Lui cieco e analfabeta, lei invalida alle mani. Ma per il pm i loro testamenti sono validi

Può mai un cieco scrivere un testamento? Ad Ariano Irpino, in provincia di Avellino, sembra che sia accaduto. Questa storia ha per protagonisti due nonni, morti da qualche anno, che hanno lasciato una eredità di centinaia di migliaia di euro ai due nipoti: una bambina di circa dieci anni e uno studente universitario trentenne. L’uomo è scomparso nel 2009 a 95 anni, mentre la moglie nel 2013, alla soglia degli 80, dopo una vita intera trascorsa a coltivare la terra. Di terreni e ulivi i due coniugi ne avevano abbastanza da garantire ancora adesso una vita agiata ai propri due figli e a costruire per ognuno di loro ville di almeno quattro piani. Tra i cespiti dei defunti è finito miracolosamente anche un terreno di proprietà dell’arciconfraternita dei Pellegrini (che gestisce l’omonimo ospedale a Napoli), non edificabile, ma ricco di piante di ulivi e di ciliegio del valore di quasi 50.000 euro. Fin qui nulla di strano. Se non fosse appunto che l’anziano non solo era affetto da “cecità assoluta”, come certificato dalla commissione medica per l’accertamento delle invalidità civili dell’Asl di Avellino il 15 maggio 2000 (e riconfermato due anni dopo), ma era anche analfabeta. Tanto che per presentare l’istanza di riconoscimento dell’invalidità fu accompagnato da due testimoni: uno di questi era sua nuora. Sua moglie, invece, soffriva di una poliartrosi deformante alle mani, che le permetteva a malapena di reggere le posate. Il testamento olografo dell’uomo risale al 2006, ma viene depositato dal notaio nel 2010, cioè l’anno successivo alla sua morte. La donna, invece, redige testamento sei mesi prima di morire e l’atto viene depositato quasi un anno dopo. A occuparsi del deposito è la nuora.

Questa successione di date insospettisce uno dei familiari che sporge denuncia. Nel 2015 la Procura di Benevento apre le indagini e sente a sommarie informazioni il medico di famiglia dei coniugi e un geometra, che confermano quanto già accertato dall’Asl. La nuora viene indagata per falsità in testamento olografo. Sembra un caso facile per la Procura, perché il confronto tra le due grafie non lascia dubbi: tremante e illeggibile, assomiglia più a uno scarabocchio la firma in calce ai documenti dell’Asl, mentre chiaramente comprensibile è la scrittura dei testamenti. Invece il pm di Benevento Maria Amalia Capitanio archivia il caso il 27 aprile scorso “per infondatezza della notizia criminis”, ritenendo deboli gli elementi dell’accusa. Il ragionamento che fa il sostituto procuratore è questo: il vecchietto era sì cieco ma “autonomo nei movimenti”, quindi avrebbe potuto scrivere. Mentre sua moglie, poiché poteva impugnare una forchetta avrebbe potuto tenere in mano anche una penna. E così in una paginetta di provvedimento, il magistrato archivia senza far cenno né ai documenti dell’Asl; né alla cecità e né all’analfabetismo. Il denunciante non è mai stato ascoltato in Procura, ma qualche settimana fa ha fatto opposizione all’archiviazione. Con tanto di firma leggibile e autentica.

“Il Caravaggio rubato a Palermo nel 1969 non è stato distrutto”

La celebre Natività di Caravaggio, rubata a Palermo nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, non è andata distrutta. È questa la clamorosa novità che emerge dalla relazione della presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi sull’inchiesta svolta dalla Commissione.

