In un’Italia che non fa figli non si trovano più neanche i ginecologi. Vanno deserti i bandi nelle regioni del Nord, perché non ci sono abbastanza specializzati. Non se ne assumono più nelle regioni del Sud, perché strette nella morsa del piano di rientro. Un’emergenza del genere non si era mai vista nella storia del nostro sistema sanitario. Ora rischiano di chiudere anche i punti nascita con più di 500 parti l’anno (il numero minimo per garantire gli standard operativi di sicurezza). Come quello di Melzo (Mi) dove entro la fine del 2018 cinque ginecologi andranno in pensione e l’equipe verrà dimezzata. O quello di Saronno (Mi), dove mancano due medici e i turni sono già insostenibili. Quello di Codogno (Lo), con 536 parti l’anno, in aprile lo hanno dovuto smantellare. A Casalmaggiore (Cr), anche se nel 2017 i parti sono stati 382, il punto nascita è di vitale importanza. Mancano 3 ginecologi, dopo diversi bandi falliti, il prossimo concorso sarà a giugno. Speriamo che i vincitori accettino il posto. Se dovesse chiudere bisognerà andare a partorire ad almeno 30 km di distanza. Un’impresa troppo rischiosa.
Conti correnti poco trasparenti. I “segreti” per cambiare banca
Non si è obbligati e non si dovrebbe restare clienti a vita della stessa banca. Come non si è obbligati ad accettare silenziosamente e senza discutere tutte le proposte, i servizi e i pacchetti che ci propongono. Così, nel caso ci si rendesse conto che il proprio conto corrente costa di più rispetto a quello di un amico o un parente, è possibile rivolgersi a un altro istituto. Diversificare i prodotti è il miglior sistema per risparmiare. Ma su 30 milioni di correntisti, pochi continuano a saperlo. Il livello di cultura finanziaria degli italiani, secondo un’indagine condotta da Banca d’Italia, Ivass, Consob, Covip, Fondazione per l’educazione finanziaria e il Museo del risparmio, è infatti inferiore rispetto agli altri paesi Ocse. Ci si interessa poco dei temi finanziari e, spesso, se ne scopre il significato solo quando se ne fanno le spese. I casi di risparmio tradito ne sono l’inevitabile conseguenza. Eppure i clienti hanno un’arma importante: la portabilità che si applica ai conti correnti e che consente la chiusura dei contratti a costo zero.
In particolare, la facoltà di trasferire i servizi di pagamento, e il saldo presente, presso un altro conto deve essere garantito nel giro di 12 giorni lavorativi e chi sfora deve risarcire il correntista con un indennizzo di almeno 40 euro. La portabilità è prevista dal decreto legge 3/2015 sulle Banche popolari, ma ha avuto bisogno di circa un anno e mezzo per diventare operativa. È dal 14 giugno 2017 che sono, infatti, entrate in vigore le nuove regole che dovrebbero impedire alle banche di non mettere più i bastoni tra le ruote a coloro che le vogliono abbandonare, con la scusa di lungaggini burocratiche, numerosi balzelli e informazioni fuorvianti date agli sportelli. Con l’unico scopo di tenersi il cliente per anni, se non decenni. L’unica accortezza da prestare durante la portabilità è di ricordarsi degli assegni già emessi: meglio attendere che vadano all’incasso per non lasciare scoperto il conto. Inoltre, cambiando le coordinate bancarie andrà comunicato il nuovo Iban per tutti i rapporti in essere (accredito stipendio, addebito delle utenze o delle rate di un mutuo, ordini di bonifico permanenti, ecc).
Del resto muoversi fra le commissioni, confrontare le medie di settore e scegliere il conto migliore per le proprie tasche è un girone infernale. Anche se tutti questi calcoli dovrebbero essere facil mente comparabili sul sito dell’Abi Comparaconti.it (l’ex Pattichiari), da un anno il motore di ricerca è sospeso, perché manca l’adeguamento alla nuova direttiva europea sui pagamenti (Payment Accounts Directive). Per comparare i conti si possono solo consultare i siti online privati. L’alternativa è cercarsi da soli i fogli informativi sui siti delle banche (bisogna cercare la voce “Trasparenza”), oppure chiederli nelle filiali.
