La Rai processa se stessa: scarsi sulle notizie

La domenica delle polemiche televisive irrompe sul tavolo del Cda Rai. Tanto per cambiare nell’occhio del ciclone è finito ancora una volta Fabio Fazio e la sua decisione di mandare in onda in diretta la telefonata di Luigi Di Maio. L’accusa verso il conduttore non è quella di aver preso la telefonata, ma di aver fatto parlare del pentastellato senza contraddittorio: senza altri esponenti politici o un contesto giornalistico che avrebbe dovuto dare il quadro completo della situazione. Il problema, però, è più generale e sta nell’incapacità di Viale Mazzini di scompaginare i palinsesti di fronte a fatti eclatanti. E i dati di ascolto avvalorano le critiche: domenica sera Fazio ha fatto il 14,3% nella prima parte e l’11,8% nella seconda, a fronte dell’exploit di Massimo Giletti che, con l’Altra Arena su La7, reimpostando le trasmissione sugli eventi politici ha registrato il 13,5%, suo record stagionale.

Così, dopo una giornata di polemiche che ha visto Viale Mazzini e il dg Mario Orfeo nel mirino, ieri la questione è approdata in Cda. “Fazio non doveva andare in onda, occorreva andare avanti con lo speciale Tg1”, ha attaccato un consigliere. “Oppure si sarebbero dovute organizzare delle finestre di informazione all’interno di Che tempo che fa con la presenza di giornalisti”, ha aggiunto un altro. Insomma, le soluzioni potevano essere diverse la Rai ha scelto quella sbagliata. “La tv di Stato ha l’obbligo di far capire le cose, non può trasmettere tribune o comizi. Serve organizzarsi per il futuro. I grandi fatti politici vanno trattati col giornalismo, non con l’infotainment”, ha avvertito Franco Siddi. “Tutti avrebbero preso quella telefonata, il problema è stata la mancanza di contraddittorio. Così la Rai è diventata uno strumento di propaganda elettorale, facendo un favore a La7”, ha sostenuto Arturo Diaconale. Quello che è accaduto domenica sera non è piaciuto nemmeno a Orfeo, che però ieri in Cda ha tentato di difendere Fazio, assicurando che gli ascolti non sono andati poi così male.

Il problema, però, sarà il futuro: la crisi politica è in corso e situazioni analoghe potrebbero ripetersi. Per questo motivo Orfeo ha chiesto ai direttori di rete e dei Tg un filo diretto costante con il vertice, così da essere in grado di scompaginare i palinsesti. A conferma del clima di tensione, anche lo scontro tra Siddi e Freccero, con il primo che ha imputato al secondo di andare troppo in tv. “Data la delicatezza del momento, ho proposto un codice sulle nostre presenze sulla tv”, ha detto Siddi. “Io parlo da massmediologo. Comunque, se la cosa verrà regolata, mi adeguerò”, la risposta.

Il Pd lascia solo Cottarelli (e il Colle)

“Noi chiediamo immediatamente lo scioglimento per andare a elezioni: vogliamo la verifica. Lega e Cinque Stelle chiedono di costituire le commissioni. Se si chiede di cominciare a lavorare allora è evidente che da parte vostra non c’è volontà di andare a votare”. Mentre Carlo Cottarelli esce dalla Sala alla Vetrata al Quirinale, dopo un colloquio non risolutivo con Sergio Mattarella, è il Pd a Palazzo Madama che col capogruppo Andrea Marcucci, renzianissimo, chiede il voto. Gian Marco Centinaio, capogruppo leghista, replica secco: “Siamo pronti a votare domani, diventerete come i panda, sempre di meno. Vi manderemo a casa”.

In Aula c’è anche Matteo Renzi, il dibattito si infiamma, ma il Pd compatto fa filtrare immediatamente lo scenario: Cottarelli sarebbe pronto a rimettere il mandato (stamattina) e le elezioni saranno il 29 luglio. Questo scenario dura più o meno solo fino a sera (quando si parla di un Cottarelli che sta lavorando in realtà per presentare un governo e farsi sfiduciare venerdì dal Senato e di un Luigi Di Maio pronto a rimettere in piedi il governo con la Lega).

