Lo spread ignora Cottarelli, Merkel minaccia l’Italia

Se lo scopo del veto del Quirinale sul nome di Paolo Savona per il ministero dell’Economia era di rassicurare i mercati, l’obiettivo è stato mancato. La Borsa di Milano perde oltre il 2 per cento e lo spread, la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani a 10 anni e gli equivalenti tedeschi, arriva a 233 punti, il massimo dal 2014. Ma soprattutto la cancelliera tedesca Angela Merkel evoca un paragone tra Italia e Grecia che suona minaccioso: “Vogliamo collaborare con tutti i governi, ma ci sono anche dei principi nell’eurozona”. E sull’incertezza politica relativa al nuovo governo la Merkel ha aggiunto: “Ovviamente ci saranno dei problemi. Anche con la Grecia di Alexis Tsipras ci furono problemi, e poi ci siamo accordati”. Tradotto: che i populisti vadano al governo o protestino in piazza, l’Italia può essere ricondotta a negoziati con Bruxelles come la Grecia che nel 2015 rifiutò con un referendum le condizioni imposte dai creditori, ma poi il governo Tsipras decise di cedere.

Inutile che Sergio Mattarella si faccia illusioni. Non basta la nomina di Carlo Cottarelli, destinato a essere premier senza fiducia, a rassicurare. “Non penso sia quello che voleva la Germania, un governo deve avere il sostegno del Parlamento e questo esecutivo non ce l’ha, temo che i due partiti populisti Lega e 5Stelle ne escano rafforzati”, ha spiegato all’agenzia AdnKronos Clemens Fuest, presidente dell’istituto economico tedesco Ifo, e tra i consiglieri economici della cancelliera.

Le analogie con la Grecia evocano scenari che da ieri non sono più considerati impossibili. A dicembre 2017 l’Italia aveva ricevuto una promozione nella scala di affidabilità del suo debito pubblico: l’agenzia Standard & Poor’s aveva alzato il rating da “Bbb-/A-3” a “Bbb/A2”. Era il primo miglioramento dal 2002. Quel ciclo positivo si è però già interrotto. “Il lavoro di anni cancellato in due settimane”, sospirano i tecnici del Tesoro. L’altro colosso del rating, Moody’s, ha messo l’Italia sotto osservazione, premessa di una possibile bocciatura. Come si legge nella nota dell’agenzia Fitch del 21 maggio, i “rischi politici” sono tra i fattori più preoccupanti.

Se l’Italia scende altri due gradini nella scala del rating, i suoi titoli di Stato non potranno più essere accettati come garanzia dalla Bce: soltanto la Banca d’Italia potrà prenderli ma dopo l’attivazione di una linea di liquidità di emergenza (Ela) autorizzata dalla Commissione europea e dalla Bce. È proprio sul negoziato per ottenere l’Ela destinata a tenere in vita il sistema bancario greco che Tsipras è capitolato nel 2015. Sotto la soglia dell’investment grade, i titoli italiani non verrebbero più acquistati dalla Bce neppure nel programma di Quantitative easing (nell’ultima settimana gli acquisti nell’area euro sono scesi da 5,3 a 3,8 miliardi, cosa che può aver contribuito ad agitare il mercato obbligazionario).

Non c’è alcun declassamento alle viste nell’immediato ma se sale lo spread si deprezzano i titoli di Stato nei bilanci delle banche. Le regole contabili non impongono di registrare subito la perdita teorica, ma gli altri investitori sanno fare di conto e vedono le banche più fragili. Se poi lo Stato viene declassato, a cascata scende anche il rating delle banche locali e delle imprese, mentre continua a ridursi il valore dei buoni del Tesoro in bilancio, le banche vedono salire i costi di finanziamento e il circolo vizioso continua fino a spingere il governo a negoziare prima la liquidità di emergenza e poi, forse, un programma di assistenza dalla troika Ue-Fmi-Bce per il debito.

A innescare la spirale può essere proprio il rischio politico che si è generato ora, con nuove elezioni che saranno un referendum pro o contro l’euro, e i pericoli saliranno.

Il presidente francese Emmanuel Macron, dopo aver chiamato il professor Giuseppe Conte per esprimere sostegno al governo mai nato, ora si schiera con Mattarella: “Grande senso di responsabilità e coraggio”. È molto più preoccupato della Merkel degli effetti europei dell’instabilità italiana.

