Cottarelli non ha i voti e s’è perso pure i ministri

Ore 17:20, afa al Colle. I corazzieri lasciano sguarnita la porta che conduce allo studio alla Vetrata di Sergio Mattarella. È il segnale che il professor Cottarelli non ha sciolto la riserva, il giuramento s’allontana.

Il governo neutrale è ancora virtuale, pare che un paio di candidati ministri siano titubanti e le ragioni sono lampanti: l’esecutivo di Cottarelli – con l’astensione persino del Partito democratico – si prepara a schiantarsi contro la più vistosa sfiducia parlamentare della Repubblica, mentre in aula – parola del leghista Giancarlo Giorgetti – prende corpo e vita la maggioranza Movimento-Carroccio. Un pericoloso pastrocchio. I ministri reticenti sono Enzo Moavero Milanesi ai Rapporti con l’Unione europea e Guido Tabellini all’Economia. “E non solo loro”, aggiunge una fonte senza far nomi.

Ore 17:45. Il primo arcano è svelato, il resto s’incarta. Cottarelli è uscito dal retro del Quirinale e riemerge mentre rientra nell’ufficio di Montecitorio. Il cortocircuito scatena le più disparate ipotesi: Cottarelli rinuncia per non intestarsi una figuraccia storica (il termine è impegnativo e anche appropriato), Paolo Gentiloni porta l’Italia al voto il 29 di luglio. Uno scenario che non dispiace ai renziani, così Gentiloni è costretto a rinunciare alla guida del centrosinistra. Dettagli.

Ore 18:30. Cottarelli e il Quirinale comunicano in simultanea: smentita la fuga definitiva del professore, ma confermati i dubbi sulla lista dei ministri. Chi ha risposto “presente” all’appello di Cottarelli è in sospeso, riceve soltanto una generica indicazione: “Aspettiamo domani”. Qualcosa accade: non è percettibile, ma accade.

Ore 20:00. Cottarelli abbandona pure la Camera e assicura che il “lavoro prosegue”, Giuseppe Conte – l’ex presidente incaricato dei Cinque Stelle – riprende il treno da Firenze (dove insegna) per Roma e s’aggira in zona Camera, l’abile Giorgetti – l’acclamato Giorgetti – diserta la riunione dei capigruppo. Altre indiscrezioni, altri panorami, forse un sentimento comune, l’ennesima sterzata mediatica: i leghisti e, soprattutto, Luigi Di Maio sedano l’assalto al Quirinale. I Cinque Stelle si dichiarano pronti a “collaborare con Mattarella”, dunque non più sul banco degli imputati per alto tradimento della Costituzione per la bocciatura di Paolo Savona al Tesoro. Al Colle, tra i ghirigori, annotano.

Ore 21:00. Da luoghi imprecisati, Cottarelli riempie a fatica le dodici caselle dei ministri. Non c’è Raffaele Cantone che, con eleganza, ricorda che all’Autorità Anti-corruzione ha ancora due anni di mandato, non due mesi. Il giuramento di Cottarelli – che può saltare o avverarsi presto – non impedisce ai gialloverdi di riprovare col governo sfruttando la parentesi dal passaggio della campanella a Palazzo Chigi al discorso d’insediamento con voto in Senato. Il professore rallenta, ma c’è una data: il 7 di giugno. Un presidente italiano quel giorno dovrà partire per il Canada per partecipare al G7. Al Quirinale registrano la rivoluzione dialettica dei Cinque Stelle – Di Maio ha compreso che Mattarella resta lì fino al 2022 e non può ignorarlo – e scrutano le sempre raffinate strategie dei leghisti.

Ore 22:00. S’affaccia la prima notte di trattativa per una clamorosa ricucitura fra i gialloverdi e il Quirinale su spinta dei Cinque Stelle, l’ultimo tentativo per scongiurare le urne in piena estate con il Parlamento sciolto e una maggioranza che si sente forte.

