Tutti gli uomini pro e contro il Presidente

Ci sono sindaci leghisti che come segno di protesta tolgono la foto di Sergio Mattarella dai loro uffici. I sindacati e le associazioni di categoria si rincorrono nel sostenere il Presidente: “Rispetto per la Costituzione”, scrive la Cgil. E poi ci sono le petizioni online pro o contro Mattarella, i post su Facebook e le classifiche di “trending topic” su Twitter. Da una parte i tricolori listati a lutto con l’hashtag “il mio voto conta”. E dall’altra, di senso opposto: “Io sto con Mattarella”.

La giornata di ieri è stata anche questo: il contrasto fra piazza San Carlo a Torino, dove migliaia di persone manifestano a favore di Mattarella. E i consiglieri dei Cinque Stelle che nella stessa città disertano per protesta il Consiglio comunale. Anche nella piazza della prefettura a Caserta viene organizzato un flash mob come segno di solidarietà al Capo dello Stato.

I gesti più plateali li hanno fatti alcuni sindaci. Nel bergamasco, Paolo Grimoldi – segretario della Lega – ha chiesto ai primi cittadini di togliere la foto di Mattarella dai loro uffici. Sei leghisti della Brianza hanno sostituito il ritratto di Mattarella con una statua di Alberto da Giussano. A Beura Cardezza – paese di 1.500 abitanti in provincia di Verbano-Cusio-Ossola – il sindaco ha messo le bandiere a mezz’asta in segno di lutto per lo stop al governo. Il prefetto gli ha imposto di rimetterle nella posizione corretta.

Alla fine è intervenuto anche Antonio Decaro, presidente dell’Anci (l’associazione dei Comuni italiani) e sindaco di Bari: “Prevalga la saggezza – ha detto – si recuperi il senso della misura: rappresentiamo tutti lo Stato”.

La Cgil ha usato twitter per far sapere la sua posizione: “Difendiamo le prerogative del Presidente della Repubblica e delle istituzioni democratiche – hanno scritto –. Nessuno si azzardi a pensare a una guerra alle istituzioni”. Toni simili anche per Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl: “Sono inaudite le reazioni e i toni usati nei confronti del presidente della Repubblica”.

Un passo ulteriore lo ha fatto Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia: “La protezione del risparmio degli italiani è la (giusta) preoccupazione di molti. Non c’è stata la stessa sensibilità – dal 2011 ad oggi – per la sua componente immobiliare”.

Gli errori del Colle che hanno fatto il gioco di Salvini

Dispiace molto, ma il presidente della Repubblica per evitare un rischio possibile ha fatto un errore sicuro. Con conseguenze imprevedibili. Dispiace perché, oltre al rispetto dovuto all’istituzione che tutti ci rappresenta, in questi lunghi e difficili mesi milioni di italiani (come chi scrive) hanno riposto grande fiducia nella saggezza e nelle doti di equilibrio di Sergio Mattarella. Vedrete che alla fine lui troverà la quadra, questo era l’umore che sentivamo in giro. Accompagnato dalla sensazione positiva che alla fine, gira e rigira, un governo avrebbe visto la luce. Condivisa anche da parte di molti che non avevano votato Cinque Stelle, e neppure Lega, poiché dopo 85 giorni sulla giostra delle consultazioni (seguite a una campagna elettorale sfibrante) il senso comune chiedeva comunque qualcuno che guidasse questo Paese. Chi per mettere alla prova (dopo tante promesse mirabolanti) le reali capacità dei cosiddetti “vincitori”. Soprattutto come espressione della volontà popolare espressa da 17 milioni di elettori il 4 marzo. Il famoso popolo sovrano.

