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DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo intitolato “La gara ‘su misura’ per il giudice di Strasburgo”, pubblicato il 27 maggio, si precisa che, nella predisposizione dell’avviso di concorso, il Segretariato generale della presidenza del Consiglio non ha fatto altro che applicare quanto previsto dalla vigente normativa europea. Nessuna gara “su misura”, quindi.

In particolare, la durata del mandato del giudice presso la Corte europea dei diritti dell’uomo è pari a nove anni, non rinnovabile, ed è regolata dall’articolo 23 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo cui il mandato cessa, altresì, con il raggiungimento dell’età di 70 anni.

Nel precedente bando della Presidenza del Consiglio dei ministri del 2009, era previsto il requisito dell’età non superiore ad anni sessantacinque, “al fine di assicurare un congruo periodo di permanenza”.

La Risoluzione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa (2010) ha introdotto una procedura di selezione più trasparente e più complessa, con la previsione di un Comitato consultivo di esperti presso l’assemblea parlamentare, con il compito di valutare la terna dei candidati proposti dallo Stato membro, all’esito della procedura selettiva interna, almeno tre mesi prima della sottoposizione della terna stessa all’Assemblea parlamentare per l’elezione del giudice. Successivamente, le linee guida del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 29 marzo 2012 hanno previsto, al paragrafo II, punto 5, che, se eletti, i candidati devono essere in grado di svolgere il proprio ufficio per almeno la metà dei nove anni prima del raggiungimento del 70° anno di età.

Nel caso in questione, la terna selezionata dall’Italia dovrà essere sottoposta entro il 6 dicembre 2018 all’Assemblea parlamentare, che tuttavia procederà all’elezione di uno dei tre candidati proposti nella sessione di gennaio 2019.

Tenuto conto degli interventi normativi sopra citati, nel bando attuale, si è reso pertanto necessario, al fine di non discostarsi dal limite dei 65 anni che consentono di garantire un mandato del giudice che sia pari almeno alla metà degli anni previsti dalla Convenzione, porre il limite del sessantaquattresimo anno di età al momento dell’istanza, che diventa di sessantacinque in quanto l’elezione da parte dell’assemblea parlamentare avverrà soltanto a gennaio 2019.

Segretariato Generale Presidenza del Consiglio

 

Egregio Direttore, sono rimasta stupefatta nel leggere l’articolo di Gianni Barbacetto ‘La gara su misura per il giudice a Strasburgo’. Non devo e non voglio fare commenti, se non aggiungere che forse le fonti andrebbero verificate meglio. Voglio solo precisare che ciò che si afferma nell’articolo, per quello che riguarda la mia persona, è del tutto privo di fondamento.

Anna Finocchiaro

Ringraziamo Anna Finocchiaro per i consigli giornalistici. Non abbiamo comunque capito se stia escludendo o meno di candidarsi al posto di giudice a Strasburgo.

G. B.

 

In riferimento all’articolo “Chi fa la legge sulla privacy difende Facebook in Italia” del 22 aprile sull’edizione cartacea e poi riprodotto sulla versione elettronica, il messaggio che viene fatto emergere, per cui ci sarebbe un legame tra il mio lavoro in seno alla Commissione istituzionale (per il recepimento del nuovo regolamento sulla privacy, ndr) e la mia attività di consulenza prestata per il social network e quindi un possibile conflitto di interesse, oltre che offensivo della mia reputazione, è errato in quanto figlio, se non altro, di una maliziosa selezione dei dati. Studio e insegno il diritto dei media e faccio anche delle consulenze su temi di mia competenza. In questa veste, sono stato coinvolto da altri colleghi nella difesa di Facebook, in un procedimento che riguardava questioni di proprietà intellettuale iniziato nel 2013. Tale coinvolgimento però ha avuto luogo nel 2013, alcuni anni prima di essere coinvolto nella Commissione. La causa verteva sui temi di proprietà intellettuale e concorrenza sleale, materia che non ha nulla a che fare con la tutela dei dati. Nella veste di studioso ho sempre sostenuto le mie idee e suggerito le scelte che ritenevo più equilibrate per l’ordinamento.

Prof. Avv. Oreste Pollicino

Gentile Oreste, riceviamo e pubblichiamo per amor del confronto. Nel merito, però, la sua rettifica riguarda una circostanza che non si trova nell’articolo, vale a dire alla presunta accusa di scorrettezza per l’accostamento di due fatti veri (di cui non è stata fatta alcuna “maliziosa selezione”, tanto che era stato anche invitato a fornire la sua spiegazione prima dell’articolo), ovvero la sua partecipazione alla commissione che si occupa del trattamento dei dati, argomento assai caro a uno dei suoi clienti, Facebook, indipendentemente dall’oggetto della causa di cui si è occupato (oltretutto chiaramente descritta nel pezzo). Dunque, non rettifica fatti, ma una sua deduzione soggettiva, non giustificata da quanto scritto.

vds

Liverpool. Il portiere verrà perdonato: c’è dignità anche nelle sconfitte epiche

Una canzone che cerca il chiarore della luna parla di “Notte scura, notte senza la sera, notte impotente, notte guerriera”. Questa e altre saranno le notti, insonni, di un portiere che non sta dannatamente riuscendo a capire cosa sia successo a quelle sue mani che tutto avrebbero voluto fare meno che toccare palloni da spedire non fuori dalla porta ma dentro. Il suo giovane curriculum lo descrive “portiere agile e reattivo… grande senso della posizione… efficace nelle uscite… garanzia e autorevolezza nel reparto difensivo”. Lui lo sa e non si dà pace. La sua squadra, se proprio doveva anche perdere, poteva sceglierlo in mille maniere. Ma non dalle sue mani. Su’, ragazzo dal nome latino che ti elegge a “prediletto”, presto il modo di rifarti arriverà. Anche l’invincibile Ursus era fin troppo buono e distratto, a volte. Vedrai, “con altre mani, le tue” come dice quella canzone di prima, riuscirai a rivalerti, ad afferrare palloni come nessuno, a stravincere come tanti che sono poi diventati così famosi da far dimenticare le “non” parate peggiori della loro carriera. Forza, caro Loris Karius. L’altra sera tutto il mondo in tv ti ha voluto un bene pazzo e ti ha portato nel cuore. Un pallone a forma di luna chiara ci sarà, bello come un sole tutto per te, per illuminarti il sorriso girando per Liverpool.

