La mentalità sprezzante e sessista di un figlio 16enne che dà della “cagna” all’amica

 

Gentile Selvaggia, le scrivo perché so che questa sera non riuscirò a dormire. Sono un padre amorevole di un figlio di sedici anni, quasi diciassette. L’ho sempre seguito in tutto e per tutto avendo la possibilità per il lavoro che svolgo di avere molto tempo a disposizione. Lui è un ragazzo sveglio, a scuola non ha mai avuto problemi, frequenta il terzo liceo scientifico. Non esce la sera, lo fa una volta a settimana quando lo accompagno e lo vado a riprendere da un paese all’altro. La sua uscita è generalmente una cena al ristorante e una breve passeggiata. Amiamo vedere serie tv insieme, andare al cinema, parlare della scuola e di sport. Aiuta in casa il giusto, a volte è sgarbato come tutti gli adolescenti. Insomma, un ragazzo normale e io un papà “normale” per quanto lo possa essere un padre gay che cresce un figlio, al quale ha presentato il suo compagno da quattro anni e con il quale facciamo uscite e vacanze in amicizia. Veniamo al fatto. Questa sera ero sul divano e il suo cellulare era lì. L’ho preso e ho digitato quattro numeri a caso… giuro… e il cellulare si è sbloccato… ho violato la sua privacy e ho aperto WhatsApp. La prima chat che ho letto è stata questa.

Amico di mio figlio: “Vieni sabato al ristorante?”.

Mio figlio: “Sì, e le cagne vengono?”.

Amico di mio figlio: “No, le cagne non vengono”.

Tutte le altre chat che ho visto erano normali chat di scambio compiti. Poi un’ultima chat.

Amico di mio figlio: “Ieri quando sono rientrato i vestiti puzzavano da morire, li ho messi subito in lavatrice”.

Mio figlio: “Che poi i filtri dell’altra volta erano buonissimi”.

Ti giuro, io mi sento male. Mio figlio se lo vedi sembra ancora un bambino. É sempre stato contro il fumo, le droghe, sensibile alle violenze e disgustato dagli omofobi, ha letto libri su Falcone e Borsellino perché mio padre lavorava alla Dia e ne era affascinato. Dice di voler fare l’università in polizia.

Non so cosa fare. Il primo istinto che ho represso subito è stato di affrontarlo a brutto muso. Invece ho scelto di dormirci su stanotte e di capire come affrontarlo. É la prima volta della mia vita che mi sento inadeguato.

Gianluca

 

Caro Gianluca, intanto non metterei le due questioni (canna e cagna) sullo stesso piano. Io, per esempio, trovo decisamente più grave il fatto che tuo figlio chiami “cagne” delle amiche con cui va a mangiare la pizza, più che una canna. E sai perché? Perché dalle chat si deduce che quel “cagne” sia un termine familiare, che fa parte della normalità nei dialoghi tra tuo figlio e i suoi amici. La canna, invece, è qualcosa che loro percepiscono come proibito e da occultare, nascondono i vestiti nella lavatrice, si sentono in qualche modo colpevoli. Io partirei proprio da qui, con tuo figlio. Una canna non è la fine del mondo e non è (quasi mai) il preludio di un reale ingresso nel mondo della droga. Rimproveralo il giusto, senza drammi. Quel “cagna” detto a 16 anni invece è il preludio di un atteggiamento e di una mentalità sprezzante e sessista. Affrontalo senza fargli sconti e spiegagli che un giorno, da adulti, potrebbe anche accadere di farvi una canna insieme, ma che un “cagna”, con lui, non lo condividerai mai.

P.s. Spiegagli anche che se lo beccano con più fumo del consentito si gioca anche la carriera da poliziotto, magari gli passa la voglia.

 

Non serve a nulla un mediatore per chi ha ucciso moglie e figlia

Cara Selvaggia, sono una psichiatra. Volevo capire come mai le forze dell’ordine usino un protocollo che preveda la figura del cosiddetto “mediatore” nei casi tragici come quello di Filippone e Capasso. In genere la figura del mediatore è utile quando c’è una mediazione da fare, un do ut des rispetto a una situazione in cui un singolo o un gruppo di persone prende in mano una situazione e minaccia delle persone acquisendo un potere sull’ordine pubblico (mi viene in mente un dirottamento di un aereo oppure una rapina con ostaggi). In quel caso lo Stato, attraverso le forze dell’ordine, attraverso il mediatore, contrattano qualcosa in cambio della vita delle persone. Ok. Ma ora, francamente, 7 ore di trattativa sul viadotto o altrettante se non di più sul balcone per parlare con persone che fino al giorno prima erano impiegati piu o meno normali e che improvvisamente si trovano ad uccidere moglie e figlie in maniera disorganizzata, in preda a un evidente episodio di follia omicida, blateranti scuse o deliri paranoici o di colpa, mi sembrano assurde e senza evidenze scientifiche a sostegno. Cosa vuoi contrattare con qualcuno che ha appena sterminato tutto ciò che aveva? Che non è lucido, che non cerca soldi o altro? Cosa pensi di potergli offrire? Uno sprazzo di esame di realtà con il quale può finalmente prendere il coraggio di spararsi o buttarsi giù? E queste 7 ore mentre le bambine erano forse agonizzanti ma inavvicinabili a cosa sono servite? A nulla. Vogliamo cambiare qualcosa per la prossima volta?