Purtroppo non è andata così e stamane ci è accaduto di svegliarci sotto il cielo plumbeo della delusione e dell’incertezza sapendo che probabilmente siamo in larga compagnia. Ecco perché il presidente Mattarella, per tutelare (così ha detto) il risparmio degli italiani – che al momento (così leggiamo) resta in zona di sicurezza – ha scelto di spendersi con una decisione presa “non a cuor leggero”. E di spendere un valore altrettanto importante: la fiducia dei cittadini nella democrazia rappresentativa, nel voto. Il problema deflagrato domenica sera ha avuto una lunga gestazione che gli “abili tessitori” del Colle non hanno evidentemente saputo o voluto governare. Trovandosi poi del tutto spiazzati all’ultima curva dallo scaltro cinismo del signor Matteo Salvini, complici alcune ingenuità di Luigi Di Maio. Dovendo così subire quel ritorno alle urne che Mattarella più di ogni altra cosa diceva di temere. Voto che si è improvvisamente trasformato in un referendum sull’euro e sul medesimo Mattarella che ha dato fuoco alle polveri. Con prevedibile crescita degli astenuti: visto che votare non serve a niente, che ci vado a fare? Non bisognava arrivare a questo punto. Anche perché è stato congedato sul nascere un esecutivo che aveva i numeri per ottenere la fiducia in Parlamento. Mentre ora fa posto a un governicchio balneare nato morto. Un bel capolavoro, non c’è che dire.

Il secondo errore nasce da una domanda: come è stato possibile trasformare in pochi giorni, se non in poche ore, il Movimento 5 Stelle da interlocutore rispettoso a peggior nemico del Quirinale? Fino al punto di far andare in piazza i pentastellati ad annunciare la messa in stato d’accusa del presidente per attentato alla Costituzione (preceduti da Giorgia Meloni che è tutto dire). Un modo abbastanza strampalato per far dimenticare ai militanti il trappolone Savona, by Salvini-Mattarella, nel quale Di Maio e soci sono caduti con tutte le scarpe. Ma pure un espediente per strappare l’applauso nei prossimi comizi. Con il rischio di riportare il M5S sulle antiche posizioni fondamentaliste. O di gettarlo definitivamente tra le braccia di Salvini.

Salvini, appunto. Che ha giocato, ammettiamolo, con maestria la carta di un anziano economista strappato per qualche giorno alle letture e alle passeggiate a Villa Borghese. Il pokerista della Lega già sudava freddo al pensiero di tutte le cambiali che avrebbe dovuto pagare al proprio elettorato (la costosissima flat tax, 600 mila immigrati irregolari da rispedire al paesello, bum!), quando ha capito che poteva prendersi l’intero piatto (vedi il rifiuto del ministro dell’Economia per il suo braccio destro Giancarlo Giorgetti). Andare cioè di corsa ai seggi con i sondaggi nelle vele. Temevamo che l’amico della Le Pen, di Orban, di Steve Bannon e della peggiore destra globale potesse fare sfracelli al Viminale? Perché accontentarsi, visto che tra qualche mese possiamo ritrovarcelo a Palazzo Chigi? Bel colpo.

Ps. Carlo Cottarelli è un economista che gode di stima meritata. Viene chiamato a rassicurare i mercati (che infatti non si placano). A fare una legge di bilancio di assoluta precarietà. A rappresentare l’Italia nei prossimi vertici europei dove sarà osservato come un simpatico signore che tiene calda la sedia a chi verrà dopo. Come si dice: peggio la toppa del buco.

Potere al Popolo: “Quel no a Savona è inaccettabile”

Anche la listadi sinistra Potere al Popolo si schiera contro la scelta del Quirinale: “Mattarella si è reso responsabile di una grave crisi istituzionale pur di non accettare come ministro dell’Economia Paolo Savona considerato ‘euroscettico’ e dunque non compatibile coi diktat dell’Ue. Mattarella ha ammesso di non aver accettato Savona perché sgradito ‘ai mercati’, temendo ‘un segnale di allarme o di fiducia per i mercati’. La volontà dei mercati ha prevalso su quella dei cittadini. Piegandosi ai diktat di Bce e Fmi – si legge in una nota – Mattarella dà l’incarico a Cottarelli, rappresentante dei poteri forti della finanza e noto ‘tagliatore di teste’ del Fmi, ex strapagato plenipotenziario per la spending review. Un governo tecnico che si dà la priorità, dichiara Cottarelli, ‘di far quadrare i conti’. Una replica del governo Monti, che per far quadrare i conti ha aumentato l’età pensionabile, precarizzato il lavoro, tagliato i servizi pubblici. Non ci interessa sapere se Salvini volesse davvero fare un governo, né il dibattito sull’impeachment: inaccettabile è la motivazione della scelta del Colle. Dire che si rifiuta la nomina di un ministro perché ha una visione della politica monetaria diversa da quella della Ue è inaccettabile”.