Ma quel che è certo è che il Pd ha fatto le sue valutazioni e ha deciso di segare l’ultimo rametto su cui stava seduto Sergio Mattarella. Ovvero Carlo Cottarelli. Ieri i deputati dem si sono riuniti a Montecitorio. All’assemblea del gruppo – presenti Luca Lotti, Marco Minniti, Dario Franceschini, Andrea Orlando, Marianna Madia e Maria Elena Boschi – il reggente Maurizio Martina propone al Pd l’astensione al voto di fiducia sul governo messo in piedi dal presidente. Proposta che dovrà poi essere votata dalla direzione da convocare prima della fiducia. I Dem accettano. E così salta l’ultimo minimo baluardo garantito a Mattarelle: il sì del Pd a un governo del Presidente, promesso e ribadito in tutte le settimane dopo il 4 marzo.

L’uomo del Colle, raccontano, non la prende bene. Si sente abbandonato ancora una volta, lasciato solo da quello che in teoria sarebbe il suo partito. Ma i Dem non ci stanno a sacrificarsi in nome di Mattarella, a passare per quelli sconfitti alle urne, che vanno al governo con un tecnico. Non solo. Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le valutazioni sui vari tavoli del Nazareno. E tutti, da Renzi in giù, sono convinti che ai Dem convinca votare subito, spingendo sull’europeismo, sulla salvaguardia dei risparmi degli italiani, messi in pericolo da Matteo Salvini e Di Maio, sulle regole da rispettare, sul salvataggio dei conti pubblici. E dunque, l’hanno fatto sapere al Colle: il Pd vuole votare e vuole votare anche presto. Il 29 luglio appunto.

Renzi si ritaglia un ruolo “da mediano”, valuta anche di non ricandidarsi per correre in Europa, ma intanto ieri sera va a Otto e mezzo a dire che “il presidente della Repubblica ha il dovere di intervenire” sui ministri: “Giorgio Napolitano lo fece anche con me. Io avevo un elenco di 16 nomi e almeno un paio sono stati modificati”. Ancora: “Hanno paura di governare, perché in campagna elettorale hanno promesso la luna”. E poi, c’è un dato: in questa situazione caotica i Dem pensano di potersi ricompattare in “un fronte anti-sfascista”.

Intanto è iniziata la tarantella delle liste. Ieri Lorenzo Guerini e Luca Lotti, fuori dalla Camera, si confrontavano, agitati, sul tema. Ci sono due opzioni: quella a cui sta lavorando Paolo Gentiloni, ovvero una federazione di tre liste (una che fa capo al Pd, una che fa capo a Carlo Calenda e una di sinistra con Giuliano Pisapia), con lui come federatore. E un listone unico, che è quello che vuole Renzi, per continuare a gestire il tutto. Magari da presentare senza il simbolo del Pd, che toglie voti, invece di portarli. In tutta l’agitazione dei renziani per un voto subito c’è anche un altro dato: se dovesse rimanere Gentiloni a Palazzo Chigi sarebbe più complicato per lui fare il frontman.

“I mercati non possono stare al di sopra della Costituzione”

Barbara Spinelli, il Quirinale ha bloccato la nomina di Paolo Savona al Tesoro per timore delle reazioni dei mercati, che sono crollati comunque. Quanto devono contare i mercati nelle decisioni della politica?

Sicuramente contano ma non devono essere in competizione con le elezioni. Nel ’98, l’ex governatore della Bundesbank Hans Tietmeyer disse che ormai le democrazie si fondano su due plebisciti egualmente legittimi: quello popolare e quello permanente dei mercati internazionali. È una visione nefasta. I mercati non possono esser messi sullo stesso piano dell’articolo 1 della Costituzione, secondo cui la sovranità appartiene al popolo.

Il commissario Ue Oettinger ha detto: “I mercati insegneranno agli italiani a non votare per i populisti alle prossime elezioni”. Le prossime elezioni saranno lo scontro finale tra sovranisti e anti-sovranisti?