La Commissione aveva riaperto il dossier e condotto una propria indagine sul furto alla ricerca degli autori materiali, dei mandanti e soprattutto del destino dell’opera, tutt’oggi avvolto nel mistero. I risultati dell’inchiesta saranno illustrati a Palermo il 30 maggio al convegno ‘Il Caravaggio rubato dalla mafia: una storia semplice”. L’incontro si svolgerà presso l’Oratorio di San Lorenzo, dove era collocato il capolavoro del Caravaggio e dove oggi è ospitata una copia realizzata in digitale. Interverranno, oltre alla Presidente della Commissione e al sindaco di Palermo Orlando, l’arcivescovo mons. Corrado Lorefice, il procuratore della Repubblica Lo Voi, il professore Claudio Strinati, il senatore Pietro Grasso e il presidente della commissione antimafia della Regione Claudio Fava. L’evento rientra nell’ambito delle manifestazioni su Palermo capitale italiana della cultura 2018.

MediaPro, triplice fischio: la Serie A torna all’ovile Sky

La guerra dei diritti tv del pallone (forse) è finita. Hanno vinto Juventus e Roma, che per tre mesi hanno fatto le barricate contro l’invasione spagnola. Ha vinto Giovanni Malagò, che da bravo commissario ha ripristinato l’ordine costituito. Ha vinto Gaetano Miccichè, che da oggi è a tutti gli effetti presidente-banchiere della Lega calcio.

Soprattutto ha vinto Sky, che presto riavrà la Serie A. La rottura con MediaPro è ufficiale: le garanzie non sono state accettate, il contratto è risolto. Salvo ulteriori e poco probabili colpi di scena, ciò significa che ai presidenti delle squadre non resta che tornare con la coda tra le gambe dalla pay-tv di Murdoch e accontentarsi dei soldi che questa sarà disposta a sborsare. Sperando che bastino per mandare avanti il carrozzone, visto che l’intero sistema del calcio italiano si regge sulle risorse dei diritti televisivi, tra bilanci pericolanti da chiudere entro il 30 giugno e mercato estivo ormai imminente.

L’ultimo capitolo della “telenovela” è l’uscita di scena degli spagnoli, passati nel giro di tre mesi da salvatori della patria con la loro offerta record da 1,05 miliardi di euro a stagione, a inadempienti per la fideiussione mai presentata. Colpa della guerra senza quartiere scatenata da Sky, tra accordi con Mediaset e ricorsi legali con tanto di annullamento del bando, così da rendere quasi impossibile la rivendita dei diritti. Ma anche dell’ambiguità del progetto.

Pur avendo vinto un bando da intermediari, il patron Jaume Roures ha sempre avuto in testa il canale della Lega (vietato però dall’Antitrust). Lo ha ribadito fino all’ultimo, persino nella lettera con cui ieri ha offerto delle garanzie alternative alla fideiussione: altri 186 milioni di caparra (oltre ai 64 già versati), legati però alla “commercializzazione” dei diritti che in questo momento sono bloccati. “Il canale è la soluzione più opportuna”, ha scritto. Di fronte a quest’insistenza anche i suoi sostenitori più accaniti si sono arresi.

“Ora basta, ci servono i soldi: qui rischiamo di fallire tutti”: l’urlo del Viperetta (all’anagrafe Massimo Ferrero, proprietario della Sampdoria) ha convinto gli ultimi indecisi. Compreso Claudio Lotito, capo della fronda interna, che si è accontentato di rientrare in Figc come consigliere federale e ottenere la maggioranza del consiglio di Lega. Incluso Urbano Cairo, che la settimana scorsa aveva mandato a vuoto il forcing della coppia Malagò-Miccichè e ora ha spiegato semplicemente di “aver cambiato idea”. La Lega ha votato all’unanimità per risolvere il contratto: in realtà per legge gli spagnoli hanno ancora 7 giorni per presentare la fideiussione, ma non avendolo fatto finora è difficile che ciò possa accadere.

Pur essendo inadempiente, MediaPro potrebbe invece fare causa alla Lega, attaccando il bando che secondo loro ha causato la mancata commercializzazione dei diritti (c’è già chi ipotizza una risoluzione consensuale, con la restituzione della caparra: nei prossimi giorni ci sarà un incontro fra le parti).

I guai, insomma, non sono ancora finiti, ma la decisione ormai è presa: dopo una rottura così forte e con Miccichè alla presidenza, non pare possibile immaginare un ritorno in gioco degli spagnoli con il progetto del canale.

