Il giudice Guglielmo Muntoni, ex presidente della 3ª sezione delle misure di prevenzione del Tribunale di Roma, è indagato per corruzione dalla Procura di Perugia insieme al suo ex collaboratore, l’avvocato Luca D’Amore. Indagano carabinieri e Gdf. La vicenda riguarda la riassegnazione di 40 bar e tabacchi sequestrati nel 2020 alla criminalità organizzata, nell’ambito delle indagini Babylonia e Babylonia 2. L’inchiesta nasce dagli esposti presentati da alcuni proprietari dei bar che poi furono assolti in Appello. Il Tribunale avallò la cessione di 21 esercizi commerciali alla Compendi Riuniti srl, riconducibile a un fondo cipriota, Nio Global Fund Limited. Successivamente la riassegnazione è saltata. All’epoca dei fatti tra i directors di Nio Job compariva il manager Max Pietro Maria Spiess, indagato a Latina per riciclaggio internazionale nell’inchiesta Arpalo, la stessa che coinvolge l’ex tesoriere di Fratelli d’Italia alla Camera, Pasquale Maietta. Fra i “secretary”, invece, c’era la Smc Med Trustees Ltd con cui collaborava Augusto Bizzini, anche lui indagato a Latina. Come già precisato dai legali del fondo, in favore di Spiess e Bizzini – che da mesi non hanno più collegamenti con Nio Job – il Riesame sostiene che “gli elementi indagati dagli inquirenti non sono sufficienti”. Muntoni per ora ha ricevuto solo un avviso di proroga indagini. Al Fatto, il giudice (oggi in pensione) spiega: “Sono sereno e con la coscienza a posto, il fondo era autorizzato a Napoli e io ho agito in coscienza e nell’interesse dei lavoratori delle società”.
Voleva 300mila dallo Stato: Tria ne pagherà 3mila
Voleva un risarcimento da 300 mila euro che non avrà mai. In compenso oltre a metterci una pietra sopra, dovrà pure sborsare 3 mila euro alla Presidenza del Consiglio a cui aveva fatto causa: l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria ha perso anche in appello il ricorso con cui aveva chiesto l’annullamento della decisione che gli era costata il posto di presidente della Scuola nazionale dell’amministrazione. Per vedersi sostituito con un commissario che gli era subentrato nel 2016 dall’incarico che ricopriva sin dal 2010 e per il quale aveva appena ottenuto la riconferma con la garanzia di ricchi emolumenti. Per il Consiglio di Stato non è stata violata alcuna norma e meno che mai la Costituzione: l’attuale consulente per i vaccini in salsa italiana del ministro Giancarlo Giorgetti ben poteva esser sostituito al vertice della Scuola e senza doversene lamentare più di tanto. A sentir i giudici, infatti, la decisione non ha arrecato “nocumento alcuno al prestigio e alla considerazione pubblica del ricorrente”.
“Aste truccate”: sotto inchiesta l’uomo di De Luca
Tre arresti, nove indagati in tutto, tra cui il presidente della municipalizzata ‘Salerno Pulita’ Vincenzo Bennet (nella foto). È il bilancio di un’inchiesta della Procura di Nocera Inferiore – pm Anna Chiara Fasano – su alcune curatele fallimentari intorno a cui si sarebbero consumate richieste di tangenti. Ne fa cenno Bennet in una registrazione clandestina, quando accenna a uno “zuppone di buon Natale”, ovvero le presunte pretese in denaro del presidente dei commercialisti nocerini Giovanni D’Antonio e dell’ex docente universitario Angelo Scala per non ostacolare l’impresa che si era aggiudicata i beni di un’azienda conserviera fallita.
L’indagine, parzialmente smontata dal Gip che ha negato gli arresti per la parte relativa a questo fallimento, ha fatto emergere un quadro comunque “riprorevole” all’interno del Tribunale di Nocera Inferiore, con nomine fallimentari anticipate da cancellerie colabrodo prima che i decreti divenissero ufficiali, e i legami tra gli indagati e un magistrato (non indagato in questa inchiesta).
