Matteo Salvini farà approdare il Giro d’Italia in Russia

Caro Enrico, stavolta parlo di biciclette. Quelle dei campioni. E quelle dei sogni di un popolo che la usa per andare al lavoro (dicono più di 10 milioni di italiani, come ai tempi di Ladri di biciclette, che raccontava un’Italia degli esclusi, dei poveri, degli affamati). Dunque, il Giro d’Italia inventato a Milano nel 1909 ha concluso ieri la sua 101esima edizione a Roma – in stile Grande Bellezza, con la trionfale volata finale all’ombra dei Fori Imperiali – e questo pare abbia irritato un poco il padano Salvini. Il quale avrebbe preferito (politicamente) una Grande Partenza da Mosca, a casa dell’amico Putin, piuttosto che dalla struggente ma problematica Gerusalemme. Forse, l’anno prossimo il Giro approderà in Russia. Mosca è più vicina a Milano che non alla Città Santa. E i soldi non mancano: non pochi oligarchi sarebbero disposti ad aprire il portafoglio. Il progetto potrebbe rientrare in un codicillo del contratto Lega-5Stelle, non graverebbe sulle esauste casse dello Stato, anzi. Né disturberebbe i delicati equilibri diplomatici o i vincoli – leggi: sanzioni – che Usa e Ue vorrebbero continuare ad imporre e che invece la Lega desidera non rispettare più.

I russi, poi, non è che siano degli estranei: a livello sportivo hanno conquistato già tre volte il Giro, dopo la caduta dell’Urss: per primo ci riuscì il biondo ed elegante Evgenij Berzin, nel 1994, che vinse anche tre tappe, lasciando un giovane ma già fulminante Marco Pantani al secondo posto, staccato di 2 minuti e 51 secondi davanti al grande Miguel Indurain, terzo, lui che aveva fatti suoi i Giri del 1992 e 1993. Berzin si radicò quassù, sposandosi nell’Oltrepò pavese. Poi, venne il momento di Pavel Tonkov, il predatore del Giro 1996: chiuso, taciturno, diffidente. Era di Izevsk, dove si costruivano i kalashnikov. Emigrante del pedale, lasciò le steppe per le valli bergamasche. Fu poi secondo al Giro del 1997 e del 1998: un grande, insomma. Infine, arrivò il successo di Denis Menchov, che dominò la corsa del 2009. Insomma, Giro po Moskve!

Meglio del calcio in tv c’è la D’Urso

Detto che il pasticciaccio brutto dei diritti tv del calcio potrebbe concludersi oggi, a patto che nell’assemblea di Lega 12 presidenti su 17 siano d’accordo sulla decisione da prendere (tornare da mamma Sky o scappare di casa col nuovo spasimante Mediapro), la domanda è: ma i “ricchi scemi” del pianeta pallone, intenti solo a raccattare soldi, si sono chiesti come mai il baraccone si stia sfasciando e se sia possibile fare qualcosa per provare a raddrizzarlo (e continuare a sperare di mungere denaro)? La risposta, purtroppo, è no.

Il 16 gennaio l’organismo che riunisce le leghe calcistiche europee (Epfl) ha pubblicato i risultati di uno studio compiuto sugli ultimi 7 campionati, dal 2010-11 al 2016-17. Nella classifica del numero di spettatori allo stadio la serie A, con una media di 22.830 a partita, viene quasi doppiata dalla Bundesliga (Germania, 42.388) e dalla Premier League (Inghilterra, 35.870), piazzandosi quarto alle spalle anche della Liga (Spagna, 26.247). Ma nella graduatoria della percentuale di riempimento degli stadi, che molto ha a che fare con il valore dei diritti tv, la situazione è a dir poco drammatica: mentre in Inghilterra riempiono gli stadi al 94,95%, in Germania al 91,27, in Olanda (sic) all’88,23, nella serie A italiana gli spettatori riempiono lo stadio mediamente al 57,11%: peggio anche di Francia (70,67), Spagna (67,50), Norvegia (63,33), Scozia (61,88) e Belgio (58,22). Siamo noni, e questo significa che da noi le partite si giocano in stadi mezzi vuoti, come siamo tristemente abituati a vedere ormai da anni.