E lì scoprire l’Isc, l’Indicatore Sintetico di Costo voluto da Bankitalia nella nome della trasparenza, che permette di confrontare il costo dei conti delle banche per 6 diversi profili di operatività (giovani, famiglie con operatività bassa, famiglie con operatività media, famiglie con operatività elevata, pensionati con operatività bassa, pensionati con operatività media) e per i conti a consumo a un unico profilo (operatività particolarmente bassa). Certamente un passo in avanti per i clienti, ma con un evidente limite: l’Isc, che somma i costi annuali, fissi e variabili, non tiene conto del ruolo del salvataggio delle banche che hanno spinto gli istituti a introdurre nuovi balzelli, magari una tantum, e contribuzioni straordinarie che non rientrano in quelle voci standard. Così, se secondo l’ultima indagine annuale di Bankitalia, nel 2016 è cresciuta leggermente la spesa di gestione di un conto corrente bancario (circa 1,1 euro) attestandosi a 77,6 euro – e, come ovvio che sia, i conti online costano appena 14,7 euro – leggendo il report pubblicato a febbraio dal Corriere della Sera, che ha calcolato anche le tasse e il costo annuo, si scopre che in media nel 2018 il conto corrente costa 134 euro (+1,5% sul 2017), mentre per quello online servono 106 euro (+3,8%).
“Una diatriba, questa sul costo dei conti, che va avanti da 15 anni e che dimostra solo come il settore sia ancora caratterizzato da poca, trasparenza, correttezza e contrantabilità”, spiega Fabio Picciolini, esperto consumerista, che solleva anche un’altra questione: “Quanti italiani conoscono il conto corrente di base?”. Introdotto nel 2011, consente di effettuare le operazioni più semplici a condizioni convenienti (imposta di bollo esente
canone mensile azzerato) per i clienti con Isee inferiore a 8.000. Mentre i pensionati con reddito fino a 18mila euro lordi lo possono avere con canone mensile azzerato. A ribadirlo lo scorso gennaio alle banche, che lo tengono ben nascosto tra i prodotti che offrono, è stato anche il Consiglio di Stato.
Riders e cibo a domicilio. Il nuovo business di Uber
In Italia ne avevamo sentito parlare soprattutto perché i riders che hanno partecipato alla fase sperimentale erano scesi in piazza per protestare insieme ai colleghi di Deliveroo e Foodora. Ora, anche Uber prova a estendersi in tutta Italia con le consegne a domicilio: la società del servizio di passaggi che da anni fa infuriare i tassisti cambia obiettivo e punta sui fattorini. Con l’abilità di infilarsi in business promettenti ma controversi, Uber Eats si aggiungerà a Deliveroo, Foodora e Just Eat (e alla loro schiera di riders) per conquistare quote in un mercato a forte espansione e dinamiche lavorative contrastate (il presidente dell’Inps, Tito Boeri, qualche settimana fa, aveva proposto di aumentare il monitoraggio e la tutela della cosiddetta gig economy). La sintesi: presenza nazionale dopo le sperimentazioni a Milano e a Monza, accordo con McDonald’s e l’avvio da Napoli.
Il servizio di consegna a domicilio di Uber si chiama Uber Eats, è nato nel 2014 a Los Angeles come progetto sperimentale e oggi è presente in 220 città e 32 Paesi. Si basa su una piattaforma di “food delivery” che consente di prenotare e farsi consegnare i pasti ordinati ai ristoranti, utilizzando l’applicazione sul telefono oppure il sito internet. Come faceva per le auto, Uber, quindi, mette in comunicazione il cliente, il ristorante e l’addetto alle consegne.
Dal punto di vista della strategia aziendale, è la scelta più naturale per un’impresa che ha bisogno di recuperare terreno dopo aver abbandonato, una dopo l’altra, tutte le città italiane in cui metteva a disposizione il servizio di trasporto urbano e dopo la chiusura di Uber Pop, che consentiva di offrire passaggi a pagamento nel tempo libero. Complici le sentenze dei tribunali e le proteste dei taxisti, il servizio trasporto di Uber (nella sua forma riservata a chi ha la licenza Ncc) è oggi attivo ancora solo a Roma e a Milano. Il business del trasporto, insomma, è rimasto indietro.
Non si può dire lo stesso per le consegne. Secondo un’analisi Coldiretti/Censis sulla ristorazione digitale, nel 2017 ben 4,1 milioni di italiani si sono affidati ad applicazioni sullo smartphone per ordinare cibo e riceverlo a domicilio. Undici milioni, invece, usano regolarmente il telefono per ordinare. Allargando lo sguardo ai numeri globali, si stima che nel 2018 i ricavi del settore della “Food Delivery” ammonteranno a 110 miliardi di dollari. In quattro anni dovrebbero crescere del 17,7% con un volume di mercato di 212 miliardi nel 2022. Il segmento più grande è l’Online Takeaway, con un volume di mercato di 99,6 miliardi di euro nel solo 2018. Un’entrata quasi certa, quindi, che fa da base per rilanci e azzardi visionari come la sperimentazione sui taxi volanti che la settimana scorsa è stata annunciata in Francia. E in Europa? Con Medio Oriente e Africa, il mercato della consegna di cibo raggiunge quota 28 miliardi di dollari.