Il sì dei deputati: ma non sanno che cosa votano
“Il voto del Parlamento sull’invio delle armi all’Ucraina è stato quasi unanime”. A rivendicarlo in conferenza stampa è stato Mario Draghi. Senza grande pathos, ieri la Camera ha approvato il decreto Ucraina, che prevede, oltre all’invio delle armi e equipaggiamenti, gli aiuti e le misure per l’assistenza ai profughi. Il provvedimento è passato con un alto numero di assenti: sono stati 231 i deputati che non hanno partecipato al voto. E ha ottenuto il via libera con 367 voti a favore, 25 contrari e 5 astensioni. La lista delle armi però non c’è: è secretata. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, l’avrebbe data al Copasir. Dunque, Montecitorio ha detto sì a un invio di cui non conosce i dettagli e i confini. Il governo ha motivato la scelta con la necessità di mantenere segreto l’elenco anche per non fornire vantaggi ai “nemici”. Quindi, i deputati hanno tecnicamente detto sì a forniture che loro personalmente non conoscono. Qualche voto contrario c’è stato. Tra chi lo ha dichiarato Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), i Cinque Stelle Segneri e Lorenzoni, l’ex M5s Dell’Osso. Mentre Stefano Fassina (LeU) si è invece astenuto. Che M5S sia il gruppo più in difficoltà in questa scelta si capisce anche dalle parole di Giuseppe Conte: “ C’è stato un ordine del giorno alla Camera promosso dalla Lega, che ha ricordato un impegno preso dall’Italia nel 2014 in un vertice Nato”, ha affermato a proposito dell’odg per l’aumento delle spese militari passato mercoledì sera. E poi: “È chiaro che non credo che i cittadini siano entusiasti che ci preoccupiamo di ribadire l’impegno sulla spesa militare, preferiscono si parli del caro bollette”. Ma – nonostante le difficoltà nel gruppo – il Movimento ieri ha detto un altro sì.
Che siamo in una situazione per molti versi già di guerra, l’ha ammesso il premier ieri, pur tenendo a mantenere toni tranquillizzanti, mettendo sul tavolo per la prima volta la parola “razionamento”.
“Putin non vuole la pace”, ha ribadito poi ieri. Proprio pochi minuti prima che il Segretario di Stato degli Usa, Blinken accusasse lo “Zar” di “crimini di guerra”. In filigrana, sembra che il premier ci tenga a rimarcare il proprio atlantismo. Non a caso ricorda di aver incontrato il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan (a Roma per negoziare con il alto responsabile della diplomazia del partito comunista cinese Yang Jiechi Sullivan). e “La mediazione Usa-Cina è importante”, dice. E annuncia il suo viaggio negli States entro i prossimi due, tre mesi. Si mette in scia, Draghi, per cercare di posizionare se stesso e l’Italia, dopo settimane di eclissi. L’Europa può fare di più? “Stiamo facendo moltissimo. Bisogna stare attenti: Zelensky chiede l’entrata delle forze Nato nello spazio aereo ucraino e questo non è possibile perché significherebbe entrare in guerra, è uno dei punti chiave all’interno della Nato e su cui c’è unanimità o quasi, a cominciare dagli Usa”. Martedì anche il premier sarà in Parlamento durante la video conferenza del premier ucraino. Equilibri complicati. Ma intanto rispondendo a una domanda se gli italiani debbano cambiare le proprie abitudini in tema di alimentazione e energia, ha risposto: “Non è ancora il caso” e per scongiurare tale ipotesi “prenderemo dei provvedimenti”. Va affrontata, per esempio, la questione dei prezzi cresciuti: “Noi dobbiamo prepararci a questa evenienza, ma da qui a lanciare l’allarme ce ne corre”. Però, “la sparizione temporanea dei mercati dei grani di Russia e Ucraina crea mancanze serie”. E “serve approvvigionarsi in altre parti del mondo”.
Oggi intanto il premier incontra a Roma il presidente spagnolo, Pedro Sanchez, e quello portoghese, Antonio Costa (in collegamento video ci sarà il greco Kyriakos Mitsotakis). Obiettivo: coordinarsi, anche per fare blocco rispetto alle resistenze della Germania. “Siamo convinti che sia necessario un tetto europeo al prezzo del gas”.
Le armi che inviamo a Kiev: la lista segreta
Alcune decine di lanciatori Stinger, e poi milioni di colpi 12.7 e svariate migliaia di bombe da mortaio 120. E ancora: mitragliatrici Browning, razioni alimentari da combattimento, migliaia di elmetti e alcune decine di lanciatori Milan. È parte dell’artiglieria che l’Italia ha deciso di spedire alla resistenza ucraina per difendersi dall’invasione russa.