Detto che il campionato appena concluso ha fatto registrare un lieve miglioramento grazie soprattutto a Inter, Milan e Napoli, ai primi tre posti per affluenza allo stadio (con l’incredibile performance dell’Inter che ha avuto una media-spettatori di 57.529), va da sé che mostrare in tv uno spettacolo che si sta svolgendo davanti a quattro gatti è il più colossale degli autogol: non c’è pathos, non c’è emozione, non c’è credibilità. E anche al telespettatore viene voglia di sintonizzarsi su Barbara D’Urso: persino il tifoso juventino, che pure è il solo a non sentirsi male quando vede apparire Orsato, Tagliavento e compagnia arbitrante. Sembra difficile crederlo, ma nell’anno del suo 7° scudetto consecutivo, celebrato dai media di regime come “evento leggendario”, gli ascolti delle partite della Juventus sono calati in tv del 9,38%, dai 75,5 milioni del 2016-17 ai 68,5 milioni (e persino il riempimento del piccolo Juventus Stadium, col 93,9%, è andato in calando, se è vero che al 1° posto troviamo il Vigorito di Benevento col 96,7 e al 2° lo stadio della Spal col 96,5).

Inter a parte (le cui partite in tv hanno fatto segnare un +8,33 % passando dai 52,8 milioni di un anno fa ai 57,2 di quest’anno), in rovinosa picchiata troviamo anche gli ascolti delle gare di Milan (-12,12), Roma (-4,62) e addirittura Napoli (-8,77): dimostrazione lampante che stadi vuoti più nefandezze arbitrali fanno passare la voglia di calcio anche a quelli del “Maurizio Sarri Fans Club”. Soldi spesi dall’Italia negli ultimi 10 anni per gli stadi: 150 milioni (un centesimo dei 15 miliardi spesi in Europa). Età media di uno stadio italiano di serie A: 64 anni (in B è di 68). Insomma, come diceva Flaiano: tranquilli, la situazione è grave, ma non è seria.

Dal fascismo a B. e adesso Conte: Padre Pio è un santo “politico”

Il santo più popolare nel mondo e l’amico nonché avvocato difensore del popolo. Un’atavica radice pop, rivoluzionaria e religiosa allo stesso tempo. Padre Pio, anzi San Padre Pio, e l’ex premier incaricato Giuseppe Conte, pugliese della provincia di Foggia, la terra d’elezione del frate.

Dunque – è ormai universalmente noto – il piccolo Conte trascorse un’intensa infanzia a San Giovanni Rotondo sotto la protezione del santo delle stimmate e di tanti altri prodigi. Suo padre Nicola Conte andava a messa dal frate di Pietrelcina e uno zio venne pure folgorato dalla vocazione prendendo i voti, come ci ha informato venerdì scorso Candida Morvillo sul Corriere della Sera. Un professore populista ma anche nazionalpopolare, grazie alla devozione per Padre Pio, il santo più controverso del Novecento italiano, tra sofferenze e polemiche, ma certamente il più amato.

In fondo la biografia del frate attraversa un secolo di politica. Ché Padre Pio non disdegnò affatto la dimensione civica. All’inizio ebbe fama di reazionario, sia fascista sia monarchico. Poi, in età matura, il realismo lo spinse verso la Dc, rimanendo un convinto anticomunista. E comunque senza mai dimenticare la sua inclinazione per l’invettiva burbera.

Come capitò all’ignaro Aldo Moro negli anni sessanta quando lo incontrò per la prima volta. Padre Pio lo accolse con un insulto secco: “Mariuol”. Cioè, “ladro”. Moro rimase sgomento e il frate gli spiegò che chiamava così tutti i politici da quando lo Stato aveva prelevato il 50 per cento da una cospicua donazione di Fiorello La Guardia, sindaco di New York e figlio di un immigrato di Cerignola, per la costruzione dell’ospedale di San Giovanni Rotondo.