Dunque, Napoli per prima. Il servizio sarà disponibile ufficialmente da mercoledì, a pranzo e cena. Nella città, Uber ha un accordo in esclusiva per le consegne di McDonald’s (all’interno di una intesa globale), che saranno gratuite per tutto il periodo del lancio. E poi pasticcerie, gelaterie, ristoranti, al momento circa cinquanta, ma con l’obiettivo di aumentare e di sbarcare in una città d’Italia al mese da qui a fine anno. Il modello di business è conosciuto: revenue shares. I ristoranti hanno accordi con Uber, a cui cedono una percentuale dei ricavi. Le consegne costeranno circa 2,50 euro (salvo la gratuità sopra una certa cifra) e i corrieri autonomi saranno pagati per ogni consegna. Diverso il discorso per chi lavora attraverso le società di logistica, che dovrà sottostare ad accordi diversi. Ma, assicurano, ai fattorini non andrà solo il costo della consegna ma anche una parte della revenue share che Uber passerà al ristorante. L’arrivo di Uber Eats si inserisce comunque in un contesto non proprio idilliaco: i fattorini delle piattaforme digitali sono considerati la categoria di lavoratori più a rischio al momento, privi di tutele e in lotta per veder riconosciute le loro prestazioni come lavoro subordinato.
Uber, d’altro canto, ha bisogno di spingere per rinnovare la propria immagine, conquistare la fiducia degli investitori e per essere pronta a una Ipo (offerta pubblica) sempre più vicina. Sono almeno cento le città in cui è pronto il lancio di Uber Eats. L’azienda ha chiuso il primo trimestre del 2018 con utili per 2,46 miliardi di dollari su ricavi pari a 2,59 miliardi (+70%). Peccato che la tradizione della perdita a oltranza, seppur con un dimezzamento rispetto all’anno scorso, non sembra essere ancora morta. I profitti hanno infatti beneficiato della cessione di Grabtaxi e della joint venture Yandex, che ha prodotto una plusvalenza da 3 miliardi di dollari al netto delle quali Uber ha chiuso con una perdita di 577 milioni di dollari (erano 1,04 miliardi nel 2017).
Riflessioni di una giornata con senso diffuso di calamità
Il bus che va a fuoco in via del Tritone e il miracolo di una tragedia sfiorata. Il centro storico paralizzato fino a sera. L’acquazzone che, come sempre sotto questo cielo e su queste strade, rende il disagio insopportabile. Un senso diffuso di calamità. Io quel giorno ho avuto molto tempo per riflettere. Bloccato a piazza Colonna, con i taxi incolonnati senza via d’uscita – e con i bus scampati ai roghi (68 quelli già bruciati, ho letto) scomparsi forse per evitare guai peggiori – non mi restò che affidarmi alle gambe per raggiungere la non vicinissima sede del Fatto a Porta Metronia.
Passeggiata di salute durante la quale – e qui torno a Lei – mi frullavano nella testa oscuri pensieri sulla condizione della nostra amata città. Che in certi giorni sembra afflitta da tutte le bibliche piaghe (più qualcun’altra in offerta sfiga). Poi, però, in chi le scrive prese il sopravvento il pensiero di come male dovesse sentirsi la giovane donna che solo due anni prima veniva innalzata sul Campidoglio dall’onda del plebiscito di rabbia contro tutto ciò che c’era stato prima. Per poi ritrovarsi sull’orlo di quella gigantesca buca (senza allusioni) da dove la vecchia politica cerca di afferrare quella nuova per trascinarla giù con sè all’inferno. Ed è successo che la percezione del suo disagio ha reso meno pungente il mio. Giovedì scorso l’ho vista a Piazzapulita. In gran forma, brillante, ottimista. Complimenti. Nei suoi occhi si leggeva la stessa orgogliosa soddisfazione per lo stato eccellente della città e dei suoi abitanti di un sindaco di Parigi o di Berlino o di New York. E nel ripensare – le confesso piuttosto sconcertato – a quel martedì nero di acqua e di fuoco mi sono detto: forse fui preda di un incubo. Forse, accecato dalla propaganda delle forze della corruzione in agguato (oltre che dallo spiacevole episodio di combustione urbana) non mi resi conto della metamorfosi. Di come dal letame lasciato da “quelli” nell’Urbe stesse fiorendo un nuovo giardino dell’Eden. Con i cassonetti non più olezzanti che sorridono all’Ama laboriosa mentre alberi e rami partecipano alla festa della Resurrezione scendendo a terra con festosi frastuoni.