Fantacronache

Il 15 giugno 2018, non riuscendo più a capire se l’impeachment dei 5Stelle c’è ancora o non c’è più e soprattutto chi sia il premier dopo il vaudeville del governo Conte I durato 4 giorni, del governo Cottarelli I durato 1 giorno e del governo Conte II durato 13 minuti, Sergio Mattarella si dimette da presidente della Repubblica. Matteo Renzi, dall’ospedale dov’è ricoverato per un principio di soffocamento causato da un pop- corn andato di traverso, ringrazia l’ormai ex capo dello Stato per aver salvato l’Italia dal populismo. La maggioranza parlamentare 5Stelle-Lega elegge nuovo capo dello Stato il professor Paolo Savona, malgrado la tenera età di 82 anni (pochini, al confronto degli 88 del rieletto Napolitano): una chiara provocazione politica e un risarcimento per il rifiuto a suo tempo opposto da Mattarella alla sua nomina a ministro dell’Economia del governo Conte per le sue opinioni critiche sul sistema dell’euro. Tocca dunque al neopresidente Savona sciogliere le Camere e fissare la data delle elezioni a settembre. Il governo Cottarelli intanto, prima di nascere e contemporaneamente defungere, ha fatto in tempo a nominare il nuovo vertice Rai: dg e ad Fedele Confalonieri; consiglieri di amministrazione Maria Elena Boschi, Luca Lotti, Barbara D’Urso, Maria De Filippi e Alfonso Signorini; confermati i direttori delle reti e dei tg per l’ottima prova fornita.

La campagna elettorale su giornaloni, Rai e Mediaset ricorda quella del referendum costituzionale: tutti a favore dei vecchi partiti, tutti contro i barbari grillo-leghisti, tutti a terrorizzare gli italiani sulle conseguenze nefaste di un’ennesima vittoria populista. La Germania, previo Anschluss, ammassa truppe alla frontiera col Tirolo. La Francia dell’amico Macron dispone esercitazioni militari al confine di Ventimiglia. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker annuncia l’astinenza da whisky fino alle elezioni italiane come fioretto a Gesù. Commissari Ue e ministri tedeschi sfusi si divertono un mondo a fare battute non solo sull’istruttiva esperienza greca, ma anche sulla possibile riapertura di Auschwitz, Mauthausen e Buchenwald per rieducare gli italiani affetti da populismo. Il Viminale annuncia l’arresto di Di Battista padre e (in contumacia) figlio per vilipendio all’ex capo dello Stato. La Repubblica svela che, in un incontro segreto Casaleggio-Salvini-Putin, si è parlato dell’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Ue in vista dell’annessione alla Russia. Uno scoop de La Stampa, sempre in prima linea contro le fake news italo-putiniane, rivela il nuovo contratto top secret M5S-Lega.

Prevede non solo il ritorno al sesterzio, ma anche l’abolizione degli stipendi, delle pensioni e – forse – dei semafori. Intanto la speculazione sui mercati impazza, il debito pubblico balza a 3 mila miliardi, lo spread sfiora quota 1000 e i titoli di Stato vengono ormai quotati non in rapporto al Bund tedesco, ma alla Pizza di Fango del Camerun. Nessuno però attribuisce il disastro alle oculate scelte di Mattarella, dei suoi sapienti consiglieri e di Cottarella (parlandone da vivo) o Contarella che dir si voglia: la colpa è ovviamente di chi non ha mai governato negli ultimi sette anni. Così gli elettori superstiti, sfibrati, sfiduciati e spaventati, imparano finalmente a votare (per usare una fortunata espressione del commissario europeo al Bilancio Günther Oettinger). E premiano finalmente i vecchi partiti Pd e FI che tante gioie hanno regalato agli italiani, punendo severamente le forze anti-sistema 5Stelle e Lega. L’astensione supera il 60%, soprattutto fra gli elettori grillini e leghisti, convinti ormai dell’inutilità del voto e dell’impossibilità di cambiare le cose secondo le regole democratiche. Renzi e Berlusconi, eletti entrambi senatori, si reincontrano al Nazareno come ai vecchi tempi per dare vita a un governo di coalizione presieduto da Emma Bonino (forte del 2% raccolto dalla sua lista +Europa, esclusa dal Parlamento e causa dell’orribile Rosatellum), di cui saranno vicepremier e ministri degli Esteri e della Giustizia.