Così come sarà sicuramente preoccupato Mario Draghi, il presidente della Bce, cui qualcuno – nei retroscena – attribuisce l’ordine di fermare Savona. Per Draghi, che conosce Savona da decenni, in realtà i problemi sono molto maggiori nell’instabilità che si è creata adesso, in una crisi senza esiti prevedibili e con un’incertezza crescente che rischia di contagiare anche le banche italiane. Un governo con Savona ministro avrebbe forse aperto un dibattito europeo su euro e trattati ma senza conseguenze immediate. Il caos seguito all’intervento di Mattarella e la polemica sulla moneta unica rischia di dover costringere la Bce a intervenire, se l’incertezza innescherà quella fuga degli investitori di cui ieri forse si è visto l’inizio.

L’agenda (quasi) vuota del nuovo esecutivo

Se il governo di Carlo Cottarelli avrà la fiducia del Parlamento, ha spiegato il premier incaricato, farà la legge di Bilancio 2019 prima di dimettersi all’inizio del nuovo anno. Ma questo è uno scenario che pare improbabile, con il solo Pd che si è schierato a sostegno dell’esecutivo deciso dal Quirinale. Quasi certa l’opzione alternativa: Cottarelli va in Parlamento, non ottiene la fiducia e resta in carica per gestire nuove elezioni dopo l’estate. Privo della legittimazione parlamentare, Cottarelli non potrebbe fare quasi nulla in politica economica. Anche questa volta il “dossier Cottarelli” sui tagli, elaborato quando il premier incaricato era commissario alla revisione della spesa, resterà su carta.

La Commissione europea ha fatto capire, nelle sue ultime comunicazioni ufficiali, di attendersi una manovra correttiva nel 2018 da 10 miliardi di euro, necessaria perché l’Italia rispetti gli obiettivi di contenimento del deficit. Difficile che Bruxelles provi a imporla al governo Cottarelli e ancora più improbabile che quest’ultimo si avventuri a farla, a colpi di decreti legge. Resta la questione dell’aumento dell’Iva dal primo gennaio 2019 che, salvo provvedimenti alternativi, scatta in automatico.

Cottarelli non avrà il potere di occuparsene. Spetterà al prossimo Parlamento, dopo le nuove elezioni, e al governo che in quel Parlamento troverà la maggioranza: bastano poche ore per fare un decreto che rinvia l’aumento dell’Iva di qualche mese. E, salvo ritardi come quelli seguiti al voto del 4 marzo, è ragionevole aspettarsi che ci sia un nuovo esecutivo nella pienezza dei suoi poteri già entro ottobre. Se l’incertezza politica dovesse invece replicarsi anche dopo le elezioni-bis, il rischio concreto diventa quello dell’esercizio provvisorio: se il Parlamento non riesce ad approvare la legge di Bilancio entro il 31 dicembre, salirà l’Iva e ogni singola spesa difforme rispetto al bilancio 2018 dovrà essere autorizzata.

Nel frattempo ci sono i vertici europei cui Cottarelli dovrà partecipare ma senza peso politico. Prima il G7 in Canada l’8 e il 9 giugno, poi il Consiglio europeo del 27 e 28 giugno a Bruxelles e, sempre nella Capitale dell’Ue, il summit Nato dell’11 e 12 luglio. L’unica riunione che conta davvero è quella del Consiglio europeo dove si discuterà del bilancio comunitario dei prossimi sette anni e soprattutto della revisione del trattato di Dublino. Con l’Italia così debole, è improbabile che ci sia qualche passo avanti concreto. È molto probabile che la scadenza fissata lo scordo dicembre dal Consiglio per la riforma del trattato venga rinviata, un punto a favore per i Paesi del gruppo di Visegrad ((Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) che non vogliono una maggiore condivisione del problema rifugiati.

Dopo il voto del 4 marzo, l’ex premier Mario Monti aveva suggerito che il Parlamento desse peso politico al governo in carica per gli affari correnti (in quel caso Gentiloni) con una mozione molto condivisa che indicasse le priorità e la linea negoziale da tenere. C’erano stati alcuni segnali dai partiti. Ma ora che quella legittimità a negoziare sarebbe ancora più necessaria le condizioni politiche sono diventate ancora più complicate.

E lo stesso vale sui grandi temi di politica estera: Cottarelli offre agli Stati Uniti maggiori garanzie di continuità con il passato nei rapporti con la Russia. Cioè l’allineamento con le posizioni europee di dialogo e moderazione rispetto alla recente aggressività dell’Amministrazione Trump. Ma sui dossier di interesse nazionale per l’Italia come la Libia, dove la Francia di Emmanuel Macron è sempre rapida ad allargare la propria sfera di interesse, Cottarelli potrà fare ben poco.