Caro Gianni, se il portiere è la figura calcistica più raccontata in letteratura, un motivo ci sarà: l’estremo difensore, l’uomo solo per definizione, il numero uno con la maglia diversa per cui non valgono le stesse regole di tutti gli altri… Se sbaglia lui – va da sé – non c’è rimedio. Ne sapeva qualcosa Moacir Barbosa, il portiere del Brasile 1950, protagonista – suo malgrado – del “Maracanazo”, la clamorosa sconfitta dei verdeoro nella finalissima contro l’Uruguay davanti ai 200 mila del Maracana. Moacir fu ritenuto responsabile del secondo gol di Ghiggia che costò ai padroni di casa la Coppa Rimet. Dallo stigma di essere il responsabile della disfatta Barbosa non si liberò mai. Non sarà questo, per fortuna, il destino dello sciagurato Karius. Certo la notte di Kiev la sognerà per molto tempo, ma il bello di un rito collettivo e popolare come il calcio è che si possono trasformare le sconfitte epiche in ricordi preziosi. Non c’è nulla di più noioso di quelle squadre (e di quei tifosi) per cui non vincere (sempre) equivale a un fallimento. Passerà un po’ di tempo ma arriverà il giorno in cui a Liverpool – dopo le maledizioni di rito – alzeranno le pinte anche alla salute di Karius. Perché suo malgrado il povero Loris ha regalato qualcosa di unico: perdere una finale di Champions in modo irripetibile. C’è dignità nelle sconfitte epiche.

Ps. dichiaro il mio conflitto di interessi. Tifo per una squadra gloriosa come poche ma non molto abituata – usiamo un eufemismo – alle vittorie. Le epiche sconfitte, invece, non sono mancate.

Vertenza Honeywell, Cigs negata: a giugno incontro al ministero

Protesteieri al ministero dello Sviluppo economico dei sindacati confederali e della rsa della Honeywell di Atessa (Chieti), la società di turbo compressori che ha delocalizzato lo stabilimento abruzzese in Slovacchia, dopo che il ministero del Lavoro aveva bocciato, il 23 maggio, la cassa integrazione richiesta per i circa 400 lavoratori. Da gennaio 2016, infatti, il trattamento straordinario di integrazione salariale per crisi aziendale non può essere più richiesto nei casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa. Nel caso specifico, a cessare sarebbe la produzione dei turbocompressori. “Abbiamo sottoscritto al ministero dello Sviluppo economico – spiega Ferdinando Uliano, segretario nazionale della Fim Cisl – un verbale dove viene ribadito e ottenuto la conferma dell’incontro del 4 giugno 2018, con la presenza del ministero del Lavoro e dell’azienda per verificare le motivazioni per cui c’è stata la messa in discussione della concessione di Cigs. Il Mise si è impegnato a chiedere all’azienda un’ulteriore proroga di un mese dell’attività, un periodo che deve essere impegnato per esaminate tutte le possibilità per concretizzare la concessione della cassa integrazione”.

Licenziati Almaviva, il flop del piano di ricollocamento

Quando nel febbraio del 2017 il governo e la Regione Lazio lanciarono il grande piano per ritrovare un impiego ai 1.666 licenziati di Almaviva, i lavoratori reagirono con entusiasmo: al progetto aderirono ben 1.287 ex addetti del call center.

Oggi, a più di un anno dall’avvio, solo 293 di questi sono occupati, precari in quasi nove casi su dieci. Gli altri 994 sono a casa con il sussidio di disoccupazione, già basso, che diminuisce di mese in mese e che scadrà a dicembre 2018. Quell’annuncio, insomma, si è rivelato un’illusione. A tracciare il bilancio è la Cgil di Roma e Lazio, che ieri ha diffuso i dati dell’Agenzia nazionale per le Politiche attive del Lavoro (Anpal), alla guida dell’iniziativa. Ma ripercorriamo le tappe.

Il 22 dicembre 2016 Almaviva ha licenziato tutti i dipendenti di Roma, dopo il rifiuto dei rappresentanti sindacali a un accordo che prevedeva sacrifici economici. Poche settimane dopo la politica ha provato a rimediare: Carlo Calenda e Giuliano Poletti, rispettivamente ministri dello Sviluppo economico e del Lavoro, hanno presentato il piano insieme al governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e al presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte. Obiettivo: trovare un nuovo lavoro agli ex Almaviva, mettendo in campo diverse misure. La prima: la sperimentazione dell’assegno di ricollocazione, ovvero un premio in denaro da riconoscere ai centri per l’impiego o alle agenzie del lavoro ogni volta che riescono a ricollocare un disoccupato presso una nuova azienda. In pratica, gli ex Almaviva hanno fatto da cavie per questa politica attiva, introdotta dal Jobs Act, che adesso sarà applicata a tutti i disoccupati sussidiati italiani. Seconda misura: il sostegno alle iniziative di autoimpiego, un incentivo fino al valore massimo di 15 mila euro per gli ex addetti pronti a far nascere un’impresa. Terza: il bonus fiscale da 8 mila euro per le aziende che assumono un ex Almaviva. Il costo di tutto ciò può arrivare a quasi 13 milioni di euro, in parte finanziato con fondi europei.