E Malagò, che conclude il suo commissariamento lasciando la Lega all’amico banchiere, esulta: “Missione compiuta” (anche se tutto il cda è in mano a Lotito, e questo peserà in futuro).

Intanto il calcio italiano ha scelto di tornare all’ovile di Sky. Resta solo da capire come, quando e soprattutto a che cifra. Il prezzo lo faranno loro: l’emittente di Murdoch non ha più rivali sul mercato, con Mediaset sempre più defilata e anche MediaPro fuori dai giochi.

Non ci sono neppure i tempi tecnici per fare un terzo bando: la settimana prossima inizieranno le trattative private, con l’obiettivo di chiudere entro il 13 giugno (sempre che un eventuale contenzioso con gli spagnoli non complichi ulteriormente le cose). I presidenti possono solo sperare che siano vere le indiscrezioni fatte trapelare sulla “grande offerta” di Sky. Si parla di una cifra complessiva di 900-950 milioni di euro, in tandem con Perform (interessata allo streaming su Internet). Bene che vada, saranno comunque 300 milioni in meno di quanto promesso da MediaPro fino al 2021. La Serie A dovrà accontentarsi di confermare il valore dello scorso triennio, senza nessuna crescita. Mentre Sky avrà l’esclusiva che chiedeva, stavolta davvero totale, e diritto di vita o di morte sul campionato. Adesso che il calcio italiano appartiene alle pay-tv (anzi, alla pay-tv) non è più solo un luogo comune.

Palagiustizia Bari, verso il trasloco in due sedi provvisorie

Nei prossimi giorni parte dell’attività giudiziaria penale di Bari sarà trasferita nell’ex sede distaccata di Modugno e in un edificio in via Brigata Bari, non lontano dal Palagiustizia di via Nazariantz dichiarato inagibile e dove sono state allestite tensostrutture per le udienze. Sulla questione c’è già un decreto del ministro della Giustizia che “determina spazi immediatamente disponibili dove allocare i servizi che i vertici degli uffici giudiziari riterranno più occorrono traslocarvi”.

Per il presidente della Corte d’appello di Bari, Franco Cassano, “non si può sopportare l’idea che la condizione di lavoro peggiori perché ristretta in spazi ancora più angusti come Modugno e via Brigata Bari. Deve essere chiaro che quella è una soluzione temporanea, provvisoria, che si è disposti ad accettare solo per alcuni mesi”. Cassano, riferendosi alla tendopoli giudiziaria, parla di una “situazione drammatica che non ha eguali nel Paese se non in conseguenza di calamità naturali. A Bari non abbiamo avuto calamità naturali eppure stiamo nelle tende”. Con la riunione di ieri “si intravede una possibile soluzione, – ha detto Cassano – ci sono però ancora molti nodi da sciogliere”.

De Mita, la signora e i conti allegri della Onlus

A chi ritiene che il “sistema De Mita” sia storia ammuffita, consigliamo la lettura delle 90 pagine del decreto di sequestro della Procura di Avellino notificato alla moglie Annamaria Scarinzi e alle due figlie Simona e Floriana De Mita. Sono indagate, con altre sette persone, in un fascicolo che contesta a vario titolo ipotesi di truffa aggravata, peculato e riciclaggio.

La Finanza ha vivisezionato la contabilità delle onlus “Aias Avellino”, già accreditata con il servizio sanitario nazionale, e “Noi con Loro”, che si occupano di fisioterapia e assistenza ai disabili. “Noi con loro” è presieduta dalla moglie di Ciriaco Di Mita, che però sarebbe anche “la vera padrona di Aias Avellino”, secondo il direttore amministrativo Francesco Grammatico in un verbale raccolto dal procuratore aggiunto di Avellino Vincenzo D’Onofrio e dal procuratore capo Rosario Cantelmo.