Non ironizzo affatto, mi creda, sui progressi che la sua amministrazione può vantare in tema di appalti pubblici, o di risanamento Atac, o di strutture sportive (lo stadio della Roma, l’area del Velodromo adibita a campo di golf). Pur tuttavia, nell’ascoltarla misuravo una distanza molto, troppo grande tra la percezione del sindaco e quella di un comune cittadino. Dov’era l’errore? Il giorno dopo ho capito tutto. Posso dirle luogo e momento della Rivelazione: in auto, all’Eur, percorrendo una via dal manto stradale appena rifatto. Ma ecco che, improvvisamente, sbang, una ruota sprofonda dentro un rattoppo illusorio di fresco bitume (la vasta popolarità della sua giunta tra meccanici e gommisti, sappia, è indiscutibile). Smoccolo ma vengo illuminato da una parola chiave emersa chissà come da vetuste reminiscenze liceali: ATARASSIA.
Ne cerco l’esatto significato e trovo: “Perfetta pace dell’anima che nasce dalla liberazione dalle passioni”. Un rifugio mentale dal caos della vita. Una filosofia dell’evasione interiore. Una provvida liberazione dello spirito. Mi permetta di chiederle se di fronte all’immensità dei problemi, agli umani limiti di assessori e funzionari (e ai bus inceneriti) anche Lei, sindaca Raggi, abbia cercato asilo nella rassicurante dimensione dell’atarassia (che è l’esatto contrario del “marasma”). Se sì, se le sue apparizione televisive rispondono a questo bisogno di trovare qualcosa di accettabile in quella tormentosa fatica di Sisifo che è il governo di Roma sappia che la comprendo perfettamente.
E le prometto che al prossimo infrangersi di un cerchione cercherò conforto nella filosofia stoica. Si appunti questa: “Un timoniere di valore continua a navigare anche con la vela a brandelli” (Seneca). E questa, più recente: “La rassegnazione è un suicidio quotidiano” (Balzac). Con stima immutata.
Ma Roma sembra ormai incurabile
Fra ormai meno di un mese, il 22 giugno, la giunta Raggi (M5s) sarà al secondo giro di boa: due anni vissuti pericolosamente, se è vero che l’eredità lasciata dalle amministrazioni precedenti è drammatica è anche vero che 24 mesi sono già un tempo sufficiente per un bilancio. La capitale d’Italia continua ad essere attanagliata da gravi problemi: 50 mila buche e 120, dicasi 120, alberi caduti dall’inizio del 2018. E la vita dei romani continua ad essere molto complicata come conferma Antonio Padellaro nella “lettera aperta” alla sindaca Raggi che pubblichiamo.
Senza fare paragoni con città del Nord, nessuna in Italia può vantare l’estensione territoriale e il numero di abitanti, circa quattro milioni nella capitale. Eppure le altre grandi metropoli d’Europa e del mondo occidentale viaggiano a velocità diversa.
Il 5 giugno 2016 Virginia Raggi vinse il primo turno con 461.190 voti, il 35,2 per cento. Al ballottaggio del 19 giugno contro Roberto Giachetti, candidato dal Pd più sgangherato e autolesionista della Storia, ne raccolse addirittura 770.564, il 67,1 per cento. In queste pagine non vogliamo fare il punto su tutti gli aspetti e le vicende, anche giudiziarie, che hanno riguardato la sindaca in questi due anni. Ma, piuttosto, abbiamo provato, schematicamente, ad analizzare i grandi problemi che attanagliano quotidianamente la vita di romani, ospiti di passaggio per lavoro o piacere, turisti che cercano di vivere e godere della città considerata da molti la più bella del mondo.
Mettiamo, quindi, in fila le piccole grandi questioni di tutti i giorni, senza ripercorrere storie di problematiche lunghe decenni, ma raccontando l’oggi: strade e buche, trasporti, verde pubblico, vigili urbani (anche se dai tempi di Alemanno si fanno pomposamente chiamare poliziotti di Roma Capitale), rifiuti e spiagge, perché Roma ha anche il mare, a Ostia, anche se purtroppo non si vede. Per ognuno di questi temi abbiamo raccolto anche le spiegazioni fornite dal Campidoglio. Le troverete. Se convincenti o meno decidete voi.
Troppe voragini per le strade
Le 50 mila buche per 800 km: “Partiranno i grandi appalti”
Buche, voragini e crateri che bucano le gomme e danneggiano auto e moto. Ai primi di marzo l’asfalto della città si è sbriciolato: il Campidoglio e i Municipi hanno censito oltre 50 mila buche lungo 800 chilometri di strade. Una conseguenza della nevicata del 26 febbraio e del ghiaccio dei giorni successivi, seguiti da piogge abbondanti che hanno dilatato e poi sfarinato il manto stradale. Ma, probabilmente, anche di interventi di manutenzione non sempre a regola d’arte: se ne occupa anche la Procura.