Ieri è arrivato il primo sì del Parlamento al decreto Ucraina, che prevede, oltre all’invio di armi ed equipaggiamenti, gli aiuti e le misure per l’assistenza ai profughi. Due giorni fa, invece, è stato approvato a larga maggioranza un ordine del giorno che impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la difesa fino al 2 per cento del Pil (attualmente è all’1,22). Il che vuol dire che si passerà da “68 milioni a 104 milioni di euro su spesa giornaliera e da 25 a 38 miliardi ogni anno. Una scelta scriteriata”, ha detto Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, citando i dati dell’Osservatorio Milex.
Nei giorni scorsi, il governo ha deciso (scelta condivisa dal Copasir, l’organo parlamentare che controlla l’operato dei servizi segreti) di secretare la lista di armi che arriveranno a Kiev. Ma di cosa è composta l’artiglieria che l’Italia ha intenzione di spedire? Nelle settimane precedenti alcune indiscrezioni sono state pubblicate sulla stampa. Ora Il Fatto è in grado di rivelare qualche dettaglio, dopo aver visionato un documento in cui vengono elencati munizioni, missili e mitragliatrici. Vediamo dunque di cosa si tratta.
Gli esperti “armi funzionanti ma alcune un po’ obsolete”
Si parte dalla mitragliatrice MG 7.62 (numero che indica il calibro) 42/59, “un’arma automatica di reparto a corto rinculo di canna con chiusura geometrica a rulli”, con una “celerità di tiro” pari a “750–900 colpi al minuto”, che sono le caratteristiche elencate sul sito dell’Esercito. È un’arma che è stata introdotta in servizio proprio nel 1959 e adottata dall’Esercito italiano: troppo datata secondo alcuni addetti ai lavori, i quali ritengono come in realtà si tratti di una mitragliatrice di certo funzionante, ma un po’ obsoleta rispetto alle nuove tecnologie.
Continuando a scorrere l’elenco, ci sono poi anche oltre cento missili e alcune decine di lanciatori Stinger. Si tratta in questo caso di un’arma con un sistema “spara e dimentica”: ciò vuol dire che una volta premuto il grilletto il missile insegue l’obiettivo. Quello Stinger, si spiega sul sito dell’Esercito, “è un sistema d’arma missilistico terra-aria impiegato contro la minaccia aerea condotta alle bassissime quote”. Come raccontato dal Fatto qualche giorno fa, secondo una ricerca del 2 marzo scorso pubblicata dalla House of Commons Library, la stessa arma è stata spedita in Ucraina anche da altri Paesi: la Danimarca ha inviato 300 Stinger, la Germania 500, la Slovacchia 486. Per comprenderne la potenza è utile un video pubblicato sul sito di Repubblica: si vedono i missili terra-aria Stinger statunitensi in azione mentre abbattono due velivoli di Mosca.
Non solo missili Inviati 200 lanciarazzi leggeri
Nell’elenco dell’artiglieria che l’Italia ha deciso di spedire ci sono anche alcune decine di lanciatori e alcune centinaia di missili Milan (acronimo del francese Missile d’Infanterie Léger Antichar ovvero “missile anticarro per fanteria leggera”). Si tratta di un missile anticarro a medio raggio, già nella disponibilità dell’esercito italiano. E ancora: l’Italia spedirà alcune migliaia di elmetti militari, circa 5 mila giubbotti antiproiettile e quasi 200 missili C-c Mk72Law, ossia lanciarazzi leggeri sviluppati negli Stati Uniti a partire dagli anni 60.
Nell’elenco delle armi poi vengono annoverati anche alcuni milioni di colpi calibro 12.7 e alcune migliaia di mitragliatrici 12.7 Browning. Secondo quanto si spiega sul sito dell’Esercito, questo tipo di mitragliatrice fu “acquisita allo scopo di garantire un adeguato supporto di fuoco alla manovra delle unità terrestri in termini di volume, gittata e letalità d’ingaggio”. È un’arma a “tiro selettivo” (colpo singolo e raffica libera) e che può essere montata sia sui veicoli che sugli aerei.
“Le caratteristiche tecniche e balistiche della Browning – si spiega sul sito dell’Esercito – unite ai più moderni tipi di munizionamento (in grado di perforare a una distanza di oltre mille metri una lastra di acciaio balistico di 10 mm di spessore), ne fanno un’arma versatile e pienamente rispondente alle necessità operative”.