La premier incaricata si presenta al Quirinale con la lista dei ministri e il programma (intitolato “Fiscal Compact”), ma ne esce dopo due ore di burrascoso colloquio con il capo dello Stato rimettendo il mandato e senza fornire ulteriori spiegazioni. Poi parla il presidente Savona, nel solco del predecessore: “Ispirandomi al fulgido esempio dell’amico Mattarella, ho accettato obtorto collo di nominare una premier non eletta e ho fatto di tutto per agevolare la nascita del governo politico espresso dalla maggioranza parlamentare. Tant’è che ho approvato l’intera lista dei ministri, con l’eccezione di uno soltanto: quello di Carlo Calenda che, oltre a non essere eletto, ha più volte manifestato posizioni inaccettabili a favore di questo sistema dell’euro e un’adesione acritica agli accordi e ai trattati europei che mettono a serio repentaglio i risparmi degli italiani. Voi mi direte: come fai a dirlo? Dove sono le prove? E io vi rispondo: sticazzi le prove. Forse che Mattarella, quando disse – a dispetto delle mie smentite – che volevo uscire dall’euro e incenerire i risparmi degl’italiani, ne tirò fuori qualcuna? Ecco, quindi muti. Purtroppo la maggioranza e la premier incaricata, che ringrazio con affetto, hanno insistito su quell’unico nome per me improponibile e alla fine, con mio grande dolore, hanno prevalso le mie prerogative ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione, così come modificato il 27 maggio scorso dall’illustre precedente Mattarella-Savona. Tra pochi minuti riceverò il nuovo presidente del Consiglio, professor Giuseppe Conte, per un governo di minoranza sostenuto da 5Stelle e Lega, dunque rigorosamente neutro. Grazie a tutti, buonasera”.

La crociata del “Divino” Elon contro i giornali

Pravda. Ecco come Elon Musk, da alcuni ribattezzato il “Divino”, vuole chiamare un nuovo sito web dedicato alla “valutazione” dei giornalisti che parlano male di Tesla. O semplicemente – aggiungiamo noi – che fanno il proprio lavoro: le pulci a un’azienda che brucia denaro a ritmi record e, se non ricapitalizzata entro pochi mesi con soldi freschi, è destinata al fallimento. Come il famigerato house organ del partito comunista russo, anche la moderna Pravda sarà gestita da uomini fidati del “Divino”, come quel Jared Birchall, prezzemolino nelle sue tante aziende, e presidente della società editrice, la Pravda Corp.

Quando le testate americane, abbagliate dalla novità, contribuivano a creare il mito di Tesla andava tutto bene. Ora che qualcuno si è (finalmente) infilato gli occhiali da sole, l’imprenditore visionario che fa? Propone un pagellone di buoni e cattivi quasi che il problema fossero i giornali e non la sua, discutibile, gestione. Il 23 maggio Musk ha twittato: “I giornalisti sono costantemente sotto pressione per ottenere il massimo dei clic e guadagnare i soldi delle pubblicità, pena essere licenziati. Situazione spinosa, perché Tesla non fa pubblicità, mentre le aziende che si occupano di combustibili fossili e di macchine a benzina/diesel sono tra i pubblicitari più generosi del mondo”. Forse perché non hanno perso 710 milioni di dollari nei primi tre mesi dell’anno. E magari riescono a produrla qualche macchina da vendere, non come succede alla Model 3.

SP38, la Ferrari su misura per ricchi capricciosi

Chi puà avere una Ferrari di serie, a volte può permettersi anche qualcosa di più. Ovvero una Ferrari unica, personalizzata come si vuole. È questo il compito del programma che a Maranello chiamano “One-Off”, quello che consente di farsi realizzare un’auto su misura, che soddisfi anche le voglie più bizzarre del riccone di turno, dai professionisti del Centro Stile del Cavallino. Unica condizione è che si debba utilizzare la meccanica di una normale vettura di produzione. L’ultima creatura di questa speciale divisione si chiama SP38 e l’ha voluta un cliente (rigorosamente anonimo) appassionato di corse automobilistiche, che ha omaggiato Rosse leggendarie come la F40 e la 308 GTB. La si è potuta ammirare lo scorso weekend al Concorso d’Eleganza di Villa d’Este: la sua base costruttiva è la 488 GTB, di cui viene sfruttato in primis il motore, un V8 3.9 biturbo da 670 Cv abbinato al cambio doppia frizione a 7 marce.