Il Comune “ha programmato 90 lavori di manutenzione sulle strade di grande viabilità, oltre 40 sono già terminati o in corso, tra questi quelli su arterie di grande scorrimento come viale Jonio, Via Cristoforo Colombo, via Tiburtina, viale Gregorio VII, viale America, via Cipro, Via Casilina, via del Tintoretto, via Appia Nuova”. Dopo la nevicata “sono stati svolti oltre 20 mila interventi di copertura buche, e sistemati oltre 25 mq di asfalto”. Alcune strade, in pieno centro, sono state rattoppate la scorsa settimana per la tappa conclusiva del Giro d’Italia ma, come si è visto ieri, non è bastato. Nei prossimi mesi partiranno “alcuni grandi appalti di manutenzione straordinaria su via Nomentana, via Ostiense e a Tor Bella Monaca, sperimentando materiali innovativi per prolungare il ciclo di vita della strada”. Il Campidoglio denuncia: “Per anni la manutenzione è stata scarsa o del tutto assente”.
Trasporti senza mezzi adeguati
Una situazione da terzo mondo: “600 nuovi bus in tre anni”
Con un’azienda municipalizzata, Atac, alle prese con la procedura di concordato preventivo per non fallire – il rosso è di 1,3 miliardi di euro – e un parco vetture datato (11,6 anni l’età media) il trasporto pubblico è l’incubo di romani e turisti. La flotta dei bus a disposizione per 4,5 milioni di persone tra residenti, pendolari e turisti, conta poco più di 2 mila mezzi di cui ogni giorni ne circolano solo 1.500, tra manutenzioni e guasti. Non va meglio con la metro, lunga appena 60 chilometri. Per chi vive in periferia, macchina o scooter restano indispensabili.
La ricetta del Campidoglio a 5 Stelle prevede “nei prossimi tre anni 600 nuovi autobus, grazie allo stanziamento di 167 milioni di euro per rinnovare la flotta”. E poi il “recupero di 60 minibus elettrici a oggi fermi, a servizio del centro città”. Mentre “a novembre scorso sono arrivati circa 200 nuovi mezzi e sono stati rimessi in strada alcuni filobus, parte di una flotta di 45 vetture acquistate nel 2009 e abbandonate”. Capitolo metropolitane: “Il Comune ha ricevuto 425 milioni dal Mit per restyling e manutenzione delle metro A e B, mentre proseguono i lavori per la realizzazione della metro C verso la stazione Amba Aradam”. Sui filobus il Comune rivendica di aver “sbloccato dopo dieci anni i lavori dei Corridoio Eur-Tor de’ Cenci e Eur-Tor Pagnotta, quest’ultimo verrà aperto in autunno” mentre per l’altro “contiamo di aprire nel 2020”.
I rifiuti restano un problema
Immondizia arredo urbano fisso: “La differenziata avanza ancora”
Da alcuni anni i cassonetti stracolmi con i sacchetti ammucchiati in terra sono diventati uno dei tipici scorci cittadini, soprattutto a ridosso delle festività e in alcuni quartieri quasi tutto l’anno. La sintesi più efficace l’ha tracciata nei mesi scorsi la Commissione Ecomafie del Senato parlando di un “sistema impiantistico” che presenta “fragilità, rigidità e precarietà che danno luogo a frequenti interruzioni di servizio e lasciano incombenti minacce di crisi del ciclo di trattamento e smaltimento”. Così, ammonisce il documento, “alla rottura o alla momentanea indisponibilità anche di una sola linea di Tmb il ciclo dei rifiuti della Capitale può arrivare al collasso”. Gli impianti di smaltimento sono solo 4 – due pubblici e due privati – e il ciclo dei rifiuti non è autosufficiente, tanto che gli scarti di lavorazione finiscono in ben sei regioni diverse.
La giunta di Virginia Raggi ha avviato l’iter per la realizzazione di due impianti di compostaggio e punta sulla riduzione del quantitativo di rifiuti. Alla fine dello scorso anno è partito un nuovo modello di raccolta differenziata, con una positiva sperimentazione al Ghetto ebraico che ha raggiunto l’84%. Dopo una nuova mappatura, che ha portato a censire circa 50 mila utenze fantasma, è partita la consegna dei kit per la nuova differenziata anche nei Municipi VI e X, quelli di Tor Bella Monaca e Ostia, per un totale di 500 mila persone.
Il verde lasciato da Buzzi&C.
Erba alta e alberi che cadono: “Servono più fondi dal governo”
Da quattro anni l’arrivo della primavera ricorda ai romani che la città è stata squassata da un intreccio perverso tra mondo imprenditoriale e politico svelato dall’inchiesta Mafia Capitale. Da allora gli appalti per la manutenzione del verde pubblico, uno dei territori “di caccia” preferiti dal sodalizio tra Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, procedono a singhiozzo. Basta guardare spartitraffico, aiuole, parchi e ville storiche cartolina di Roma nel mondo, dove a volte le erbacce sfiorano i due metri di altezza, per capire che la cura del verde pubblico non è più tornata a sistema. E poi per curare 44 milioni di metri quadri di verde, arricchiti da circa 320 mila alberi, il Comune dispone di appena 200 giardinieri. Visti i numeri, non c’è da stupirsi se dall’inizio dell’anno sono venuti giù spontaneamente 120 alberi.
