light’, con poche spese e minor impatto ambientale rispetto alle colossali circonvallazioni di cui si era parlato in passato.

Chissà se arriveranno in tempo le piste: per i Mondiali sono previsti nuovi collegamenti tra le Tofane e le Cinque Torri e un ammodernamento della storica funivia della Freccia nel Cielo.

I tunnel stradali, è la promessa, arriveranno in tempo per le Olimpiadi del 2026. Cortina è candidata contro Torino. Il dossier è in corso di elaborazione proprio in questi giorni.

Torino-Ceres, il treno passa ma il passaggio a livello non si abbassa

Il treno è passato ma le sbarre del passaggio a livello sono rimaste aperte. È successo sulla linea Torino-Ceres, gestita dal Gruppo torinese trasporti, al passaggio a livello nei pressi della stazione di Villanova Canavese. Le sbarre non si sono abbassate probabilmente a causa di un guasto alla linea elettrica.

La Torino-Ceres, che unisce il capoluogo con le Valli di Lanzo, dista pochi chilometri dalla linea Chivasso-Aosta teatro dell’incidente mortale (due vittime e decine di feriti) a Caluso (poco più di 40 km da Villanova Canavese) avvenuto nella notte tra il 23 e il 24 maggio.

In queste ore i tecnici di Gtt stanno cercando di capire cosa abbia causato il malfunzionamento. La situazione è comunque sempre rimasta sotto controllo perché un dipendente dell’azienda ha fatto in tempo a bloccare il traffico in transito delle autovetture mentre il treno ha attraversato il passaggio a livello aperto a velocità estremamente ridotta. Il guasto, data la vicinanza temporale e geografica con il disastro di Caluso, ha avuto molta enfasi sui social network.

“D’Alfonso ignorava le valanghe, era più interessato alle cave”

Il 18 gennaio 2017 una valanga devasta l’hotel Rigopiano, nel comune abruzzese di Farindola, causando la morte di 29 persone. Due settimane fa la procura di Pescara, guidata dal procuratore Massimiliano Serpi, iscrive nel registro degli indagati il presidente della Regione e neo senatore del Pd Luciano D’Alfonso e i suoi due predecessori, Gianni Chiodi e Ottaviano Del Turco. L’accusa: cooperazione in lesioni e omicidio colposo. Il motivo: l’assenza della Carta di localizzazione dei pericoli da valanghe (Clpv) prevista, per legge, sin dal 1992. Un ritardo di ben 25 anni. Un quarto di secolo. Viene predisposta solo dopo la tragedia, nel luglio scorso, con la Regione che finalmente stanzia 1,3 milioni.

L’assenza della Carta, secondo l’accusa, ha contribuito alla tragedia. L’8 maggio D’Alfonso deposita in procura un dossier e chiama in causa il direttore generale dell’epoca, Cristina Gerardis, che viene così indagata con le stesse accuse.

D’Alfonso rivendica per sé solo l’indirizzo politico della Regione. È la Gerardis – sostiene – che in qualità di direttore generale, secondo le norme, doveva curare “l’attuazione concludente del programma di governo”. Ma la Carta valanghe era nel programma di governo di D’Alfonso? Gerardis è categorica: “No”.

Ora, se fosse vero quel che sostiene Gerardis, per di più dinanzi a 29 vittime, non saremmo di fronte una bella scena: il presidente di Regione e il suo ex direttore generale si smentiscono pesantemente. Le affamerazioni di Gerardis sono durissime. Sul piano politico, oltre che per la loro incidenza penale, che resta tutta da verificare: “La Carta delle valanghe – sostiene l’ex direttore generale, interrogata dalla procura – non era presente nel programma di governo e nemmeno negli obiettivi del dipartimento di cui fa parte la Protezione civile”. Di più: “Non ricordo nemmeno di averne mai sentito parlare, né dal Presidente né da altri”.

Gerardis sottolinea la forte personalità di D’Alfonso nel raggiungere altri obiettivi: “Di solito il presidente perseguiva con vigore gli obiettivi da lui individuati, come ad esempio la Fondovalle Sangro e il Piano cave”. Sulla Carta valanghe, invece, da D’Alfonso nessun input: “Se la questione mi fosse stata sottoposta, ne avrei discusso con il dipartimento competente, come è avvenuto per il ‘Piano Cave’, che non era stato completato quando assunsi la dirigenza. Mi fu evidenziato e mi attivai per la sua attuazione e finanziamento. L’attenzione di D’Alfonso fu molto forte, con pressioni sul dirigente a tempo determinato che era preposto alla realizzazione di quel piano, tant’è che, per volontà di D’Alfonso il dirigente non fu confermato. Voglio dire: quando gli obiettivi mi venivano mostrati prestavo la dovuta attenzione”. In sostanza, dice Gerardis, a D’Alfonso il Piano Cave interessava al punto di fare “pressioni” sui dirigenti, mentre sulla Carta valanghe, prima della tragedia, non spese una sola parola: “A seguito della tragedia di Rigopiano cominciai a sentirne parlare dai vari responsabili di servizi competenti, per intraprenderne l’approvazione”.

Ma c’è di più. “Sono certa che non c’erano risorse stanziate sul capitolo inerente il finanziamento della carta valanghe. Dopo la tragedia di Rigopiano, Belmaggio (dirigente regionale, ndr) mi disse che il capitolo relativo all’ufficio valanghe era sparito dal bilancio regionale e perciò era impossibile inserirlo nei programmi, vista l’assenza di fondi”. Quindi, in base alle dichiarazioni di Gerardis, l’intero capitolo relativo all’ufficio valanghe era “sparito dal bilancio regionale”. E non fu inserito neanche nel Masterplan per il Sud, per il quale Gerardis dice di aver raccolto, presso i dipartimenti, tutti i progetti” con “priorità agli interventi per la prevenzione dei rischi”: “Non vennero richiesti fondi per la realizzazione della carta valanghe”, continua, “eppure la Regione poteva inserire progetti per i quali non aveva fondi e così chiederli al Governo”. “D’Alfonso o altri – chiede la procura – si sono opposti ad assicurare fondi per attività di prevenzione come quella del pericolo valanghe? “No”, risponde Gerardis, se fosse accaduto me ne ricorderei”.

