Madrid vince tutto Barcellona addio…

Se fosse un verso, uno solo, sarebbe quello cantato da Placido Domingo, senza distinzioni di colori e di rivalità: “Madrid, Madrid, Madrid ¡Hala Madrid! Y nada más Y nada más ¡Hala Madrid!”. Madrid, e nient’altro. Lo sport – con tre vittorie europee, due di calcio e una di basket – ha riconsegnato, come spesso accade e come accadde con Italia 90 per la prima Germania unita dopo il Muro, una nazione spagnola con una capitale: Madrid, dove si parla castigliano e la festa di San Isidro spalanca l’estate. Perché a Madrid c’è anche l’inverno, e fa pure freddo assai e dunque ci si rintana nelle birrerie dei vicoli stretti del barrio de las letras, lì vicino a casa Cervantes. In un anno di tensioni e anche di piccinerie politiche, dove il sole splende sempre, Barcellona ha conquistato l’indipendenza che non desiderava: la subalternità da Madrid. Il Real ammassa l’ennesima Champions, l’Atletico si riprende la sua dimensione e la sua Europa League e, in agosto, si ritrovano per la Supercoppa; l’altro Real ha riposto in bacheca la coppa più prestigiosa della pallacanestro. Si ripetono i cortei celebrati in zona la Mallorquina, dove conviene pagare un euro per una gustosa “napolitana” alla crema. Anche se il governo traballa e Cristiano Ronaldo può abbandonare la camiseta blanca: tranquilli, no pasa nada. Perché si vince.

Stadi inutili e milioni agli amici il Mondiale è sempre un affare

Mar Baltico, Kaliningrad. Un pezzo di Russia fuori dai confini blindati della fortezza di Putin, stretta tra Polonia e Lituania. L’ultima cattedrale nel deserto è il nuovo stadio di quest’enclave con meno di 500mila abitanti. I Mondiali stanno arrivando e nella città natale di Kant – all’epoca si chiamava Konigsberg – molti sono critici: cosa se ne faranno di due stadi, senza avere nemmeno una squadra nella serie A russa, quando tutto sarà finito?

Sarebbe stato più economico rimodernare il vecchio stadio, uno dei più antichi d’Europa, costruito nel 1900. Si chiamava come il benefattore che l’aveva finanziato, Walter Simon, ebreo. Durante l’occupazione nazista quindi divenne l’Erich Koch arena, poi ribattezzato Baltika dai sovietici. Ai russi di oggi non interessa più il passato e ne hanno costruito uno nuovo, insieme ad altri 11 nelle altre città della Federazione che ospiterà la Coppa del Mondo.

Il nuovo Kalinigrad stadium, 35mila posti per 4 partite, è costato quasi 300 milioni di euro, soldi nevicati dalle casse del Cremlino nelle tasche di Aras Agalarov e del suo Crocus group. Già uno degli uomini più ricchi di tutte le Russie, Agalarov è l’imprenditore che nel 2013 organizzò il concorso di Miss Universo a Mosca con Trump. I suoi tentacoli finanziari vanno dall’Azerbaijan agli Usa, ma partono dalle stanze del Cremlino. Fu a lui che Trump, tre anni prima di vincere le elezioni, consegnò la lettera destinata a Putin dove gli chiedeva di incontrarlo. Se Agalarov l’abbia mai consegnata non si evince ancora dalle indagini del Congresso Usa, è certo solo che i due non riuscirono a stringersi la mano.

La politica del calcio, il gioco della politica. “I regimi autoritari amano i mega-progetti sportivi. Enormi somme vengono erogate dai budget, è pane e circensi allo stesso tempo”, ha detto Ilya Shumanov, direttore del gruppo anticorruzione Trasparency International. Panem et circenses nella Russia 2018 si direbbe chleb e Mondiali, ma anche Olimpiadi. Quelle di Sochi 2014 sono costate 8 volte di più di quanto dichiarato ufficialmente, secondo Aleksey Novalny. Per il blogger la cifra definitiva si aggira intorno ai 48 miliardi, ma questo era 4 anni fa. Per i costi reali di questi Mondiali dobbiamo attendere il fine partita.

