E invece si deve stare con il colle

C’è qualcosa di strano, ma anche di profondamente sbagliato, nelle reazioni con cui molti costituzionalisti e commentatori hanno accolto le decisioni del presidente della Repubblica che hanno certificato il fallimento del tentativo di formare un governo M5S e Lega. Strano è, soprattutto, perché molti di quei commentatori e costituzionalisti – che oggi scagliano critiche più o meno velate a Sergio Mattarella – erano al nostro fianco nella giusta battaglia referendaria a difesa della Costituzione del 1948 e contro il “pasticciaccio brutto” elaborato dal governo Renzi e dai suoi esperti di corte/giglio.

La Costituzione che abbiamo protetto da attacchi smodati e sgrammaticati il 4 dicembre 2016 è la stessa che consente al presidente della Repubblica di esercitare tutte le sue prerogative nella “nomina” – che non deve affatto essere acritica o automatica – del presidente del Consiglio e, su “proposta” di questi, dei ministri. Di conseguenza, il presidente della Repubblica ha anche la prerogativa di respingere alcuni nominati. Esistono illustri precedenti, notissimi e anche “riservati”. Mattarella è rimasto pienamente dentro il perimetro tracciato dalle regole costituzionali. Chi critica la presidenza della Repubblica per il suo comportamento e per il suo eccessivo interventismo nella vicenda del governo Conte critica, inconsapevolmente o meno, la Costituzione così come la conosciamo e come l’abbiamo difesa nel referendum costituzionale.

Tra i giuristi critici delle decisioni di Mattarella ci sono anche coloro che fondano il loro giudizio su valutazioni politiche o strategiche. La colpa del presidente della Repubblica sarebbe allora quella di aver aperto un’autostrada elettorale ai partiti anti-establishment

, favorendone una loro ulteriore espansione. A nostro parere, il Quirinale non deve mai chiudere un occhio (politico) sulle sue prerogative (costituzionali). Non deve mai subordinare le sue precise responsabilità istituzionali a valutazioni politiche contingenti ed espedienti. Deve sempre agire come garante dell’unità nazionale e dei Trattati dall’Italia firmati. Chi critica Mattarella per le conseguenze politiche derivanti delle sue decisioni costituzionalmente ineccepibili non si rende conto che sta criticando – direttamente o indirettamente – le regole costituzionali e la loro rigorosa applicazione. La Costituzione – ma davvero dopo la campagna referendaria dobbiamo ancora ribadirlo? – non è un testo à la carte

, dove si può prendere solo quello che ci fa comodo. Cedere sui principi fondamentali per motivazioni e preoccupazioni politiche sarebbe il modo peggiore per difendere la Costituzione.

Da ultimo, ci sorprende non poco che chi oggi massimizza le critiche al presidente Mattarella – per questioni di forma o di sostanza poco importa – al contempo minimizza gli attacchi virulenti che ha subito negli ultimi giorni la presidenza della Repubblica, compresa l’insana richiesta di messa in stato d’accusa (incidentalmente, giustificabile solo per alto tradimento o attentato alla Costituzione). E la messa in stato d’accusa sarebbe, secondo l’uomo della Terza Repubblica, Luigi Di Maio, la “parlamentarizzazione” della crisi? Difendere il Quirinale da atteggiamenti intrinsecamente illiberali e incostituzionali, che non ammettono nessun freno o controllo alla sovranità popolare che, notoriamente (art. 1), deve esprimersi “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, non vuol dire schierarsi acriticamente al fianco della figura del capo dello Stato. Vuole dire, più semplicemente, stare dalla parte della Costituzione e della democrazia, leggendo e interpretando la prima come il quadro nel quale dobbiamo tutti agire, valorizzando la seconda come esito insopprimibile del rapporto fra regole e potere dei cittadini.

“Mattarella non poteva mettere il veto su Savona”

Lorenza Carlassare – professore emerito a Padova, una dei nostri costituzionalisti più autorevoli – risponde al telefono con l’abituale fermezza: “Non è difficile valutare alla luce della Carta i fatti di questi giorni. Si discute se il comportamento del capo dello Stato sia stato corretto. La risposta per un costituzionalista è facile, perché noi valutiamo le situazioni solo ed esclusivamente in rapporto al dettato costituzionale e a ciò che rientra nella tradizione del sistema parlamentare. La nostra non è una Repubblica presidenziale: da qui discendono molte conseguenze. Il presidente quando forma il governo non fa il suo governo, ma quello della maggioranza”.