Ma i risultati sono ben lontani dalle attese. In 1.209 hanno aderito all’assegno di ricollocazione, per giunta obbligandosi ad accettare offerte con stipendi che superino di almeno il 20% il sussidio di disoccupazione, che però è molto basso per molti di loro. Comunque, solo 36 hanno ottenuto un lavoro a tempo indeterminato; altri 246 hanno strappato contratti precari. Tutti gli altri sono ancora disoccupati. Dei 78 che hanno provato con i percorsi di autoimpiego, 11 sono riusciti ad avviare l’attività. “La colpa non è dei centri per l’impiego, che lavorano sotto organico – sostiene Donatella Onofri, segretaria Cgil Roma e Lazio – il problema è che c’è poco lavoro e non bastano le politiche attive”.

“Ho partecipato all’assegno di ricollocazione – racconta Sabina, una dei licenziati –. Sono stata convocata solo tre volte e non mi è stato proposto nessun corso di formazione. Ho fatto solo un colloquio con un’azienda e non ho avuto risposta”.

BlackRock, quel potere occulto che domina tutta la finanza europea

L’aneddoto viene da un’ex impiegata di BlackRock: arrivato sopra l’Atlantico in viaggio in Europa, il Ceo e fondatore di BlackRock Larry Fink chiede al comandante dell’aereo di cambiare rotta e dirigersi verso la Germania. Intanto telefona a un suo uomo a Francoforte perché organizzi un incontro con Angela Merkel, entro cinque ore. Il manager cerca di fare il possibile, ma non riuscendo a trovare la cancelliera, fissa un appuntamento con il vicepresidente della Bmw. I due s’incontrano, poi mentre il tedesco sta spiegando le strategie della Casa automobilistica, Larry Fink si alza e comincia un’altra conversazione telefonica. Disinvoltura di chi sa di essere considerato tra gli uomini più influenti al mondo (Fortune, 2018).

Laurence “Larry” Fink, 65 anni, figlio di un commerciante di scarpe e di un’insegnante d’inglese, è il trader californiano che nel 1988 ha fondato la società BlackRock con una dozzina di colleghi. Oggi gli impiegati sono 13.900, in 30 Paesi. E BlackRock è diventata la più grande società d’investimento al mondo, 6.280 miliardi di dollari di capitale gestito, di cui un terzo in Europa, più del Pil di Francia e Spagna messe insieme. Attraverso il suo software per la gestione dei rischi, Aladdin, BlackRock controlla indirettamente altri 20.000 miliardi di dollari. Un potere che BlackRock esercita anche dando consigli a governi, Banche centrali, istituzioni europee. E influenzando ogni legge che viene approvata in Europa. “Le enormi dimensioni di BlackRock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare”, riassume il deputato liberale tedesco (Fdp) Michael Theurer.

Il gigante misterioso

La società americana gestisce i soldi degli altri, non ha quote di controllo, ma ha diritto di voto nelle assemblee delle aziende quotate, l’anno scorso ha votato nel 91% dei casi nelle 17 mila aziende dov’è azionista.

In Europa la “roccia nera” è presente nell’energia, nei trasporti, nelle compagnie aeree, nell’agroalimentare, fino all’immobiliare. Possiede una cospicua fetta (tenuta segreta dalla Banca d’Italia e dalla società stessa) di bond del nostro debito pubblico, come testimonia il database Thomsons One (Reuters) che Investigate Europe ha consultato.

È azionista di peso nelle top 10 banche europee, primo azionista della Deutsche Bank, secondo in Intesa San Paolo, presente in Unicredit, Banca Generali, Fineco, Enel, Eni, Telecom. In Germania ha investito 100 miliardi solo in azioni, 240 nel Regno Unito, 21 da noi, ma che sommati ai bond e alle obbligazioni arrivano a 79 miliardi di patrimonio gestito in Italia. In un libro scritto tre anni fa, la giornalista tedesca Heike Buchter spiega come “da quando ti alzi la mattina, prendi i cereali con il latte, ti vesti, t’infili le scarpe, prendi l’auto e vai al lavoro, dove accenderai il computer, usando il tuo iPhone, in tutti i momenti della giornata BlackRock è presente”.

Fink viene sempre ricevuto come un capo di Stato, che vada a Roma a incontrare Matteo Renzi, per una cena privata, nel 2014 o ad Amsterdam per parlare con il premier Mark Rutte, nel 2016, o all’Eliseo: ha già incontrato due volte il presidente Emmanuel Macron. Cosa chiedono tutti questi capi di governo a BlackRock? Di continuare a investire in Europa. In cambio, assicurano di non intralciare i suoi affari con leggi e controlli a dismisura.

La finanza democratica

La grande fortuna di BlackRock viene dai fondi passivi. La crisi economica è stata un’opportunità per la roccia di Wall Street. Da un patrimonio gestito di 1.000 miliardi di dollari nel 2008 è passata a più di 6.000 miliardi nel 2018, grazie agli Etf (exchanged traded funds), oggi il 72 per cento del suo portafoglio. I fondi nell’ultimo decennio sono letteralmente esplosi, occupando ormai il 40 per cento del totale del mercato azionario nel mondo, con BlackRock leader mondiale del settore.