Nei prossimi mesi verrà aggiudicato il bando da 9 milioni di euro per la manutenzione del verde orizzontale. Ma lo stesso Campidoglio ha stimato un fabbisogno di 109 milioni di euro l’anno per la manutenzione del verde e attualmente la voce a bilancio dispone di appena una dozzina di milioni. Di qui la richiesta al nuovo governo di fondi dedicati. Sono in corso le procedure per l’assunzione di 30 nuovi giardinieri, l’obiettivo a lungo termine dell’amministrazione è quello di far salire l’organico di 300 unità.
Le spiagge della lobby balneare
Il Lungomuro è ancora in piedi: “Giù fra un anno e mezzo”
I 18 chilometri di litorale romano, in particolare nel tratto di Ostia, sono letteralmente sepolti dal cemento, un Lungomuro che dalla strada impedisce di vedere la battigia negli otto chilometri urbani. Una lunga sequenza di parapetti e cabine costruiti negli anni dagli imprenditori balneari che per ora resta al suo posto, così come le ombre sulle infiltrazioni della malavita organizzata nella gestione di lidi e spiagge. Nei due anni dell’amministrazione Raggi, per ora, il Lungomuro è rimasto al suo posto e l’unica cosa concreta è stata la promessa di intitolazione della strada a Giovanni Falcone. A novembre scorso il Campidoglio ha presentato un piano per una nuova disciplina dell’uso turistico, balneare e commerciale della spiaggia di Ostia; un progetto che prevede un lungo percorso amministrativo, che da cronoprogramma dovrebbe concludersi entro 550 giorni: un anno e mezzo, dunque, solo per validare il piano. Il documento fissa al 50% la percentuale di spiagge libere, al momento sono poco più del 40%, mentre i gestori delle attuali 71 concessioni balneari dovranno unirsi in otto consorzi, con esercenti in regola, per partecipare ai bandi per la gestione delle spiagge. Verranno privilegiati – è la promessa – i progetti che privilegino la visione del mare e l’abbattimento del Lungomuro e tutelati alcuni edifici storici costruiti degli anni Venti del ’900; chioschi e strutture non regolamentari dovranno essere abbattuti.
I vigili urbani della discordia
Caos dopo la guerra di Marino: “Pochi, ne assumiamo altri 350”
Spesso odiati dai cittadini per le multe, di frequente insultati per la loro assenza o al contrario per l’eccessivo zelo durante gli ingorghi stradali, i “pizzardoni” romani, come vengono chiamati qui i vigili urbani, vivono un momento di relativa calma nei rapporti con l’amministrazione comunale. Negli anni della giunta di centrodestra di Gianni Alemanno, con la creazione di Roma Capitale nel 2010 il corpo è stato trasformato in Polizia Locale, moltiplicandone i compiti ma non le risorse e la dotazione organica. Ai vigili è stato chiesto di occuparsi di disciplina del traffico, multe, antiabusivismo commerciale, contrasto alla prostituzione, controlli nei Campi rom e tutela del decoro urbano. Con il successore Ignazio Marino, invece, è stata guerra aperta per due anni e mezzo, dopo la scelta di farli dirigere da un comandante esterno e di imporre turnazioni del personale tra i gruppi come buona pratica anticorruzione. È finita che i circa 5.500 agenti fanno un po’ di tutto senza però riuscire ad eccellere in un settore specifico.
Secondo la pianta organica il corpo dovrebbe contare quasi 8.500 agenti, il 1° giugno entreranno in servizio 350 neo assunti, che la sindaca Raggi ha chiesto vengano dislocati prevalentemente in strada per occuparsi di ingorghi stradali e contrasto ai venditori abusivi.