E come si deve regolare?

Semplicemente tenendo conto di qual è l’orientamento della maggioranza parlamentare e di quale governo potrà ottenere la fiducia delle Camere. Quel governo dovrà avere la fiducia e conservarla, altrimenti dovrà dare le dimissioni. L’unica stella polare che deve guidare il cammino del presidente è questa valutazione sulla possibilità o meno che quell’esecutivo abbia la fiducia del Parlamento.

Dove risiede il potere decisionale del presidente?

Dopo le consultazioni, deve valutare qual è la persona maggiormente idonea a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. È una valutazione che però non si basa su opinioni o convincimenti personali del capo dello Stato, ma sulla base delle consultazioni che altrimenti sarebbero inutili. Dopo aver individuato la persona e conferito l’incarico, la responsabilità passa al presidente incaricato che deve comporre la lista dei ministri del suo gabinetto. La proposta di cui parla l’articolo 92 della Carta vincola il capo dello Stato, che può esprimere valutazioni di cui il presidente incaricato può tenere conto se lo ritiene. Il diniego sul nome di un ministro può esserci per incompatibilità col ruolo, per conflitto d’interessi o indegnità causata, per esempio, da condanne penali, dunque solo per ragioni oggettive.

Il presidente può fare valutazioni politiche?

No. Perché non è organo di indirizzo politico. La dottrina – da Serio Galeotti a Livio Paladin, per citare due autorevolissimi costituzionalisti – è sempre stata concorde nel ritenere il presidente un organo di garanzia e non di indirizzo politico.

Si dice che il presidente si sia fatto garante della Carta, che all’art. 47 assicura la tutela del risparmio.

Mi fa felice riscontrare questo interesse per il risparmio degli italiani che per decenni non si è mai manifestato né da parte del presidente Mattarella, né dei suoi predecessori. Tanto è vero che tanti risparmiatori sono stati messi in ginocchio. E non mi riferisco solo a quelli truffati dalle banche: il risparmio è stato distrutto dai meccanismi attuali. È bene che il presidente se ne faccia carico, ma voglio far notare che nel programma di governo non erano previsti provvedimenti distruttivi del risparmio. La valutazione sulla linea economica è stata squisitamente politica. E questa sfugge alle prerogative presidenziali.

Ci sono punti del programma di governo che suscitano perplessità?

Credo quelli sulla sicurezza, citati anche in un’intervista a Gustavo Zagrebelsky qualche giorno fa su Repubblica, come l’autodifesa sempre legittima, o l’uso della pistola a onde elettriche considerata dall’Onu uno strumento di tortura, l’introduzione di reati specifici per i migranti clandestini o il trasferimento dei fondi destinati ai profughi ai rimpatri coattivi. Sono cose in evidente contrasto con la Carta: il presidente avrebbe potuto farlo notare e comunque respingere i singoli provvedimenti.

Cosa pensa della ventilata messa in stato d’accusa?

Mattarella ha certamente esorbitato dalle sue funzioni. Ma la messa in stato d’accusa è qualcosa di più complesso: bisogna dimostrare, anche con comportamenti reiterati, l’intenzione di sovvertire la Costituzione. Non è questo il caso. In ogni caso, nell’interesse del Paese è un discorso che va abbandonato perché paralizza il funzionamento delle istituzioni.

Si cita spesso il precedente di Napolitano, che ha interpretato in maniera vigorosa il suo ruolo: per Renzi anche imponendo il percorso di riforme costituzionali.

Le rispondo così: quando il presidente Cossiga esorbitava dalle sue funzioni, i costituzionalisti manifestavano le loro critiche continuamente proprio per evitare che si potesse parlare di una prassi consolidata.

La presidenza della Repubblica ne esce ammaccata?

Mi auguro con tutto il cuore di no.