“Con la Lega difenderemo l’Italia. E Di Maio è il leader”

“Era già stato deciso di impedire il governo tra noi e la Lega, e lo conferma il fatto che Carlo Cottarelli era pronto già due minuti dopo l’uscita dal Colle di Giuseppe Conte. Era un pasto pre-cotto…”. Massimo Bugani, capogruppo del M5S nel Comune di Bologna, e soprattutto uno dei quattro membri dell’associazione Rousseau, guidata da Davide Casaleggio, conferma e rilancia i sospetti del Movimento sui presunti poteri forti schierati contro il governo gialloverde. Ma non addossa ogni colpa al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Lui si è rivelato debole. Ma a fermarci è stato il mondo delle banche e delle agenzie di rating. Non volevano un esecutivo di persone libere”.

Luigi Di Maio continua a invocare l’impeachment. Giuridicamente impossibile, peraltro.

Su questo deciderà il capo politico. Noi per settimane abbiamo avuto un ottimo dialogo con il Quirinale, poi però è arrivato un no irremovibile a un ministro. Siamo rimasti molto sorpresi nello scoprire che si teneva in maggiore considerazione la reazione dei mercati rispetto a quella dei cittadini. Lo spread non è la differenza tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, ma la misura del disprezzo nei nostri confronti della Germania.

È assolutamente legittimo che il Quirinale si preoccupi della tenuta sui mercati. E lo erano anche i suoi timori sull’adesione all’euro del vostro ipotetico governo.

In nessuna parte del contratto di governo si parla di uscita dall’euro. E Savona nella sua lettera di domenica era stato molto chiaro su questo punto. Però ci serviva e ci serve qualcuno che ci riporti a essere un Paese libero, autonomo da certi mondi.

È vero che domenica avevate proposto al Colle di affiancare Paolo Savona con un viceministro europeista, da scegliere assieme a Mattarella?

Posso dire che sono state tentate tutte le strade possibili per accontentare il presidente.

Per accontentarlo bastava indicare Giancarlo Giorgetti, il numero due della Lega, al posto di Savona. Perché non ammettere che Salvini voleva solo far saltare tutto?

È chiaro che la Lega può solo guadagnare elettoralmente da questa situazione. Ma io ho visto il Carroccio stare seriamente al tavolo per il contratto di governo. Se avesse voluto solo lucrare consensi, non vedo perché avrebbe dovuto impegnarsi così per settimane.

Intanto tra voi e il Colle è guerra aperta. E le vostre dichiarazioni, in primis quelle di Di Maio, rischiano di alimentare un clima pericoloso.

L’invito a tutti è di mantenere nervi saldi e di evitare ogni eccesso. Ma la rabbia della gente è forte e servono spazi per incanalarla in modo democratico, nelle piazze e con ogni tipo di manifestazione possibile. I nostri attivisti ce lo chiedono da domenica sera.

Non avete paura di mettere a rischio la tenuta del sistema?

Noi siamo per la democrazia e la non violenza. Ma abbiamo il diritto di ricordare che siamo una forza che ha preso 11 milioni di voti, e che non vogliamo essere tenuti fuori.

E ora? I segnali incrociati parlano già di un’alleanza elettorale tra voi e la Lega. Sia Salvini che Di Maio non la escludono affatto, anzi.

Non so cosa accadrà e quali scelte prenderemo assieme al nostro capo politico e ai nostri iscritti. Sicuramente ora è chiaro a tutti come ci siano due forze politiche che vogliono difendere i diritti degli italiani in Europa e che non prendono ordini da altri.

Lei cita di continuo Di Maio. Ma il vostro candidato premier sarà ancora lui?

Non vedo alcun motivo valido perché il nostro candidato non sia ancora Luigi. Ci ha portati a prendere il 32,5% dei voti, e ha fatto un lavoro straordinario mettendoci sempre la faccia e prendendosi tutte le responsabilità.

Ora si ricandiderà anche Alessandro Di Battista. Come alternativa non è male, no?

Sarà un’enorme risorsa poterlo avere con noi. E mi fa molto piacere.

Il fatto che Di Maio venga ricandidato implica che ci sarà la deroga all’obbligo dei due mandati. E sarà l’ennesima regola che salta.