Fin qui, tutto regolare. Ma la vera particolarità sta nel look, soprattutto quello della fiancata, dove la presa d’aria laterale della 488 GTB è stata nascosta grazie alla “carrozzeria ripiegata su se stessa”, come si legge nel comunicato Ferrari. Specifici pure i gruppi ottici anteriori, mentre davanti non c’è lunotto ed il cofano in fibra di carbonio ha tre lamelle che servono a disperdere il calore generato dal V8. Lo spoiler posteriore, infine, “confluisce senza soluzione di continuità nel parafango e nel diffusore aerodinamico sottostante”, creando quasi una cornice attorno al volume della coda. Il prezzo? Top secret anche quello, ma parliamo di cifre a sei zeri.

Cayman e Boxster Gts. Le “piccole” 718 di casa Porsche

Motoristicamente parlando, si definisce downsizing la tendenza a ridurre le cilindrate per contenere consumi ed emissioni inquinanti. Un trend che non ha risparmiato nemmeno Porsche, che con i modelli 718 Boxster e 718 Cayman (rispettivamente spider e coupé), ha introdotto inediti propulsori boxer a 4 cilindri turbo in luogo dei precedenti 6 cilindri aspirati, con cubature sensibilmente ridotte che in passato.

Ultima evoluzione dei modelli 718 è la versione Gts, spinta da un motore da 2,5 litri capace di ben 365 Cv di potenza massima e 430 Nm di coppia motrice. Specifica per la Gts anche la taratura di sterzo e assetto (con sospensioni attive), maggiormente votati alla sportività. A perdere, semmai, è l’orecchio, orfano del bel sound del precedente frazionamento. Se non altro l’impianto di scarico sportivo migliora la situazione.

Va detto, comunque, che il quadricilindrico sale di giri che è un piacere, ha un’erogazione lineare e “piena”, specie dopo i 2.500 rpm.

Su strada, ciò che piace subito delle 718 Gts è il cambio automatico doppia frizione Pdk (costa altri 3.300 euro): massimizza le prestazioni, è rapidissimo nei cambi marcia ed è appagante in ognuna delle modalità di guida disponibili, pure quando si richiamano i suoi 7 rapporti tramite i comandi al volante. E anche le prestazioni sono stellari: le Gts scattano da 0 a 100 km/h in 4,3 secondi e toccano una velocità massima di 290 km/h. Consumi? Circa 10, 11 km al litro non sono difficili da raggiungere, a patto di non farsi prendere la mano dall’acceleratore.

Ma, al di là dei numeri, ciò che convince è la dinamica di guida: l’architettura a motore centrale rende le 718 estremamente neutre nelle reazioni, con un inserimento in curva fulmineo che, però, non innesca “spiacevoli” sovrasterzi. Tenuta di strada e stabilità sono elevatissime e impressiona la capacità di trazione, persino su fondi viscidi, grazie al sistema Torque Vectoring con blocco meccanico del differenziale posteriore. I freni sono all’altezza del resto, con una modulabilità di riferimento. Nonostante le credenziali sportive e i cerchi da 20”, l’assetto rimane vivibile persino sulle disastrate strade nostrane.

All’interno, un trionfo di pelle e Alcantara, è presente l’infotainment con touch-screen compatibile con smartphone. La vettura è bassa, certo, ma l’accessibilità non è sacrificata: la posizione di guida è sportiva, con le gambe semidistese, ma non affatica. Mentre se si deve passare a fare la spesa il bagagliaio anteriore e quello posteriore garantiscono una volumetria da berlina media.

Prezzi? Si parte da 79.424 euro.

Anima black e rabbia: è Fantastic Negrito

Dal brivido provocato dal soffio gelido della morte all’orgoglio di un successo ottenuto in modo insperato è un attimo. Fantastic Negrito, nome d’arte di Xavier Amin Dphrepaulezz, dopo un incidente d’auto rimane in coma per tre settimane, a cui seguono anni di terapie e riabilitazione. Le probabilità di tornare a suonare sono ridotte al lumicino. Ha problemi alle braccia e i medici non gli offrono grandi speranze. Ma è quando nasce suo figlio che Fantastic Negrito ritrova la forza per riprendere in mano la chitarra e, soprattutto, le redini della sua vita. Si fa conoscere al grande pubblico con The last days of Oakland , in cui spazia dal blues all’r’n’b, dal roots al rock, col quale si aggiudica numerosi riconoscimenti. Ora torna con un nuovo album, in uscita il 15 giugno, dal titolo eloquente: Please Don’t Be Dead. Composto da 11 brani e anticipato dal super singolo Plastic Hamburgers, è un disco arrabbiato e dall’anima black ma variegato che celebra una sopravvivenza combattuta con tenacia. Qualcosa che conosce fin troppo bene.