I Tutor sono stati spenti in Autostrada. Nuovo sistema a luglio

È operativa la sentenza che obbliga Autostrade per l’Italia a spegnere i Tutor per il rilevamento della velocità. Dopo l’accusa di aver copiato il brevetto dell’azienda toscana Craft, la Corte d’appello di Roma ha respinto il ricorso di Autostrade che aveva chiesto la sospensione della sentenza di condanna in attesa che venisse definito un ulteriore ricorso in Cassazione. Lo scorso 10 aprile, infatti, la Corte d’appello di Roma ha condannato Autostrade per l’Italia per aver contraffatto l’invenzione della Craft del 1999. La società ha prima promesso di pagare una multa pur di mantenere attivo il servizio (500 euro al giorno), ma ha poi chiesto la sospensione della sentenza in attesa di un ulteriore ricorso in Cassazione. Da quando sono stati installati, oltre 10 anni fa, i Tutor hanno ridotto del 70% il numero dei morti negli incidenti stradali. Ma ora, senza Tutor e controlli di velocità, l’Associazione Amici Polizia Stradale lancia l’allarme: “Solo nell’ultimo weekend si sono contate 27 vittime sulle strade, il record del 2018. Auspichiamo che prevalga il buon senso fra gli automobilisti soprattutto in vista dell’esodo estivo”. Ma per Austostrade entro metà luglio verranno installati nuovi apparecchi basati sul wi-fi.

Vigilanza anche sulla Costituzione?

Ignazio Visco si sente vincitore e da vincitore parla. Come Brenno, dice “guai ai vinti” e getta la sua spada sulla bilancia di una contesa politica che, Costituzione alla mano, non lo riguarderebbe: “Non sono le regole europee il nostro vincolo, è la logica economica”. C’è quindi una scienza, come tale “non democratica” (secondo la massima del professor Burioni), a guidare i nostri destini. E la Banca d’Italia è il tempio dove il governatore e i suoi adepti, detentori esclusivi del sapere tecnico, praticano i loro esperimenti esoterici a spese, se va male, di elettori, contribuenti, risparmiatori e lavoratori.

È utile avere chiaro che non siamo 60 milioni di economisti come non siamo 60 milioni di costituzionalisti. Però – anche ammesso che l’economia sia una scienza, pur essendo esclusa dal metodo sperimentale – il governatore non è l’unico economista e non è neanche il Pontefice dell’economia. Si può anche condividere la sua difesa della legge Fornero e il suo timore per un terapia a base di deficit statale. Ma, visto che si parla di Costituzione, la politica economica la decide il Parlamento e non Palazzo Koch.

Ieri invece Visco si è permesso, per la prima volta nella storia delle Considerazioni finali, un discorso tutto politico in cui ha troppo frettolosamente dettato allo spaesato Carlo Cottarelli un programma di governo opposto al minestrone gialloverde (con maggioranza parlamentare).

La veronica di Visco lascia esterrefatti e anche un po’ ammirati. I partiti che oggi si scannano nella crisi istituzionale (M5S, Pd e Lega) su una cosa sola si sono trovati d’accordo negli ultimi dodici mesi: la richiesta al presidente Sergio Mattarella di mandare a casa il governatore, accusato di essere il principale colpevole della crisi bancaria e del conseguente dissanguamento dei risparmiatori. Mattarella, in nome della stabilità istituzionale, gli ha dato un nuovo mandato di sei anni. Poi ci hanno pensato il duca di Rignano e la principessa dell’Etruria, con i loro autogol, a regalargli il ruolo di grande accusatore nella commissione d’inchiesta sulle banche, proprio mentre emergevano anni di errori gravissimi della vigilanza bancaria. A completargli il lavoro ha infine provveduto il presuntuoso dilettantismo di Luigi Di Maio e del suo candidato premier Giuseppe Conte, che sono caduti nella trappola tesa da un politico ben più scafato di loro come Matteo Salvini. Cosicché ieri Visco ha potuto sbattere in faccia ai critici il più ottuso e rigoroso silenzio. Non una parola sulla Commissione d’inchiesta dalla quale l’autorevolezza della Banca d’Italia è uscita a pezzi.