Nell’elenco visionato dal Fatto ci sono poi alcune decine di mortai da 120 (con svariate migliaia di bombe da mortaio). Su difesaonline.it, di questa arma si spiega: “Si è dimostrata un’arma estremamente efficace e versatile, specialmente nel teatro afghano, dove è stato impiegato innumerevoli volte a supporto del contingente italiano”. “La peculiarità di questo mortaio – aggiungono – è quella di sparare proietti stabilizzati per rotazione, invece che con alette (le quali aumentano l’attrito con l’aria riducendone conseguentemente la gittata)”. Sono armi queste ritenute efficaci contro i mezzi in posizioni difensive e che dunque potrebbero essere usate nelle aree urbane.
Decine di migliaia le razioni alimentari da combattimento
Infine le spedizioni in Ucraina prevedono anche colpi 7,62 e decine di migliaia di razioni alimentari da combattimento.
Le spedizioni che partono dall’Italia sono dirette dal Comando Operativo di Vertice Interforze (Covi) guidato dal Commissario straordinario, il generale Francesco Paolo Figliuolo. Per trasportare l’artiglieria sono state messe in atto misure di sicurezza straordinarie che cominciano nel momento in cui si recuperano le armi nei diversi magazzini, per poi verificare se sono funzionanti. Sarà poi la Nato a occuparsi della consegna logistica di mitragliatrici, missili, elmetti. Tutto sul territorio ucraino.
La lingua da serie tv che tifa guerra
Dal 1945 in poi la lingua della guerra è l’inglese, o meglio l’inglese americano, che non è la stessa cosa. Inghilterra e Stati Uniti si definiscono ironicamente come “due Paesi divisi dalla stessa lingua” e questa divisione è palese nel linguaggio strategico. La prima lingua della guerra è stata probabilmente quella cinese che possiede il corpus più antico e numeroso di letteratura militare che tuttavia si è diffusa soltanto in Oriente.
In Occidente la lingua della guerra è stata principalmente il greco, seguita dal latino e da alcune lingue derivate (italiano, francese e spagnolo) con incursioni del tedesco e del russo. Ma anche queste due erano derivate dalle lingue classiche ed erano costrette a semplificazioni e selezioni dei concetti in modo che il loro mondo potesse comprenderli. Nell’Impero austro-ungarico del 1908 su 52 milioni di abitanti, 12 milioni erano tedeschi, 10 milioni ungheresi, 8 milioni cechi e slovacchi, 5 milioni fra serbi e croati, 5 milioni polacchi, 4 milioni ruteni, 3,5 milioni rumeni, 2 milioni turchi, 1 milione sloveni e circa 1 milione italiani. Tutti questi, in varia misura, fornivano soldati all’esercito imperiale e i quadri di lingua tedesca usavano un linguaggio di caserma detto “il tedesco dell’esercito” articolato su non più di cento parole. Con l’espansione del colonialismo, si è affacciato l’inglese e soltanto a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale è esplosa la letteratura militare dell’american english piena di fantasia, giochi di parole, acronimi, sensazionalismo, tecnicismo, mercantilismo e fanatismo pseudo patriottico/religioso. Questo inglese della letteratura sulla guerra asseconda la voglia di farla: è immaginifico, come il linguaggio televisivo e cinematografico, e come questo tende a manipolare la gente; ma quando vuole rivolgersi a un pubblico più qualificato, veste i panni della scienza e della retorica nazionalista. In Ucraina la guerra parla inglese, quello delle canzoni rock, dei serial televisivi, dei contractor che da anni bazzicano da quelle parti. Quello dei proclami governativi in traduzione simultanea che parlano di armi e di eroi, dei comunicati della Bbc che incitano alla guerra e quello di Radio Free Europe/Radio Liberty che diffonde la narrativa americana in altre 26 lingue. Un inglese incomprensibile, ma intuitivo, che propone e commenta immagini blasfeme per molta parte della popolazione non più giovane che non approva i costumi occidentali intrisi di ambiguità, promiscuità, amoralità, così come non approva le croci celtiche e quelle uncinate tatuate sulla pelle dei loro figli e nipoti poveri imitatori di una cultura aliena e oscena. Sono questi vecchi che non lasciano l’Ucraina e conoscono altre croci. Quella latina, quella greca, quella ortodossa di Mosca e ora quella di Kiev. Tutte si riflettono nella loro personale croce: quella della guerra.