La ragione principale del loro boom è che costano poco: 0,2 per cento del valore investito, un decimo dei costi di un fondo attivo. Un fondo attivo è gestito da manager, un Etf va in automatico, copia come un clone il valore di un indice di Borsa. Se le azioni dell’indice vanno su, sale anche il valore dei fondi BlackRock, se l’indice perde valore, scendono anche i fondi passivi. Barbara Novick, vicepresidente di BlackRock, ha spiegato questo successo parlando di “democratizzazione” della finanza: ormai tutti possono investire anche piccole somme. Ma più aumenta il volume dei fondi passivi, più il mercato si concentra in poche società. All’Università di Amsterdam un gruppo di ricercatori legati alla piattaforma Corpnet ha studiato il comportamento di BlackRock, Vanguard e State Street, i tre colossi dei fondi passivi. “Per ora sono giganti che dormono”, dice il professor Eelke Heemskerk. Ma si stanno svegliando.

I pompieri della crisi

Il 18 marzo 2008 quando Timothy Geithner, capo alla Federal Reserve di New York (poi diventato ministro delle Finanze con Barack Obama), chiama Larry Fink perché lo aiuti a ripulire le spazzature della banca d’investimento Bear Stearns, appena salvata dal governo Usa. Fink ha già sviluppato il software Aladdin, che analizza in pochi secondi la composizione e i rischi di larghi portafogli. È l’uomo giusto per spegnere i fuochi della crisi. Dopo la Bear Stearns, BlackRock sarà chiamata a isolare i prodotti tossici di Citibank, Aig, Fannie Mae e Freddie Mac. Diventa il braccio operativo del governo americano per la gestione della crisi.

A fine 2010, la Banca centrale dell’Irlanda chiama – senza bando di gara – BlackRock Solutions, filiale del gigante americano specializzata nella parte consulenza, per studiare lo stato di salute delle banche irlandesi. Dublino ha appena chiesto ai Paesi europei e al fondo monetario internazionale un prestito da 50 miliardi di euro per evitare il fallimento. La Troika (Fmi, Commissione Ue e Banca centrale europea) arriva a Dublino ed esige dal governo locale di fare ricorso a un audit esterno. La scelta cade su BlackRock, anche se già controlla 162 miliardi di euro di azioni nell’isola celtica. “Una missione gigantesca” dirà Larry Fink a proposito dell’Irlanda, “la più grande che ci sia mai stata affidata da un governo”. BlackRock viene poi chiamata ancora nel 2011 e nel 2012 per effettuare stress test sulle banche irlandesi. E a fine 2012 si compra il 3 per cento di Bank of Ireland, proprio una delle banche su cui aveva fatto gli stress test nel 2011.

In Grecia la “roccia nera” ha cominciato in modo più prudente. Sotto il nome di “Solar”, BlackRock Solutions affitta uffici modesti ad Atene e, assunta dalla Banca centrale, entra nei caveau di 18 banche elleniche. Siamo nel 2011. Negli anni successivi BlackRock viene ancora chiamata per studiare il volume del “buco” delle maggiori banche greche, effettuare stress test sui principali istituti. Sei contratti in tutto, l’ultimo per fornire assistenza tecnica allo smaltimento dei crediti deteriorati. Oggi ad Atene si parla molto della “roccia nera” per il centro commerciale che sta costruendo per 300 milioni di euro, nel cuore della Capitale, ai piedi dell’Acropoli e perché è la prima azionista di una miniera d’oro, nel nord del Paese, invisa dalla popolazione locale per la presunta pericolosità per l’ambiente. Ma la società di Larry Fink è anche azionista di peso delle più grosse banche e della lotteria nazionale, da poco privatizzata. Conflitti d’interessi, accesso privilegiato a informazioni riservate che possono essere utili a chi investe milioni di euro in un Paese? L’ex capo economista di Alpha Bank, Michael Massourakis, ricorda come “nel pomeriggio andavamo da BlackRock per vendere le nostre azioni e lo stesso giorno degli impiegati di BlackRock venivano da noi a controllare i libri contabili. Poi la sera uomini di BlackRock si incontravano per un drink? Non lo so”.

“Niente indica che gli impiegati di BlackRock venuti ad Atene abbiano trasmesso informazioni riservate alle équipe di BlackRock interessate agli investimenti dei fondi – assicura un trader greco – BlackRock non avrebbe mai rischiato di distruggere la propria reputazione per così poco”. Ma il problema si pone a un livello più alto, dice la fonte greca: “Salendo nella gerarchia di un’azienda si arriva a un punto in cui si hanno a disposizione tutte le informazioni della società, il lato investimento e quello della consulenza”. Il 12 dicembre 2013 Larry Fink ha incontrato il governatore della Banca di Grecia, George Provopoulos. Di che hanno parlato i due uomini, degli investimenti di BlackRock nella penisola ellenica, del degrado dei crediti nelle banche greche o di tutt’e due?

In Spagna BlackRock è riuscita a entrare nel mercato immobiliare – oggi controlla quattro grosse società di real estate – e a diventare azionista rilevante delle sei più grosse banche spagnole. Anche se le sue attività di consulenza sono state fermate nel 2012 da una campagna di stampa virulenta a opera di banchieri anonimi che trovavano “non ragionevole” affidare alla società americana di stabilire i prezzi degli asset immobiliari delle banche, i cui portafogli erano già stati studiati dalla roccia nera in un precedente contratto con la Banca centrale spagnola. BlackRock – dicevano i banchieri – era in una posizione privilegiata come acquirente futuro. L’allora ministro delle Finanze spagnolo, Luis de Guindos – oggi indicato come vicepresidente della Bce – dovette abbandonare l’idea di affidare a BlackRock lo studio sugli investimenti immobiliari delle banche spagnole.