Persino un Berlusconi bambino, accompagnato da una zia, sarebbe stato ricevuto da Padre Pio. E il frate gli avrebbe lasciato una dedica scritta: “Al mio caro Silvio, se sarà sempre buono e bravo con tutti, la Madonna non permetterà mai a nessuno che gli venga fatto del male”. Il condizionale, trattandosi dell’ex Cavaliere, è d’obbligo.

Un po’ di ottimismo: questo caos ricorda il Rinascimento

Se Michelangelo nascesse oggi, negli sconvolgimenti di questa nostra epoca, il suo genio fiorirebbe allo stesso modo?

Ogni anno milioni di persone ammirano la Creazione di Adamo nella cappella Sistina di Michelangelo Buonarroti. Altri milioni omaggiano la Monna Lisa di Leonardo. Gli artisti che hanno realizzato queste opere 500 anni fa non vivevano in un loro personale universo di belleza, bensì in un momento storico turbolento segnato da grandi scoperte ma anche da violenti sconvolgimenti. Il loro mondo era sempre più interconnesso grazie all’invenzione dei caratteri mobili di Gutenberg (1450), alla scoperta del nuovo mondo di colombo (1492) e di una rotta per le ricchezze asiatiche da parte di Vasco de Gama (1497). Dopo che la peste aveva ridotto in modo drammatico la popolazione europea, il benessere pubblico, la ricchezza e l’istruzione avevano ricominciato a crescere.

In questo contesto il genio fioriva, come dimostrano i trionfi italiani, le teorie rivoluzionarie di Copernico e altre innovazioni in biologia, ingegneria, medicina. In pochi decenni la stampa diede impulso alla produzione di libri da poche centinaia a milioni ogni anno e le idee cominciarono a viaggiare a velocità prima impensabili.

Era l’età del genio, ma anche del pericolo. Nuove terrificanti malattie si diffondevano su entrambe le sponde dell’ormai trafficato Atlantico. I turchi ottomani conquistavano, grazie alla polvere da sparo, le sponde orientali del mediterraneo. Martin Lutero sfruttava la forza della stampa per diffondere le sue critiche alla chiesa cattolica.

Questa era l’epoca in cui, nel 1504, Michelangelo svegliava la statua di David nella piazza principale di Firenze. Alta cinque metri, fatta con sei tonnellate di marmo di Carrara, il David era un monumento alla ricchezza della città e al talento dello scultore. Michelangelo scolpisce il David nel momento fatale tra la decisione e l’azione, mentre si prepara a realizzare quello che deve fare ed evoca il coraggio per provarci. Michelangelo e il suo David conocevano quel momento perché lo stavano vivendo. E lo stiamo vivendo anche noi.

La nostra età è una sfida: tra le conseguenze positive e quelle negative della globalizzazione e dello sviluppo, tra le forze dell’inclusione e quelle dell’esclusione, tra nuovi geni e nuovi pericoli.

Ma in un’età in cui dovremmo agire, tendiamo invece a esitare. Ci manca la prospettiva per vedere le sfide che determinano il nostro tempo. “La prospettiva è la guida e l’ingresso, senza nulla può essere fatto bene”. Quando Leonardo da Vinci scriveva queste parole, stava dando consigli agli artisti ma anche a tutta la sua generazione. Per trovare la prospettiva con cui guardare la nostra epoca, facciamo un passo indietro e rendiamoci di una cosa importante: siamo già stati qui prima. Le forze che convergevano sull’Italia di 500 anni fa e hanno acceso la scintilla del genio e degli sconvolgimenti sociali. Ma adesso siamo più forti. E globali.

Questa nuova età dell’oro non arriverà da sola, dobbiamo conquistarla. E non sarà un lavoro facile. Nel 1517, Niccolò Machiavelli, uno dei fondatori della scienza politica moderna, scrisse: “e’ si conosce facilmente, per chi considera le cose presenti e le antiche, come in tutte le città ed in tutti i popoli sono quegli medesimi desiderii e quelli medesimi orrori , come vi furono sempre, in modo che gli è facil cosa, a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni republica le future”.