La cittadinanza all’eroe nero

Mamoudou Gassama, il 22enne sans-papier maliano ribattezzato “Spider man” dopo aver salvato a Parigi un bimbo di 4 anni appeso al balcone di un appartamento al 4° piano, è stato ricevuto all’Eliseo dal presidente Macron, che gli ha annunciato la concessione della cittadinanza francese. Ansa

Macron paciere conquistatore elezioni per lo scippo petrolifero

Mentre lungo la costa meridionale del Mediterraneo in Libia le milizie continuano a farsi la guerra, arrivano a Parigi arrivano i protagonisti della diplomazia libica per discutere una roadmap unica che dovrebbe mettere fine al caos. Almeno sarebbero i buoni propositi del presidente Macron che ha convocato il summit invitando attori libici e internazionali coinvolti nella crisi del paese nordafricano.

A Derna, città dell’estremo oriente della Libia, si continua a combattere e tra le vittime si contano decine di civili, mentre nella capitale Tripoli si vocifera di una coalizione importante di milizie che starebbe architettando un nuovo assalto contro il palazzo presidenziale del premier Serraj proprio per vendicare il silenzio con cui le istituzioni di Tripoli hanno risposto ai bombardamenti su Derna portati avanti dal generale Khalifa Haftar, l’uomo che da 4 anni si propone come l’unico vero paladino contro i fondamentalisti islamici. “Serraj neanche parla di Derna”, è il commento a caldo di un ingegnere di Tripoli al Fatto. Sui social media tante sono le critiche indirizzate anche verso l’Onu per non aver condannato i bombardamenti aerei di Haftar. “Sono usciti finalmente allo scoperto – ha continuato la fonte – non prendere posizioni contro i bombardamenti a Derna dove Haftar sta uccidendo civili con la scusa di dare la caccia ai fondamentalisti, dimostra che Serraj e tutto l’apparato messo in piedi dalle Nazioni Unite è con il generale”.

Non è la prima volta che Macron tenta di conquistare la leadership della diplomazia sulla Libia. Anzi, il primo tentativo lo fece qualche giorno dopo la sua elezione chiedendo a Haftar e Serraj di stringersi per la prima volta la mano a Parigi. L’operazione andò a buon fine, ma questo portò ad un’accelerazione da parte di Roma per riconquista delle posizioni sul fronte della propria ex colonia, e Gentiloni firmò il Memorandum di Intesa con la Libia. Con l’Italia in piena crisi politica, questa volta Macron pare avere il campo libero, e le critiche che giungono dall’Italia paiono assai sterili.

Khalifa Haftar si propone come capo dell’esercito della nuova Libia, mentre a Serraj viene garantita la legittimità di governo fino a nuove elezioni. E le nazioni Unite restano il principale mediatore per far tenere il voto entro l’anno.

Tuttavia l’Ovest non ha intenzione di cedere il passo a Haftar, Serraj e l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ghassam Salamè hanno perso completamente credibilità glissando sulla morte dei civili a Derna. E a Tripoli si vocifera di un imminente attacco contro il palazzo presidenziale da parte di una coalizioni di gruppi armati che vede insieme diverse città della Tripolitania.

I camionisti bloccano il Brasile: la strana alleanza con gli imprenditori

È ancora presto per dire se lo sciopero dei caminhoneiros, che da 8 giorni immobilizza il Brasile sia terminato. Domenica, il governo del presidente Michel Temer ha ceduto ulteriormente alle rivendicazioni degli autotrasportatori, tra cui la principale, la riduzione e congelamento per 60 giorni del prezzo del diesel. Il movimento dei caminhoneiros è diventato il simbolo di un’inconsueta alleanza tra lavoratori e imprenditori di destra e di sinistra, uniti dall’insoddisfazione contro il governo, ormai in caduta libera a pochi mesi dalle presidenziali del 7 ottobre. Il movimento si è allargato rapidamente on line, dopo che il governo ha ignorato ripetutamente gli appelli degli autotrasportatori sulle difficoltà tra economia stagnante e continui aumenti fiscali applicati sul prezzo del diesel. A maggio le aliquote sono state ritoccate 10 volte non solo dal governo, ma anche dalla nuova gestione neoliberale di Pedro Parente, presidente della società statale Petrobras profondamente ristrutturata dopo lo scandalo di corruzione della Lava Jato. E da domani dovrebbe iniziare lo sciopero proprio nel settore petrolifero.