Nessuna data per il voto “Decide il Parlamento”

Aturbare Sergio Mattarella, più che la fragilissima prospettiva di impeachment, sono stati i messaggi macabri – per la serie: “Dovremmo fargli fare la fine del pezzo di m…. del fratello”, cioè Piersanti, ammazzato dalla mafia – di una vergognosa campagna esplosa sui social. Ché, dolorosi risvolti personali a parte, possono essere l’assaggio di quella che sarà la vera campagna elettorale, quando la diciottesima legislatura sarà sciolta.

Ma quando sarà sciolta, questo il dilemma?

Di fronte alle minacce di marce e passeggiate e mobilitazione promesse dal sovranismo gialloverde, il Quirinale toglie innanzitutto dal campo eventuali sospetti dilatori: si può votare anche ad agosto, dovrà essere il Parlamento (e quindi i partiti) a dare una risposta. Per il Colle, le urne si possono convocare persino prima di settembre, in una delle domeniche di agosto.

Paradosso, provocazione o semplice realismo che sia, il teorico voto agostano dipende da che morte morirà il prossimo governo Cottarelli. Questo è il punto. Ieri, infatti, l’uomo della spending review (fallita) è salito al Colle per l’incarico annunciato domenica sera. Il suo esecutivo – del presidente o tecnico o neutrale – nasce senza alcuna speranza, avendo contro già il M5S e l’intero centrodestra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia). E visto che stasera il premier incaricato tornerà dal capo dello Stato è probabile che il voto di fiducia in Parlamento venga fissato per la prossima settimana.

Bene. Prevedendo quindi che Senato e Camera si esprimeranno martedì 5 o mercoledì 6 giugno, quel giorno il governo Cottarelli verrà senza dubbio sfiduciato.

A quel punto il presidente della Repubblica scioglierà le Camere e si potrà votare sessanta giorni dopo: il 5 o il 6 agosto, appunto. A meno che il voto di sfiducia non venga accompagnato da una mozione unanime dei partiti che sposti le urne a settembre o a ottobre. Insomma, il Quirinale intende evitare a tutti i costi altre accuse e altre polemiche capziose. Se si vuol andare a votare oltre i sessanta giorni dallo scioglimento dovrà dirlo il Parlamento.

In che modo? “Spetta a loro trovare l’apposito marchingegno” in occasione del debutto parlamentare dell’esecutivo. Mozione? Astensioni incrociate? Toccherà agli esperti di diritto parlamentare trovare la soluzione. In ogni caso la macchina del voto anticipato sembra avviata: l’ipotesi di un governo Cottarelli che arrivi sino alla fine del 2018, con tanto di legge di stabilità, è nulla al momento.

Fin qui il futuro. Ovviamente al Colle si ragiona anche sulle conseguenze della drammatica domenica vissuta con la riserva sciolta negativamente dal professore Giuseppe Conte a causa del veto su Paolo Savona ministro dell’Economia. E la minaccia di messa in stato d’accusa viene liquidata con “serenità”. “Il presidente è sereno”.

Si cita un antico proverbio popolare: “Male non fare, paura non avere”.

Mattarella è sempre più convinto di avere difeso la Costituzione (l’articolo 92 che dà al capo dello Stato il potere di nomina dei ministri) e ha fatto smentire la “bugia” di Di Maio su un presunto veto presidenziale anche per Alberto Bagnai e Armando Siri, economisti eletti in Parlamento dalla Lega.

Semmai, il Quirinale ribadisce di aver fatto tutto il possibile per “accompagnare” il governo Conte. Non solo. “L’errore” che da più parti s’imputa al Colle di non aver dato un pre-incarico a Di Maio o Salvini è stato commesso solo per “preservare” il successivo tentativo gialloverde, partito il 7 maggio scorso. Al contrario è ormai una certezza il sospetto che il leader grillino sia caduto nella “trappola” del capo del Carroccio che nel corso dei colloqui al Colle non ha mai dato la sensazione di essere pronto a governare. Un po’ per calcolo, ma soprattutto per paura.

A mia!?