In Olanda la Banca centrale ha chiamato due volte BlackRock, fino al 2013, per lo studio degli asset immobiliari e per i crediti deteriorati delle banche olandesi – come la ING – dove la roccia è azionista. Anche la Banca centrale europea ha fatto ricorso due volte a BlackRock per attività di consulenza. Nel 2014 l’istituzione guidata da Mario Draghi chiama BlackRock Solutions per disegnare un programma di acquisto di titoli garantiti (Abs) e nel 2016 per preparare gli stress test di 39 banche sistemiche europee, banche di cui spesso BlackRock è azionista rilevante. Da Francoforte la Bce ha smentito qualunque rischio di conflitti d’interessi, garantendo che “la confidenzialità delle informazioni è assicurata dai termini del contratto”. Ma la Banca centrale greca ha rivelato a Investigate Europe che qualche dubbio lo ha avuto: “Nel 2015 abbiamo escluso BlackRock dalla preparazione degli stress test sulle banche per un rischio di conflitto d’interessi”.

Le muraglie cinesi

La roccia nera si è sempre difesa con vigore dalle accuse di conflitto d’interessi: “Le nostre squadre sono chiaramente separate – ha spiegato Larry Fink a un quotidiano tedesco nel 2016 – ci sono grandi barriere per assicurare che l’informazione non venga dispersa e non ci sia conflitto d’interessi” Ma, ammesso che le muraglie cinesi davvero funzionino, queste non esistono più al livello gerarchico più alto di una società. Martin Hellwig, ex direttore della Commissione tedesca per i Monopoli, dice: “Un’azienda privata riceve una missione pubblica, questo è profondamente sbagliato”. Hans-Peter Burghoff, dell’Università di Hohenheim (Stoccarda) aggiunge: “L’accesso esclusivo alle autorità di sorveglianza europee dà inevitabilmente un enorme vantaggio strategico a BlackRock rispetto a tutti i suoi concorrenti”.

I politici sulla roccia

Ma chi controlla il controllore? Questa non sembra una preoccupazione dei politici europei. Che anzi si fanno assumere da BlackRock. George Osborne, ministro delle Finanze britannico dal 2010 al 2016, ha un contratto di consulente con la roccia nera. Guadagna 740.000 euro l’anno per lavorare un giorno a settimana. Quando era ministro aveva incontrato a più riprese i rappresentanti di BlackRock, mentre portava avanti la riforma delle pensioni e liberava un mercato dei fondi pensione da 25 miliardi di sterline. In Germania la roccia ha pescato Frederic Merz, ex capo della Cdu al Parlamento tedesco; in Svizzera è l’ex governatore della banca centrale Philippe Hildebrand ad aver seguito le sirene di Larry Fink. E in Francia, l’attuale presidente di BlackRock, Jean-François Cirelli, è anche consulente del presidente francese Emmanuel Macron. Daniela Gabor, dell’Università del West England di Bristol, conosce bene la roccia nera per aver seguito la legislazione finanziaria a Bruxelles e sintetizza: “BlackRock non è solo una storia di fondi passivi. È la storia di un potere politico”.

* Investigate Europe1-continua

L’armata Salvini marcia (in ruspa) su Roma

Nessuno dei leghisti dell’Armata al seguito di Salvini nella Marcia su Roma osava più affacciarsi dai trattori e dalle ruspe per solidarizzare con la popolazione locale. Appena mettevano il naso fuori dal finestrino, i rami bassi degli alberi, lunghi fino alla mezzeria, gli mollavano certe frustate in faccia da piangere lacrime salate che poi scorrevano sulle gote arate a sangue ed era peggio. A Calderoli una lussureggiante frasca di platano aveva strappato via gli occhiali e ora non poteva leggere, ma lui odiava leggere e non se ne preoccupò: contava solo la mission! Era per la mission che il verde contingente, rispondendo all’urlo di dolore di Salvini,  era venuto giù dalle rive del Brenta, disposto a qualsiasi sacrificio.

Nessuno proferì un lamento durante le 12 ore di coda sul Raccordo, 42 gradi e le ruspe non hanno l’aria condizionata, erano troppo occupati a capire dove fosse Roma, le foreste davanti alle uscite non aiutavano e i bangla guardavano i loro cartelli, gli vendevano l’acqua a 10 euro a bottiglia e fingevano di non capire il bresciano.

Sfilarono in silenzio davanti alla carcassa di un’autoblindo con la bandiera dell’ISIS a brandelli, i copertoni spariti e dentro uno scheletro, pareva dire “Pure noi ci avevamo provato”. 21 ore dopo uscirono dal GRA. Davanti, a perdita d’occhio, le buche. Una distesa bombardata. Perfino Salvini che era un negazionista disse “Orpo!” Un anziano si ricordò l’infanzia a Vimercate, il Microguida, “vi ricordate, quel piano col volante e i pedali pieno di buchi che dovevi passarci in mezzo con la pallina senza cascar…”. Perse la partita come allora. Il cuscino di biciclette del Giro d’Italia, lasciate là sotto perché ormai inservibili attutirono l’impatto, l’anziano se la cavò con i va a dar via il cù dei compagni in caduta libera. Stendere ponti di barche sulle buche piene d’acqua rallentò l’avanzata. Ma Salvini era una pompa di energia, che spronava, esortava. A maniche rimboccate e a favore di camera, spingeva i trattori insieme al popolo! “Al Colle! Andiamo a far sentire la nostra rabbia per questo scippo!”. Ci si chiese: “Dov’è il Colle?”. “In centro” si rispose. “Dov’è il centro?” si replicò.