Bruna

 

Cara Bruna, non sono una criminologa ma ti confesso che queste infinite e inefficaci trattative con persone che non chiedono nulla, hanno appena sterminato la famiglia e sono preda di follia omicida, hanno lasciato perplessa anche me. Capisco che la vita di un uomo vada sempre preservata, che sia un criminale o una vittima, ma quando l’urgenza del momento chiede di stabilire una priorità, io credo che quella priorità dovrebbe averla la speranza (vana, non vana) di trovare una bambina ancora viva.

 

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“Il soldato di Allende” e le altre avventure di Guido Vicario

Con Guido Vicario, che avevo conosciuto giovane, prima delle avventure cubane e cilene, prima che fosse arrestato da Pinochet con Anneli, la moglie bella che si avventurava dovunque “con le bambine” (come allora entrambi mi raccontavano) ci siamo rivisti negli ultimi tempi, molto al di là degli eventi che avevano segnato la sua vita e la vita del piccolo gruppo coraggioso, nell’epoca in cui non si poneva più il problema se lasciare il partito o mantenere la linea. Quale linea? Non c’era più niente, sopravvissuti o no, non c’erano più i suoi “compagni”.

Soltanto Luciana Castellina ricorda volentieri i lontanissimi anni in cui insieme facevano il settimanale Nuova generazione, e il Pc (con una strana premonizione di un lungo futuro sempre più inclinato a destra, facendo opposizioni sempre più appannate) trovava già allora quei ragazzi troppo estremisti e andava già allora predicando che “non si possono dire solo no”.

Di “no” Guido Vicario ne ha detti tanti, soprattutto negli anni delle trasformazione che si avvitavano sempre di più sul niente e l’ex Pc diventava l’ala moderata prima dell’Ulivo e poi del Pd. Un Pd fondato, del resto, con il progetto di entrare in una improbabile scena di pace, mentre la destra cresceva. Di resistenza alla destra Guido Vicario ha fatto il senso della sua vita.

Cuba è stata la sua destinazione privilegiata, anche se il rischio è stato a lungo costante. Il Cile di Allende è stata la sua persuasione di essere in un mondo giusto in cui le lotte per l’uguaglianza si possono vincere. Ma la continua aggressione contro Allende e il vento di morte portato da Pinochet hanno contribuito a formare quel suo scetticismo finale, a quel senso di solitudine nella storia e nel mondo che sono stati i suoi ultimi anni, prima di avviarsi alla fine.

Quando ancora ne parlavamo (io dirigevo l’Unità, e lui condivideva il mio continuo stonare con le melodie rasserenanti e dedicate al niente dei Ds, poi Pd, Guido resisteva all’idea di avere lasciato un segno con la sua vita, di reporter, ma anche di testimone. Invece quel segno c’è, e resta, nella vita di chi si è trovato coinvolto nel suo lavoro rischioso e appassionato, tenace e lungo. Però aveva ragione nel sospettare che tutto quel passato, al momento (vedi l’assemblea del Pd del 19 maggio) non sia che archeologia.

Cadono a pezzi le opere d’arte del pittore che credevano matto

La pala dell’altare è dipinta su una tovaglia. Ma a Gino non importava: ogni brandello di tessuto, ogni centimetro di muro andava bene per riversarci colori e immagini. E incubi che aveva dentro. Gino Grimaldi lo diceva: “Io son pittore”, dichiarò al medico nella cartella clinica. Per medici e infermieri era solo un altro matto. Tra chi si credeva santo o imperatore, Gino gridava “sono pittore”. Forse, sì, era anche matto. Ma a inizio ’900 non si andava per il sottile nei manicomi. Basta guardare le cartelle cliniche, 25mila, raccolte nel manicomio genovese di Pratozanino che ospitò 3.500 persone. Una città. Rossella fu internata a vent’anni per “disinganno amoroso”. Tanto bastava per entrare, delusioni d’amore, e non uscire mai più. Qui approdò Gino. “Chissà se era matto per davvero – si chiede Daniela Pittaluga, professoressa di restauro all’Università di Genova – erto era gay e socialista. Un inferno nel Ventennio”.

Gino ne aveva motivi per impazzire: nato nel 1889 a Isola della Scala (Verona). Povero, poverissimo. Vagò per l’Italia con la madre. Il padre in manicomio si suicida. Gino gira, studia, frequenta l’Accademia di Carrara. Ma dentro il male cresce. Ruba, lo arrestano. Non sapendo dove metterlo lo rinchiudono in manicomio a Venezia. Al medico Gino racconta: “Come Grimaldi ero un pittore discreto, ma volendo innalzarmi sono diventato Rubens. E poi diventerò Leonardo. Dopo sarò perfetto e potrò aspirare al Nirvana. Io sono buddista”. Entra ed esce dai manicomi; a volte è lui che chiede accoglienza. Teme di essere ucciso, forse di uccidersi. Finché si rinchiude qui, a Pratozanino. E pittura dodici ore al giorno.

Dalle sue dita escono azzurri che neanche il cielo. Rossi più rossi del sangue. Troppo facile ricordare Van Gogh e Ligabue, compagni di sofferenza. No, lui è Gino Grimaldi. E le tovaglie si riempiono di Cristi straziati. I muri della chiesa di Santa Maria Addolorata, nel manicomio, si colorano di angeli e vergini. Il mondo di Gino, dove in dettagli minimi si nascondono messaggi: frasi contro il Duce, paesaggi della guerra di Eritrea invece della Galilea. “Guarda il volto di un bambino”, indica Sara Delfino, custode della chiesa. Sì, nascosto nel vestito di Eva. “Gino non aveva deciso la sua identità. Bambino o adulto, uomo o donna”, spiega Cosimo Schinaia che dell’ospedale psichiatrico fu direttore negli anni della legge Basaglia. La chiusura. Il ballo d’addio nel piazzale: matti, medici e infermieri, uniti nella danza.