Ma perché Mattarella l’ha fatto? Se davvero voleva agevolare il tanto auspicato governo politico, per parlamentarizzare e costituzionalizzare le due forze “antisistema” uscite trionfanti dalle urne, perché non ha raccolto l’assist che gli porgeva il prof. Savona confermando fedeltà all’Europa e all’euro, insieme all’auspicio da tutti condiviso (anche, pubblicamente, da Mattarella) di una Ue diversa, più forte ed equa? Perché ha silurato un governo politico espresso dalla maggioranza parlamentare per sostituirlo con un governo tecnico espresso da un’infima minoranza (il Pd), per giunta spacciandolo per “neutro”? E perché s’è presentato alla stampa a venderci un frittomisto di frottole (lo spread e il debito pubblico attribuiti agli unici partiti che in questi 7 anni non hanno mai governato) e illazioni (le profezie di sventura, un po’ meno scientifiche dell’oroscopo, sui nostri risparmi in fumo a causa del prof. Savona)? Le possibili risposte sono soltanto tre.

1) Un intervento esterno tanto violento e irresistibile quanto illegittimo e inconfessabile. Sappiamo per certo che né la Bce di Draghi né il governo francese (Macron aveva appena telefonato a Conte, “ansioso di lavorare insieme”) hanno espresso timori per il nuovo governo e il suo ministro dell’Economia tali da giustificare l’incredibile niet, anzi nein del Presidente italiano. Anche la Commissione Ue va esclusa, visto che il commissario all’Economia Moscovici era parso conciliante dopo le pubbliche rassicurazioni del premier incaricato sul rispetto degli impegni europei. Resta il governo tedesco, bersaglio in passato degli strali di Savona: se la prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo, colpiscono le minacce del portavoce della Merkel: “Ovviamente ci saranno dei problemi. Anche con la Grecia di Tsipras ce ne furono, e poi ci siamo accordati”. Per non parlare del ministro tedesco alla Ue, Michael Roth, che pretende “presto un governo stabile pro europeo”. Se si scoprisse che il veto del Quirinale è figlio di un diktat tedesco, potrebbe persino avere un senso l’impeachment invocato da M5S e FdI, altrimenti inutile, macchinoso e forzato se non come reazione impulsiva al golpettino bianco.

2) Mattarella, pressato dai poteri marci che dominano l’Italia come una colonia, alla fine non se l’è sentita di dare il via libera a un governo di cambiamento senza prima affermare la pretesa incostituzionale di dettargli la linea politica (che spetta al premier). Si è fatto portavoce dell’Ancien Régime allergico ai cambiamenti che fin da subito ha vomitato come corpi estranei i marziani Di Maio e Salvini.

Ed è ricaduto nel tragico e miope errore del predecessore, che cinque anni fa pensò di esorcizzare i 5Stelle tenendoli fuori con ammucchiate sempre più improbabili e “riforme” sempre più impopolari, nella speranza che sparissero da soli, col risultato opposto a quello desiderato: gonfiare le loro vele e pure quelle della Lega. L’eterogenesi dei fini del pompiere che diventa piromane e, anziché spegnere l’incendio, getta altra benzina sul fuoco è tutta nella scena di Cottarelli e delle sue cariatidi al governo coi voti dell’unico partito che giurava opposizione a qualunque governo. È il replay del ritorno dei decrepiti re “codini” imparruccati e impomatati, rimessi sui troni nel 1815 dal Congresso di Vienna dopo Napoleone. E avrà l’unico effetto di regalare altri voti alla Lega, forse al M5S, certamente all’astensione. Così il prossimo governo che Mattarella dovrà battezzare non sarà il Salvimaio con Savona, ma magari un Berlusalvini che ci (e gli) farà rimpiangere Savona.

3) Dopo lungo letargo, Re Sergio s’è fatto dominare da un qualche residuo di ombrosità e stizzosità siciliane nascoste nel suo Dna, trasformando una ripicca personale in una catastrofe istituzionale. Come il suo corregionale Filippo Mancuso che nel ’95, dopo una vita trascorsa a obbedir tacendo, trascinò il governo Dini a un passo dal baratro perché, sfiduciato dagli altri ministri e dalla maggioranza per la sua guerra personale alle Procure di Milano e Palermo, non voleva saperne di dimettersi. Indro Montanelli, sul Corriere, lo paragonò a un appuntato lavativo della Divisione Messina che aveva conosciuto sul fronte greco-albanese della Seconda guerra mondiale: “Era siciliano, si chiamava Rapisarda ed era impossibile coglierlo a corto di scuse per sottrarsi alla dura vita ed ai pericoli della trincea. Giustificava, ed anzi nobilitava, questa sua renitenza dicendo che non voleva sparare contro i greci, che a lui non avevano fatto nulla di male… Ma un giorno che in trincea dovette fare capolino, fu colpito di striscio alla guancia da una scheggia di mortaio. Greco. Rapisarda si terse il sangue della ferita, poco più che uno sgraffio, si guardò la mano, e con aria niente affatto impaurita, ma tra stupefatta e indignata, esclamò: ‘a mia!?’, a me!? Da quel momento il lavativo scomparve, ed al suo posto subentrò una specie di kamikaze che, dichiarata ai greci una sua guerra personale, senza nessun rapporto con quella dell’esercito italiano, vi si condusse in modo tale da guadagnarsi, nello spazio di pochi mesi, altre due ferite ed altrettante medaglie al valore”. I Rapisarda e i Mancuso – aggiungeva il grande Indro – “escono pari pari dalla galleria di quei personaggi siciliani che popolano la narrativa del siciliano Pirandello… Convinti di qualche loro ragione o diritto, cominciano ad arzigogolarci sopra, ne fanno un chiodo fisso della loro esistenza, picchiandoci sopra, se il martello gli si spezza, la testa: ed alla fine, sordi a ogni voce di fuori, ci si murano dentro, come il protagonista della ‘Giara’… Bel mi’ Rapisarda che la guerra la faceva per ‘a mia’. Ma lo diceva e rimase sempre ‘appuntato’”. Non Capo dello Stato.