Non esistono scontri finali nella storia. Lo scontro in questione è d’altronde basato su una fake news: l’uscita dall’euro non era nel programma M5S-Lega. Né in quello di Savona.

L’uscita dall’euro era però in una bozza del contratto di governo.

Lega e Cinque Stelle l’hanno poi ritirata. Il Quirinale lo ha ignorato: mi sembra tra l’altro che abbia opposto il suo veto non al programma, ma a Savona. Detto questo, non ritengo di per sé uno scandalo che si possa parlare di uscita dall’euro. Da anni scenari simili sono allo studio, viste le grandi e irrisolte difficoltà dell’eurozona: sono contemplati, sia pur segretamente, non solo da Savona ma dalla Banca d’Italia, dalla Banca centrale, da massimi economisti tedeschi.

Come viene vista la situazione a Bruxelles: pericolo scampato o grande incertezza?

L’establishment comunitario ha pesato su Mattarella, con pressioni di vario genere. La preoccupazione resta, anche se l’Italia è oggi commissariata più esplicitamente ancora che negli ultimi anni: oggi tramite Cottarelli e Fmi, domani forse tramite Draghi. Ma le elezioni non sono abolite. Inoltre resta un grande “non-detto” nell’establishment europeo.

Cioè?

Cosa significa uscire dall’euro: implica anche uscire dall’Ue? Il non-detto può trasformarsi in pressioni aggiuntive. Personalmente non credo che le due cose si equivalgano. I pareri legali sono divisi su questo.

Tra gli elettori crescerà la voglia di cambiamento o prevarrà il timore dell’incertezza?

Le forti pressioni su Tsipras non impedirono ai greci, nel 2015, di votare contro il memorandum della Troika. La paura può produrre spinte alla ribellione. Anche in Germania l’euro-scetticismo è aumentato: si continua a parlare di un’eurozona ristretta. Trovo molto grave che ci sia stato un veto a Savona per le sue critiche all’unione monetaria: significa non riconoscere le conseguenze gravissime delle disfunzioni dell’eurozona, già segnalate agli esordi da Paolo Baffi. Le disuguaglianze sociali e geografiche che ha prodotto generano il rigetto presente. L’architettura e i parametri dell’eurozona vanno dunque cambiati. E i cambiamenti vanno negoziati in maniera efficace. Savona era il più adatto a questo compito. Non l’hanno voluto per questo.

Perché chi considera l’euro e l’Ue intoccabili non riesce ad argomentare le proprie posizioni con la stessa efficacia dei critici?

Le posizioni dei difensori dell’euro sono spesso ideologiche, del tutto allergiche alla dialettica. Le tesi si rafforzano attraverso il confronto con le obiezioni. Se Savona dice che lo statuto della Bce deve considerare prioritari non solo la stabilità dei prezzi ma anche l’occupazione a l’aumento della domanda, perché viene considerato eretico? Si parla di eresia quando c’è un’ortodossia religiosa. Il caso greco avrebbe dovuto far capire che esiste ormai una tragica sconnessione tra le sovranità popolari e la delega a poteri europei neoliberisti.

Il tema della sovranità popolare è però lasciato dai liberal a personaggi come Steve Bannon, che è a Roma in questi giorni.

Sono d’accordo. Ma chi ha consegnato il tema della sovranità popolare alle destre estreme? Le forze di sinistra classiche. Mattarella ha messo il veto sulla scelta di Savona, ma non aveva niente da dire sul capitolo migranti del programma? O su quello della sicurezza interna?

Qual è stato l’errore della sinistra?

Da decenni, la sinistra ha smesso di occuparsi dei diritti sociali ed economici concentrandosi su quelli civili. Questi ultimi sono indispensabili, ma se si rinuncia a quelli sociali ed economici finiremo col perdere anche quelli civili. Come si vede in Polonia, dove il governo approva misure di Welfare ma smantella diritti civili. Se la sinistra rinuncia, saranno le estreme destre a presidiare la questione sociale.

L’idea di un “fronte repubblicano” guidato da Gentiloni a difesa di istituzioni e Ue è incoraggiante?