Ora quell’universo chiuso da muri e grate cade a pezzi: 49 padiglioni tra le colline appese sul mare. In questa meraviglia, che accentua il contrasto, passarono a decine di migliaia. Un mondo a parte, con officine, tipografie, fattorie. E quella chiesa, folle pure lei, con le colonne mozzate, che non scendono fino a terra. Perché i matti non ci si potessero nascondere dietro per strappare, magari, un attimo di intimità, finalmente toccarsi, baciarsi. Qui è l’eredità di Gino (morto in manicomio nel 1941): le pitture murali che l’umidità si sta mangiando. “Perché non sono affreschi, ma semplici pitture a secco”, racconta Pittaluga. Dopo anni di abbandono, grazie a Schinaia, alla Cassa depositi e prestiti (proprietaria del complesso) e alle donazioni, sono stati messi in precaria sicurezza. “Ma servono ancora fondi, mica un tesoro, 30-40 mila euro per recuperare quel che resta”, chiede Pittaluga. Meno di quanto costa un’Audi. Per salvare l’arte di Gino e l’altro tesoro: il grande presepe fatto dai matti negli Anni ’60. Non Madonne, buoi e asinelli, ma medici, malati con la camicia di forza, la stanza dell’elettroshock. Tutto in polistirolo che si sgretola.

Qui, dove – racconta Schinaia – tanti hanno vissuto, sofferto. “Come quel ragazzo che trovai rinchiuso in una stanza vuota, nudo, coperto dei propri escrementi che perfino si mangiava”.

Di tanti che passarono non resta niente. Neppure i nomi. Il cimitero di Pratozanino era diviso in due: abitanti e matti, ma sulle loro lapidi non c’erano nemmeno i nomi.

Quando i danesi aiutavano gli italiani. A casa loro

“Ho avuto la fortuna di essere un’orfana di guerra”. Entrando in casa di Marcella Denegri, a Milano, si respira un’aria frizzante. Opere d’arte in ogni angolo, libri ordinati nella libreria, cassetti stracolmi dei ricordi di una vita, un’immensa vetrata su un parco, piante riposte in strani contenitori: “Non sono vasi, eh. Ho prestato due sculture alla Fondazione Prada e non potevo lasciare le basi vuote”. Marcella è vestita di rosso, il divano è rosso, il colore al quale – stando con lei – ci si deve abituare. Ha compiuto da poco 80 anni, ma le piace definirsi una “bambina del ’38”. Decide di raccontarci la sua storia, anzi una lunga estate della sua vita, perché non ne può più di ascoltare l’“aiutiamoli a casa loro”. “Nell’estate del 1947 furono i danesi ad aiutare noi, prendendoci nelle loro case. Ma non lo racconta nessuno”. Anche perché di questa storia, conservata nel cuore e nelle fotografie di Marcella, non c’è traccia.

“Sono figlia di un ufficiale italiano fucilato a Cefalonia il 24 settembre 1943, in quello che fu definito dal presidente Ciampi il primo atto della Resistenza. Mio padre Francesco era un ufficiale di complemento. Aveva fatto Caporetto, era un uomo del 1891, classe richiamata solo per la categoria ufficiali. Fu trucidato in quello che è stato un grave crimine di guerra compiuto dai tedeschi”. Marcella ha speso parte della sua vita per ottenere giustizia: si è costituita parte civile nei processi che si sono svolti in Italia e in Germania nei confronti dei soldati responsabili dell’eccidio. Una magrissima consolazione: una sola condanna settant’anni dopo la strage.

“Papà aveva ottenuto una licenza, aveva spedito un baule con le proprie cose e, separatamente, la chiave. Arrivò solo quella. Noi eravamo cinque figli, nel suo testamento diceva che le somme accantonate sarebbero dovute servire per farci studiare. Bastarono a mala pena per sopravvivere qualche mese”. La famiglia sprofondò nella miseria, Marcella fu mandata in collegio dalle suore, a Gavi Ligure, “e anche lì facevo la fame, erano cattivissime. Eravamo seguiti dalla Prefettura, che agiva per conto del ministero post-bellico. Sui biglietti del treno c’era scritto ‘malati di mente e orfani di guerra’. Me ne vergognavo, temevo mi prendessero per pazza”.

All’inizio dell’estate del ’47 a mamma Denegri venne fatta una proposta: “La Croce Rossa internazionale e la Red Barnet offrivano a un migliaio di bambini italiani la possibilità di essere ospitati per tre mesi nelle case danesi. Mia madre accettò con entusiasmo”. Marcella e suo fratello Enzo – 9 e 10 anni e mezzo –, due bocche in meno da sfamare per un’estate intera: era un’offerta allettante. “Non ero triste, venivo dal collegio delle suore cattive”. Peccato che il viaggio di andata fu “una delle esperienze più tragiche della mia vita: ci misero su un mega treno, per raggiungere la Danimarca impiegammo cinque giorni. Attraversammo la Germania devastata, in alcune stazioni il treno si fermava per fare rifornimento di acqua e molti tedeschi, uomini e donne adulti, si avvicinavano al treno, senza parlare, chiedendo cibo con lo sguardo umiliato e le braccia alzate verso di noi. E noi bambini turbati davamo loro tutto ciò che avevamo; la Croce Rossa ci trattava bene, dati i tempi. Ci fermammo tre notti a dormire in alcuni accampamenti: forse erano state installazioni dei soldati, perché avevamo letti a castello di legno a tre o quattro piani. Non credo fossero lager”. Marcella ha la sensazione che, durante il viaggio, furono presi anche alcuni bambini tedeschi. Lei e suo fratello fecero amicizia con gli italiani e, una volta sistemati a Copenaghen, continuarono a frequentarsi.