Incontrando Dario Argento

Entriamo al Talent Scout, il locale del momento, dove gli artisti la notte si incontrano e si esibiscono. Qui può succedere che chiunque abbia successo. Manolita si muove con disinvoltura tra un nugolo di personaggi, conosce tutti, si ferma di continuo a salutare. Qualcuno mi guarda con un punto interrogativo sul viso: “Ma chi è? Bo!”. Rimango impacciata in un angolo e con aria disinvolta mi fingo interessata alla nuance della tappezzeria. Momenti interminabili! L’unica soluzione è avventarsi sulle noccioline, inizio a ingurgitarne centinaia, tutte quelle che trovo sul bancone, come in un totale cupio dissolvi nocciolinato. Salgono sul palco Rodolfo Laganà e Stefano Palatresi, intonano Alla fiera dell’est di Branduardi. Guardano da questa parte. Oddio no! Mi obbligano a salire sul palcoscenico e mi chiedono di cantare. Entro nel panico e dico una nota a caso “sol” così per darmi un tono. Mi brucia lo stomaco, un po’ per l’imbarazzo, ma soprattutto per le noccioline. “…e venne il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo…”: la tonalità è bassissima, sembro Barry White, ho la tremarella, non posso farcela, non canto mormoro sillabe, ho difficoltà a emettere dei suoni percepibili. Provo a sussurrarla, alla Paolo Conte, ma non funziona. Mi gridano: “Voce!”. Vampate di calore mi pervadono, vorrei darmi fuoco. Mi alzano la tonalità, troppo alta, inizio a ululare come fossi un castrato del ’700. Un film dell’orrore fatto realtà! Il mio sguardo cade sul terzo tavolino a destra e vedo Dario Argento che sorride. Un sogno forse? No, è lui in carne e soprattutto ossa. Sto per svenire. Manolita mi agguanta al volo e mi porta verso il bancone, dove ingurgito una pinta di birra glaciale e quintali di arachidi. Tutt’al più finirò al pronto soccorso. Lì hanno rispetto per tutti, compresi i castrati del ’700!

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Missione politica di Demetriano: difendere i poveri

“Agli dèi Mani. A Puteolano Demetriano, uomo ornato di virtù, che ha esercitato tutte le cariche, incaricato sovente di ambascerie, difensore dei poveri, per i meriti e la benevolenza di lui, degno e meritevole, che visse 58 anni e 8 mesi, Firmo offrì ossequio a quell’uomo buono e fece al benemerito”. Si tratta di un’iscrizione funeraria di età tardoantica (IV secolo d.C.) conservata nel deposito del Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia, in cui si commemora un noto esponente della politica dell’impero romano, tale Puteolano Demetriano di Puteoli, oggi Pozzuoli. L’iscrizione in sé non ha particolare significato; eppure colpiscono alcuni tratti del profilo del politico puteolano. Demetriano Puteolano percorse l’intero cursus honorum, ricoprendo tutte le cariche municipali, guidò numerose ambascerie per patrocinare presso il potere centrale gli interessi della sua comunità, ma soprattutto particolare è la menzione di una sua specifica missione politica quella cioè di difensore dei poveri (defensor pauperorum). Non ci vuol quindi molto a capire perché quando nelle primissime dichiarazioni dell’ormai ex presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte – “sarò l’avvocato degli italiani” – ho ricordato immediatamente questa antica, stringatissima iscrizione fatta solo di 11 righi. Conte, allora, sappia trarre dall’esperienza antica questi insegnamenti, non infarcisca il curriculum di decine di inutili pagine, ciò che di significativo e importante ciascuno fa si può e si deve riassumere in mezza cartella, e provi davvero come quel lontano progenitore a governare dando sollievo ai pauperes. Sarà ricordato.