No comment sulla sinistra di Gentiloni o Renzi. Su alcune politiche – penso a quelle di Minniti sui rimpatri in Libia– non vedo differenze dal programma della Lega. Gentiloni si è congedato dicendo: ‘La stanza dei bottoni non me l’hanno mai mostrata’. Quindi chi comandava? Non andare fuori strada significa lasciare che nella stanza dei bottoni comandi il ‘plebiscito permanente dei mercati’? E cosa significa l’articolo 11 della Costituzione, quando si delegano sovranità a ordinamenti internazionali il cui scopo non è più ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’?

“Mattarella ha fatto un assist e un regalo all’estrema destra”

“Mattarella ha fattoun regalo all’estrema destra”. Yanis Varoufakis – ex ministro greco delle Finanze, diventato simbolo della sinistra anti-austerity – lo scrive sul Guardian. Il riferimento è alla scelta di affidare a Carlo Cottarelli la guida di un governo di transizione. Per Varoufakis è una scelta “tecnocratica” e un assist a Matteo Salvini: così potrà presentarsi come il “difensore della democrazia di fronte all’establishment”.

Mattarella – scrive Varoufakis – “ha usato i poteri che gli ha conferito la Costituzione per impedire la formazione del governo. Ha consegnato invece il mandato a un tecnocrate, un ex dipendente del Fondo monetario internazionale che non ha alcuna chance di ottenere la fiducia in Parlamento”. “Il presidente ha fatto un grosso errore tattico: è caduto proprio nella trappola di Salvini – ha aggiunto Varoufakis –. Lui ha già l’acquolina in bocca al pensiero di nuove elezioni dove non combatterà da populista misantropo-xenofobo quale è, ma da difensore della democrazia contro il ‘sistema nascosto’”.

Effetto Mattarella: spread e Borsa da “rischio Grecia”

“Ho visto cose che neanche nel 2011”, dice un operatore finanziario specializzato in debito pubblico italiano. A fine giornata la sintesi è questa: se va avanti così si rischia lo scenario greco, a chiedere aiuto alla Bce per la liquidità necessaria per tenere aperte le banche e poi, magari, al fondo salva Stati per sostenere il debito pubblico.

La giornata sui mercati inizia come peggio non si poteva. La Borsa di Milano crolla subito (a picco i titoli bancari), e lo spread tra i titoli di Stato italiani e tedeschi vola sopra i 300 punti (ai livelli del 2013), con un picco dei rendimenti per quelli a due anni (segnale che gli investitori temono contraccolpi a breve sull’Italia). Lo stop di Sergio Mattarella al governo M5S-Lega sta provocando proprio lo scenario che il presidente della Repubblica pensava di scongiurare fermando la nomina di Paolo Savona al ministero del Tesoro.

“Mattarella ha minato l’euro”, scrive l’economista Ashoka Mody per Bloomberg. “Rifiutando la scelta di una coalizione eletta dal popolo – si legge – potrebbe aver messo in moto una crisi finanziaria dalla quale sarà difficile ritirarsi. In mezzo alla sua retorica esagerata, la coalizione Lega e Cinque Stelle formula alcune proposte sensate: la Bce dovrebbe dare maggiore considerazione alla disoccupazione (come fa la Federal Reserve degli Stati Uniti); le regole fiscali dovrebbero consentire una maggiore libertà di investimento. Invece di dare agli euroscettici l’opportunità di affrontare le complessità del governo – e di riconoscere l’inutilità di alcune delle loro proposte – Mattarella ha tentato un altro governo tecnocratico”.

Il differenziale di rendimento tra i Btp e i bund tedeschi a dieci anni è arrivato fino a 326 punti prima di ripiegare sotto quota 290. Quello sui titoli a due anni si è allargato di 190 punti, toccando i 343 punti. Un titolo a due anni è arrivato a rendere quanto uno decennale (2,6%). È proprio la tensione sui titoli di Stato a breve termine il segnale peggiore: nelle prime ore di ieri mattina le variazioni di rendimento sono così rapide da mandare in tilt gli scambi.