Nelle carte che ordinano alle tre signore di restituire cifre che variano dai 3.000 ai 6.000 euro, briciole della torta – la Finanza ha sequestrato la onlus di Lady De Mita e ha ordinato il sequestro di 1.350.000 euro circa dai conti di “Aias” e di alcune imprese edili e informatiche – si leggono intercettazioni di telefonate e sms da cui emerge che il 31 ottobre 2017 Ciriaco De Mita (non indagato) si è recato in Regione Campania e ha parlato con i funzionari per sollecitare il rinnovo dell’accreditamento provvisorio di Aias. E così mantenere in piedi un meccanismo che pompava fondi pubblici in favore della moglie e dei demitiani.

Quel giorno infatti De Mita era accompagnato dal presidente “Aias” Gerardo Bilotta (indagato, ex assessore di vecchie stagioni, si dimetterà dalla presidenza qualche mese dopo) e dal figlio Alberto Bilotta (non indagato), consigliere comunale uscente e ricandidato in una lista demitiana a sostegno del candidato sindaco pd Nello Pizza. Negli ultimi cinque anni “Aias Avellino” ha ricevuto dalla Regione quasi 7 milioni di euro. Eppure l’associazione è finita in bolletta, commissariata dai vertici nazionali, non paga gli stipendi da 11 mesi.

Recentemente ha perso accreditamento e autorizzazioni ed è stata chiusa. Ci pioveva dentro. Uno dei commissari, Remo Del Genio, ha letto la documentazione e si è messo le mani nei capelli: “Aias – ha spiegato al pm – paga da circa 15 anni l’Ires di ‘Noi con loro’, e le forniture alimentari. E non siamo riusciti a rinvenire il registro di giunta: le voci contabili con le relative delibere”. Era custodito nella cassaforte di Bilotta. “Mi ha detto che è stato sottratto da ignoti”.

“Aias” paga a “Noi con Loro” anche il fitto dei propri uffici. “Sono un unico centro di interessi” scrive il pm. “Aias” però appare come la bad company sulla quale scaricare le perdite. E così mentre i lavoratori fanno la fame, si scopre che Bilotta sarebbe riuscito a ricavare 120 mila euro dalla ripulitura di fatture ad “Aias” del gruppo Preziuso (uno di famiglia era un ex dipendente “Aias”) e con la provvista si è costruito una villa. “Noi con Loro” si è invece procurata un finanziamento regionale di 200 mila euro per la digitalizzazione di una biblioteca da rendere fruibile ai non vedenti, e circa 10 mila euro sono finiti in consulenze per una società informatica. A chi? A Lady De Mita stessa. E alle due figlie. Simona dice al pm di essere una esperta di comunicazione. “Attività mai realmente svolta per assoluta assenza di cognizioni tecniche necessarie”, sostiene la Procura.

“Per gli appalti Expo aveva i superpoteri”. Così Sala è prosciolto

Niente processo per Giuseppe Sala. Non ha commesso alcun reato, quando ha affidato senza gara la fornitura del verde di Expo. Lo spiega il giudice dell’udienza preliminare Giovanna Campanile nelle 14 pagine di motivazioni della sua sentenza, che il 29 marzo ha decretato il “non luogo a procedere” nei confronti dell’amministratore delegato e commissario unico di Expo (poi diventato sindaco di Milano). Niente processo neppure per il suo coimputato, Angelo Paris, direttore generale di Expo. Per i due il rinvio a giudizio (per abuso d’ufficio) era stato chiesto dalla Procura generale, che aveva avocato le indagini dopo aver ritenuto “inerte” la Procura di Milano che aveva chiesto di archiviarle.