Si era già deciso così giorni fa, quando sembrava che si tornasse al voto. Questo mandato di fatto non è mai partito, può essere considerato nullo.

Ora farete una campagna tutta contro il Quirinale. Inquietante, no?

Credo che la debolezza del Colle sia l’immagine della debolezza attuale dell’Italia.

“Stiamo calmi, è solo la Politica e finalmente si torna a parlarne”

Sento definire quello che è successo come drammatico, incredibile e un gravissimo scontro istituzionale, in un crescendo di allarmati e allarmanti squittii. Eravamo talmente abituati all’idea che “politica” significasse correre dietro a personaggi scandalosamente impresentabili da confondere la cronaca rosa shocking delle loro demenziali imprese. Ci siamo fatti confondere per venti anni dalle dispute fra lo Psiconano e De Benedetti, dalle imprese di Formigoni e dalle pirloette degli eredi del Pci sino a dimenticarci che cosa fosse la politica.

Mentre il paese era distratto dalla definizione della nuova unità di misura della degenerazione istituzionale era in corso la cessione della sua sovranità e della sua stessa aria a chiunque fosse in grado di comprarsela al ribasso. Oggi, finalmente giunti ai primi veri scontri fra modi diversi di intendere la cosa pubblica, sento che questo viene chiamato caos. Accidenti, era così radicata l’idea che parlare di politica significasse solo inseguire nipoti (da Letta a Ruby) e orchestrare dibattiti sul nulla che assistiamo al disorientamento assoluto di fronte alla ripresa del confronto politico, anche duro.

L’establishment è riuscito a bloccarci? Ok, fa parte del gioco! Non siamo certo affetti dalla sindrome dell’adolescente ribelle che spera che, alla fine, il padre gli dia ragione.

Mattarella ha intortato le cose oppure ha fatto lo sgambetto alla democrazia? Lo vedremo, ma quello che invece è sicuro riguarda il cuore della contesa: c’è chi vuole vivere inginocchiato alle ragioni della finanza e dei suoi azzardi e chi non lo vuole. C’è chi vorrebbe continuare a consegnarci alla speculazione e chi no, neppure importano le ragioni oscure e recondite che portano i primi a comportarsi così. Non serve capirne la storia (che probabilmente non hanno) oppure denunciarne le intenzioni. È inutile perché le loro posizioni sono scoperte finalmente mentre le nostre lo sono sempre state.

Quello che ne seguirà si chiama semplicemente politica: il confronto fra interessi diversi combattuto con mezzi diversi dalla violenza, dopo avere denudato la casta questo era il nostro obiettivo più importante: un paese che tornasse a porsi i temi che contano per il suo futuro. Certo, sarebbe stato meglio non perdere altro tempo a cottarellarci al sole filtrato da un’aria così difficile da respirare, ma il confronto proseguirà: questa è la politica, bellezze! In alto i cuori.

Flores d’Arcais: “Il Colle non poteva imporre veti politici”

Scrive il direttore di MicroMega, Paolo Flores d’Arcais: “L’articolo 92 della Costituzione garantisce al presidente della Repubblica la possibilità di rifiutare la nomina di un ministro”, ma “il margine di discrezionalità di cui può avvalersi è stabilito con precisione dagli articoli 54 e 95. Quest’ultimo stabilisce che chiunque sia nominato a una carica pubblica deve adempiere il suo mandato con disciplina e onore. Il Presidente della Repubblica può perciò obiettare alla nomina di un ministro che gli sia stata proposta se rileva nei comportamenti passati qualcosa che confligge con l’onorabilità. Nessun rilievo del genere è stato avanzato sul professor Savona”. Invece, “quanto alla disciplina il titolare della unità dell’indirizzo politico del governo è solo il presidente del Consiglio come inderogabilmente stabilito dall’articolo 54. Esula perciò dai poteri del presidente della Repubblica sindacare sulle opinioni politiche dei candidati ai ministeri. Nel caso del professor Savona il presidente Mattarella ha invece fatto esplicito riferimento alle opinioni di Savona riguardanti la possibilità di fuoriuscita dall’euro”, la quale in ogni caso atterrebbe “alle scelte politiche di governo” e non sarebbe “in conflitto con la Carta”.