Nel resto della giornata la situazione non migliora: ogni volta che un operatore decide di lanciare un ordine d’acquisto di titoli di Stato che può fermare la caduta, arrivano notizie negative che innescano una nuova ondata di vendite. Come quando il segretario reggente del Pd Maurizio Martina annuncia l’astensione del partito al voto di fiducia su Cottarelli, lasciando l’esecutivo senza alcun consenso in Parlamento. Altro colpo negativo intorno alle 18, quando Carlo Cottarelli lascia il Quirinale senza presentare la lista dei ministri e lo spread torna sopra i 300 punti. La smentita del Quirinale arriva tardi. Le prospettive a breve termine potrebbero però invertirsi se prendesse piede l’ipotesi di un clamoroso ritorno di un governo Lega-M5S e il tramonto di quella di un governo guidato da Cottarelli circolate ieri.

Un terzo del debito pubblico italiano è in mani estere. La quota domestica è del 68,7%, la quota maggiore è in mano alla Bce attraverso il programma di acquisti del Quantitative easing (ma formalmente detenuta da Bankitalia). Il rendimento dei titoli emessi dal Tesoro era all’1,8% in aprile, ora si avvicina al 3%, più o meno il tasso medio di interesse sul debito che paga l’Italia, tra i più alti nell’Eurozona. Ieri il Tesoro ha venduto tutti i 5,5 miliardi di titoli a 6 mesi, con un balzo di 163 punti del rendimento. Entro il 2020, ha calcolato l’ufficio parlamentare di bilancio, andrà in scadenza il 42,6% dei titoli in circolazione, che andranno rifinanziati. Un aumento di 100 punti dello spread comporta una maggiore spesa nel 2018-2020 di 12,5 miliardi, che può arrivare fino a 21 “se l’aumento dei tassi a breve e lungo termine sarà differenziato”, come sta accadendo.

Gli investitori sono molto confusi. Spaventati da un governo privo della fiducia del Parlamento come sarebbe (o sarebbe stato) quello Cottarelli e altrettanto preoccupati di fronte all’ipotesi di elezioni anticipate a luglio trasformate di fatto, anche per gli errori del Quirinale, in un referendum sulla moneta unica. L’ipotesi per loro migliore è quella di Matteo Salvini che resta nel centrodestra e, con la coalizione, riesce a raggiungere la maggioranza alle Camere ammorbidendo i toni euroscettici.

Tutti guardano a Bruxelles e Francoforte, da dove però arrivano segnali che aggravano le tensioni. La polemica più forte è per le parole del commissario al Bilancio Ue, il tedesco Günther Oettinger. In un’intervista alla Deutsche Welle dice che la reazione dei mercati darà “un segnale” agli italiani, consigliandoli a non votare per “forze populiste”. L’intero arco parlamentare italiano e il governo ne chiedono le dimissioni, perfino Jean Claude Juncker e il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk lo stroncano. Solo in serata l’esponente della Cdu (il partito della Merkel) chiede scusa. L’altro versante è la Bce (che nell’ultima settimana ha ridotto l’acquisto di titoli per 1,5 miliardi). Il 2018 si è aperto con il dimezzamento del Qe a 30 miliardi di acquisti al mese e l’aspettativa che avrebbe annunciato a giugno la fine degli acquisti a settembre, con la chiusura del programma entro l’anno.

L’impennata dello spread potrebbe spingere a ritardare gli annunci e allungare l’arco temporale degli acquisti. Ipotesi chiusa ieri dal membro tedesco del consiglio Bce, Sabine Lautenschläger: “Giugno potrebbe essere il mese per decidere una volta per tutte di terminare gradualmente gli acquisti entro l’anno”, ipotizzando perfino un rialzo dei tassi, ora a zero, “già dalla metà del 2019. Un pessimo segnale. Come ipotizzare per l’Italia un trattamento “alla greca” evocato lunedì dalla Merkel.