L’Amazzonia in cui spariva la Tiburtina li scoraggiava. Ma sulla monnezza c’erano i gabbiani. Matteo ricordava una ricerchina di scienze, aveva scritto che i gabbiani vivono nel Sahara, lo avevano preso per il culo a sangue ma aveva imparato: “I gabbiani vanno verso l’acqua! L’Arno! Seguiamoli!”. Non gli fecero notare che si chiama Tevere e incolonnarono le ruspe dietro i volatili, stando attenti a che non gli sganciassero qualche cinghiale in testa. Era sera quando arrivarono a Villa Borghese. Salvini diede l’ordine di riposarsi là in vista dell’attacco all’odiato Quirinale, avrebbero dimostrato di che è capace il popolo leghista se s’incazza. Dormirono sull’erba, sognando di essere sui prati delle Prealpi. Al mattino Matteo si complimentò con tutti per la mimetizzazione, ottima per fregare i Corazzieri. “Quale mimetizasiùn?”. “Come quale? Sembrate dei leopardi!” . Si guardarono. Erano punteggiati di merda di pecora come delle coccinelle al negativo. Non sapevano che il furbo Comune tosava l’erba dei parchi mediante greggi. E che i pastori, a differenza dei proprietari di cani, mica raccolgono. “Ecco perché non c’era neanca un picinìn…” osservò qualcuno spiccicandosi olive di merda da dietro le orecchie.

Tornarono gli ovini, seguiti dai nordafricani col kebab e dai pastori maremmani che non chiedono se uno è della Lega o del Pd, mozzicano e basta. Salvini, fan del Gladiatore (adora ripetere “Al mio via, scatenate l’inferno”) urlò “Fate cerchio!” ma l’Armata più che un cerchio sembrò l’esplosione dell’atomo, coi neutrini che schizzano via a cazzo di cane. Alcuni finirono a Porta Portese e fecero incetta di camicie a tre euro, altri seguendo i gabbiani arrivarono a Ostia, altri stanno ancora a fare a chi mangia più fette dar cocomeraro in Viale Trastevere. Salvini è contento lo stesso, lui voleva solo fare un po’ di scena, ‘sti cazzi dello scippo. Anzi, era quello che cercava.

Il Pd verso le urne: coalizione a tre, Renzi forse non c’è

Un attacco “a tre punte”, con Paolo Gentiloni nelle vesti di federatore e di frontman. Ieri il premier uscente ha incontrato Marco Minniti, Carlo Calenda e Walter Veltroni e ha iniziato a studiare lo schema per presentarsi alle prossime elezioni. L’idea sarebbe di mettere in campo tre formazioni. Prima di tutto, il Pd. Guidato da chi? Molti sperano che a farlo sia Nicola Zingaretti, ma lui per adesso non pensa di lasciare la Regione Lazio. Resta l’idea di candidarsi al congresso: potrebbe dunque essere una sorta di ispiratore.

E poi ci sarebbe una lista centrista guidata da Carlo Calenda e una terza lista di sinistra, con guida da individuare. Unite in coalizione nel nome dell’Europa, con il premier uscente a fare da garante. E Matteo Renzi? C’è chi racconta che l’ex segretario potrebbe non ricandidarsi. Ovvero, saltare un giro per correre direttamente alle Europee e magari cercare un incarico fuori Italia, cosa alla quale è interessato da mesi: per lui l’opportunità di smarcarsi, per gli altri di non subire una campagna elettorale tutta contro di lui. Senza contare che Gentiloni e Renzi non si parlano praticamente dal 4 marzo: difficile pensare che in campo possano esserci entrambi.

L’ex segretario, però, ieri non si è fatto mancare l’occasione di marcare il territorio. Prima una e-news, poi una diretta Facebook. “Questa non è solo l’occasione di rivincita per il Pd ma anche di un salvataggio del Paese”, ha detto. E poi ha chiarito: “Sarà una battaglia tra chi vuole uscire dall’Europa e chi vuole un’Italia forte ma dentro l’Europa”. La parola “rivincita” sembra andare in una direzione diversa rispetto al disimpegno, ma siamo solo ai blocchi di partenza e con tempi così ristretti decade l’ipotesi della scissione. Tradotto: è già iniziata la battaglia sulle liste. Il Pd renziano vorrebbe riconfermarle praticamente in blocco, gli altri sono pronti a vendere cara la pelle per impedirlo. Per adesso non c’è in calendario un’Assemblea: dato non secondario, visto che il partito resta con un reggente (Maurizio Martina) e con un segretario ombra.

Oggi intanto ci saranno le assemblee dei gruppi Pd di Camera e Senato. All’ordine del giorno “la situazione politica”. Il Pd si è schierato con Sergio Mattarella. Venerdì scenderà anche in piazza per difenderlo e Renzi è stato uno dei primi a parlare, lo stesso che aveva imputato al presidente la sconfitta elettorale per non averlo mandato al voto dopo il referendum.

Quanto al nuovo governo: “Sì a Cottarelli”, era l’indicazione. Ribadita da Martina ieri mattina. Ma poi nel corso della giornata i Dem hanno cominciato a ripensarci: non una grande idea quella del partito perdente unico sostenitore di un governo sfiduciato, per di più guidato da uno come Cottarelli, l’uomo del Fondo Monetario internazionale. Si va dunque verso un’astensione.