“Ci misero in due famiglie diverse, entrambe modeste, quasi povere. Io capitai dai Clausen, padre giardiniere, madre e figlio di due anni, Carsten. Persone buone, affettuosissime, che mi portavano anche a fare delle gite, purché fossero gratis: per esempio, all’uscita del Palazzo Reale a vedere il re e la regina a cavallo. Dormivamo tutti e quattro nella stessa stanza: mi avevano dato il lettino del piccolo, che era allungabile e ogni tanto di notte si apriva”. Mentre racconta, Marcella sfoglia un vecchio, piccolo album di fotografie, in cui sono ritratti tutti i membri della famiglia. E in alcune c’è anche lei: “Vede? Ho sempre il muso. Quasi mi vergogno a dirlo, ero invidiosa degli altri italiani, finiti in famiglie benestanti. Compreso mio fratello, il cui ‘padre’ danese faceva la maschera in un cinema”. I bambini sono spietati, e così Marcella e suo fratello, che si vedevano spesso e andavano in giro da soli per la città, decisero di scrivere una lettera alla madre: “‘Stiamo malissimo, non ci danno da mangiare, siamo due scheletri’. Mamma si spaventò, prese contatti con la Croce Rossa che mandò subito due signore a verificare le nostre condizioni. Queste ci portarono a divertirci e a mangiare ai Giardini di Tivoli, poi scrissero a mia madre che stavamo benissimo”. Non fu l’unica missiva che la signora ricevette: Marcella ha ritrovato nel tempo molte lettere “commoventi”, tradotte in italiano dalla Red Barnet, “in cui chiedevano per esempio a mia madre di spedire un paio di scarpe e un cappotto, poiché ero arrivata senza nulla per vestirmi decentemente. Eppure una volta avevano utilizzato un bollino della loro tessera statale per l’abbigliamento per comprarmi un paio di mutandine. Avevano un pezzetto di terra fuori città, con una microscopica casetta di legno, ci andavamo in bicicletta. Solo che la mia non aveva il sellino, e questo è un altro motivo della mia faccia imbronciata nelle foto”. Il 30 settembre ’47 la famiglia Clausen si riunì tutta, con altri parenti, per dare l’arrivederci a “Mariangela Marcella, sono stati gli unici a chiamarmi così. Il viaggio di ritorno non lo ricordo. So solo che mamma si sentì chiamare dall’altoparlante in stazione: era il console danese, che le voleva mostrare come stavano i due ‘scheletri’. Scendemmo dal treno che sembravamo maialini”.

Negli anni successivi ci fu ancora qualche contatto tra le due famiglie. E, tra le due miserie, una volta furono i danesi a chiedere agli italiani di spedire 200 grammi di riso. Una foto più recente mostra Carsten ragazzo, nel ’60, eppure Marcella non è più riuscita ad avere notizie dei Clausen. “Sembra una storia fantasma. Ho scritto alla Croce Rossa, alla Red Barnet, al consolato, all’ambasciata: non mi ha risposto nessuno. Con mio fratello anni fa tornammo a Copenaghen e ci mettemmo alla ricerca delle nostre famiglie. Niente”. Marcella si commuove quando racconta e poi, a distanza di qualche giorno, quando ritrova in un cassetto la corrispondenza tra le due famiglie: “Erano persone dolcissime, ma l’ho capito solo tardi. Sarebbe bello ritrovare Carsten. Magari per dirgli grazie, perché mi hanno aiutata a casa loro”.

Eredi morali: fu celebrato anche da Er Batman

Chi ha detto che Benito Mussolini è un concittadino scomodo? A fronte di chi, nel corso degli anni, ha chiesto a gran voce la revoca della benemerenza per il Duce, c’è anche qualcuno che non ha mostrato segni di imbarazzo nel condividere l’onoreficenza con il dittatore. È il caso, per esempio, di Franco Fiorito, che prima di essere noto come Er Batman dello scandalo Rimborsopoli in Regione Lazio era stato sindaco di Anagni, comune in provincia di Frosinone. Qui, nel lontano 2005, il fattaccio: Fiorito fece esporre in una sala del palazzo del Comune due nuove targhe celebrative, una per ricordare la marcia su Roma, l’altra per commemorare la cittadinanza onoraria concessa da Anagni al Duce, “artefice sommo della salvezza e della prosperità della patria”. Ma le cronache sono piene di elogi istituzionali a Mussolini anche più recenti. Negli anni 90 Lucio Barani, socialista, ex senatore del centrodestra, revocò la cittadinanza onoraria al Duce mentre era sindaco di Aulla (Massa Carrara). Tutto bene, se non fosse che qualche anno più tardi lo stesso Barani ci tenne a specificare che a suo parere “il Mussolini socialista fosse un grande statista”.

Altro che “tornato”, il Duce non se ne è mai andato

“Il mio obiettivo è di viaggiare per l’Italia e di riconquistarla”. Parola di Benito Mussolini o, per meglio dire, dell’ultima versione cinematografica del Duce, interpretata da Massimo Popolizio nel film Sono Tornato di Luca Miniero. Ma nel suo giro d’Italia alla ricerca di consensi, il Mussolini/Popolizio forse non sapeva di poter contare su una piacevole sorpresa: a più di settant’anni dalla Liberazione, il Duce è tutt’oggi cittadino onorario di decine di Comuni.