Tridico: “La via tedesca al deficit per il reddito di cittadinanza”
“Quando la Commissione europea trattava con la Germania per convincerla ad accettare migranti, ha proposto di considerarli nuovi disoccupati, così sarebbe aumentato il Pil potenziale e dunque gli spazi di politica economica”. Pasquale Tridico, economista dell’Università Roma 3, si è fatto da parte: i Cinque Stelle lo volevano ministro del Lavoro ma lui non condivide l’alleanza con la Lega e i troppi compromessi. Alla festa del Fatto Quotidiano al Fuori Orario di Reggio Emilia, però, rilancia la sua proposta: sfruttare le attuali regole contabili europee per poter pagare in deficit il reddito di cittadinanza (costo fino a 30 miliardi). Se gli attuali inattivi vengono costretti dal reddito di cittadinanza a cercare lavoro, diventano disoccupati, si allarga il cosiddetto “output gap”, cioè la distanza dell’economia italiana dal suo potenziale, e la Commissione europea dovrebbe concedere spazi di deficit. Nel dibattito sul libro Reddito di cittadinanza (Paper First) del vice direttore del Fatto, Stefano Feltri, è poi intervenuta Maria Cecilia Guerra, ex senatrice del Pd passata con Leu che, nel governo Monti e in quello Letta ha lavorato a costruire il Reddito di inclusione (Rei) ora in vigore: “C’è un errore nella proposta dei Cinque Stelle, non si può pretendere che siano i centri per l’impiego a risolvere tutti i problemi, non sempre la povertà dipende dall’assenza di lavoro, ci sono lavoratori poveri e persone che non possono lavorare perché, per esempio, hanno un familiare disabile”. Quindi, sostiene la Guerra richiamando l’impianto del Rei, bisogna mettere in relazione tutte le strutture del welfare che si occupano di sociale. E farlo con un programma di governo che contempla anche la flat tax è arduo: “Davvero vogliamo aumentare lo stipendio dei parlamentari di 20.000 euro all’anno?”, chiede la Guerra con un argomento di notevole presa sul pubblico.
“Agenti sotto copertura contro i corrotti”
“Per combattere le mafie occorre agire sulla corruzione. Ci auguriamo che il nuovo Parlamento possa introdurre l’agente sotto copertura”. Dal palco del circolo Fuori Orario, il magistrato Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia dal 2013 al 2017, lancia l’allarme sulle misure anticorruzione nel nostro Paese. “Continuiamo a chiederci come sia possibile, dopo il sacrificio di Falcone, Borsellino, Chinnici, dopo la lotta ingaggiata dallo Stato, che la mafia sia ancora così potente. La verità è che c’è ancora un pregiudizio molto peloso nei confronti degli strumenti di contrasto alla corruzione”.
Ospite dell’incontro di apertura dell’ultima giornata della Festa del Fatto, “Stato e mafie, trattare o convivere?”, il magistrato ha sollecitato l’introduzione di una misura – peraltro contenuta nel contratto di governo M5S-Lega – tuttora assente nel nostro ordinamento “nonostante sia prevista dalla convenzione di Merida delle Nazioni Unite”. L’agente sotto copertura è “un ufficiale di polizia giudiziaria che opera all’interno della trama corruttiva già in atto”, ha spiegato Roberti, che ne aveva proposto l’introduzione quando era procuratore antimafia , “osserva, rileva gli elementi di reato e li riferisce al pm, cosa ben diversa dall’agente provocatore”. E strumenti normativi in tal senso appaiono tanto più urgenti considerando che “la mafia, oggi, è più portata a trattare che a lottare, se lo Stato asseconda i suoi voleri”, ha sottolineato, dialogando con il magistrato, il giornalista del Fatto Marco Lillo. “La trattativa è tipica del popolo italiano. Tra rispetto della legge astratta e aiuto alla famiglia si cerca il compromesso, la commedia, mai la tragedia a differenza di quanto avviene all’estero”. Il pomeriggio del Fatto è proseguito poi con l’intervista di Selvaggia Lucarelli al “signore in giallo” Maurizio De Giovanni, che ha annunciato che dal 2019 interromperà le serie de “il Commissario Ricciardi” e dell’ “Ispettore Lojacono”. “Luigi De Magistris è un po’ come un governatore sudamericano alle prese con una città povera”, ha detto lo scrittore a proposito del sindaco della sua città natale, Napoli. “La sua generosità viene spesso trasformata in sciovinismo, le sue virtù gli si ritorcono contro”. In serata, poi, sul palco del Fuori Orario sono saliti gli attori del film di Matteo Garrone, “Dogman”, Edoardo Pesce e Marcello Fonte, quest’ultimo fresco di premio a Cannes come “migliore attore”. Chiusura con il concerto di Omar Pedrini, protagonista del docufilm “Cani sciolti” con Mimmo Calopresti e Alessandro Ferrucci.