È ormai evidente che il nieta Paolo Savona non è stato determinato dalle sue complesse idee sull’euro ma da quelle ben più semplici e abrasive sulla Banca d’Italia. Leggasi il quasi ovvio teorema secondo cui “la vigilanza sulle banche e la risoluzione delle crisi non potevano essere esercitate dalla stessa istituzione”. Un ministro dell’Economia che avesse puntato il dito su questo gigantesco “conflitto d’interessi” del governatore avrebbe rappresentato un’insidia insopportabile per il sereno proseguimento del tran tran

burocratico di Palazzo Koch, un pericolo molto più concreto delle fantasie sull’improvvisa uscita dall’euro di venerdì sera, all’ora dell’aperitivo. Infatti Conte ha raccontato attonito che, molto più di Mattarella, è stato Visco a intimargli il vade retro

per l’economista di Cagliari. Però non ha detto che cosa gli ha risposto. Forse niente. C’è solo da sperare che il trionfo di ieri non si riveli a breve per Visco una vittoria di Pirro.

 

Visco si intruppa col Colle e detta il suo programma

Ignazio Visco ignora i mercati e i mercati ignorano Ignazio Visco. “Non ci sono giustificazioni, se non emotive, per quello che sta succedendo oggi sui mercati”, dice il governatore della Banca d’Italia, aggiungendo a braccio una frase alle “considerazioni finali” del 2018. La reazione degli investitori non è però la stessa di quando Mario Draghi, nel 2012, promise di fare “tutto il necessario” per salvare l’euro. Questa volta lo spread continua a crescere e la Borsa di Milano non smette di cadere.

Per la prima volta il rito annuale delle “considerazioni finali” si consuma in Via Nazionale nel pieno di una crisi istituzionale e, da due giorni, anche finanziaria. Davanti alla solita platea di banchieri, industriali e giornalisti – tutti preoccupati per il disastro politico in atto – Visco ostenta olimpica serenità. E si schiera senza dubbi o sfumature con il capo dello Stato Sergio Mattarella, restituendo il favore ricevuto in autunno quando il Quirinale ha garantito al governatore un secondo mandato contro le proteste di Matteo Renzi e del Movimento Cinque Stelle.

Nei corridoi di Via Nazionale si sussurra che è stato proprio Visco a consigliare a Mattarella di mettere il veto su Paolo Savona come ministro dell’Economia. Non Mario Draghi, che dalla Bce è molto più preoccupato dell’instabilità dovuta all’assenza di prospettive dell’Italia. Il governatore di Bankitalia avrà letto con attenzione le pagine dell’ultimo libro di Paolo Savona, dove le colpe della crisi bancaria di questi anni vengono in gran parte attribuite proprio alla Banca d’Italia, “sorda” e “autoreferenziale”, afflitta da “ignavia”, incapace di arginare gli effetti delle nuove norme europee sul bail in (le crisi pagate da azionisti e creditori e non più dallo Stato). Visco si sarebbe sicuramente sentito commissariato con Savona al ministero: l’81enne proposto dalla Lega per il Tesoro non solo ha iniziato la carriera in Bankitalia, ma fino al 2013 ha guidato il Fondo di garanzia dei depositi bancari (Fidt). E avrebbe voluto dire la sua.

Scampato il pericolo Savona, Visco si dedica quindi a indicare le priorità per il governo del Presidente, quell’esecutivo affidato a Carlo Cottarelli che, mentre lui parla, pare ancora plausibile. Visco suggerisce un percorso di rientro dal debito che i critici chiamerebbero di “austerità vecchio stile”: aumentare l’avanzo primario, cioè la differenza tra quanto lo Stato incassa e quanto spende al netto degli interessi pagati sul debito. Oggi è circa pari al 2 per cento del Pil, andrebbe portato al 3 o al 4 per cento, così il debito pubblico scenderebbe sotto il cento per cento del Pil in 10 anni. Come si fa a raddoppiare l’avanzo primario senza schiantare il Pil? Con la solita ricetta: “La prosecuzione delle riforme strutturali” che rassicurano gli investitori e abbattono gli interessi e poi una “riforma fiscale” che renda il “prelievo meno distorsivo”. Si capisce dopo che vuol dire: non ci devono essere “pregiudizi” sull’aumento delle “imposte meno distorsive”. Tradotto: facciamo salire l’Iva il primo gennaio 2019, senza disinnescare le clausole di salvaguardia. Lo Stato avrà 12,5 miliardi di gettito in più, i consumatori soffriranno per i prezzi più alti ma almeno – dice Visco – non ci saranno gli effetti collaterali di un aumento del deficit o del taglio degli investimenti.