Luigi fa il movimentista: chiama la piazza e insiste sull’impeachment del presidente

Matteo Salvini per ora non ne vuole sapere. E anche molti grillini sono contrari o almeno dubbiosi. Eppure Luigi Di Maio, il fu candidato premier, accelera sulla strada della guerra totale al Quirinale.

Il giorno dopo l’impatto contro il no del Capo dello Stato, insiste sull’impeachment per Sergio Mattarella. E visto che c’è lancia per il 2 giugno, il giorno della festa della Repubblica, una grande manifestazione a Roma con “eventi simbolici” anche in altre città italiane. E anche l’alleata molto possibile, la Lega, sarà in mille piazze italiane il 2 e il 3 giugno in vista delle amministrative. Una provocazione agli occhi del Pd, che fa muro: “Giù le mani dalla festa di tutti gli italiani. Usarla quale momento per dividere il Paese e attaccare le istituzioni segna ancora una volta la deriva estremista del M5S e del Carroccio”. Ma Di Maio ha deciso di alzare l’asticella.

Innanzitutto per non restare indietro rispetto a Salvini che la sera di domenica era come al solito in mezzo a una folla, a Terni, a prendersi cori e a inveire contro tutti i poteri immaginabili. Così ecco che il capo del Movimento lancia l’adunata a Roma, in piazza della Bocca della Verità, per le 19. Mentre il M5S diffonde uno slogan come un grido di battaglia, #ilmiovotoconta. “Scrivetelo ovunque, e mettete una bandiera tricolore alla finestra” esorta Di Maio nell’ennesima diretta su Facebook.

E nel frattempo scende ancora in picchiata contro il presidente della Repubblica: “Ora si inizia a parlare di impeachment e dicono che non si può fare, che è assurdo, eccetera. Ma la messa in stato d’accusa si può fare e serve la maggioranza assoluta del Parlamento per mandare a processo Mattarella davanti alla Corte Costituzionale. Se la Lega non fa passi indietro quindi non stiamo parlando di una possibilità, ma di una certezza pressoché assoluta”. Ed è chiara la volontà di tirare dentro anche Salvini, esortazione ripetuta anche nell’incontro pomeridiano tra i due leader ieri alla Camera.

Ma il segretario della Lega è più che scettico: “Ci vuole mente fredda, certe cose non si lanciano sull’onda della rabbia. Io non mi metto a parlare di impeachment che è materia per giuristi e costituzionalisti”. E i dubbi abbondano anche dentro il M5S. “Luigi è troppo arrabbiato, questo è un errore” sussurravano a mezza bocca ieri alla Camera, rievocando anche il fallimento della messa in stato d’accusa già chiesta anni fa per Giorgio Napolitano. Perplessità manifestate da diversi eletti anche in chat e chiacchierate. E c’è chi ha raccontato all’Adnkronos di essere pronto a chiedere al capo di fermarsi nella prossima assemblea, ancora non convocata. Però Di Maio cerca la gola degli avversari. “Più che il presidente della Repubblica andrebbero messi in stato di accusa i suoi consiglieri” sibilava ieri. A conferma della frattura insanabile con il Quirinale, con cui pure da oltre un anno era in ottimi rapporti. Tanto da seminare elogi a quel Mattarella che ora è il primo dei nemici. Così ora è battaglia anche di verità diverse. “Avevo fatto arrivare nomi alternativi a Savona, come Bagnai o Siri, nomi della Lega peraltro, ma non andavano bene” ha rivendicato ieri Di Maio a Pomeriggio Cinque. E il Colle ha subito smentito: “Mai arrivati quei nomi”. Segni, della guerra.

@lucadecarolis

Salvini e Di Maio rilanciano: “Tra tre mesi ritocca a noi”

“Il governo del cambiamento se lo beccano tra 3 o 4 mesi”: la sintesi politica la fa Matteo Salvini nello studio di Matrix, Canale 5. Non era difficile prevederlo: il giorno dopo il gran rifiuto di Sergio Mattarella, la squadra populista che tremare il mondo fa è più solida e più forte di prima. Il primo sondaggio – quello mostrato da Enrico Mentana su La7 – dà numeri impressionanti: il M5S perde qualche punto rispetto al 4 marzo (29,5) ma la Lega vola (27,5); insieme varrebbero quasi il 60 per cento.