Vergine, assalto degli ex fidanzati. Acquario, evita affari ad alto rischio

 

ARIETE – “Le altre nuotavano per tornare a riva; lei per allontanarsi da tutto”: La ragazza del mare è un po’ come te; ha bisogno di isolamento per portare a termine un’impresa. Glenn Stout (Rizzoli) dice che avete entrambi le carte in regola per il successo professionale.

 

TORO – “Nessuna storia finisce mai. Qui comincia se vuoi la parte più consistente dell’amicizia di queste due persone”: ha ragione Lo scrittore inglese di Masolino d’Amico (Skira)! Tu invece hai torto a pensare di sbarazzarti facilmente di uno spasimante consunto, riflettici bene.

 

GEMELLI – Sei sicuro di volere Solo la verità, nient’altro che la verità? Sbagli: “Certe volte nasconderla è il modo giusto per proteggere chi amiamo”. Evita, quindi, in tutti i modi di frugare tra gli effetti personali, smartphone incluso, del partner, o Karen Cleveland (DeA Planeta), stanne certo, ti fulminerà, e saranno guai.

 

CANCRO – Per trasformarti nel Pinguino che imparò a volare devi dar retta ad Anthony De Mello (Piemme), non alla tizia biliosa che dice cose del tipo: “Non voglio essere felice. Le uniche persone felici che conosco sono in manicomio”. Lascia il Lexotan alle amiche di poca fantasia.

 

LEONE – Studiando La scienza coatta di Barucca, Iannaccone e Sacchi (Garzanti), apprenderai che “Eulero, er fenomeno, venne allontanato perché il Re ’o riteneva troppo poco raffinato pe a corte sua”. Tu sei il Re: ti stai perdendo un gran bel matematico.

 

VERGINE – Barba intrisa di sangue di Daniel Galera (Sur) è un giallo, ma non occorre che tu sia un detective per decrittarlo: “Più che il ricordo di un’assenza, è una conferma rassicurante che questo tipo di cose continua a far parte del mondo”. Ex fidanzati in vista!

 

BILANCIA – Luca Mastrantonio ti mette in guardia dalle Emulazioni pericolose (Einaudi), alias le cattive compagnie che ti ostini a frequentare al lavoro: “Per Palahniuk c’è un milione di nuovi motivi per non vivere la nostra vita”. Quindi evita tal Palahniuk: un intrigante.

 

SCORPIONE – Enzo Gentile e Roberto Crema raccontano Hendrix ’68 (Jaca Book), di cui un’amante spiffera: “Decisi di andare a Bologna per seguire Jimi, ma, quando arrivai, lui aveva già altre ragazze e mi sentii molto delusa”. Anche tu sei finita nella tela di un seduttore seriale.

 

SAGITTARIO – “A volte il rispetto è meritato, altre volte è imposto”: batti la seconda strada, poiché la prima ora ti è preclusa. Solo così potrai toglierti dal pantano della Città senza stelle di Tim Baker (Sem).

 

CAPRICORNO – Lo so che sai già tutto, ma una spulciata al Libro della vagina di Brochmann e Dahl (Sonzogno) male non farà: scoprirai che “la posizione del gatto è particolarmente indicata per dare l’orgasmo alle donne”.

 

ACQUARIO – Ti senti Sola sull’oceano (Sperling & Kupfer), ma Mary H. Clark ha parole di conforto: “Lei non ha assolutamente nessun bisogno di assoluzione. Ora mangi la sua insalata. Tutto si risolverà per il meglio”. Inizia col rinunciare a un affare troppo rischioso.

 

PESCI – The time is now, ti grida David Bidussa affastellando una serie di discorsi cult del 1968: “Esiste da qualche parte una linea di demarcazione tra amici e nemici? A chi si si può affidare?”. Bella domanda: tu, però, la risposta la conosci, e non è così hard come pensi.