Ora la gup dà piena ragione a Sala: ha agito sfruttando i superpoteri che gli erano stati concessi dal governo come commissario unico di Expo 2015. Aveva affidato alla Mantovani spa, senza gara, il contratto per la fornitura di 6 mila alberi, a 4,3 milioni di euro (716 euro ad albero). La Mantovani aveva comprato le piante in un vivaio, pagandole 1,7 milioni (266 euro l’una). Secondo la Procura generale, Sala aveva violato sette articoli di legge e del codice degli appalti: perché non c’era il “requisito dell’urgenza”; perché gli alberi sono una fornitura e non “servizi complementari”; perché l’importo era superiore ai 200 mila euro che può essere aggiudicato senza gara; perché l’ordinamento nazionale e la normativa comunitaria impongono la gara; per aver “ecceduto la delega del consiglio d’amministrazione limitata all’importo di 3 milioni”. Risultato: Sala, secondo la Procura generale, avrebbe “intenzionalmente procurato alla Mantovani un ingiusto vantaggio patrimoniale pari alla differenza tra i due importi”. Invece non c’è stata alcuna violazione, scrive la giudice. Perché Expo 2015 era stata definita “grande evento” per decreto e al suo commissario unico erano stati assegnati “poteri sostitutivi per risolvere situazioni o eventi ostativi alla realizzazione delle opere essenziali e connesse”, oltre alla “possibilità di provvedere in deroga alla legislazione vigente” e alla “facoltà di esercitare tutte le attività necessarie per garantire rispetto di tempi di realizzazione e limiti di spesa”. Insomma: vale tutto, pur di fare Expo. Così, delle sette violazioni contestate, alcune “non sussistono, in virtù dei poteri di deroga riconosciuti al commissario unico”; altre (quelle dedotte dalla normativa europea) cadono, perché secondo la gup “discende dalla stessa normativa comunitaria la previsione di eccezioni alle procedure con bando”. Quanto all’accusa di “aver ecceduto rispetto alla delega di poteri”, per aver assegnato un contratto di fornitura oltre il limite dei 3 milioni di euro, la gup sostiene che Sala “aveva la duplice veste di amministratore delegato di Expo 2015 spa e di commissario unico di governo”. Dunque quello che non poteva fare come amministratore delegato “è agevole evincere” sia stato fatto “avvalendosi dei poteri di commissario unico”. Del resto, “dalla lettura dei verbali del consiglio d’amministrazione emerge con chiarezza” che il cda “ha seguito costantemente tutta la vicenda dell’appalto delle essenze arboree, avallando pienamente l’operato dell’amministratore delegato”. Quindi, tutto bene. Prosciolto.

È scomparso il governo, ma la Rai l’ha bucato

Domenica, maledetta domenica. A dispetto del mantra del dg Rai Mario Orfeo, “gli italiani la domenica vogliono stare tranquilli”, da un po’ di domeniche accade di tutto. Dopo la notte dell’Innominato (Paolo Savona) arrivano la bocciatura di Mattarella, le dimissioni di Conte, le reazioni inferocite di Salvini e Di Maio, una nuova mano di poker con Mattarella che serve Cottarelli. Per una sera si potrebbe costruire un programma politico quasi senza opinioni, incredibile ma vero esistono anche i fatti. È appunto quanto accade su Sky Tg-24, trasformato senza colpo ferire in maratona di servizio pubblico. Accade anche a Non è l’Arena, La7, dove Massimo Giletti è sul pezzo, cambia la scaletta sul tamburo, non ci può credere quanta libertà di azione gli abbia dato la cacciata da Viale Mazzini. Ma gli spettatori Rai devono stare tranquilli, lì non si muove foglia, nemmeno nel salotto buono degli onorevoli, Che tempo che fa. Fabio Fazio, che pure è savonese di Savona, ostenta serenità e convoca Memo Remigi per un mandato esplorativo al pianoforte. In casa però le voci girano: avete sentito? pare che Savona esca dall’euro. In Liguria, regione attenta al portafoglio, si vuole correre ai ripari. Vorrà dire che ci trasferiremo a Genova, dice il padre di famiglia. E se poi arrivasse il contagio anche lì? Hai ragione Pierino, meglio andare a La Spezia. In assenza di notizie tutti si interrogano sul da farsi; intanto le reti Rai fanno come le stelle di Cronin: stanno a guardare.