Il governo accusa gli imprenditori di impedire ai camionisti di lavorare, nel tentativo di ottenere sgravi fiscali sulla produzione ridotta a causa della crisi. Il movimento si è mostrato sin dall’inizio eterogeneo, decentralizzato e non organizzato sotto le consuete sigle sindacali – tanto che il governo lo ha paragonato alle “primavere arabe” e agli indignados spagnoli, ma in pochi giorni, il governo Temer è stato soggiogato dai camionisti attraverso la strategia dei blocchi autostradali che hanno impedito il transito nelle principali arterie autostradali privatizzate che, secondo gli autotrasportatori, sono anch’esse responsabili del lievitare dei prezzi e del costo della vita. Il governo ha ordinato a Polizia federale ed esercito di rimuovere i blocchi con la forza. Nonostante i disagi a causa della serrata (benzina quasi introvabile in tutte le principali città, trasporti pubblici a singhiozzo, scarsezza di cherosene negli aeroporti, voli cancellati e penuria di alimenti e medicine negli ospedali – la categoria riceve appoggio da popolazione, sindacati e maggior parte dei candidati alla presidenza.

Il delfino e l’anti-sistema la Colombia vede rosso

Il delfino di Alvaro Uribe dovrà passare per il ballottaggio di domenica 17 giugno per garantire la stabilità dell’aristocrazia oligarchica e delle grandi multinazionali in Colombia. Ivan Duque, 42 anni leader del partito di destra Centro democratico, il nuovo uomo forte della Repubblica sudamericana, si è dovuto accontentare di un successo parziale, raggiungendo il 39% dei voti. Per far saltare il banco avrebbe dovuto superare quota 50%. Non ci è andato neppure vicino. Tra tre settimane se la dovrà vedere con un altro candidato particolare, l’ex sindaco di Bogotà Gustavo Petro, membro del gruppo rivoluzionario M-19, molto attivo negli anni 70 e 80. Petro è la fotocopia di Nicolàs Maduro, il presidente venezuelano rieletto la settimana precedente nonostante il boicottaggio delle opposizioni e le accuse di brogli. Il candidato della sinistra radicale colombiana, ispirato dal chavismo e disposto a strizzare l’occhio ai resti delle Farc, il partito-guerriglia di ispirazione marxista, nonostante l’accordo di pace stipulato con l’ex presidente Juan Manuel Santos (premiato col Nobel per la Pace nel 2016) ha preso appena il 25% dei voti. Petro è stato oggetto delle minacce di morte di Jhon Jairo Vèlasquez, l’ex sicario del criminale Pablo Escobar. In una sua intervista di qualche tempo fa all’inviato de Le Iene, ‘Popeye’, il suo nome di battaglia, aveva ammesso la sua responsabilità in ben 257 omicidi.

Quello che per la sinistra sembra un risultato disastroso, potrebbe trasformarsi, al contrario, in un segnale di cambiamento epocale per la Colombia, da sempre ancorato al conservatorismo delle élite e dei potentati militari di ultradestra. A una incollatura da Petro, infatti, si è piazzato lo stimato professore universitario Sergio Fajardo, il quale avrebbe già aperto a un eventuale apparentamento in ottica ballottaggio. Col suo risultato eccezionale e non pronosticato, 24%, l’ex sindaco di Medellin, la città dei ‘cartelli’ della droga, potrebbe giocare un ruolo chiave.