Le scoperte di Colombo, il crollo del muro di Berlino – entrambi questi eventi hanno segnato la caduta di antiche barriere erette da ignoranza e mito e l’apertura di sistemi nuovi e globali di scambi politici ed economici. La stampa di Gutenberg e Internet hanno entrambi indirizzato l’intera comunicazione umana verso un nuovo standard: abbondanza di informazioni, distribuzione a prezzi modici, estrema varietà e ampia partecipazione.

Le forze dello sviluppo – miglioramento della salute, del benessere e dell’istruzione – erano anche allora alla base del progresso umano, adesso ci elevano. Guerre e malattie, i due freni che maggiormente hanno ostacolato il progresso umano nel corso della storia, erano calate nei decenni precedenti al Rinascimento. Oggi, le morti sul campo di battaglia sono in notevole calo – anche contando le violenze che accompagnano la guerra civile siriana – e le campagne contro malattie e invecchiamento hanno aggiunto quasi due interi decenni l’aspettativa di vita globale. La generazione di adulti in arrivo è la prima della storia a essere universalmente alfabetizzata.

L’eredità positiva del Rinascimento è stata un’esplosione del genio: risultati eccezionali nell’arte, nella scienza e nella filosofia europee, incomparabili con quelli del millennio precedente, che portarono l’Europa verso la Rivoluzione scientifica e l’Illuminismo nei secoli successivi. Siamo nel pieno di un’altra esplosione simile, che supera di gran lunga quella precedente, in termini sia di portata che di ampiezza.

Là dove c’era il borgo ora c’è un deserto: dal 2036 addio al Sud

Un Sud destinato a sparire. Lo dicono i numeri, quelle fredde statistiche stilate dall’Istat. L’Istituto centrale di statistica nei giorni scorsi ha calcolato che l’Italia è un Paese che perderà popolazione nei prossimi anni. Si muore di più e si nasce di meno e nel 2045 gli italiani saranno 58, 6 milioni: 7 milioni in meno rispetto al 2016. Dove vivranno? In gran parte al Nord, nelle città più vicine all’Europa, con la conseguenza di uno svuotamento progressivo e inarrestabile del Sud.

Nelle placide montagne del Molise, nel caos creativo napoletano, nella dolcezza della Basilicata, nella rude bellezza della Calabria, fino alla punta estrema della Sicilia, resteranno in pochi: il 29% della popolazione residente sul suolo italico. Un calo netto, rispetto al 34% di oggi. L’Italia si urbanizza, non cresce e invecchia, dicono le previsioni statistiche. Chi ci salverà dal declino demografico prossimo venturo? Gli immigrati, gli stranieri che in 14 milioni (da qui al 2065) sceglieranno di vivere, lavorare, istruirsi e fare figli nel Belpaese. I dati degli studiosi dell’Istat hanno suscitato allarme nei palazzi della politica? No, nessuno ne ha discusso. Se le linee programmatiche del governo prossimo venturo in materia di immigrazione sono chiusura delle frontiere e prima gli italiani, meglio di no. E se nel “contratto di governo” al Sud sono dedicate solo cinque righe, è naturale che l’allarme che proviene da quei numeri rimanga inascoltato.

Il gruppo di studiosi “Rionero 2020” (gli urbanisti Antonio Petrocelli e Marialaura Imbriaco, l’esperto in politiche forestali Ludovico Frate, e lo specialista in politiche ambientali Alfonso Ianiro) ha addirittura calcolato l’anno in cui alcuni comuni si estingueranno per mancanza di abitanti. Sono partiti dal Molise, ma proseguiranno gli studi sul Cilento interno. Però non dite ai 107 abitanti di Castelverrino (provincia di Isernia) che nel 2036 nel loro paese non ci sarà più nessuno. Le case dei vicoli stretti e la piazza con il palazzo baronale saranno divorati dall’erba. Le campane non suoneranno più la domenica. Un deserto. Così a Poggio Sannita (scomparsa prevista nel 2037), a Pescopennaro (2039), fino a trascinarci nel XXII secolo con una vera e propria ecatombe di borghi. Sopravviveranno poche realtà, abitate da soggetti sempre più stanchi e vecchi. Gli studiosi, infatti, prevedono che nell’area analizzata – la zona di Isernia – l’indice di vecchiaia oscillerà tra il 200 e il 600 per cento. Che fare? Anche loro si aggrappano a due speranze: politiche pubbliche di rinascita per il Sud e immissione di energie fresche. Tradotto: immigrati. Il “modello Riace”, per capirci. Quelle politiche di accoglienza e integrazione che hanno rivitalizzato il paese dei Bronzi in provincia di Reggio Calabria, altrimenti destinato a spopolarsi.