Conte, i mastini possono tornare a leccare Renzi

Due giorni fa lo chiamava Macron, oggi forse non si telefona neanche da solo. Nessuno è più solo di Giuseppe Conte, passato dal semi-anonimato alla fama in un amen. Per poi essere dimenticato ancora. Neanche tre giorni fa Di Maio, dopo aver parlato con lui e Salvini, dichiarava – col consueto entusiasmo fuori luogo dei giorni scorsi – che tra i tre c’era una sintonia incredibile: “Sembra di lavorare insieme da sempre”. Persino ordinare una pizza da asporto, per la stampa italiana, diventava una notizia: il Carneade Conte si era fatto esso stesso notizia. Un prodigio quasi miracolistico e destinato dunque a non durare. Per quell’odiosa abitudine cara a buona parte dei media nostrani, Conte ha subito un fuoco di fila preventivo allucinante. Non che la diffidenza fosse immotivata: tutt’altro. Conte era un esordiente totale della politica, per quanto senz’altro preparato. Ed era pure a tutti gli effetti un “tecnico”, travestito da politico per esigenze elettorali da un coacervo – il nato morto “Salvimaio” – che ha sempre fatto la guerra ai tecnici.

Su Conte si è però infierito col coraggio pavido di chi è sciacallo coi deboli e cimice morta coi forti (veri o presunti). Se solo l’informazione avesse fatto ai Berlusconi e Renzi le pulci (reali e farlocche) che sono state giustamente fatte a Conte, a quest’ora Beppe Grillo farebbe ancora il comico.

Il “tal Conte”, come l’ha chiamato Eugenio Scalfari dal suo pulpito domenicale su Repubblica, è stato tratteggiato dai più come una sorta di mitomane, aduso a inventare di sana pianta esperienze universitarie, testimonial del caso Stamina e manovrato dalla Casaleggio Associati. Insomma: un mezzo coglione. Ovviamente non era vero nulla, al di là della innegabile inesperienza e di una certa propensione alla vanità, ma chi se ne frega: prendere in giro Conte veniva bene ed era facile. Ancor più dalle stesse grandi firme che, fino a ieri, paragonavano la Boschi a Nilde Iotti e Nardella a Churchill. Nato a Volturara Appula, e quindi nel Foggiano, Conte è figlio di un segretario comunale e di una maestra elementare.

Diploma al Liceo Classico a San Marco in Lamis, laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Professore universitario presso l’Università di Firenze e la Luiss. Giurista rispettato, viene eletto nel 2013 dalla Camera dei deputati componente laico del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Successivamente ne è vicepresidente. Proposto dal M5S come ministro della Pubblica amministrazione nell’impossibile monocolore 5 Stelle presentato a pochi giorni dal voto del 4 marzo, Conte ha raccontato a Giovanni Floris di avere sempre votato a sinistra ma di non credere più alle categorie di destra e sinistra: “Gli schemi ideologici del Novecento non sono più adeguati, è più importante valutare l’operato di una forza politica in base a come si posiziona sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali”. Nei pochi giorni del suo regno immaginario, è stato zimbellato anche per la sua fede in Padre Pio (che invece fa curriculum se riguarda altri politici) e per i capelli probabilmente tinti (un vezzo che, come noto, Berlusconi e tanti altri politici non hanno).

Non sapremo mai se Conte sarebbe stato un buon presidente del Consiglio. Abbiamo invece piena contezza di quel che ci attende: gli stessi mastini che fino a ieri azzannavano il sommamente empio Conte, neanche fosse un serial killer o un fan di Povia, possono ora serenamente ricominciare a leccare Renzi. O quel che ne resta.

Il presidente è mero notaio della carta?

Ogni giurista sa che dietro al diritto si nasconde il potere. Ciò non significa che il diritto sia solo potere. Bene dunque ricordare che la sola norma giuridica che governa la nomina dei ministri è la lettera dell’art. 92 secondo comma della Costituzione, che nel titolo III dedicato al governo (e non si noti bene al presidente della Repubblica) recita: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”.