Quirinale, la crisi “affonda” la squadra dei consiglieri

Qual è il plurale di Mattarella? Chi suggerisce, chi ricorda, chi verbalizza, chi controlla? E chi consiglia il presidente della Repubblica in questa crisi dai tratti fantastici, sorprendente, estrema e, diciamoci la verità, anche un po’ pazzerella (o dobbiamo dire matterella)?

Tutto il contrario del suo inquilino variamente definito: chi lo vede grigio, chi lo trova invisibile, chi schivo, chi incapace di un sorriso, chi dolente e creativo, e anche mite, fragile, e soprattutto pio. Insomma “un monaco”. Un uomo “in bianco e nero” uscito dagli anni 60. In verità il presidente conosce il potere e le sue regole e si fa suggerire il tanto che basta. Divide la sua folta squadra in due: i consiglieri tecnici, a cui si rivolge con il lei, e quelli politici, con i quali usa il confidenziale tu. Il terremoto politico del 4 marzo ha però finito per squassare antiche certezze cosicché, nell’interminabile liturgia della crisi, anche gli assistenti, i consiglieri, i suggeritori hanno preso strade nuove e anche tra loro distanti. Si dice che Ugo Zampetti , il segretario generale, iperpotente, iperfluente, una divinità nella burocrazia italiana essendo riuscito a governare la Camera dei deputati dai tempi di Violante fino a Boldrini, si sia convinto da subito che l’unica via d’uscita fosse il governo del presidente. Scialuppa di salvataggio costituzionale conosciuta ma di fortuna dubbia. L’ipotesi, prima avanzata, poi accantonata infine riesumata si è scontrata al principio con quella, più gradita al gruppo dei cosiddetti cattolici di sinistra (Garofani, Guerrini, Astori, Grasso) di agevolare un governo cinquestelle col Pd. Ma s’è visto com’è finita. Quando è giunta la Lega nella sala dei Corazzieri la situazione è precipitata. Luigi Di Maio ha detto: “Io non ce l’ho col presidente, ma con i suoi consiglieri”.

La crisi s’è perciò bollita al punto che anche il Quirinale è finito lesso, oltraggiato sui social, contestato in Parlamento. E Mattarella. l’uomo invisibile, è divenuto bersaglio fisso di una rabbia crescente, nei flutti di un’onda che monta e inquieta.

Ugo Zampetti

Segretario generale, cappelli di ermellino, poco cerimonioso, iperpotente. Teorico del governo del presidente è un caso unico per longevità e potere

Simone Guerrini

Capo della segreteria, già alla guida dei giovani dc, amico di Enrico Letta. Insieme a Mattarella quando quest’ultimo era vicepresidente del Consiglio e poi ministro della Difesa

Gianfranco Astori

“Invisibile”: consigliere per l’informazione, è molto riservato. Non appare mai in foto e tv, ma – ex deputato dc ed ex sottosegretario – è tra
i più ascoltati dal presidente

Giancarlo Montedoro

Esperto di banche e appalti, modi flautati, prima al Tar e infine al Consiglio di Stato, è stato accolto nel giro dei potenti da Vincenzo Fortunato, già “ras” della lobby dei consiglieri

Daniele Cabras

Daniele, figlio di Paolo, molte legislature democristiane alle spalle, è erede dell’ala catto-comunista, tiene sotto osservazione i parlamentari che sorveglia e consiglia

Giovanni Grasso

A lui la pena di accompagnare al microfono gli ospiti del Palazzo. Indirizza i giornalisti e consiglia. Portavoce con l’abitudine di portare il più delle volte silenzio

Francesco Saverio Garofani

Già deputato, già aiutante di campo di Franceschini, è stato il più attivo a sostenere la linea di un coinvolgimento del Pd nel governo targato cinquestelle. Poi si è arreso a Zampetti

Giuseppe Fotia

Studia, controlla, conosce i conti. Già suggeritore di Napolitano, noto per la sua rara capacità di fare le pulci al modo di un ragioniere severo. Per questo chiamato “il signor No”

Franco Roberti entra nella giunta di Vincenzo De Luca

Quattro assessorinuovi non sono pochi. Ma nel rimpasto di giunta campana firmato dal governatore Pd Vincenzo De Luca, già sindaco di Salerno per quattro mandati dal 1993 al 2015, c’è un nome in particolare che balza agli occhi. E’ quello di Franco Roberti, procuratore capo di Salerno dal 2009 al 2013 e poi procuratore nazionale antimafia fino al novembre 2017. Il magistrato in pensione assumerà la delega alle Politiche per la Sicurezza. La nomina di Roberti e degli altri assessori avviene quattro giorni dopo la richiesta di condanna di De Luca a 2 anni e 10 mesi formulata dalla procura salernitana durante il processo Crescent. Se venisse accolta, De Luca verrebbe sospeso dalla carica. Il processo è iniziato quando Roberti aveva già lasciato l’incarico di procuratore capo. Prima delle elezioni politiche, si vociferò una candidatura di Roberti nelle fila di Leu. Un altro ex capo della Dna, Pietro Grasso, lo avrebbe accolto volentieri nelle sue liste. Roberti disse di averci pensato: “Non lo escludo, mi piacerebbe partecipare alla vita democratica del paese”. Poi declinò l’invito.