Anche gli altri punti del “programma Visco” sono prevedibili: guai a toccare la riforma Fornero delle pensioni (“sarebbe rischioso fare passi indietro”) mentre sono leciti “interventi mirati” per ridurre “specifiche rigidità”. Visco parla anche del reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni, ma invece che apprezzare la creazione del primo strumento universale contro la povertà sembra preoccuparsi che i Cinque Stelle lo usino come base per costruire il reddito di cittadinanza: “Nel procedere al suo rafforzamento, o all’adozione di altri provvedimenti, oltre a evitare di scoraggiare la ricerca di un lavoro regolare, bisognerà prestare attenzione alle conseguenze sui conti pubblici”. Non stupisce che Visco senta una certa affinità con Cottarelli: entrambi sono stati nominati da Mattarella. E hanno tutto il Parlamento contro.

Da De Gasperi ad Andreotti: i governi silurati alla “prima”

Sono 5 i governi – dal ‘48 a oggi – che non hanno ottenuto la fiducia al loro esordio in Parlamento. All’inizio della seconda legislatura, il 28 luglio 1953, con 282 no e 263 sì la Camera boccia l’ottavo governo De Gasperi, che subito si dimette. Non si andrà alle elezioni. Dopo l’esecutivo di Giuseppe Pella, considerato il primo cosiddetto “del presidente”, in carica dal 17 agosto 1953 al 12 gennaio del 1954, è il primo gabinetto di Amintore Fanfani che il 30 gennaio non ottiene la fiducia presentandosi alla Camera: 303 no contro 260 sì. Nel 1972 invece ci sarà la bocciatura del primo esecutivo Andreotti, con la conseguente fine anticipata della legislatura, giunta al quarto anno: 158 no, 151 sì al Senato. Nel ‘79 ancora una volta Giulio Andreotti viene battuto a Palazzo Madama il 31 marzo 1979 per un solo voto, 150 a 149. Rimane nella storia infine la bocciatura nel 1987 del sesto governo di Amintore Fanfani, un monocolore Dc che segue ai due esecutivi di Bettino Craxi, che però è proprio la Democrazia cristiana ad affondare per poter aprire la strada alle elezioni anticipate. Alla fine i no saranno 240, i sì 131, gli astenuti 193.

“Ho votato M5S (e non sono deficiente)”

Mi presento: ho 71 anni, diploma di Liceo artistico. Sono una vostra fan e un paio di volte vi ho anche scritto senza ottenere risposta, ma non è questo di cui voglio parlare: ho appena letto il suo articolo del 25 maggio sul Fatto Quotidiano che riguarda i 17 milioni di cittadini invisibili ai media. Tra loro ci sono io. Non rappresento certamente l’identikit che questi scribacchini ignoranti hanno in testa relativamente a coloro che hanno votato Movimento 5 Stelle: non mi identifico con lo stereotipo della signora Rosa tutta casa marito e pulizie, leggo molto, soprattutto libri di storia e di arte, frequento mostre, mi tengo abbastanza informata sui fatti della politica. Si dice che i cinquestelle siano stati principalmente votati dai giovani: bene, io sono qua a dimostrare che anche le persone in età possono dare le loro preferenze a un partito che promette – sperando che mantenga – una maggiore pulizia della politica.

Mi spiego ancora meglio: tendenzialmente sono di sinistra. Ho lavorato in Regione Emilia-Romagna e ho toccato con mano cosa i cosiddetti “compagni” possono combinare nell’ambito delle loro sfere d’influenza. Niente meritocrazia naturalmente, per non parlare del resto. E qui sorvolo perché lei è pur sempre un giornalista e io non possiedo prove concrete. Mi ritengo una persona perbene, mi sono rifiutata di votare Pci e alla prima occasione possibile me ne sono andata in pensione e ho finalmente respirato.