Il miracolo ha un nome e cognome ed è studiato in importanti università internazionali: Mimmo Lucano, il sindaco che ha trasformato un’emergenza in un fattore di rinascita e di sviluppo. L’antropologo Vito Teti, calabrese di San Nicola di Cressa (Vibo Valentia), ha una sua ricetta. L’ha raccontata nell’ultimo suo libro edito da Donzelli, Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, ed è la “restanza”. “Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: ma di coraggio. Una volta era l’emigrante il simbolo del sacrificio, adesso si sacrifica chi resta. Una volta si partiva per necessità, ma c’era anche una tendenza a fuggire da un ambiente considerato ostile, chiuso, senza futuro. Oggi i giovani colgono la possibilità di opportunità nuove, altri modelli e stili di vita, da praticare in questi luoghi e renderli vivibili. L’altrove non è più un mitico paradiso. La restanza e la sua etica sono una scommessa con se stessi, esprimono una disponibilità a mettersi in gioco e ad accogliere chi viene da fuori”.

C’è un di più che è sotto gli occhi di tutti ma in pochi vedono. Per crescere e fare figli l’Italia ha bisogno di ritrovare la fiducia in se stessa. Nel decennio del boom economico del secolo passato, quando il tasso di sviluppo annuo era pari al 4,9 per cento (con punte nell’ultimo periodo del 6,6), la gente spendeva per migliorare la qualità della vita. Si investiva in abitazioni, istruzione, cultura e spettacoli, trasporti e comunicazione. E si facevano figli. Nel 1951 gli italiani erano 47.515.537, dieci anni dopo 50 milioni. Era un Paese capace, pur tra le mille contraddizioni di uno sviluppo che provocò enormi fratture fra Nord e Sud, di guardare al futuro.

In 48 ore duemila sbarchi in Sicilia. Attentato a Trento

Fine settimana caldo sul fronte immigrazione: in 48 ore sono più di 2 mila gli arrivi sulle coste italiane, immigranti fuggiti dalle violenze in Libia. Mentre a Trento un centro militare del Genio, in cui si ipotizzava la creazione di un Centro per i rimpatri dei migranti, è stato dato alle fiamme. I carabinieri seguono la pista anarchica.

Ieri mattina è giunta a Catania, con 70 profughi e un bambino nato ieri a bordo, la nave Aquarius gestita in partnership da Medici Senza Frontiere (Msf) e SOS Mediterranee. Il neonato è stato chiamato Miracle (Miracolo) ed è nato in acque internazionali alle 15.45. Pesa 2,8 chili e sta bene. Mentre per questa mattina è atteso l’arrivo a Palermo della nave militare Spagnola Numancia con 600 migranti a bordo. Mentre il giornale va in stampa, si attende anche l’arrivo della Sea Watch 3 della omonima Ong tedesca, che porterà a Messina 452 migranti recuperati venerdì in tre diverse operazioni. A Messina è attesa, invece, la nave Protector di Frontez con 16 migranti. La Seefuchs della Ong Sea-Eye, che ha preso a bordo 130 persone, ieri pomeriggio, è stata dirottata in un altro salvataggio.

A 10 anni è destinata alle nozze combinate: la mamma la salva

Ha strappato il suo passaporto e quello della figlia di 10 anni per evitare il ritorno in Bangladesh, che per la piccola voleva dire il matrimonio con un cugino di 22 anni. E questa ribellione ha salvato le due donne da un padre-padrone e un marito violento che ora è a processo a Milano per maltrattamenti in famiglia.