Le immagini di un video postato su Twitter da “fonti ucraine e che dovrebbero essere veritiere” come dice chi le diffonde (Sussidiario.net), mostrano della gente che si inginocchia sul bordo della strada al passaggio di un furgone che si dice stia trasportando il tesoro della cattedrale greco-cattolica di Santa Sofia di Kiev compreso il tabernacolo col Santissimo Sacramento in un posto “sicuro”, un “bunker segreto”. Alla prima osservazione, le immagini sono commoventi e di grande ispirazione, ma è alquanto improbabile che un furgone sia sufficiente a trasportare i tesori della millenaria cattedrale. E se si trattasse anche soltanto del carico dei valori più preziosi e del tabernacolo, bisognerebbe augurarsi che non fossero diretti a un bunker e non in Ucraina, meglio un caveau in Polonia. E questo dovrebbe essere un suggerimento per altri trasporti “eccezionali”: i bunker in guerra sono protetti dal cemento ma da nessuna legge, come invece lo sono le sei cattedrali di Kiev e gli altri siti storico-culturali. È vero che le chiese sono obiettivi facili da colpire e che le leggi possono essere facilmente violate da chi fa la guerra. Ben 113 chiese serbo-ortodosse anche di grande valore storico-artistico, sono state profanate e saccheggiate dai “patrioti resistenti “in Kosovo dal 1999 al 2004. Le rimanenti rimaste sane sono ancora sotto la protezione delle truppe. Ma è anche vero che il cemento più duro cede alle bombe e se non cede, ogni bunker ha una porta che si apre dal di fuori e dal di dentro. “Sono giunte informazioni che le truppe russe stanno preparando un attacco aereo sul santuario più importante del popolo ucraino dai tempi della Rus’ di Kyiv: la Cattedrale di Santa Sofia di Kyiv”, aveva fatto sapere negli scorsi giorni con massima urgenza il segretariato dell’arcivescovo maggiore di Kiev della chiesa greco-cattolica ucraina in Vaticano. E anche questo suonava strano: il complesso monumentale di Santa Sofia non è più luogo di culto religioso da diversi anni e non è greco-cattolica, ma ortodossa. La cattedrale greco-cattolica è nuovissima e nei suoi sotterranei ha rifugi quasi anti-atomici: posto migliore per proteggere l’Eucaristia, in Ucraina non c’è. Rimaneva il fatto che comunque si trattasse di una dimostrazione della grande fede religiosa e patriottica del popolo ucraino in un periodo di grande pericolo bellico. Fede e patriottismo sono inequivocabili anche senza il bisogno di processioni. Gli ucraini lo hanno sempre dimostrato anche quando la patria era la Russia e la Russia considerava, e considera, l’Ucraina come terra dei propri padri. Ma anche nel caso del tabernacolo si scorge un problema di lingua. Mentre il video si diffondeva in modo virale veicolato nella lingua della guerra, si scopre che è stato postato da un diacono cattolico inglese che lo aveva ricevuto da un altro diacono cattolico durante un forum di preghiera. Qualcuno ha scoperto che il video ritraeva un funerale di un eroe ucraino morto nel 2018, ma anche questo non era del tutto vero. Il video è stato messo su Youtube nel 2015, come dice Shannon Mullen della CNA – Catholic news agency – Washington, D.C. Mar 15, 2022 / 15:30 p.m., nel solito inglese che i vecchi ucraini non capiscono. A questo accertamento dei fatti qualcuno ha commentato con il nostro “vabbeismo”. “Vabbè l’importante è pregare”, qualcun altro ha detto “questo dimostra quanto facilmente l’essere umano si possa essere manipolato quando è preda delle emozioni”, in inglese. Hanno ragione entrambi. E la gente ucraina si predispone a subire un doppio martirio: quello del corpo a causa delle bombe e quello della mente a suon di emozioni.
Dietro le sparate di Biden, la lobby militar-industriale
A giudicare dalle sue ultime uscite, Joe Biden sembra voler fare la voce grossa. E, a meno che non si tratti di gaffe proverbiali, di creare più di un ostacolo al possibile processo negoziale.
A poche ora dalla notizia che Russia e Ucraina stavano discutendo di un piano basato su 15 punti il presidente statunitense ha alzato il clima della polemica bollando Vladimir Putin come “un criminale” e soprattutto ammettendo che gli Stati Uniti continueranno a rifornire di armi l’Ucraina. Come del resto hanno già fatto.