Nel dibattito intorno alla nomina del mio collega Giuseppe Conte, giurista privatista, sono emersi due diversi concetti che la politica ha mutuato dal diritto civile: quello di un “contratto” fra due forze politiche e quello di “funzione notarile”, altro istituto cardine della tradizione di diritto civile romanistica continentale. Il notaio è evocato sia come asseverazione del valore del suddetto “contratto”, che come portatore di una funzione interpretativa ben più ridotta rispetto alle prerogative del presidente nella nomina del governo e dei ministri: Mattarella non sarebbe mero notaio. Nel primo ambito è facile notare la natura evocativa della nozione di contratto, “l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale” (art. 1321 Codice Civile), posto che la sua definizione legale lo rende palesemente inadatto a governare la sfera politica che non è né privata (“tra loro”) né soltanto “patrimoniale”.

La presenza del notaio è dunque a sua volta simbolica, alludendo soltanto alla serietà dell’impegno. Chi tuttavia sostiene che Mattarella non può essere un “mero notaio” di fronte alla scelta dei ministri sminuisce a un tempo la figura notarile (confondendo il notaio col signor No che i meno giovani ricordano a Rischiatutto) e utilizza un espediente retorico per allargare in modo inaccettabile il ruolo del presidente. La proposta spetta esclusivamente al presidente del Consiglio che se ne assume la responsabilità politica dovendo ottenere entro 10 giorni dalla nomina del governo la fiducia di entrambe le Camere (art. 94, 3 Cost.) Il presidente in carica dunque, proprio come il notaio, garantisce la legalità (costituzionale) dell’operazione, ma nulla di politico può introdurre nella sua decisione proprio a causa della propria irresponsabilità, resa palese dall’ Art. 89 Cost.: “Nessun atto del presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti che ne assumono la responsabilità”.

Nel nostro sistema di legalità costituzionale non c’è potere senza responsabilità ed è proprio questo il senso dell’art. 90 Cost. ai sensi del quale il Presidente della Repubblica “non è responsabile degli atti compiuti nell’ esercizio delle sue funzioni tranne che per alto tradimento o attentato alla costituzione”, due nozioni piuttosto vaghe su cui il Parlamento in seduta comune è chiamato a decidere a maggioranza soluta dei suoi membri”. Cuius commoda eius et incommoda! Speriamo dunque che la minaccia di convenire per diffamazione il responsabile del blog Byoblu Messora, il quale neppure potrebbe presentare una domanda riconvenzionale, resti solo una caduta di stile!

Proprio come ogni mero notaio, il giurista Mattarella sa che “nell’interpretare la legge non si può a essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole” (art 12 disp. legge in generale) e che, per quanto scarna, la Costituzione non è qui ambigua. Egli non può dare indicazioni politiche (tipo restare o meno in Europa) proprio perché, come un mero notaio è interprete autorevole ma non creatore arbitrario e irresponsabile della legge. Lo sprezzante rifiuto di esser mero notaio discenderà pure da Einaudi, ma si tratta di visione autoritaria, coerente con quella che il liberista di Dogliani aveva mostrato acclamando in nome del bilancio pubblico la marcia su Roma.

Mattarella: la farsa della democrazia

Pochi minuti prima che alle fatali ore 19 di domenica scorsa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella pronunciasse il suo inaudito discorso, inaudito nel senso letterale del termine: di cosa mai udita prima, stavo scrivendo per Il Fatto un articolo che iniziava così: “Il Presidente Sergio Mattarella sta rischiando grosso. Rischia, ex articolo 90 della Costituzione (quello che nel diritto romano si chiamava ‘delitto di lesa maestà’), l’impeachment per ‘alto tradimento’ perché sta violando quella Costituzione a cui ha solennemente giurato di essere fedele” (di questa quasi contemporaneità è testimone il collega Andrea Coccia che mi ha intervistato pochi minuti dopo per Linkiesta).