Il percorso del Pd è parallelo a quello di Forza Italia. Anche Silvio Berlusconi era schierato sul sì a Cottarelli domenica sera. Poi ieri ci ha ripensato e ha dichiarato il no. Il centrodestra come si è presentato alle elezioni del 4 marzo sembra già un’operazione del passato, ma l’ex Cavaliere non vuole dare a Salvini l’alibi per romperlo definitivamente. Nel partito c’è una guerra su dove e come posizionarsi. Con una parte che guarda al Pd. Minimo comun denominatore: la difesa del Colle e l’europeismo (FI siede nel Ppe, a differenza della Lega, ed esprime Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo). Basterà? Guidano sempre i posti in lista. Per adesso, al Nazareno si riflette su accordi di desistenza nei collegi. Com’è stato in parte nelle ultime elezioni: solo che allora la posta in palio pareva il governo insieme, adesso è la sopravvivenza.

I corazzieri di carta di Re Sergio

Sì ma, in tutto questo, Mattarella come sta? È “sereno e in pace con se stesso”, ci tranquillizza La Stampa. Sereno, “per non avere deluso tante persone perbene”, e aver deluso i mascalzoni, s’intende. Sì, ma: mangia? Eh, diciamo, ma “completamente solo, quasi orgoglioso della sua solitudine” e “con evidente sofferenza” (Repubblica). Ed è stanco? Vorrei vedere, dopo aver fatto per 90 giorni da “argine alle spallate”, da “baluardo” (Rep.) contro i barbari che assaltavano il Quirinale con teste d’ariete e catapulte.

Del resto, l’abbiamo visto tutti, quando alle 20.30 “la porta di legno chiaro della Loggia alla vetrata” si è “spalancata” come le acque di fronte a Mosè, lasciando “intravvedere il volto teso” (Corriere), anzi “scuro”, del Presidente, “come si conviene a un momento drammatico” (Stampa). Mattarella avrebbe potuto, che so, uscire ridendo, con un’ananas in testa e danzando sulle note di El negro zumbòn; invece no, era “visibilmente provato” (Stampa), la “voce appannata ma ferma” (Corriere), che visti i fatti poteva benissimo essere chiara ma malferma.

Dopo il tribolato discorso che ha messo fine a un governo mezzo sovranista (e che prelude all’arrivo di un governo totalmente sovranista), il Reggimento Corazzieri s’è schierato sui giornali e sul web; all’uopo, riscopre il rispetto delle Istituzioni spesso e volentieri brutalizzate. Su Twitter si sparge l’hashtag #IoStoConMattarella. In prima linea quelli che volevano far perfezionare la Costituzione dalla valletta delle Riforme Maria Elena Boschi (su istruzioni di una famigerata banca d’affari). In groppa a un cavallo di razza irlandese, Paolo Gentiloni suona l’adunata: “Nervi saldi e solidarietà al Presidente Mattarella. Ora dobbiamo salvare il nostro grande Paese”. Uno striscione appeso ai balconi della sede del gruppo Pd al Campidoglio chiama fiero a raccolta i combattenti: “Viva la Costituzione e la Repubblica!” (la Costituzione vera, non quella toscana).

Lo Squadrone composto da gente comune e giornalisti è pronto alla pugna, al grido di “Mattarella non si è fatto intimidire dalla mafia figuriamoci da quattro fascisti” (si dice fossero armati). C’è chi minaccia le vie di fatto: “Se provate anche solo ad accusare il nostro Presidente di attentato alla costituzione mi incateno davanti al #Quirinale”. Nel Drappello delle Guardie di Sua Maestà spicca alta la figura di Carlo Calenda, che voleva velocizzare la farraginosa, obsoleta Carta improvvisamente rivalutata: “Dignità, forza, difesa interesse nazionale e Costituzione… l’Italia al suo meglio”.

Fabrizio Rondolino, ex renzista di sfondamento, twitta: “Un grazie profondo, rispettoso e solidale al presidente Mattarella per aver difeso con onore la Costituzione e i nostri risparmi”, soprattutto, da non confondere coi trascurabili gruzzoli polverizzati da Banca Etruria & Co. Frappone il suo corpo tra la folla e Re Sergio Ugo Magri sulla Stampa, che descrive il momento in cui Sua Altezza ha incenerito le speranze dei due “partner”, “che sono stati degli agnellini davanti a lui”: “Ha detto no, e no è stato”. C’era anche Libero: “Nemico di ogni avventatezza ed educato al culto della prudenza” com’è, “ha respinto con un non possumus” papale la lista dei ministri.

Ma quale impeachment: per Magri “alla Consulta gli darebbero una medaglia per aver difeso la suprema Carta”, quella stessa Carta che si voleva stravolgere col partecipato entusiasmo di Mattarella (“un’importante riforma della Costituzione”, che “influirà sulla capacità di governare i problemi quando nascono e non dopo”, 2016) e di tutti i giornali che oggi gli fanno scudo, declamando solennemente articoli come versetti, peraltro senza capirli bene.

“Il Presidente ora non è più garante dell’unità nazionale”

Qualche giorno fa, in un colloquio con questo giornale, il costituzionalista Massimo Villone, professore emerito a Napoli, aveva “affettuosamente” sconsigliato al Capo dello Stato di interferire nell’indirizzo politico del governo. L’appello – possiamo dirlo senza mancare di rispetto alla più alta istituzione repubblicana (che va sempre difesa) – è rimasto inascoltato.

Professore, come giudica il discorso del Presidente Mattarella?