La Farfallina vola ancora

Mentre l’Italia crollava in una crisi istituzionale che con enfasi – stavolta non eccessiva – si definisce “senza precedenti”, Maria Elisabetta Alberti Casellati era con tutti i suoi nomi e cognomi a Che tempo che fa da Fabio Fazio. Il presidente del Senato aveva con sé anche una vistosa spilla a forma di farfallina sul bavero della giacca. Nell’iconografia berlusconiana, la “farfallina” è una sorta di segnaposto: ce l’ha chi fa parte del giro di amici di Silvio Berlusconi, chi è andato a casa dell’ex Cavaliere. E ovviamente, essendo da vent’anni una berlusconiana di ferro, l’avvocato matrimonialista Casellati si è meritata una farfallina. Chissà. Di certo, è più elegante di quelle che Berlusconi donava alle ragazze di palazzo Grazioli o di Arcore. E adesso, dopo che Loro di Paolo Sorrentino ha riportato alla ribalta la bigiotteria dei lepidotteri, forse Casellati ha scelto la spilla per giurare (mediaticamente) fedeltà alla casa madre.

Giorgia Meloni: “Pronti a rafforzare la maggioranza”

Un appello per il Presidente Mattarella: presidente noi non abbiamo condiviso alcuna delle scelte che ha fatto nelle ultime settimane. Però l’Italia è sotto attacco e l’Italia non può permettersi in questo momento né un governo che vada in Aula prendendo forse 20 voti per farci ridere dietro dal mondo; né di tornare a votare il 29 luglio o il 5 agosto con l’attacco finanziario della speculazione in atto. Noi abbiamo da chiederle: provi a fare l’unica cosa che non ha fatto sinora, dare un incarico a chi era arrivato primo alle elezioni, al centrodestra, per formare un governo e verificare se in Aula – anche grazie magari all’astensione di altri partiti con la stessa responsabilità – c’è la possibilità di formare un governo, di calmare la situazione internazionale e di occuparci dei problemi degli italiani”. Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli D’Italia su Facebook. “O in subordine, c’è comunque una maggioranza che si è formata in queste settimane: era la maggioranza che metteva insieme la Lega e il M5S. Era pronta a fare un governo e aveva stipulato un contratto di governo Noi siamo stati critici però arrivati a questo punto siamo anche disponibili a rafforzare quella maggioranza con Fratelli d’Italia”.

85 giorni, mille errori: Sbrocca pure “Bloomberg”

Neanche un acerrimo nemico del Colle avrebbe potuto congegnare la sequela di errori con cui lo stesso Colle ha gestito la crisi politica innescata dal risultato delle elezioni. Prima il mancato pre-incarico alle due forze vincitrici (centrodestra e M5S) e i mandati esplorativi ai presidenti di Senato e Camera che hanno finito per bruciare – soprattutto il secondo – le già scarse possibilità di accordo tra 5 Stelle e Pd, l’ipotesi preferita dal capo dello Stato .

Poi, una volta partito l’esperimento grillo-leghista, l’impuntatura sul niet a Paolo Savona per ragioni politiche (e forse per l’odio immarcescibile di Banca d’Italia contro il professore, reo di eccessiva sincerità sulle colpe di Visco e soci): al di là della correttezza o meno di quella scelta, la caduta del “tentativo Conte” ha messo la presidenza della Repubblica in un cul de sac da cui ancora non riesce a uscire con la paradossale possibilità di trovarsi di nuovo – fra qualche ora o mese – il nome di Paolo Savona in una lista di ministri (Salvini lo ha ribadito ieri sera). Per di più, nel discorso con cui ha rifiutato l’economista euroscettico, Mattarella ha scolpito per sempre due cose: che dall’euro si può uscire (basta parlarne in campagna elettorale) e che il ministro dell’Economia deve essere approvato dai mercati più che dai cittadini. Motivo per cui l’economista Ashoka Mody, assai ben introdotto a Bruxelles, ieri ha scritto su Bloomberg, la più importante agenzia finanziaria al mondo: “Mattarella ha ‘solo’ minato l’euro”.