Si tratta di una schiera di roccaforti fasciste? Non proprio, perché se è vero che l’onorificenza è stata mantenuta a Salò e in diversi paesi del Pontino (sud del Lazio), fondati proprio durante il ventennio, Mussolini continua a godere degli omaggi di Bologna, Ravenna, Alessandria, Ancona, Piacenza e molte altre insospettabili, che non gli hanno mai revocato la cittadinanza.

Serve un passo indietro. Gran parte dei Comuni italiani conferì la benemerenza al Duce tra il 1923 e il 1924, gli anni in cui il Partito nazionale fascista si assicurava una larga maggioranza in Parlamento – complice la legge Acerbo – e faceva piazza pulita delle opposizioni, censurando i giornali e liberandosi con tutti i mezzi degli antagonisti più scomodi, da Piero Gobetti a Giacomo Matteotti e don Giovanni Minzoni.

Un clima di tensione in cui, un po’ per reverenza un po’ per timore, i Comuni fecero a gara a ingraziarsi il Duce, che non disdegnò l’onore di grandi città (Napoli, Torino, Firenze) e piccoli centri (Castelvisconti, 294 abitanti in provincia di Cremona, ma anche Soriano Calabro, 2000 anime a 20 chilometri da Vibo Valentia). La già citata Bologna fece le cose in pompa magna, tanto che il gerarca Dino Grandi, negli stessi giorni in cui Mussolini riceveva la cittadinanza onoraria nel capoluogo emiliano, si adoperò per concedere al Duce anche una laurea honoris causa in legge.

Da allora, soltanto una minima parte dei Comuni che omaggiarono il dittatore ha poi revocato quelle delibere. Napoli, Lucca, Cremona e Matera provvidero già nel 1944, appena dopo l’armistizio, ma nel resto d’Italia si perse perfino memoria delle benemerenze al Duce, rimaste per lo più inatte per oltre settant’anni prima che, negli ultimi anni, l’Anpi, gli istituti di ricerca storica e alcuni partiti di sinistra sollevassero la quesione.

Non senza qualche intoppo, perché anche nei municipi dove sono state rintracciati i documenti della cittadinanza onoraria a Mussolini la revoca non è stata automatica. Tutt’altro: quattro anni fa a Bologna il sindaco Virginio Merola annunciò di voler “rendere giustizia alla città, medaglia d’oro della Resistenza”, cancellando per sempre l’omaggio fascista, ma la proposta non è mai arrivata al voto. Anche a Ravenna se ne discusse nel 2014, ma il gruppo consiliare del Pd si schierò compatto contro la revoca: “Non si può cancellare la storia con una deliberà”, commentò allora il consigliere democratico Andrea Tarroni. A Bergamo un paio d’anni fa si è persino sfiorato l’incidente diplomatico, quando il deputato del Pd Emanuele Fiano – padre della legge contro la propaganda fascista – intervenne a gamba tesa sull’amministrazione, sostenendo che fosse “singolare” mantenere “la cittadinanza onoraria per un assassino”.

Peccato che il sindaco Giorgio Gori, altro renziano doc, fosse di tutt’altro avviso: “Lasciamola come monito, proporne la cancellazione è un errore che denuncia una mancanza della necessaria distanza dai fatti della storia”.

Questione di distanza dalla storia, dunque, o talvolta di una ben più prosaica distanza dall’aula del Consiglio comunale. È il caso di Attilio Fontana, oggi governatore della Lombardia e in passato sindaco di Varese, che nel 2013 preferì abbandonare le stanze del Consiglio durante il voto sulla revoca della cittadinanza a Mussolini. “Il giudizio sui dittatori è un conto – commentò il leghista Andrea Porrini – altro è la cittadinanza onoraria a Mussolini, il quale aveva deciso per Varese capoluogo e Varese provincia”. Eterna gratitudine e benemerenza confermata. Altre volte, invece, la revoca è arrivata. L’ultimo caso, settimana scorsa, è quello di Rho, in provincia di Milano, mentre negli stessi giorni Marco Buselli, sindaco di Volterra (Firenze), prometteva di portare la questione alla discussione in Consiglio comunale. A inizio anno avevano provveduto anche Mantova, Crema e le toscane Certaldo e Fucecchio, seguendo l’esempio del capoluogo Firenze, di Siena e di Pisa, tutte revocanti tra il 2009 e il 2017.

Non poteva fare altrimenti anche Anzola dell’Emilia (Bologna), dove oggi quasi tutte le strade e le piazze portano il nome di partigiani e deportati e che revocò la cittadinanza al Duce nel 2013.

Casi isolati, frutto dell’intraprendenza di associazioni e consiglieri locali, più che di un coordinamento nazionale. Per questo lo scorso anno alcuni esponenti di Sinistra italiana hanno presentato un’interrogazione parlamentare alla Camera chiedendo al ministro dell’Interno Marco Minniti di procedere a un censimento dei Comuni in cui era stata concessa l’onorificenza, di modo che chi ancora non l’avesse revocata – magari perché neanche a conoscenza del conferimento – potesse attivarsi.

Buoni propositi che per il momento, però, non si sono concretizzati. Il Duce e il suo giro d’Italia dei consensi ringraziano.