Di Maio e Salvini si incontrano nel pomeriggio alla Camera per mettere a punto la strategia comune. I gialloverdi restano insieme almeno fino al voto (che vorrebbero a settembre). “Il Parlamento ha un’unica maggioranza, M5S-Lega”, dice il capo politico del Movimento al termine della riunione.

I due partiti proveranno a far partire le commissioni e a portare a casa qualche punto del programma messo a punto in queste settimane. “Quello che non può fare il governo Cottarelli che nasce zoppo, proveremo a realizzarlo noi in Parlamento”, conferma Salvini.

La situazione è più che insolita: l’esecutivo che si sta per insediare entrerà in carica per gestire gli affari correnti in attesa del voto, senza avere una maggioranza parlamentare. Tuttavia nessuna norma impedisce la costituzione delle commissioni parlamentari in una situazione di questo tipo. La composizione delle quali, ovviamente, dovrà rispecchiare gli equilibri numerici esistenti in Parlamento. Lega e Cinque Stelle, in altre parole, proveranno a governare senza essere al governo. Per quanto possibile. A cominciare dal Def: il documento di economia e finanza sta per essere sottoposto all’esame dell’aula, dove i gialloverdi possono far passare una loro risoluzione. E dentro ci scriveranno innanzitutto una ricetta per evitare che scatti l’aumento dell’Iva, basata su tagli alla spesa e revisione delle agevolazioni fiscali. Ma il testo parlerà sicuramente anche del reddito di cittadinanza e della sorta di flat tax della Lega.

Uniti alla Camera, uniti in tv. Dopo l’incontro Di Maio e Salvini vanno entrambi a Canale 5: una staffetta che si ripete prima da Barbara D’Urso e poi a Matrix. E il capo del Carroccio, nel talk show serale, mette un altro mattone nella costruzione di un’alleanza stabile: “Abbiamo lavorato bene con i Cinque Stelle, dignitosamente, avevo dubbi all’inizio. Quel programma rimarrà, torna buono tra due-tre-quattro mesi”. Per Di Maio “è prematuro parlare di alleanza”. Tutt’altro che una chiusura.

Nel pomeriggio romano arriva anche la benedizione di quello che si definisce “il più grande osservatore del movimento populista internazionale”: Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump nella campagna che l’ha portato alla Casa Bianca. Domenica sera ha incontrato Armando Siri, il teorico della flat tax salviniana. Ieri invece si è preso il palco del centro congressi “Roma eventi”, a due passi da Piazza di Spagna. La prima parte è un monologo show: “In Italia state facendo la storia, per la prima volta si sono incontrati un partito populista di sinistra e un partito populista di destra. I due leader hanno trovato una mediazione e hanno prodotto un programma politico di 60 pagine”. Quello che è successo nelle ultime 48 ore per Bannon “è disgustoso”, ma allo stesso tempo ha permesso di “far cadere la maschera dei globalisti (…), il partito di Davos, dei capitali e dei media stranieri che ha tolto la sovranità agli elettori italiani”. Ancora per poco: come Massimo D’Alema, Bannon pronostica che alle prossime elezioni Di Maio e Salvini “prenderanno l’80%”.

In teoria c’è ancora un ostacolo che si chiama “centrodestra”. Salvini non ha ancora chiuso l’alleanza con Silvio Berlusconi. E l’ex Cavaliere, come comprensibile, non vorrebbe scendere dal cavallo vincente. Forza Italia non voterà la fiducia al governo Cottarelli, come gli avevano chiesto i leghisti. Ma Salvini è gelido: “Il centrodestra? Ci penserò. In queste settimane ho letto che sono brutto, traditore, irresponsabile, razzista. C’erano Tizio, Caio e Sempronio di Forza Italia che vomitavano insulti”.

Oggi la Lega riunisce i suoi gruppi parlamentari a Montecitorio alle 10, poi raduna il Consiglio federale, sempre a Roma. Mentre i capigruppo di Movimento e Carroccio si vedranno per far partire le commissioni parlamentari.

Barchielli farà foto anche al prof.