Se bastasse un semplice calcolo matematico, alla sinistra mancherebbe davvero un pugno di voti per scrivere una pagina davvero storica nel Paese a essa storicamente più ostile. Considerato lo scenario geopolitico della regione, con centinaia di migliaia di venezuelani entrati nel Paese dal varco di Cucuta e altrettanti in procinto di farlo, molti avrebbero scommesso su un possibile successo secco di Duque. Così non è stato. Il vento del fallimento della memoria di Hugo Chavez, affossata da Maduro, ha cambiato direzione o forse è servito a rafforzare una coalizione pronta a giocare il ruolo della vittima sacrificale. Nessuno si aspettava, ad esempio, il tonfo dell’altro candidato della destra, stavolta più moderata, German Vargas Llera, spinto dall’ex presidente Santos e arenato attorno a un disastroso 7,5%.

Evidentemente l’accordo di pace stipulato con la Forza armata rivoluzionaria colombiana (Farc) è stato un boomerang. I colombiani non dimenticano le violenze dei paramilitari, soprattutto durante il periodo uribista.

Dopo una lite uccide la figlia, dà fuoco alla casa e si toglie la vita

Ha ucciso la figlia 18enne con una coltellata alla gola, poi ha dato fuoco alla loro abitazione e infine si è tolta la vita lanciandosi nel vuoto. Tragedia familiare a Cecchina, alle porte di Roma. Quando vigili del fuoco e carabinieri sono arrivati in via Francia per la segnalazione di un incendio si sono trovati di fronte a uno scenario ben diverso. Per entrare in casa hanno dovuto sfondare la porta, chiusa a chiave dall’interno. E proprio all’ingresso dell’appartamento c’era il corpo di Yasmine Seffahi, studentessa 18enne. La ragazza aveva una grossa ferita alla gola. All’esterno della palazzina è stato trovato il cadavere della madre Saliha Marsli, 43enne marocchina che lavorava in Italia come badante. Alcuni vicini hanno sentito le due donne litigare e hanno visto la madre arrampicarsi sulla tettoia per poi gettarsi giù. Rimangono da chiarire quali siano i motivi della lite sfociata in tragedia. Gli investigatori, oltre ai condomini, hanno sentito anche i compagni e i professori del liceo scientifico che frequentava Yasmine. La 18enne non aveva problemi scolastici, ma sembra che a qualcuno avesse confidato che nell’ultimo mese c’erano delle incomprensioni con la madre.

Denunciato per un post antisemita il fascista che imbarazza il sindaco

“Lurida razza di mercanti dal naso adunco”. Così aveva definito gli ebrei su Facebook. Per quel post la Digos di Genova ha deferito alla Procura Giacomo Traverso, uno dei leader del movimento di estrema destra “Lealtà e Azione”. Gli investigatori hanno fatto ricorso alle “Misure urgenti in materia di discriminazione razziali, etnica e religiosa” previste dalla legge Mancino del 1992.

Ma l’episodio ha riacceso a Genova le polemiche per i contatti tra estrema destra e mondo politico. Traverso, infatti, era stato uno degli organizzatori della commemorazione dei caduti della Repubblica di Salò, avvenuta un mese fa con un seguito di accese polemiche per la partecipazione del consigliere comunale di Fratelli d’Italia Sergio Gambino (con tanto di fascia Tricolore concessa dal aindaco Marco Bucci) e il consigliere regionale Angelo Vaccarezza (Forza Italia).

Non solo: Traverso è stato relatore a convegni insieme con l’assessore comunale della Lega, Stefano Garassino, e vanta contatti – anche su Facebook – con esponenti della destra politica cittadina.

Traverso ieri ha commentato: “Sconfesso chiunque attribuisca alle mie dichiarazioni un intento antisemita. Si è trattato soltanto di una presa di posizione contro la politica israeliana in Palestina. Le espressioni, pur forti, non avevano intento di fondare un discorso sull’appartenenza razziale”.

A Genova negli ultimi mesi sono stati numerosi gli episodi che hanno visto protagonisti giovani legati al mondo dell’estrema destra cittadina: un militante antifascista è stato accoltellato e un turista svizzero è stato preso a bottigliate. Di entrambi gli episodi sono stati accusati ragazzi legati al circolo di CasaPound aperto in città.