“Guerra inutile, aumentano solo morti e feriti”

“Capita che il personale locale dei nostri ospedali arrivi tardi il mattino al lavoro. Se la sera ci sono state discussioni tra coniugi o familiari, non sapendo se la sera torneranno a casa vivi, preferiscono fare pace, altrimenti il peso di un distacco così traumatico sarebbe maggiore”. Succede anche questo in Afghanistan, Paese considerato “sicuro” dall’Unione europea, concetto vidimato con un accordo del 2016 che ha dato il via ad un fiume di rimpatri. A ricordarci che l’Afghanistan è tutto fuorché un Paese dove poter vivere in sicurezza c’è anche la testimonianza di Rossella Miccio, presidente di Emergency dallo scorso luglio, alle spalle tanti anni passati lì in prima linea: “Negli ultimi sette anni i ricoveri nei nostri 3 ospedali e nelle 42 cliniche di primo soccorso sparse in 10 province sono aumentati del 120%. Nei primi quattro mesi di quest’anno abbiamo avuto una crescita di pazienti del 30% a Lashkar Gah e del 21% nel centro di Kabul”.

Sicurezza sempre più a rischio anche nella capitale dunque?

Il numero dei pazienti in arrivo per ferite d’arma da fuoco continua a salire, ormai lì facciamo solo chirurgia di guerra. La situazione sta precipitando. Il nostro ospedale dista un paio di chilometri in linea d’aria dall’aeroporto, fino a pochi anni fa ci impiegavamo una ventina di minuti, adesso un’ora e mezzo, proprio a causa di check point e deviazioni obbligate.

C’è poi l’ospedale al centro del conflitto nella regione meridionale dell’Helmand. Esiste il rischio di doverlo lasciare per mancanza totale di sicurezza?

Speriamo di non arrivare mai a questo, sarebbe la fine per milioni di afghani. Se chiudiamo noi, in un territorio vasto come mezza Italia non ci sarebbe più alcun ospedale. Pensi che nelle scorse settimane abbiamo accolto feriti in arrivo dal conflitto a Farah, oltre 300 chilometri a nord-ovest. Kabul piuttosto….

Cioè?

La sensazione è che proprio lì sia in atto la volontà di aumentare il caos fino alle estreme conseguenze.

Vi preoccupa l’influenza dei Talebani che controllano quasi il 50% del territorio?

Certo e credo sia più del 50%. Non guardi le città, sono le zone rurali a contare.

La missione Nato è un fallimento secondo lei?

Non spetta a me dirlo. Non le nascondo la contrarietà di Emergency all’invio delle truppe, qui come nel resto del mondo. Le armi non sono l’unica soluzione, anzi.

Voi curate tutti, senza analizzare carte d’identità, credi religiosi o altro, non è così?

Siamo sanitari, medici e infermieri, non giudici. Le parti in conflitto ci trattano con rispetto e apprezzano la nostra neutralità. Il nostro obiettivo finale è quello di far andare avanti gli ospedali e le cliniche con personale locale.

Infine il terzo centro, nella Valle del Panshir, nota per aver dato i natali e aver raccontato le gesta dell’eroe nazionale, Ahmad Shah Massoud: lì che cosa fate?

È il primo ospedale, il più longevo, nato da un ex accademia di polizia oltre quindici anni fa. Seguiamo la parte ostetrico-ginecologica con 700 parti al mese, 4 mila ricoveri l’anno. E facciamo formazione, la parte più importante per noi.

Afghanistan senza pace tra Talebani e alluvioni

Dove non arriva la violenza di una guerra infinita e sottostimata ci pensa la natura. Timidi ruscelli durante la stagione secca si trasformano in colate di fango che travolgono tutto e tutti, alimentate da piogge torrenziali. Benvenuti nel cuore rurale e dimenticato dell’Afghanistan. Provincia occidentale di Herat, ad un tiro di schioppo dalle frontiere impervie con Iran e Turkmenistan. Un territorio montuoso e brullo, puntellato da minuscoli villaggi dove il tempo si è fermato.

Alcuni centri, come Gulran, Kuska Khuna e Adraskan, nel 2017 sono stati coinvolti in un progetto di rilancio dell’economia di sussistenza messo in piedi dalla ong bolognese Gvc, sotto la guida della sezione Aics (l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo) di Kabul: la donazione di 600 capre della pregiata razza Watani a 300 famiglie di quelle comunità. Un piccolo supporto (circa 60 mila euro) nel mare magnum della cooperazione internazionale, una goccia dritta al punto e trasparente.

Le famiglie, selezionate dai capi villaggio attraverso le discussioni nelle shure, le “consultazioni”, avrebbero poi scelto la strategia più remunerativa: tenere le capre e farle riprodurre, venderne poi una parte o allargare l’allevamento. Piani spazzati via nei giorni scorsi da un’ondata eccezionale di maltempo che ha colpito la regione, provocando vittime e danni irreparabili: “Dieci giorni di pioggia senza sosta hanno causato un’alluvione senza precedenti. Ci sono state vittime civili, migliaia di animali sono morti tra cui le capre del nostro progetto. Le famiglie hanno perso tutto, la casa, i pochi raccolti, l’agricoltura è in ginocchio” lancia l’allarme Jailani Rahgozar, partner locale di Gvc per il progetto ad Herat.