Quando è comparso Matteo Renzi la prima volta l’ho votato, per la serie: proviamo anche questa. Mi ha subito disgustata quando ha promosso gli 80 euro per i redditi bassi. Non per me – io ho una casa di proprietà e con la mia pensione riesco a vivere senza scialacquare – ma vede, io ho una sorella che non raggiunge i 700 euro mensili ma che non ha visto un ghello, perché il giovinastro ha escluso dalla sua “riforma” i pensionati. Quando poi ha fatto la legge sulla Buona scuola (sono stata anche insegnante) e ha eliminato l’articolo 18 non ci ho visto più. Si è permesso pure di tentare di stravolgere la Costituzione e io – dopo essermi informata – ho votato no. Certo, qualche leccaculo direbbe che mi sono fatta influenzare da cattivi maestri, quando invece sono state le mie esperienze di vita ad avermi fatto decidere che era meglio opporsi, nel mio piccolo, ma con tutta la stanchezza e lo schifo accumulato per anni a subire il malgoverno, la truffa e il furto. Così alle elezioni di marzo ho scelto i 5stelle.

Ci ho provato, anche se so che una cosa è essere all’opposizione, una cosa è governare: altra situazione, inevitabili i compromessi. Speriamo bene.

Aggiungo che non ho votato Lega perché ho memoria buona: sono del nord ma non sono razzista e non dimentico che un Salvini di passate edizioni strillava: “Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”. Come si permette? Il meridione per quanto sia messo male economicamente ha un’antica e nobile tradizione culturale, non certamente l’uomo-ruspa e le sue ridicole felpe.

Tutto ciò per dire che i media ritengono il popolo italiano una massa di deficienti incolti facilmente manovrabili, ma si sbagliano. Esistono anche persone come me e come molti lettori del Fatto.

Gravi, serie (o ridicole): chiamale se vuoi situazioni

Situazione grave: spread fuori controllo e Borsa giù. Ma non seria: “I mercati insegneranno a votare agli italiani” (Günther Oettinger, commissario Ue, subito insignito del coglione d’oro europeo anche per aver rinsaldato i rapporti tra Germania e Italia). Grave: Di Maio e Salvini che gridano al colpo di Stato. Ma non seria: e poi corrono a farsi un selfie dalla D’Urso. Molto, molto grave: se il governo Cottarelli non avrà la fiducia non potrà impedire l’aumento dell’Iva. Ma non seria: il governo Cottarelli è nato morto. Piuttosto seria: l’esecutivo Cottarelli deciderà la nuova governance di Cassa Depositi e Prestiti e Rai (non male per un governo mai nato). Grave e seria: Cottarelli sale al Colle senza la lista dei ministri.

Forse torna oggi. Forse non se ne fa niente e si vota alla fine di luglio. Forse. Grave assai: sul nome di Paolo Savona ministro dell’Economia, Sergio Mattarella manda all’aria il governo M5S-Lega. Però poco seria: “Stampare 8 miliardi di monete nel giro di poche settimane, operare nella massima segretezza, far scattare il D-Day, con relativo annuncio il venerdì sera a mercati chiusi per lanciare il lunedì mattina la Nuova Lira svalutata presumibilmente del 20-25 per cento, prevedere un parziale default del debito”, e vai col tango (Piano B attribuito al medesimo Savona. E non tratto dal film Vogliamo i colonnelli). Grave: il Quirinale che come via d’uscita avrebbe proposto al Mef il nome di Giancarlo Giorgetti braccio destro di Salvini. Ma buona questa: “Non ero io il nome giusto per il Tesoro, sono troppo leghista” (il medesimo Giorgetti riuscendo a rimanere serio). Grave da non crederci: “Di Maio da Fazio. L’ira di Orfeo per il monologo” (La Stampa). Ma grave anche l’ira di chi paga il canone a cui il servizio pubblico non ha dato uno straccio di diretta sulla crisi. E ha dovuto spostarsi su La7 (Mentana-Giletti) che naturalmente ha fatto il botto di ascolti. Grave: l’Italia da sei mesi senza un governo nel pieno delle funzioni. Ma non serious, oh yes: “Sono i poteri forti di Davos che hanno fermato la svolta” (Steve Bannon, che perfino Donald Trump ha cacciato dalla Casa Bianca. Uno Stranamore ora guru di Salvini).