 

Coltellate in un circolo sportivo, ucciso calciatore dilettante “Aveva respinto un molestatore”

Una tragedia annunciata, causata da una lite che si trascinava da almeno un mese e non solo dall’alterco della scorsa notte in un locale, come si era immaginato all’inizio. L’omicidio di Nicola Della Morte, 23 enne calciatore dilettante originario di Chiavenna (Sondrio) ma residente a Sassari, assume i contorni di un regolamento di conti, ora che l’assassino, Daniele Ventriglia, arrestato dalla Polizia stradale insieme alla persona che lo accompagnava nella borgata sassarese di Ottava, ha confessato raccontando i particolari della vicenda.

Ottava è il piccolo mondo attorno a cui ruotavano le vite dei due ragazzi, quasi coetanei, ed è anche il nome della squadra di promozione dove il giovane calciatore – di professione impiantista – militava con passione e impegno, nonostante i risultati non proprio esaltanti della stagione sportiva: era stato lui a firmare il gol della bandiera nell’ultima partita di campionato che aveva decretato la retrocessione della squadra in seconda categoria, dopo il 3-1 col Codrongianus sul campo neutro di Nulvi, pochi giorni fa.

Della Morte si trovava insieme ai suoi compagni di squadra e ad altri amici nel locale circolo attiguo al campo di calcio quando è sopraggiunto Ventriglia, il quale, una volta arrivato, avrebbe cominciato a infastidire i presenti, disturbando in particolare alcune ragazze.

Ha poi cercato di attaccar briga con la vittima, che era invece intenzionata a chiudere la lite in modo pacifico. Dopo essere usciti dal locale, intorno all’una di notte, Ventriglia ha sferrato alcune coltellate al rivale, ferendolo a morte e fuggendo subito dopo. Il giovane è stato fermato nelle ore successive mentre, a bordo dell’auto di un amico che lo aveva convinto a costituirsi, si stava recando in Questura.

Prescritto l’ex sindaco Alemanno “Era meglio un’assoluzione, quell’indagine mi ha rovinato”

“Si è concluso un processo che non doveva mai cominciare”. Gianni Alemanno tira un sospiro di sollievo, ma a metà. Perché la sentenza emessa ieri nell’ambito di un’inchiesta per finanziamento illecito è un proscioglimento per sopravvenuta prescrizione. “Le assoluzioni sono sempre meglio – commenta con Il Fatto l’ex sindaco di Roma –, ma prendo questa sentenza come la chiusura di una vicenda che ha avuto conseguenze pure sulla mia vita politica. La notizia dell’indagine uscì nel 2013, creandomi problemi in campagna elettorale. E vinse Marino”. Ma con il 63,9 per cento dei voti.

L’indagine riguarda un versamento di 30 mila euro ricevuto per le elezioni regionali del 2010, per la Procura, “mascherato” da falso sondaggio. Secondo i pm, il denaro, scaturito da false fatture, sarebbe stato impiegato per incaricare una società specializzata ad effettuare il sondaggio e portare a termine l’operazione di “telemarketing politico” a favore del listino dell’ex presidente della Regione Lazio, Renata Polverini (indagata in un primo momento, è stata archiviata).

L’indagine prese le mosse dalla denuncia di un ex amministratore unico di Accenture Spa. “Non sono stato percettore di nulla. Durante il processo è stato evidente che non vi fossero prove”. Non per il pm Mario Palazzi che ha chiesto una condanna a un anno e 10 mesi. Alla fine è arrivata la prescrizione, mentre un ex manager di Accenture e i due funzionari sono stati condannati a 2 anni per false fatturazioni.

Ma per Alemanno i processi non sono finiti: è in corso in primo grado quello nato da uno stralcio dell’inchiesta “Mondo di mezzo”: è accusato di corruzione e finanziamento illecito per aver ricevuto – nel periodo 2012-2014 – 125 mila euro, in gran parte attraverso la fondazione Nuova Italia che presiedeva, da Salvatore Buzzi in accordo con Massimo Carminati. Ma Alemanno è ottimista: “Anche qui, nessuna prova”.