“Forse sono scemo, ma odio le canzonette”

“Je song’ nato cca e ccà voglio resta’, chi se ne fotte e ll’America”. Canta James Senese nel ritornello de Ll’America, canzone che Edoardo Bennato gli ha “cucito addosso come un sarto.” James è un figlio della guerra, nato nel 1945 dall’amore tra un soldato americano e una giovane di Miano, periferia nord di Napoli, dove James è nato, cresciuto e ha scelto di restare.

Per Bennato “il suo modo di cantare è irraggiungibile, come il suo modo di stare sul palco e il suono del suo sassofono”. Ll’America è uno dei tre inediti registrati in studio di Aspettanno ‘o tiempo, doppio cd live dei successi della band, con cui l’anima dei Napoli Centrale festeggia cinquant’anni di carriera. Carriera iniziata nel 1968 con il gruppo di cover ritm&blues, The Showmen, con cui vinse il girone B del Cantagiro con Un’ora sola ti vorrei. In seguito alla scelta solista del cantante Mario Musella, morto prematuramente nel 1979, James e il batterista Franco Del Prete aprirono un nuovo capitolo e nacquero i Napoli centrale. Gruppo d’avanguardia che esordì nel 1975 con l’omonimo disco che conteneva la famosa Campagna. Un sound nuovo in Italia, che strizzava l’occhio al jazz di John Coltrane e Miles Davis e alla fusion dei Weather Report, ben innestato nella tradizione napoletana.

In questi cinquant’anni c’è qualcosa che non rifaresti?

Non ho mai fatto bagarie (situazioni non buone, ndr) quindi rifarei tutto. L’unico rimpianto è Mario, se avessi saputo che stava per morire l’avrei salvato. Per me era un fratello, avevamo gli stessi valori e la stessa storia. Meritava molto di più, non si può morire a 34 anni.

C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare?

I sacrifici sono stati tanti e qualche volta ho pensato di ritirarmi su un’isola, ma poi è più forte di me, senza musica non potrei vivere.

Ora cosa dobbiamo aspettarci?

Sto già lavorando al disco nuovo, ma mi devo far capire.

In che senso?

Il sistema ci fa ascoltare solo le canzonette. Spesso mi chiedo perché la musica che arriva a tutti a me non piace e penso di essere scemo, ma la gente non vuole capire, la verità non è per tutti.

“La sfida è attirare l’attenzione zero degli adolescenti”

Smadonnava accogliendo le proteste per le bollette troppo care. “Ho passato cinque anni in quel call center. Ricevevo le telefonate dei clienti incazzati: un lavoro che ti spegne il cervello. Così cambiai mansione, diventai il formatore dei nuovi assunti. Una platea cui non fregava un cazzo di quel che dicevo. Lavorai sulla mia comunicazione: dovevo tenerli inchiodati”.