Facce di casta

 

Bocciati

Inondazioni istituzionali
Alessandro Di Battista ha duramente attaccato Mattarella, imputandogli la responsabilità delle difficoltà a formare un governo: “Il presidente della Repubblica non è un notaio delle forze politiche ma neppure l’avvocato difensore di chi si oppone al cambiamento. Anche perché si tratterebbe di una causa persa, meglio non difenderla”. Volendo essere esatti il presidente della Repubblica non ha mai fatto l’avvocato di chi si oppone al cambiamento ma. Eventualmente l’avvocato della Costituzione, quella stessa Costituzione per la bellezza della quale in molti, Cinque Stelle in primis, si sono battuti in occasione del referendum del 4 dicembre. Se Mattarella si limitasse a prendere atto di ciò che i partiti gli comunicano, se accettasse l’idea che il premier non indichi i ministri ma si trovi nella condizione di subirli, avrebbe smesso di essere il garante di quel letto in cui abbiamo deciso di far scorrere il fiume della nostra Repubblica. Che ci sia un guardiano che con correttezza, zelo ed onestà intellettuale controlli gli argini di quel fiume e impedisca all’acqua di straripare, è quello che abbiamo collettivamente stabilito quando abbiamo dato vita alla Costituzione. Perchè la Storia scorre, proprio come un fiume, e come un fiume vede alternarsi paesaggi diversi sulle proprie sponde: è per questo che in qualunque tratto del corso è bene che ci siano dei confini ad assisterla nel suo procedere e a proteggere noi da eventuali piene. Di Battista conclude dicendo che ‘chi ha l’onore di rappresentare l’unità nazionale’ non dovrebbe lasciarsi intimorire ‘dal primato della politica sulla finanza’: la sensazione infatti è che l’unico primato che intimorisce Mattarella sia quello dei partiti sulla Costituzione.

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Promossi

Mens insana in politica insana
“#Salvini sugli #psicofarmaci non va affatto preso in giro. Semmai attaccato. È lo stesso che non ha mosso un dito mentre la sua #RegioneLombardia massacrava i servizi sulla salute mentale. Grazie anche alla #Lega”. Pierfrancesco Majorino, assessore alle politiche sociali, salute, diritti della giunta del Comune di Milano, è uno dei pochi che ha preso sul serio, aldilà dell’effetto scenico del proclama post consultazioni, le parole di Salvini sugli psicofarmaci. Che qualcuno si accorga che utilizzare la salute mentale, completamente sottovalutata e la cui cura non è mai stata considerata una priorità, come argomento strumentale per attaccare i governi precedenti, semplificando la complessissima questione dei disturbi psichici in maniera approssimativa e grossolana, fa tirare un piccolo sospiro di sollievo.

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A stalle vuote
“Se andiamo in tv a dire che l’immigrazione è un pericolo si fa un assist a Salvini . La lettura sull’immigrazione data dal nostro governo ha sdoganato una lettura di destra del fenomeno”: così parlò Matteo Orfini. Dopo mesi e mesi in cui i discorsi dei democratici sulla questione migratoria si sono plasmati su quelli leghisti, il presidente del Pd, dopo che i buoi sono fuggiti e le urne sono rimaste vuote, ha finalmente chiuso la stalla. Meglio tardi che mai.

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Frassica intervistato da Gigi Marzullo sognando Mastrota

Caro Frassica, per scrivere una recensione del libro Novella Bella non basterebbe un articolo come lei sicuramente avrà già pensato. E infatti aveva ragione, perché questa sarebbe la prima di 600 recensioni se i lettori ce lo permettessero, ma purtroppo a volte “la migliore invenzione comica della nostra epoca” può esser compresa e valorizzata soltanto in epoche successive. Quindi, per adesso, facciamoci coraggio pensando a Benedetto Croce che, come lei ben sa e insegna, “quando firmava tutti pensavano fosse analfabeta”.

D’altra parte per meglio onorarla, questa recensione a un libro prezioso anche perché contiene biografie sbagliate, come si legge sulla pregevole copertina, è d’uopo trarne un brano oltre che insegnamento. Così, nella spasmodica ricerca di una parte migliore delle altre (che non ci può essere perché sono tutte più o meno belle uguali come si può convenire) ci siamo imbattuti nell’intervista che avete pubblicato nel diciannovesimo numero di Novella Bella: perché questo libro – per immemori e ignoranti e anche intelligenti – è la storia di un giornale che poi è un novennale con lo stesso nome, Novella Bella appunto. E, insomma, questa intervista è il debutto di Gigi Marzullo a quanto pare, “intervistatore notturno Rai. Che, non trovando nessun personaggio da intervistare, intervistò me”. Cioè lei, caro Frassica. Non fraintendiamo, altrimenti è un guaio.

Marzullo: “Nome?”

Nino: “Nino Frassica”.

Marzullo: “Professione?”.

Nino: “Attore a 360 giri, direttore e vicedirettore di Novella Bella”.

Marzullo: “Segno zodiacale?”.