È stato di sicuro uno sbaglio. In generale il capo dello Stato non deve mettersi contro l’indirizzo politico di un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare. Può opporsi su singoli atti incostituzionali, ad esempio rifiutando la promulgazione e rinviando alle camere una legge senza copertura ex articolo 81 della Carta. Invece, Mattarella ha detto che non poteva accettare un ministro antieuro: una valutazione politica, tra l’altro riferita a opinioni espresse da Paolo Savona in passato e non al programma di governo, e superata dallo stesso Savona con una lettera.

La scelta di Cottarelli?

Una conferma dell’errore. Il presidente avrebbe fatto meglio a indicare un filosofo o uno storico. Carlo Cottarelli esprime una visione esattamente opposta a quella di Savona, e conferma l’intento di sostituire un diverso indirizzo di governo a quello che – si temeva – la maggioranza parlamentare potesse esprimere. È un’entrata a gamba tesa nell’agone politico, che oltretutto rischia di essere inutile, come già dimostrano spread e mercati, che temono una lunga fase di incertezza che potrebbe chiudersi con uno scenario simile a quello di oggi, o persino peggiore. Un possibile boomerang.

Il presidente pare aver tracciato un limite alla sovranità politica laddove inizia il gradimento dei mercati.

È giusto tener conto delle questioni economiche e degli equilibri finanziari. Ma non è compito del presidente della Repubblica garantire i mercati o rassicurare alleati andando contro il voto popolare. Ancor meno quando quegli alleati ci insultano pubblicamente. Il 4 marzo il popolo sovrano ha chiesto una discontinuità, anche radicale, con le politiche precedenti: è un fatto che non si può cancellare.

Alcuni suoi colleghi sostengono che il presidente abbia svolto il suo dovere perché Paolo Savona avrebbe messo in discussione alcuni principi costituzionali come l’articolo 11 e l’articolo 81.

Qui non è in gioco la violazione di principi costituzionali, lesi da concreti atti di governo e non da programmi. È invece in gioco la possibilità di cambiare indirizzo politico sui trattati e sulle scelte conseguenti. Non v’è alcun ostacolo nella Costituzione, e nessun trattato vincola per l’eternità. Io sono contrario a uscire dall’euro, ma non dubito che il popolo italiano può uscirne, se così decide. Poi, il Presidente è garante di tutta la Costituzione, anche del diritto alla salute, al lavoro … per molti, proprio le politiche dell’Ue pongono ostacolo alla attuazione di fondamentali diritti costituzionali. Queste politiche sono state criticate da tutti i partiti.

Mattarella ha detto che il tema non era stato toccato in campagna elettorale.

Non concordo: la necessità di orientamenti diversi dell’Ue è entrata nei programmi delle forze politiche e nella campagna elettorale. Ricordiamo poi che nel 2013 nessuno aveva detto di voler stravolgere la Carta costituzionale riformandone un terzo…

La Presidenza della Repubblica ne esce indebolita, anche nella funzione di garanzia della Costituzione?

C’è un danno non trascurabile. il Presidente della Repubblica si è reso parte, ed è difficile configurare come rappresentante dell’unità nazionale chi si mette contro una maggioranza uscita dal voto popolare democraticamente espresso. Il presidente è tanto più autorevole quanto più è estraneo alla dialettica politica.

La messa in stato d’accusa è plausibile?

Allo stato, si mostra una via di fatto impercorribile: non ci sono le giunte per le autorizzazioni a procedere né i giudici aggregati che sono scaduti. In ogni caso, per quanto l’errore del Quirinale sia per me indubbio, non credo si configuri l’attentato alla Costituzione. C’è un prezzo politico, perché la Presidenza della Repubblica sarà probabilmente sotto attacco nella futura campagna elettorale. È questa la sanzione.

Ultima: il presidente aveva la facoltà di porre il veto?

No. In termini generali, quando c’è una maggioranza parlamentare che ha la fiducia, il ruolo del capo dello Stato si riduce, proprio perché non può e non deve opporsi a un indirizzo politico. Il sindacato sulla scelta di singoli ministri può trovare fondamento non nelle opinioni da loro manifestate, ma in elementi che li rendono incompatibili alla funzione. Tale non era oggi il caso. Mentre abbiamo avuto ministri e anche presidenti del Consiglio della cui incompatibilità si poteva essere ragionevolmente certi.

Quando Cottarelli diceva “Transizione? Meglio un politico”

“Se si parla di un governo di transizione, credo che a capo dovrebbe esserci un politico. Se ci fosse qualcosa da fare sarebbe la legge elettorale e non credo servirebbe un economista come premier”. Era il 16 marzo scorso, le elezioni si erano svolte da una dozzina di giorni e a Un Giorno da Pecora, su Radio1 Rai, così parlava Carlo Cottarelli, ospite della trasmissione condotta da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. “Perché si fa il mio nome come premier per le larghe intese? Non so, ha cominciato un giornale, il Corriere, per primo, e gli altri hanno seguito. Questa comunque non è una cosa seria, ovviamente, ora è stata rimpallata dai media…”, aveva risposto l’economista riferendosi alle voci che, già allora, lo davano come papabile candidato premier. Berlusconi l’aveva contattata prima delle elezioni?, gli chiedono. “Sì, mi aveva detto che aveva apprezzato le mie misure per il taglio della spesa, e che secondo lui potevo avere un ruolo di ministro per la revisione della spesa”. È stato contattato da altri? “Non lo dico, nessuno mi ha autorizzato a dirlo. Dopo le elezioni però non c’è stata nessuna telefonata, di nessun genere. Il telefono è silenzioso”.