Fu lì che nacque Willie Peyote, al secolo Guglielmo Bruno, un 33enne torinese non-si-sa-cosa ma certamente di genio. Riduttivo definirlo un rapper da sold-out in una scena che sforna miserelli come Young Signorino; ma non è neppure un cantautore tout-court, anche se ha molto cantato Gaber: “E mi piacerebbe, se il Maestro fosse vivo, ridefinire con lui il concetto di partecipazione. Una volta era un’azione in 3D, una manifestazione, un dibattito. Oggi ti limiti a scrivere su Fb che sei incazzato, ma è solo uno stato d’animo in area virtuale”. Nella contagiosa muscolarità della musica di Willie convergono trap, soul e indie rock, consapevolezza sociale e residui di nichilismo punk. Canzoni vorticose e ricche di senso. Un Jovanotti 2.0, con un’unghia di rabbia in più. Un anno fa andò ospite da Fazio con la vertiginosa “Io non sono razzista ma…”, e si attirò gli strali di Belpietro che su Libero gli dedicò un indignato editoriale in cui lo accusava di aver dipinto l’intera popolazione italiana come xenofoba: “La sua reazione è una medaglia che mi sono appuntato al petto”, ghigna Peyote. Quattro album, una maturazione compiuta con Educazione sabauda e il più recente La Sindrome di Tôret, che mischia nel titolo una patologia neurologica e le fontanelle torinesi. “Cerco di sparigliare: è una sfida attirare l’attenzione degli adolescenti, che hanno una concentrazione nulla per le troppe sollecitazioni del web. Del resto, si dice in un mio pezzo, già Platone ricordava come ‘i giovani di oggi siano pigri…’. E invece di scrivere di puttanate fantasy come tanti miei colleghi, canto di nomi come Sindona: se qualche millennial vorrà esplorare gli angoli bui della storia d’Italia, il mio lavoro non sarà stato vano. E occhio: io non voglio dare soluzioni ai loro interrogativi, ci sono già troppi pensatori che hanno un mucchio di risposte ma si fanno poche domande”. Sui divi della scena rap-trap-pop l’irregolare Willie ha pareri non convenzionali: “Non mi disturba Sferaebbasta quando sul palco del Primo Maggio ostenta due Rolex: è la rivalsa di chi è nato povero, uno dei mille zarri di periferia che hanno intrapreso questo viaggio, molto americano, di emancipazione. Sono peggio quei due che satireggiano sui comunisti con il Rolex: quello è un insulto stupido, gratuito, diseducativo”. A Willie basta un verso per fulminare gli scettici. ‘Faranno le riforme su Twitter, che è un po’ come fidanzarsi su Tinder’. “Già. È un’app creata per scopare, e tutti vanno a cercarci la donna della vita. Come entrare in un fast food e chiedere l’astice. Io preferisco rischiare il due di picche sul campo. La politica é lo stesso: quei 140 caratteri tolgono profondità a ogni cosa”.

Al cinema l’Italia è un Paese per vecchi (o meglio, per vecchie)

Mors tua sala mea. Se l’aumento del consumo theatrical, ovvero del cinema in sala, da parte dei pubblici più anziani attraversa tutti i mercati occidentali, tra i profili degli spettatori over 60 italiani spicca quello delle “nuovamente single”: donne separate o vedove “molto orientate alla dimensione relazionale e alle attività outdoor, al fine di evitare strategicamente situazioni di solitudine e marginalizzazione”.

Insomma, rimpiazzare il caro estinto, defunto o divorziato che sia, con un divo del grande schermo fa tendenza, e la promiscuità è cosa di tutti i giorni: “Le nuovamente single passano senza difficoltà da film di cassetta a film indipendenti, richiamate dal battage pubblicitario e dalla eco sociale delle pellicole”.

Anche per il cinema, dunque, l’Italia è un paese per vecchi, e ancor più vecchie: dal 2001 al 2016, si evince dal Rapporto Cinema 2018 edito da Fondazione Ente dello Spettacolo, i 65-74enni che vanno al cinema sono aumentati dell’11,5%, i 60-64enni del 12,3%. Prediligono – osserva la studiosa Mariagrazia Fanchi – film nazionali, sono abitudinari, tendenzialmente onnivori, con uno spiccato interesse per i classici, e fortissimi nel passaparola.

Anche produttori e distributori se ne sono accorti: scommettiamo che i grey hair pics, titoli per il pubblico più maturo quali il successo Marigold Hotel o 45 anni, daranno sempre più filo da torcere ai teen movie?

“Racconto l’amore verso un’anomalia del nostro sistema”

Ascolti Pupi Avati e vieni travolto da un’ondata di aneddoti, storia e disincanto. Stasera, su Rai1, andrà (finalmente) in onda il suo ultimo film. Si intitola Il fulgore di Dony ed è stato girato un anno e mezzo fa per Rai Fiction. Verrebbe da pensare che tutta questa attesa sia dipesa dal tenore dell’opera, tanto intensa e riuscita quanto poco edificante e buonista. Non proprio in linea con le prime serate rassicuranti che imperversano nel servizio pubblico. Fine osservatore dell’umanità a partire dai dimenticati, Avati racconta la storia d’amore tra un’adolescente e un ragazzo che subisce un gravissimo trauma cranico. Mentre tutti (a parte la madre) lo abbandonano, Dony dedica la sua giovane vita ad accudirlo e amarlo. Del cast fanno parte Ambra Angiolini, Giulio Scarpati, Andrea Roncato e un solitamente bravo Alessandro Haber. Molto intensa l’interpretazione dei due giovani protagonisti. “Il fulgore di Dony” è un film doloroso e dolcissimo.