Drammi lontani da noi, destinati a passare in silenzio, specie in un Paese dove ogni giorno si conta almeno un attentato. La stagionale “Offensiva di primavera” dei Talebani è, se possibile, ancora più cruenta del passato, con attacchi in molteplici zone di tutto l’Afghanistan. Soprattutto nella provincia di Farah, immediatamente a sud di Herat e dunque da Camp Arena, la base del contingente italiano Nato della missione Rs, Resolute Support. Nei primi giorni di maggio si pensava, addirittura, che la resistenza delle forze afghane stesse cedendo, non è stato così ma la minaccia resta altissima. Proprio ad Herat, la settimana scorsa, una bomba è esplosa ad un check point all’ingresso della città uccidendo cinque persone. Pochi giorni dopo è stata la volta di Ghazni, altra città strategica, a metà strada tra Kabul e le province del Belucistan e dell’Helmand in mano ai Talebani, dove un razzo ha colpito un liceo. Lo stesso giorno, a Kandahar, un’autobomba ha ucciso altre 16 persone. In precedenza attacchi a Jalalabad, nei dintorni di Kunduz, oltre agli scontri quotidiani a Lashkar Gah e le tensioni nella capitale. Una lista infinita a cui si devono aggiungere le brutali scorribande della costola di Isis in Afghanistan, l’esercito del Khorasan, nata nella provincia orientale di Nangharar.

Gli “studenti coranici” controllano circa il 45% del territorio afghano, segno che la missione Nato non sta producendo i risultati auspicati: il terrorismo non è stato debellato, la tenuta società del Paese è regredita e, al contrario, la produzione di papavero da oppio è schizzata in alto. Il 2017 è stato l’anno record, con 328 ettari di produzione, tradotto il 63% in più rispetto al 2016. Senza dimenticare gli oltre 100 mila profughi interni e le migliaia di rientro dopo le espulsioni da Paesi come Germania e Turchia. Sono queste le spine che dovranno affrontare il nuovo capo delle forze Usa e Nato in Afghanistan, il generale Austin Scott Miller, pronto a succedere al generale Nicholson, e il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani.

All’interno della missione-quadro della Nato galleggia il contingente italiano (il secondo dopo gli Stati Uniti) con i suoi 950 uomini impegnati ormai solo nella formazione dei soldati e della polizia afghana. Alla sezione militare e al corpo diplomatico si affianca l’apparato della cooperazione che poche settimane fa ha visto un cambio della guardia: via Rosario Centola, al suo posto Mauro Ghirotti, reduce da missioni in Somalia, Etiopia, Darfur, Tunisa, Libano e Nord Corea. Un impegno, quello dell’Italia in Afghanistan, pari a 46 milioni di euro annui: “Siamo impegnati soprattutto nel settore infrastrutturale – spiega Ghirotti –. Il rifacimento della strada Kabul-Bamyan, la costruzione del bypass e l’adeguamento dell’aeroporto di Herat agli standard internazionali, la costruzione di strade rurali nel distretto Shindand e nel Bamyan. Opere, strategiche per collegare il Paese con il resto dell’Asia Centrale. Per quanto riguarda l’agricoltura e lo sviluppo rurale, abbiamo il progetto a supporto degli agricoltori nella provincia di Herat anche per favorire la commercializzazione dei loro prodotti”.

Nel 2017, proprio a causa della recrudescenza degli attacchi Talebani, anche nella capitale dove c’è la base di Aics, parte del personale fu costretto a lasciare l’Afghanistan: “Nonostante la situazione di sicurezza continui ad essere critica, tre giorni dopo il mio arrivo vi sono stati quattro attentati – aggiunge Ghirotti –, la nostra cooperazione ho trovato un quadro ottimo. Un programma avanzato e ben articolato, un dialogo strutturato con i partner nazionali e una sede, grazie anche al supporto concreto della nostra ambasciata, sicura e funzionale con del personale italiano e afghano preparato, motivato e capace di operare nel difficile contesto locale. Le condizioni sono molto cambiate in quest’ultimo quinquennio, la situazione non è stabile e dobbiamo quindi far riferimento alle indicazioni dell’ambasciata. Cerchiamo sempre di cogliere l’opportunità per operare sul campo, ma non è frequente come vorremmo. La salvaguardia dei cooperanti italiani e del nostro personale afghano è fondamentale. È difficile fare previsioni su cosa accadrà. La speranza è che l’offerta di dialogo del presidente Ghani, piuttosto coraggiosa, non cada nel vuoto e che il negoziato possa partire al più presto”.

Un bel matrimonio che diventa inno di semplicità e felicità

Questa è una piccola grande storia, un inno alle cose minute della vita. Che cosa c’è, in fondo, di più normale di un matrimonio? A una certa età poi sembra di conoscerne a memoria riti e atmosfere, in tutte le varianti. E invece capita che la normalità interroghi, insegni emozioni grandi. Diremo qui solo i nomi degli sposi. Lui Matteo, lei Elena. Tutti e due fra i 35 e 40 anni. Il matrimonio si è celebrato in un paese ligure in un pomeriggio di sole. Tra amici felici e poco chiassosi, in mezzo ai quali sgattaiolava un bimbo con cravattino, ciuffo e sandali che sembrava uscito dal Nuovo cinema Paradiso. Aggiungeremo che in chiesa molti hanno partecipato ai canti seguendo con voci e battiti di mani il gruppo dei ragazzi alla chitarra, per generosità più che per abitudine di fede.

Salvo pochissime eccezioni gli adulti non sfoderavano abbigliamenti da ottava meraviglia. Era tutto dolce e misurato, a testimonianza che è possibile sposarsi con piacevolezza e senza sfarzo, che il matrimonio non è necessariamente destinato a fare da arco di trionfo per invitati dalla psiche incerta. Lo dicevano la chiesetta, i declivi, il mare azzurro e riflessivo, la calma cortese dello stabilimento balneare deputato ai festeggiamenti. Solo chi conosceva almeno una delle due vite che si incontravano poteva andare oltre la scenografia riposante, che altrimenti non verrebbe qui raccontata.