Ieri Biden ha alzato ancora il tiro definendo Putin un “dittatore omicida” e un “delinquente puro”. Il presidente russo, ha aggiunto Biden, sta combattendo una “guerra immorale” contro il popolo ucraino. Al momento in cui scriviamo non è ancora giunta la reazione di Mosca, ma è chiaro che questi toni non vogliono certo facilitare un processo negoziale.
Le dichiarazioni Usa fanno il paio con quelle del Segretario generale della Nato. Intervistato ieri dal Corriere della Sera Stoltenberg ha detto con molta chiarezza che “la Nato per anni ha fornito supporto agli ucraini, mettendo a disposizione equipaggiamento militare e addestrando migliaia di di truppe che ora sono in prima linea”.
Non è un segreto (tranne che per i giornalisti con l’elmetto che non vogliono stare a sentire di come la strategia Nato abbia influenzato il coro della guerra), Mosca lo sa benissimo e anche per questo ha deciso di muovere le truppe. Stoltenberg, del resto, non nasconde gli obiettivi futuri: “Rafforzeremo la nostra presenza a Est tra i paesi dell’Alleanza per prevenire l’escalation”. E ovviamente riforniremo di armi l’Ucraina.
Tutto molto logico se si accetta la logica di una contrapposizione sempre più forte e netta tra i due blocchi che si sono improvvisamente ricostruiti.
Ma dove porta questa strategia? Se i più avveduti analisti, a partire dalla scuola “realista” della politica statunitense, continuano a promuovere un’ipotesi, per quanto difficile, di dialogo e negoziato, questi toni fanno pensare ad altro. E negli Stati Uniti si parla apertamente di rivedere la Strategia nazionale di difesa.
Ne ha parlato, sia pure superficialmente, pochi giorni fa il portavoce della Difesa, John F. Kirby, in una conferenza stampa al Pentagono. Secondo il segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III la Cina rimane certamente “la sfida per il Dipartimento”, ha affermato Kirby. Ma il Dipartimento sta imparando diverse “lezioni” da quanto sta accadendo e riconosce anche che “ci sono altre minacce e questo include la Russia”.
Il problema riguarda la decisione assunta dagli Stati Uniti circa la capacità di sostenere contemporaneamente due conflitti strategici su scala internazionale. Da anni, come è stato anche definito nell’ultimo documento strategico, la politica di “contenimento” riguarda fondamentalmente la Cina che costituisce il principale “competitore strategico”. Ora anche la posizione sulla Russia deve essere riveduta con quel che comporta in termini di dislocazione delle forze armate e di impatto sulle spese militari.
“Torna la pax americana?” si chiedeva un articolo del Foreign Affairs di pochi giorni fa sostenendo che “l’aggressione di Putin ha creato una finestra di opportunità strategica per Washington e i suoi alleati”. In ballo c’è “un importante programma di riarmo multilaterale”. Il nodo della lobby militar-industriale ritorna con forza come al tempo della vecchia Guerra fredda. A febbraio Biden aveva chiesto al Congresso un bilancio annuale per la difesa pari a 770 miliardi, superiore di 17 miliardi a quello chiesto per l’anno precedente. Alla fine i miliardi di dollari sono stati 782,5 con 13,5 a disposizione dell’Ucraina.
“La diplomazia dell’Ue dovrebbe agire: adesso serve una conferenza”
“Una tragedia dell’Europa, un solco difficilmente colmabile”. È l’immagine che l’ambasciatore Umberto Vattani, che ha assistito in prima persona alla fine della Guerra fredda e alle speranze che si aprivano in quella fase, conserva di quanto sta accadendo.
Perché una tragedia?
Ero presente ai colloqui che si svolsero tra il 1990 e il 1991. C’erano figure come Kohl, Mitterrand, Thatcher, Andreotti e dall’altra parte avevamo Gorbaciov. Alla fine della Guerra fredda si sperava che con la caduta dei regimi comunisti si arrivasse a un diverso ordine in Europa. Si parlava di “casa comune”, di un sistema di sicurezza che venisse incontro alle esigenze di tutti. Si vedevano le basi di un’intesa, la glasnost e la perestroika alludevano a un sistema che anche in Russia portasse a un sistema più aperto. Si parlò anche di un piano Marshall.
Cosa non ha funzionato?