L’errore più grave del Colle però è stato l’incarico a Carlo Cottarelli, annunciato poche ore dopo aver giubilato Conte: un nome che è uno schiaffo per i gialloverdi e, quel che è peggio, scelto senza consultarsi coi partiti, motivo per cui l’ex commissario alla spending review- s’è scoperto – non avrà neanche un voto in Parlamento (umiliante condizione per la quale parecchi tra i ministri prescelti si sono defilati). Adesso o il Colle torna a Canossa o si vota il 29 luglio. Un capolavoro.

M5S-Lega, l’idea di governare senza governo: “Realizziamo il programma in Parlamento”

Davvero Sergio Mattarella scioglierà un Parlamento con una maggioranza solida e con un programma già concordato? Lega e 5Stelle ripartono da qui. L’argomento che potrebbe essere usato per riaprire clamorosamente la trattativa con il Colle si basa su una considerazione banale: mentre intorno tutto sembra sgretolarsi, a Montecitorio e Palazzo Madama i gialloverdi non hanno mai smesso di avere i numeri per governare.

E potrebbero farlo, in una certa misura, anche senza mettere piede a Palazzo Chigi, persino se si insediasse un esecutivo tecnico senza fiducia. M5S e Lega potrebbero governare senza essere al governo: a colpi di maggioranza parlamentare.

L’idea – sventolata già all’indomani della rottura tra il Quirinale e i due partiti – è quindi far partire la legislatura, insediare le commissioni parlamentari e portare a casa almeno qualche punto del contratto di governo. L’ha detto Giancarlo Giorgetti al Corriere della Sera: “Diventerà plastica la centralità del Parlamento, i provvedimenti di Cottarelli non potranno diventare legge e al contrario potranno diventarlo quelli di un’ipotetica maggioranza formata da Lega, 5 Stelle, Fratelli d’Italia e Leu”. E l’ha ripetuto Matteo Salvini, intervistato da Giovanni Floris a DiMartedì: “Io come segretario della Lega e come parlamentare che non vuole stare a guardare il soffitto, chiedo e richiedo ai presidenti di Camera e Senato di insediare le commissioni perché quello che non può fare il governo, lo possiamo fare lì”. Quali sarebbero gli obiettivi alla portata? Il leghista li mette in fila: “Se facciamo partire le commissioni, un pezzo di legge Fornero lo può smontare il Parlamento, la legittima difesa la può approvare il Parlamento, possiamo fare il taglio di vitalizi e di alcune tasse”. Se parte la legislatura tutto è possibile, fa capire Salvini: anche mettere mano alla legge elettorale.

Le basi operative di questa strategia sono state gettate in un incontro al Senato tra i capigruppo di Lega e Movimento 5 Stelle. Per il Carroccio era presente solo Gian Marco Centinaio (e non Giorgetti), per i pentastellati sia Danilo Toninelli che Giulia Grillo.

I tre avrebbero concordato il metodo: individuare un singolo provvedimento per ognuna delle commissioni di ciascun ramo parlamentare sul quale concentrare gli sforzi. Chiaramente, non con l’obiettivo di approvare una legge in tutte le 14 commissioni: dopo una prima scrematura si continuerebbe a lavorare su un numero ridotto di misure realizzabili, a seconda della durata della legislatura.

Alcuni degli impegni contenuti nel contratto sulla Giustizia, ad esempio, sarebbero a costo zero e relativamente semplici da portare a casa, come il “daspo” per i funzionari pubblici corrotti e l’introduzione del cosiddetto agente provocatore. Sempre che non si riapra davvero la partita per il governo gialloverde o al contrario la rinuncia di Cottarelli non lasci alternativa allo scioglimento delle Camere.

L’ultimo tentativo del Salvimaio: ripartire da capo

Alle 21 e qualcosa, da Napoli, Luigi Di Maio dice dritto quello che pareva incredibile. Cioè abbassa i toni e un po’ il capo, verso il Colle. Ma soprattutto assicura che un governo di Lega e Cinque Stelle è ancora possibile: “Siamo pronti a rivedere la nostra posizione, se abbiamo sbagliato qualcosa lo diciamo, ma ora si rispetti la volontà del popolo perché vogliamo salvare l’Italia. Una maggioranza in Parlamento c’è, fatelo partire quel governo”. Insomma, vuole riprovarci, assieme a Salvini.