E, infatti, a un certo punto il padre dello sposo portò in dono il regalo più grande. Amante della musica country e buon chitarrista fin dall’adolescenza, comparve a sorpresa con la chitarra a tracolla. Pensai subito: ora fa Bob Dylan, da cinquant’anni conoscendone la passione per il poeta della mia generazione. Fu così. Iniziò proprio un pezzo di Dylan. Morbido e lento. Mentre cantava, pochissimi minuti, risentii la sua telefonata di un lontano mattino di tanti anni fa. La voce che non usciva e poi si rompeva. Finché riuscì a dirmelo. “Matteo ha una neoplasia alla gamba”. Capii che era un fatto grave ma non cosa fosse. Neoplasia era linguaggio medico, quello suo di ogni giorno. Me lo spiegò. Matteo giocava benissimo a pallone, aveva un istinto naturale del gol. Doveva operarsi, non avrebbe più potuto giocare. E questa davanti al calvario che si preparava per il figlio liceale era certo la preoccupazione minore. Il ragazzo fu seguito con tacita apprensione, sempre più amato, batté con fatica e coraggio quella parola assurda e traditrice, studiò, diventò un creativo, come si dice. Rividi tutto questo, e le pene della madre in un ospedale in trasferta, e le infinite trepidazioni, mentre il padre cantava la ballata di Dylan senza le parole originali. Poiché le parole, fu subito chiaro, erano sue, composte per il figlio, per il suo matrimonio. Disse in modo certo più poetico di quanto lo ricordi io, che si sentiva pronto ad affrontare il buio, ora che la felicità aveva preso, per il ragazzo diventato uomo, la forma fisica di una giovane donna. Soffiò la serenità del proprio tramonto nel lungo imbrunire ligure, lo sguardo spesso a terra, come a consegnarla senza dirlo: la poesia ma anche l’essenza della vita. Quando ebbe finito capii la grandezza della scena a cui avevo assistito.

Passò mezz’ora e potei assistere incredibilmente a una seconda scena. Perché poi fu la volta del padre della sposa, medico anche lui. Parlò direttamente a lei, e capii quel che avevo prima solo intuito. C’era un vissuto difficile e doloroso anche nella sua, di storia. Lui e la figlia, lasciati dalla stessa donna molto presto, una banale operazione finita in tragedia. La bambina che scopre la mamma senza vita.

Il farsi compagnia e attraversare insieme un percorso che è anche lontananze, impegni, silenzi. Guardavo al microfono quel signore mai prima visto, e sentivo la fatica infinita delle sue parole, perché domare il pianto è opera difficile per chiunque, specie se le emozioni salgono dalla gola, se gioia e dolore rimbalzano. Ci riusciva a stento, miracolosamente, mentre tutte in fila le amiche di lei brillavano di occhi inumiditi. Quando il signore sconosciuto ebbe finito lo abbracciai d’istinto; stretto, come fosse un amico. Realizzai quale valore immenso avesse quella doppia gioia. Dopo si parlò anche di governi, riforme, carcere, mafia, politica e università. Ma tutto apparve piccolo, minuto, pur nella sua incontestabile importanza. Nel blu che aveva sconfitto l’indaco ogni cosa ruotava. La terra, la luna, e pure le nostre tavole dei valori.

Adesso servono gli scarponi per ricostruire una sinistra

Caro Coen, anch’io avevo pensato alla bicicletta per affrontare i tempi nuovi che ci aspettano. Quelli del governo del cambiamento, quelli che ora nel Palazzo c’è l’amico del popolo, l’avvocato di tutti gli italiani, quelli che l’Europa, l’establishment, la casta, i giornali, quelli che “o Savona o morte”. Ecco, fare lunghe e lente pedalate sarebbe stato un buon modo per smaltire la tristezza di tanta miserabile demagogia. Anche perché il dramma di questi giorni non è solo il governo, la cosa più triste è l’opposizione. A sinistra c’è ancora il deserto. Sono pochi e divisi, imbambolati dalla mazzata elettorale. Inutili.

Li vedi questi del Pd, anime morte, affollano i talk show masticando popcorn. Più parlano, più la gente li schifa, più voti portano agli alleati di ferro Lega e Cinquestelle. É onnipresente Rosato, quello della legge elettorale, Migliore sta sempre col ditino puntato, Alessandra Moretti è ancora lì con il suo slogan “Noi stile ladylike, belle, brave intelligenti”, la senatrice abruzzese furoreggia al Grande Fratello col suo fidanzato “più bello d’Italia”. Ma dove vanno? Che se ne fa la gente di questi? E allora, caro Coen, la bici non serve, ci vogliono scarponi solidi per affrontare la grande traversata nel deserto, quella che ci porterà a costruire di nuovo un pensiero di sinistra. Per conto mio ho già preso alcune decisioni. Primo: farsi tatuare sul polso l’immagine di Ernesto Guevara de La Serna, in arte Che. Non amo i tatuaggi, ma è bene che il mio interlocutore sappia sempre con chi ha a che fare. É bene distinguersi, urlare ai Di Maio e ai Salvini, “io non sono come voi”. Secondo evitare tutti i talk politico-spettacolari, non servono a capire un tubo. E quindi leggere, rileggere, studiare. Ho cominciato con una poesia di Pasolini dedicata alla bandiera rossa. Cito le righe finali: “…tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”.