Mi riferivo naturalmente al fatto che il capo dello Stato come dice l’art. 92 nomina sì il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri, ma questa nomina è poco più di un atto di ratifica notarile, come si evince dall’intero Titolo III dedicato alle funzioni, ai poteri, agli obblighi del presidente della Repubblica. Ma il discorso di Mattarella delle fatali ore 19 di domenica, che passerà alla Storia, come immeritatamente vi passerà il suo autore, va ben oltre le più sottili disquisizioni su che cosa significhi realmente il suo potere di nomina, e sorpassa anche il fatto che Paolo Savona sia stato inquisito per aggiotaggio, reato poi prescritto. Perché Mattarella ha dettato l’indirizzo politico cui si deve attenere il governo, quello giallo-verde o quelli che lo dovessero seguire e questo è sicuramente al di fuori e contro la Costituzione. Ci troviamo di fronte, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, a un colpo di Stato.

Quell’inaudito discorso ha provocato naturalmente la reazione non solo di Di Maio e dei suoi elettori, che chiedono l’impeachment del presidente della Repubblica, così come lo chiede Giorgia Meloni che pur da questo progettato governo si era autoesclusa, e di Salvini, in un modo solo più sfumato, con l’affermazione che non crede più in Mattarella come arbitro neutrale nella contesa politica. A esser molto benevoli, parlando in gergo calcistico, si potrebbe dire che la partita è sfuggita di mano all’arbitro. Ma non è così. Sergio Mattarella ha violato scientemente la Costituzione per motivi che restano oscuri. Secondo Salvini perché è al servizio di interessi sovranazionali, della Germania e della Francia in particolare (in questo senso il leader della Lega intende l’‘alto tradimento’). Secondo noi non è così, Mattarella risponde ai poteri economici, finanziari, mediatici, giornalistici, personali di tutti coloro che sono ben incistati da un quarto di secolo nel sistema, fra cui c’è lo stesso Mattarella, e che temono di perdere poteri, privilegi, ricchezze con l’arrivo del governo Cinque Stelle-Lega.

Inoltre, anche se la questione è di secondo grado rispetto a quella principale, il comportamento di Mattarella è in totale contrasto con l’assunto del suo discorso tutto centrato sul “bene degli italiani”. Mattarella infatti prolunga ulteriormente e all’infinito un vuoto politico per colmare il quale Cinque Stelle e Lega avevano lavorato duramente, con sacrifici di entrambe le parti, in particolare di Salvini che ha rotto di fatto con Forza Italia. E tutto questo proprio mentre urgono decisive questioni nazionali e importanti impegni internazionali che lo stesso Mattarella ha richiamato per giustificare il suo inaudito, inconcepibile, illegittimo diktat al governo Cinque Stelle-Lega.

Come si reagisce, in democrazia, a un colpo di Stato operato dal presidente della Repubblica? Con l’impeachment. Non con nuove elezioni come vorrebbe l’esasperato, giustamente esasperato, Salvini. Giustamente Alessandro Di Battista ha replicato che è incomprensibile andare a nuove elezioni quando, allo stato, c’è già un candidato premier eletto democraticamente, attraverso le regolari procedure costituzionali, dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Ma quando si è in presenza di una situazione antidemocratica c’è anche la possibilità di una risposta diversa. Quella violenta dei cittadini che si vedono lesi nei propri diritti democratici fondamentali. Come ha detto Luigi Di Maio, in questa occasione si è dimostrato che la democrazia è una farsa, perché il voto non conta nulla piegato com’è ad altri interessi, nazionali o internazionali che siano (è la tesi che ho sostenuto nel mio libro Sudditi. Manifesto contro la Democrazia, del 2004). Mattarella ha quindi irresponsabilmente aperto la strada alla possibilità di una guerra civile. Di Maio e Salvini hanno responsabilmente invitato i loro sostenitori alla calma. Ma è molto difficile mantenere la calma quando da anni si è sottoposti ad abusi e soprusi di ogni genere, culminati oggi nell’inaudito, illegittimo, incostituzionale operato di Sergio Mattarella. Come ha detto un altro presidente un po’ meno irresponsabile di costui, Sandro Pertini: “A brigante, brigante e mezzo”.