Perché Carroccio e Movimento hanno i numeri, la maggioranza nelle Camere. Quello che serve, mentre impazzisce tutto: con Carlo Cottarelli che esce dal Colle senza ministri, lo spread che si dilata e le Borse che crollano. Quindi c’è ancora uno spiraglio. E la miccia per aprirlo è una mail, scritta da un ex politico di rango, che ha per destinatari il capo del M5S, Luigi Di Maio, e il numero due del Carroccio, Giancarlo Giorgetti. Nel testo si ricorda che un esecutivo gialloverde si può ancora fare. Spiegando (in sostanza): “I vostri gruppi devono presentare in entrambe le Camere mozioni per far presente che esiste una chiara maggioranza parlamentare, quella di Lega e M5S”.

Un atto politico, ma anche sostanziale. Da calare anche alla luce delle dichiarazioni del presidente della Repubblica di qualche settimana fa, dopo il naufragio del dialogo tra Pd e 5Stelle: “Sono pronto anche a nominare un governo tecnico, ma se nel frattempo maturasse una maggioranza parlamentare lo scenario cambierebbe”. Ovvero, ci sarebbe spazio per un governo politico. Così il consiglio è di infilarsi nelle difficoltà del Colle e di Cottarelli, orfano di appoggi prima di nascere. Puntando a presentare a Mattarella una squadra con Savona all’Economia, e un premier diverso dal- l’avvocato Giuseppe Conte, magari proprio Giorgetti.

Uno scenario di cui Di Maio ragiona con Matteo Salvini in un vertice a Montecitorio. In cui decidono di ripartire intanto dalle commissioni, “per provare a fare cose” anche in presenza di un governo sfiduciato. Certo, la voglia di Salvini resta soprattutto quella di correre verso le urne appena possibile, il 29 luglio. Però lo spread el Borsa preoccupano anche la Lega. E poi nel Carroccio temono che Cottarelli possa sfruttare il “panico da mercati” per chiedere e trovare appoggio per provvedimenti da lacrime e sangue.

Hanno paura pure i 5Stelle, cresciuta dopo aver consultato esperti. E di certo nuove urne sarebbero una grande incognita per Di Maio. Che per di più ieri mattina si ritrova sul Fatto uno scritto di Beppe Grillo, che pare un rimbrotto : “Stiamo calmi, è solo la politica. L’establishment è riuscito a bloccarci? Ok, fa parte del gioco”. E la scomunica dell’impeachment invocato da Di Maio pare chiara. Mentre dentro la Camera fuori taccuino fioccano prese di distanza da parte degli stessi 5Stelle. E comunque il Carroccio non ne vuole sapere.

Di Maio capisce di dover virare, anche per riaprire il tavolo per il governo. Così cancella la sua partecipazione a Di Martedì e parte per Napoli. Nel frattempo Salvini picchia su La7: “Savona è il meglio e se tornassimo a votare gli chiederei di rimettersi a disposizione degli italiani. Non voglio rompere le scatole agli italiani in agosto ma non possiamo avere un esecutivo tecnico che dura 3-4 mesi. Prima si vota meglio è”. Di Maio invece sorprende: “L’impeachment non è più sul tavolo perché Salvini non lo vuole fare e come cuor di leone ne risponderà”. Poi, la mano tesa al Quirinale: “Spero che si vada alle elezioni presto ma in una situazione molto difficile resta una posizione coerente ma collaborativa con il presidente della Repubblica per risolvere la crisi”.

Poco più tardi, è abiura totale: “Sull’impeachment abbiamo sbagliato”. Quindi, invoca il (suo) governo. Dal Colle osservano. E giurano: “Non ci ha chiamato nessuno, vediamo che accade”. Ma confermano il no totale a Savona, “personaggio pericoloso per l’Italia”. M5S e Lega invece si sentono senza sosta. E dal Movimento spiegano: “Se Savona è in squadra? La risposta dovrà darla Salvini”. Tradotto, si tratterà. Ancora.