Il debole governo di Carlo Cottarelli parte già con una solida certezza: l’arte fotografica di Tiberio Barchielli, originario di Rignano sull’Arno, amico della famiglia Renzi, di babbo Tiziano, del figlio Matteo, che l’ha sistemato quattro anni fa a Palazzo Chigi e gli ha reperito pure una consulenza alla moribonda Unità. Ieri il segretario generale Paolo Aquilanti, di fatto il segretario particolare di Maria Elena Boschi, durante il trasloco verso la comoda seggiola di consigliere di Stato, ha trovato il tempo di assumere per altri sei mesi a Palazzo Chigi l’indispensabile Barchielli.

Il contratto di Tiberio (70.000 euro all’anno), che ha esercitato anche il mestiere del paparazzo regalando copertine patinate a Matteo, scadeva con la fine dell’esecutivo di Paolo Gentiloni: all’istante, con il giuramento di Cottarelli e il passaggio di consegne (tra l’altro, dovrebbe immortalare il rituale giro di campanella). Nei giorni precari della politica, è una buona notizia scoprire che il primo pensiero di Chigi 2 – quello diretto ancora per qualche ora da Boschi – sia rivolto alla qualità della fotografia. D’altronde, sul resto è meglio soprassedere.

Savona contro il Colle. E Di Maio si fa smentire

“Ho subito un grave torto da Sergio Mattarella”. Stavolta, naufragato tutto, Paolo Savona si sfila i guanti. Verso le cinque del pomeriggio l’economista, sul cui nome è saltato il governo M5S-Lega, spiega la sua in un comunicato su scenarieconomici.it, lo stesso a cui domenica aveva affidato il chiarimento chiesto dal Colle, senza però convincerlo (“vogliono un’Europa più forte, ma più equa”). Lo fa nelle stesse ore in cui Luigi Di Maio e Matteo Salvini accusano Mattarella di aver detto no a nomi alternativi a Savona, smentiti dal Colle.

L’ex ministro accusa il Capo dello Stato di aver ceduto a un “paradossale processo alle intenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e ho ripetuto nel mio Comunicato”. Ricorda la sua linea citando l’editoriale sul Mattino dell’economista Jean Paul Fitoussi “in cui afferma correttamente che non avrei mai messo in discussione l’euro”, ma chiesto all’Ue di rispondere “alle richiesta di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri”. È quella già ribadita: l’uscita dall’euro non la si persegue, ma ci si prepara se non si riesce a risolvere le criticità dell’eurozona trattando senza “rivelare i limiti dell’azione, o si è già sconfitti”. Cita anche Wolfgang Munchau (Financial Times): “L’euro è stato mal costruito per colpa della miopia dei tedeschi”. Poi l’affondo sulla strategia di Mattarella: senza “veti inaccettabili, perché infondati, il governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macron, incanalando le reazioni scomposte dei Paesi membri verso le decisioni che aiutino l’Italia”. Il sostegno francese sarebbe servito “all’importante Consiglio Ue del 28-29 giugno”, che dovrà discutere il budget europeo, la revisione del trattato di Dublino (chiesta dall’Italia) e la riforma dell’eurozona, dove Macron sperava nella sponda italiana contro Berlino.

Nelle stesse ore Di Maio rincara la dose smentendo che il problema fosse Savona. Attacca il Colle: “Avevo fatto arrivare nomi alternativi, come Alberto Bagnai (economista euroscettico) o Armando Siri, nomi della Lega, ma non andavamo bene perché nel loro passato avevano espresso posizioni critiche sull’Ue e mi è stato detto che le agenzie di rating o la Germania non le gradisce”. Il Colle smentisce (“mai arrivati al presidente della Repubblica”) ma in serata Di Battista conferma la versione. Il leader M5S dice anche che il leghista Giancarlo Giorgetti, il nome che Mattarella voleva al Tesoro, si era tirato indietro spiegando di “non avere le competenze”. Poco dopo Giorgetti di fatto conferma, ma ammette che Salvini ha detto no alla richiesta di Mattarella. E sferra un altro colpo: “Potremmo riproporre Savona”. Del leghista, peraltro, spunta un video in cui spiega “le ragioni dell’uscita dall’euro”, imbarazzando ulteriormente il Quirinale. Nessuno dalla lega conferma i nomi di Bagnai e Siri. Salvini non li cita ma conferma il no alle proposte alternative: “Ci è stato detto che non può fare il ministro chi va in Europa per ridiscutere i trattati”.