È mancato il dialogo. La diplomazia è nata per tenere buoni rapporti con il vicinato e bisogna discutere anche con i vicini più difficili, la geografia lo impone. L’Italia ha sempre fatto questo. Siamo un Paese che sta nel Mediterraneo, ma anche attento ai problemi dell’est, ci siamo preoccupati della Jugoslavia o del Medioriente. Mi pare che negli ultimi anni questo dialogo si sia impoverito e non si sia prestata attenzione a quel che poteva succedere. Un articolo dell’ex ambasciatore Usa Jack F. Matlock, nove giorni prima dell’invasione russa, spiegava che si trattava di una crisi annunciata e di una crisi evitabile.
Evitabile come?
L’aggressione contro uno Stato indipendente non è giustificabile, è un violazione grave del diritto internazionale, è un crimine. Detto questo, il compito della diplomazia è farla cessare, evitare che prosegua, che ci siano ulteriori escalation. La diplomazia europea dovrebbe agire così come sta agendo la diplomazia turca.
Cosa pensa delle ipotesi di accordi che si profilano?
Sento parlare di una neutralità dell’Ucraina: diciamo che ci saremo arrivati per la via più difficile. Le stesse analisi degli americani, si pensi ai rilievi di Kissinger del 2014, a esperti come William Kerry ma anche George F. Kennan o William Burns, direttore della Cia, sottolineavano la particolare situazione ucraina. Non erano voci isolate.
Cosa si può concretamente fare?
Ripeto, una aggressione non può essere in alcun modo giustificata, non ha nessuna attenuante. Ma quando si è verificata, il compito è quello di organizzare il dialogo, di agire insieme. Con le mediazioni, esercitando pressioni sulle due parti in modo da far cessare le ostilità e trovare una soluzione. Il compito della diplomazia è di organizzare delle conferenze dove si può esercitare la maggiore pressione sulle parti in conflitto.
Non crede che l’Italia sia ai margini dello sforzo diplomatico?
Al ministero degli Esteri non mancano le risorse, la dedizione e l’impegno. In Europa c’è sempre stata la tendenza ad agire della coppia franco-tedesca, ma noi abbiamo molto da dire. Sono convinto che a tutti i livelli siano in corso continue consultazioni con i partner.
Consegnare armi all’Ucraina ha reso più difficile il ruolo dell’Europa?
Aiutare la parte aggredita è spontaneo e immediato, ma contemporaneamente dovrebbe svolgersi una forte azione diplomatica per far cessare le ostilità. Non devi aggredire un Paese, ma quando scoppiano conflitti, soprattutto gravi come questo, oltre ai soccorsi bisognerebbe dare la parola ai diplomatici, possibilmente con il formato della conferenza. Trovarsi a un tavolo comune tra Russia e Ucraina e i principali Paesi europei consente di esercitare la massima pressione e far cessare le ostilità.
Troppi danni a Usa&C.: così il default russo è rimandato
La data del 16 marzo – raccontava la grande stampa – doveva esser quella del nuovo default della Russia. A quasi cento anni dall’ultimo default sul debito in valuta estera (quello del 1998 riguardava solo emissioni in rubli) la Russia avrebbe di nuovo subito l’onta di essere uno Stato fallito. Come spesso accade però, passata la foga, ci si accorge che le cose hanno sfumature differenti. La guerra, anche quella finanziaria combattuta a colpi di sanzioni, ha un piano raccontato e uno reale.
Mercoledì due bond della Federazione Russa avevano in pagamento cedole per 117 milioni di dollari. Per giorni si è speculato sul fatto che il pagamento non potesse aver luogo o potesse avvenire in valuta nazionale dopo la decisione di Putin di trasformare in rubli i pagamenti ai Paesi cosiddetti “ostili”. In entrambi i casi, trascorso il periodo di grazia di 30 giorni, sarebbe scattato il default. Nei giorni scorsi il ministro delle Finanze russo Siluanov aveva ventilato la possibilità che il pagamento avvenisse in rubli o potesse esser bloccato dalle sanzioni americane. Ieri una nota ufficiale ha precisato che era stato inviato l’ordine di pagamento in dollari alla Citibank di Londra. Nel pomeriggio Jp Morgan ha confermato di aver ricevuto il pagamento e di averlo girato a Citibank.