Nino: “Tamarindo”.

Marzullo: “Hobby preferito?”.

Nino: “Grattuggiare il formaggio”.

Marzullo: “Le misure?”.

Nino: “60-90-60”.

Marzullo: “Sport preferito?”.

Nino: “Nascondino”.

Marzullo: “Il suo compagno di banco preferito?”.

Nino: “Non era italiano, era di Bangkok. Era il mio compagno di Bangkok preferito”.

Marzullo: “La sua favola preferita?”.

Nino: “Ali Babà e i 44 gatti”.

Marzullo: “L’ultima volta che ha pianto?”.

Nino: “La settimana scorsa, quando hanno eliminato Pamela Prati dal Grande Fratello Vip”.

Marzullo: “Cosa potrebbe migliorare la sua vita?”.

Nino: “Dammi 500 euro”.

Marzullo: “Cinque per cinque?”.

Nino: “Novantuno”.

Marzullo: “Can che abbaia?”.

Nino: “Non dorme”.

Marzullo: “Chi va con lo zoppo impara… ?”.

Nino: “A zappare”.

Marzullo: “Uno sogno nel cassetto? Cosa le piacerebbe fare in tv?”.

Nino: “La pubblicità dei materassi al posto di Giorgio Mastrota”.

Marzullo: “Un sogno che si è realizzato?”.

Nino: “Essere intervistato da Gigi Marzullo in un libro scritto da me”.

La Settimana Incom

 

Bocciati

Braccia rubate alla viticultura
A Sambuca di Sicilia (Agrigento) a margine dello spettacolo musicale è stato consegnato a Bianca Atzei il certificato di adozione di un vigneto di Nero d’Avola, prodotto tipico di quella zona della Sicilia. Dopo l’Isola dei famosi, ritirarsi a coltivare la vigna potrebbe essere un’ottima soluzione.

 

Tu quoque, Morgan
Morgan Freeman, 81 anni venerdì, è accusato da otto donne di molestie. L’inchiesta della Cnn è nata dalla denuncia di una giornalista, Chloe Melas, che si è sentita vittima di commenti inopportuni da parte dell’attore. Una tesi confermata anche dalle altre donne: Freeman avrebbe atteggiamenti irrispettosi verso le donne, anche sue dipendenti. “Sguardi insistiti e sfacciati, dall’alto in basso, commenti sul loro corpo, allusioni sessuali, richieste di mostrarsi di spalle”. Un’immagine molto diversa da quella che avevamo di lui.

 

N.C.

Todo cambia/1
Rivoluzioni in Rai, e non ci riferiamo a turn over per questioni politiche di cui si parla ossessivamente nei corridoi di Viale Mazzini. Pare che Rai2 ospiterà da novembre uno show di Fiorello e subito dopo una trasmissione di Renzo Arbore. Stando alle indiscrezioni lo show avrà un taglio surreale, arricchito da tanta buona musica. Sarà coinvolta anche l’Orchestra Italiana del grande Renzo (uno che si meritava di diventare senatore a vita).

 

Todo cambia/2
A X Factor per ora una certezza: in giuria rimangono la mitica Mara Maionchi e il neo papà Fedez, mentre non ci saranno Manuel Agnelli e Levante. Il leader degli Afterhours, ha scritto Il Giornale, aveva sempre detto di affrontare la giuria del talent show come una tappa breve e transitoria. Chi li sostituirà? Lodo Guenzi dello Stato Sociale trionfatore a Sanremo e Asia Argento. Ma senza Manuel Agnelli, con quella sua aria colta e dissacrante (è il Massimo Cacciari della musica) a X Factor mancherà un po’ di X Factor.

 

Promossi

Cambridge versus Sussex
Dopo il Royal wedding si è scatenata una guerra di confronti tra le due duchesse. Primo tra tutti quello sull’abito da sposa (erano belli entrambi). In generale però bisogna dire che Meghan, in fatto di eleganza e allure, batte indiscutibilmente la futura regina Kate.

 

La7, di tutto di più

Un comunicato stampa ci annuncia che nel mese di aprile la tv di Cairo Communication segna il 3,84% di share medio (+36% rispetto al 2017) confermandosi al sesto posto assoluto nella giornata, davanti a Retequattro (3,82%).
La nota dettaglia poi tutte le fasce orarie, in cui (al di là delle ormai quasi quotidiane edizioni di #MaratonaMentana, nella tv di Urbano Cairo la fanno da padrone i programmi di approfondimento e d’informazione. Ora: che ci sta a fare il servizio pubblico?