Dopo le nozze il marito è andato a lavorare in Italia, lasciandola sola e incinta. È tornato in Bangladesh nel 2016 quando la figlia, che non aveva mai visto, era ormai grande e ha portato lei e la madre a Milano, dove le due donne vivevano segregate: niente scuola e contatti con l’esterno per la piccola, che poteva solo leggere il Corano. Una volta, secondo la madre, il marito l’ha ferita con un coltello alla mano perché si era messa a cucinare senza permesso. Dopo l’ennesima lite lei ha strappato i passaporti, l’uomo ha portato Malijka e Shaila prima in questura per denunciare lo smarrimento dei documenti e poi al consolato del Bangladesh per ottenere i duplicati, visto che aveva già preso i voli. La bambina, davanti al giudice, avrebbe confermato di aver sentito mamma e papà discutere del matrimonio. Le due sono in una casa d’accoglienza.

Il Giro delle polemiche si ferma tra le buche

Alle quattro e mezzo di un pomeriggio caldo e blindato per prevenire attentati e impedire proteste, mentre è già in scena l’ultima tappa del Giro 2018 partito il 4 maggio da Gerusalemme, i corridori minacciano di fermarsi. Di sabotare la festa della corsa rosa. Di rovinare lo spettacolo in Mondovisione. Dicono che il tracciato è pericoloso. Che rischiano di cadere. O di bucare. La strada fa schifo, oggi non dobbiamo rischiare le gambe. Strano, pensano gli organizzatori, ma sul tratto sterrato del Colle delle Finestre nessuno ha brontolato… Né sulle discese a tomba aperta di gran parte del Giro.

Però i corridori hanno in parte ragione. Si aspettavano da Roma manti stradali amichevoli, non ostili. Invece buche rattoppate in extremis. Catrame che si incolla alle ruote. Zig zag per evitare improvvise sconnessioni. L’asfalto viscido. Tre chilometri di infidi sanpietrini negli 11,5 chilometri del circuito da ripetere dieci volte, più che alla mitica Parigi-Roubaix.

Elia Viviani, la maglia ciclamino, si assume il ruolo di sindacalista. Ha già vinto quattro tappe. Vuole anche l’ultima, la più ambita dai velocisti. Ma è furente. La bici vibra troppo. Ha dovuto abbassare la pressione dei tubolari. Questo gran finale dovrebbe essere una kermesse nel centro storico più bello del mondo: con l’immancabile volata thriller ai Fori Imperiali, sullo sfondo del Colosseo. Rischia di trasformarsi in una corsa ad ostacoli: forature, cadute, rallentamenti improvvisi, doppiaggi problematici.

Viviani abborda l’auto della giudice di corsa Rossella Bonfanti: “Se non neutralizzate, ci fermiamo al traguardo”. Il ricatto sgomenta gli organizzatori: “Abbiamo compiuto tre ricognizioni, l’ultima due settimane fa”. Peccato che qualcuno abbia visto colmare le buche persino la sera prima… La sindaca Virginia Raggi, alla punzonatura, aveva esaltato lo sforzo di Roma che “ha cuore lo sport e la mobilità dolce, seguiremo con attenzione ogni pedalata…”. Froome, d’accordo col fiero rivale Tom Dumoulin, raggiunge un compromesso con la giuria. Lo sciopero dei 150 corridori superstiti è evitato: dopo tre giri, la corsa è neutralizzata. Il Giro vero finisce lì: conquistato da Froome. L’ultima volata premia l’irlandese Sam Bennett davanti a Viviani, che conserva la maglia ciclamino.

Ma lo sprint non neutralizza la figuraccia. Approda sui siti di mezzo mondo. Da noi, innesca la canea anti Cinquestelle, i più lesti a sparare sul Campidoglio sono quelli del Pd. Sfumano le ombre sulla vittoria di Froome, accusato di doping. E’ stato un Giro avvelenato dalle polemiche per il via israeliano. Come testimonia il nuovo acido murale di Sirante, l’autore dei “Bari” (Di Maio, Salvini e Berlusconi che giocano a carte). In via Canova, a ridosso di via del Corso, ha pittato un militare in divisa antisommossa ma rosa, con la stella di David: “Girone Italia”, pavimentato di dollari. I corridori passano fra combattenti palestinesi e soldati israeliani. Dante e Virgilio osservano: “C’è chi l’inferno lo crea e chi lo subisce”.