Non grave e non seria: Luigi Di Maio che propone l’impeachment per Mattarella. Tra l’entusiasmo dei social che inneggiano all’impicment, impingement o come cazzo si dice. Grave: il tizio che augura la morte a Mattarella. Disgustosamente non seria: lo stesso tizio che interpellato dai giornali piagnucola, si scusa e se la fa sotto. Grave (speriamo di no): Cinque Stelle e Pd che mobilitano le rispettive piazze. Ma penosa: i sindaci leghisti che rimuovono dai loro uffici i ritratti del Presidente. Grave: “Siamo allo stadio dell’infantilismo anale” (Massimo Cacciari che commenta la situazione politica). E tutta da ridere: “Ora un fronte antisfascisti, io mediano” (Matteo Renzi che si crede Oriali). Grave: se si vota a settembre prevedibile astensione alle stelle. Non proprio seria: il nuovo Parlamento che, fatto unico, senza aver toccato palla se ne andrà in ferie per non tornare più. Gravissima: la campagna elettorale permanente che romperà i timpani agli italiani per tutta l’estate. Ma (fortunatamente) non seria: ad agosto tutti al maaaare.

Ps. Dell’aforisma: “La situazione politica italiana è grave ma non seria” siamo debitori a Ennio Flaiano che, settant’anni fa nei Diari notturni, aveva colto l’essenza tragicomica di chi ci governa.

Fico si sdoppia: sarà alla parata e al corteo contro Mattarella

Roberto Fico, presidente della Camera, parteciperà alla manifestazione del Movimento 5 Stelle il 2 giugno a Roma – #IlMioVotoConta – lanciata per protesta contro il Quirinale dopo la rottura tra Sergio Mattarella e i gialloverdi. L’hanno annunciato gli stessi 5Stelle sul loro blog. Un Fico di lotta e di governo, si potrebbe dire: da un lato terza carica dello Stato (e dunque tenuto a partecipare alla parata istituzionale della festa della Repubblica), dall’altro in piazza per manifestare contro il capo dello Stato. Anche se dopo gli accenti battaglieri delle prime ore, ieri la tensione tra Movimento e Quirinale si è parzialmente allentata. Così scrive il blog: “La nostra piazza non è una piazza contro il Quirinale, non è una piazza contro qualcuno, ma è a favore: a favore dei diritti, del nostro diritto di votare e scegliere. Noi vogliamo che sia una Festa per stare insieme pacificamente, una prosecuzione della parata a cui parteciperanno nostri parlamentari e Roberto Fico, Presidente della Camera. Ribadiamo che chi vuole usare questo giorno per scopi violenti o di attacco è lontano dalla nostra idea di Paese”.

Il 2 giugno M5S in piazza: alta vigilanza, nessun allarme

Non sarà un 2 giugno come gli altri, oltre alla tradizionale parata militare al mattino ai Fori Imperiali ci sarà la manifestazione del M5S contro lo stop del Quirinale al governo giallo-verde (alle 19 in piazza Bocca della Verità). Sono preannunciate duemila persone, Luigi Di Maio rilanciando l’hashtag #ilmiovotoconta ha ribadito ieri che “sarà una manifestazione assolutamente pacifica e democratica”. “Non andremo in piazza”, ha assicurato invece il leader leghista Matteo Salvini. Intanto però si agitano, almeno sul web, gruppi e gruppetti del mondo dei “forconi” e dell’estrema destra che preannunciano una manifestazione al mattino in piazza del Popolo, per la quale fino a ieri non c’erano preavvisi. La polizia monitora la Rete, la tensione c’è così come il rischio di gesti isolati di estremisti, ma fin qui al Viminale non si registrano particolari segnali d’allarme, anzi c’è una certa irritazione per alcune letture della nota inviata alle prefetture e alle questure per invitare alla massima vigilanza degli obiettivi sensibili in vista del 2 giugno. A Roma, dove c’è la quasi totalità delle sedi, e nelle altre città, a partire da Milano. La nota fa riferimento a possibili manifestazioni antimilitariste, come quella diffusa per il 2 giugno di un anno fa e dunque priva di qualsiasi legame con il delicato momento politico attuale.