Da cosa nasce una storia così “spietata”?

Mi sono domandato se ci fosse ancora spazio per l’ennesima storia dell’amore. Alla fine mi sono detto di sì, ma quello spazio è al di fuori di ogni retorica. Infatti racconto la storia di una ragazzina qualsiasi che riesce a trovare l’amore incontrando un’“anomalia del sistema”.

Un ragazzo malato e dimenticato.

È un film sulla cultura dello scarto che domina questo tempo. Viviamo in una società opportunistica, che non concede spazio agli ultimi ed eleva a dogma il numero: quanto vende il tuo libro, quanti ascolti fa il tuo programma. Della qualità, e men che meno della sensibilità, non si ha neanche voglia di parlare più.

Perché Dony sacrifica tutto per Marco?

Nel momento in cui si innamora, Dony dà un senso alla sua vita. Lo capisci solo quando sei vecchio, ma il senso della nostra vita risiede nel prossimo. Il senso della mia vita è mia moglie. Mi ha visto stronzo, ubriaco, insopportabile: mi ha visto al mio peggio. Il suo sguardo è l’hard disk della mia vita.

Nessuno capisce l’amore di Dony. Neanche i genitori.

Non è facile essere genitori di un’adolescente che pare sacrificare la sua vita per un malato terminale. Quando sei genitore, vuoi il meglio per tuo figlio. Spero che questo film serva a porsi anche solo il problema di come ci rapportiamo agli altri.

Cosa la affascina di Dony?

La dimensione sacrale della sua scelta. Cerco da cinquant’anni di fare un cinema anacronistico, indipendente dalle scorciatoie e dallo sguardo dominante. Ai salotti e alle mode ho sempre preferito l’osservazione dell’emarginazione.

Anche quando lavorava con Pasolini in Salò?

Lavorare con Pasolini significava frequentare le feste e i salotti con Laura Betti, Moravia, Bellocchio. Se non mi fossi staccato da loro, avrei perso la mia dimensione provinciale e mi sarei “pappagallizzato”. Avrei perso la mia unicità, bella o brutta che sia. Ricordo che, una sera, parlai con affetto di una mia parente stretta democristiana: non mi hanno invitato mai più. È stata la mia forza ed è ancora la mia debolezza.

Lei insiste molto sul concetto di emarginazione.

Sono uno di quelli che, alle feste, non venivano mai invitati a ballare. E allora me ne stavo in disparte a osservare gli altri. È lì che ho imparato a registrare tutto. I narratori non sono quelli che vivono appieno, bensì quelli che guardano il mondo senza viverlo. È come la teoria del soccombente. Dopo un incontro di boxe, quello che si ricorda tutto è lo sconfitto. Il vincitore va a festeggiare e scopare: dimentica tutto. Invece quello che va al tappeto se ne sta lì a rimuginare in eterno. È così anche per le guerre: i grandi narratori sono gli sconfitti, mica i vincitori.

L’ha sempre pensata così?

Mi ha aiutato Ugo Tognazzi. Venivo da due film disastrosi e lui era l’attore più pagato del momento. Si innamorò di una mia sceneggiatura, che peraltro lesse per caso, e volle lavorare gratis per me. Quando si presentò, per prima cosa mi raccontò del tutto gratuitamente una cosa molto imbarazzante. Una sua debolezza. Le grandi persone si raccontano sempre attraverso le loro ferite. Così, come in una partita a poker, mi sentii a mia volta in dovere di rilanciare con una debolezza altrettanto imbarazzante. Ogni volta facevamo a gara a raccontarci le nostre sconfitte. Ciò ha cementato la nostra amicizia. E mi ha insegnato tanto.

C’è, nelle sue parole, una sorta di serena malinconia.

Accade quando si scollina dall’età matura alla vecchiaia. È lì che smetti di essere egoriferito e vieni visitato da un sentimento che ti migliora: la vulnerabilità. Ce l’hanno solo i bambini e i vecchi. Oggi osservo tutto e piango per niente. Quando ogni cosa si restringe, è la sensibilità ad ampliarsi. E con essa la vulnerabilità. Di colpo ti avvicini al tuo essere bambino. Ripensi ai tuoi genitori. Ti senti come dentro Il posto delle fragole di Bergman. E capisci che, se sei fortunato, la vita può essere un bellissimo cerchio che si chiude.