Dai cotton fioc alle cannucce: stretta sulla plastica

Saranno presentate oggi le nuove misure della Ue sulla plastica monouso. Messi al bando piatti, posate, cannucce, agitatori per bevande, bastoncini di cotone per le orecchie. La Commissione proporrà quattro misure diverse per affrontare il problema dei dieci tipi di rifiuti in plastica che si trovano più comunemente nei mari e sulle spiagge europee. Questi prodotti potranno essere sostituiti con altri di materiali diversi dalla plastica.

La Commissione vuole poi ridurre significativamente entro 6 anni l’utilizzo di recipienti rigidi per alimenti pronti al consumo, con o senza coperchio, e di bicchieri monouso. Gli stati potranno fissare obiettivi di riduzione o imporre che non siano offerti gratis.

La direttiva imporrà il principio della responsabilità estesa del produttore per lo smaltimento di una serie di oggetti: contenitori per cibo rigidi o flessibili, contenitori per bevande, bicchieri, sigarette con filtro, assorbenti, salviette umidificate, palloncini, sacchetti di plastica, reti da pesca. In pratica, il produttore deve coprire il costo di raccolta, trasporto e trattamento di questi rifiuti, oltre che della pulizia delle coste e dei mari.

La gestione del risparmio: un lavoro che non affatica i professionisti

Gestione professionale del risparmio. Bello, vero? Ci sono quei poveri dilettanti dei risparmiatori, le persone normali che impiegano quanto riescono a mettere da parte. E poi i professionisti, i money manager, i private banker ecc., come sono soliti presentarsi per darsi delle arie con gli interlocutori.

Ma cosa è in concreto questa gestione professionale? Lo vediamo esaminando ad esempio AcomeA Breve Termine, che non si può certo definire un fondo-nano con un patrimonio sui 550 milioni di euro. Vediamo come sono impiegati non da un solo gestore, bensì da due: Alberto Foà e Marco Sozzi. Meglio così, quattro occhi dovrebbero vedere meglio di due.

Dai dati di Morningstar risulta che i titoli in portafoglio sono solo 46, un numero che già fa cadere le braccia per un mastodonte di tali dimensioni. Viene da ridere, ma ho io più titoli di Stato e prestiti societari nel mio giardinetto obbligazionario, benché (lo confesso) di dimensioni enormemente inferiori.

Ma non basta: i primi cinque titoli costituiscono il 42% del patrimonio, cioè una bella fetta del totale. E non è finita, perché addirittura il 17%, ovvero un sesto del fondo, è in un solo titolo, per giunta della Grecia. Lo riporta concordemente tanto Morningstar quanto Bloomberg. Anche qui AcomeA Breve Termine mi batte: in nessun singolo titolo e più in generale su nessun singolo emittente ho concentrato una quota così alta dei miei risparmi. Sarà che quando uno ragiona sui soldi propri, e non altrui, ha comportamenti e criteri diversi. Magari più prudenti.

Escludiamo comunque che ai gestori manchi il tempo per occuparsi del fondo, perché costretti ad arrabattarsi qua e là con secondi lavori, per riuscire a sbarcare il lunario. Dalla massa gestita e, quindi, di fatto dai soldi dei clienti tirano fuori grosso modo tre milioni di euro l’anno. Semplificando un po’ le cose, è lo stipendio per il loro lavoro. Infatti quella che i prospetti chiamano commissione di gestione dovrebbe essere appunto il compenso del lavoro del gestore. Se poi la società di gestione ne rigira una gran parte a venditori allo sportello o porta a porta, sono fatti suoi.

Ma non è finita, perché un 45% del patrimonio del fondo è in liquidità. Non hanno nulla da obiettare i clienti che pagano lo 0,6% l’anno anche sulle somme depositate su conti correnti o simili? Eppure corrisponde esattamente alla misura del prelievo sui conti correnti del governo Amato (1992), accolto e ricordato con così tanta indignazione. Con la differenza che allora fu solo una tantum.