Il default è quindi evitato. Pur mancando conferme ufficiali, è chiaro che il giro di soldi legato ai bond russi deve essere avvenuto con l’assenso dell’Amministrazione Usa. Questo però lascia aperta una questione più generale che riguarda l’effettiva portata delle sanzioni. Come è stato possibile che la Banca centrale russa, che avrebbe dovuto avere le riserve valutarie congelate e quindi inutilizzabili, abbia potuto eseguire il pagamento delle cedole sui titoli? La risposta è nello stesso provvedimento di sanzione disposto dall’Amministrazione statunitense, che prevede una serie di eccezioni, cosiddette “licenze generali”.
Ognuna di queste 23 licenze autorizza a eseguire operazioni in deroga ai divieti. Così le banche russe possono scambiarsi dollari negli Stati Uniti se le operazioni si riferiscono a pagamenti per il petrolio, alcune materie prime o medicinali. Possono disporre pagamenti di cedole e il rimborso di titoli o il regolamento di operazioni in derivati finanziari. In sostanza, a fronte di un divieto generale, esistono molte scappatoie che servono a evitare che gli effetti delle sanzioni siano più gravi per il sanzionatore che per il sanzionato. Così facendo, però, se ne diminuisce la forza.
Nel caso dell’esclusione dei pagamenti per il petrolio il riferimento, nemmeno troppo implicito, è alla particolare dipendenza dell’economia europea rispetto alle forniture russe. Nel caso del debito pubblico russo, probabilmente, si è voluto mettere al riparo tutta l’impalcatura finanziaria costruita sul debito di Mosca. Un’impalcatura che non si regge solo sui 20 miliardi di debito pubblico in valuta estera, collocato all’estero, che è poca cosa, ma conta gli intrecci finanziari azionari e obbligazionari con il sistema “privato” russo, le sue banche e le sue società. Questo intreccio vale 380 miliardi di dollari, per la gran parte denominato in dollari e euro, sul quale poi sono costruiti contratti derivati a copertura del rischio di cambio o del rischio di default dell’emittente. Esiste un serio timore che il crollo dello Stato russo porti con sé il crollo del suo sistema privato e con esso pesanti perdite per il sistema finanziario globale che su di esso ha costruito strumenti derivati a copertura.
E così, nonostante le parole forti di questi giorni (Joe Biden ha definito Putin un “criminale di guerra”), la sostanza dei provvedimenti ci restituisce una situazione molto più sfumata. Si vuol far male all’economia russa, ma senza che questo generi traumi per le nostre economie. Gli eventi di questi giorni, dal rialzo dei prezzi energetici a quello dei beni alimentari, e ora al mancato default del debito russo, ci dimostrano che questo non è possibile.
Zelensky accusa Berlino: “Vi siete decisi ad aiutarci troppo tardi”
Dal bunker dove vive da tre settimane, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si è collegato ieri in videochiamata con il Parlamento tedesco. Ha usato toni aspri in particolare con il governo: “Il vostro aiuto è arrivato troppo tardi”. Questa settimana si compiono i primi 100 giorni del governo Scholz, di cui oltre 20 sono stati di guerra. Il cancelliere ha titubato a lungo sulla posizione da prendere nei confronti della Russia. Il blocco del gasdotto Nord Stream2, che doveva dare alla coalizione l’energia necessaria per la transizione ecologica promessa al Paese, è arrivato solo il giorno prima l’inizio dell’invasione ordinata dal Cremlino. “Abbiamo visto la vostra volontà – ha attaccato Zelensky dal maxi schermo del Bundestag – di continuare a fare affari con la Russia”. Il presidente ucraino è un uomo da palco. Sa con chi parla e come creare emozioni. Mercoledì, davanti al congresso statunitense, aveva ricordato l’11 settembre, ieri al Reichstag ha basato il suo discorso sul Muro che divideva i due blocchi. “Vi state proteggendo dietro un muro che non vi permette di vedere cosa stiamo vivendo noi”, e qui Zelensky reinterpreta le parole che l’ex presidente statunitense Ronald Regan rivolse all’allora segretario generale del Partito comunista sovietico, Mikhail Gorbaciov: “Caro Mr. Scholz tiri giù questo muro”. Per il presidente ucraino, lasciare il suo Paese fuori dalla Nato e la mancata leadership tedesca hanno condannato Kiev a combattere da sola contro Vladimir Putin. Grandi applausi dei parlamentari in ascolto. Ma appena si chiude il collegamento con il bunker, al Bundestag voltano pagina. Il primo punto all’ordine del giorno è ancora il Covid.