“Il Colle si isola, ignorato chi chiede solo un governo”
I rischi più insidiosi di questa lunga crisi post voto sono due: il dare fiato ai facinorosi anti-euro (variante incidentale degli anti-tutto) e l’indebolimento della “reputazione” del Quirinale. È stato attorno a questo doppio nodo che hanno ragionato ieri mattina alla festa di Gattatico il fondatore del Fatto Antonio Padellaro e l’ex direttore del Corriere della sera Paolo Mieli. Il triangolo delle Bermude Di Maio-Salvini-Mattarella in cui è rimasto a lungo impigliato e poi nella serata di ieri si è spiaggiato definitivamente il nome di Paolo Savona ha rianimato il fantasma del ritorno alle urne. “Cosa gravissima – ha spiegato Padellaro – perché renderebbe vana l’indicazione di chi ha scelto di esprimere con il voto del 4 marzo una maggioranza chiara”. “La sorte della nomina di Savona – ha spiegato invece Mieli – per il Colle è un punto d’arrivo. Inteso, io sull’Europa la penso all’opposto del professore: i patti si onorano, nel caso prima se ne esce e poi si parla, non viceversa. E illudersi che la soluzione del nostro debito sia dare uno scossone alla Germania è una fesseria. Ma se Savona è stato proposto – visto la maggioranza che lo sostiene – bisogna rispettare questa indicazione. In caso diverso si metterebbe in isolamento il Colle, prima volta che succede nella storia d’Italia. E non sto parlando delle legittime preoccupazioni europeiste del presidente, ma del fatto diverso di un veto”. “In realtà manca un elemento – insiste Padellaro – : devono spiegarci in base a cosa il Colle prende una decisione o l’altra. Invece su Savona siamo stati costretti a inseguire le indiscrezioni del Quirinale. Che è un’istituzione troppo preziosa per parlare con gli ‘spifferi’. Se ci sono delle ragioni per il no a Savona – che il capo dello Stato ravveda secondo le prescrizioni della Costituzione – vengano illustrate in modo chiaro”. Su questo punto però Mieli polemizza: “Attenzione: quante volte abbiamo chiesto al Presidente di opporsi in questa o quella situazione… Nessuno fece questione quando Scalfaro sostituì Previti… E lo dico anche rispetto al governo birichino che ci aspetta”. “Ma di Previti tutti sapevano che fosse l’avvocato di Berlusconi – ha ribattuto Padellaro – , Scalfaro gli avrà detto ‘figlio mio questo è un po’ troppo’ Diverso poi è il caso di Gratteri. L’obiezione di Napolitano fu che era un magistrato in attività, l’altra verità è che Gratteri le indagini le fa fino in fondo… ”. Padellaro in realtà vede anche un altro pericolo. Legato al ruolo dell’informazione: “Abbiamo visto diventare il curriculum taroccato di Conte la questione centrale del paese. E non invece – lo dico in una botta di demagogia – il fatto che 3000 giovani siano andati da tutta Italia a Torino per un concorso per 5 posti da infermiere. L’urgenza di formare un governo riguarda le risposte che un governo deve dare a chi chiede, a chi è povero. I lettori dei giornali se ne vanno perchè sono stufi di paginate sul curriculum anche taroccato del professor Conte”. Discorso analogo sull’“arrivano i barbari” che molta stampa dipinge: “Alimentando queste forme razziste contro un’Italia che vuole solo darsi un governo – conclude Padellaro – non si rinforza l’Europa, ma si dà spago ai facinorosi”. Chiude Mieli: “Sono qui perché leggo il Fatto su tutto, è un giornale che fa informazione senza mai farsi condizionare, separando fatti e opinioni. E io alcune vostre opinioni sui 5Stelle “buoni” e i leghisti “cattivi” le contesto. Ma dico anche che raccogliete la migliori tradizione di Montanelli e del Corriere della sera. Siete concreti . E la prova l’avete data dopo l’elezione della Raggi a sindaco di Roma: la maggior parte delle informazioni scomode le ho lette sul Fatto”.
Salvini ride, Di Maio no. Il fronte dei due leader
Alle 19.33 il sovranista che forse non aspettava altro stacca la spina e apre la campagna elettorale: “Quando un ministro è antipatico a Berlino vuol dire che è quello giusto, se deve un partire governo condizionato dalle minacce dell’Europa, con la Lega non parte”. Parla già di urne Matteo Salvini, anche se Giuseppe Conte è ancora nella pancia del Quirinale: “Se questa è una democrazia la parola deve tornare agli italiani”. Poi esce tra la folla della Terni un tempo rossa, in mezzo ai cori, in maniche di camicia e con il sorriso di chi ha comunque vinto.
Dalla Roma dei Palazzi invece Luigi Di Maio, sempre e comunque in giacca e cravatta, esplode in diretta su Facebook: “Questa non è una democrazia libera, ci è stato impedito di fare il governo del cambiamento, la scelta di Mattarella è incomprensibile”. Il volto è una maschera di pallore e rabbia, bianco come lo sfondo, mentre le agenzie raccontano che “i vertici del M5S ragionano sull’impeachment nei confronti del presidente della Repubblica”.
Le due facce del governo che non è stato, l’esecutivo gialloverde evaporato all’ultimo miglio, raccontano che gli alleati possibili parlano una lingua simile ma hanno sentimenti opposti. Con Salvini tutto contento che pregusta voto anticipato, in cui sull’onda dei sondaggi proverà a prendersi tutto nel nome delle barricate contro l’Europa e, certo, contro il Quirinale. Anche Di Maio inveisce contro i presunti poteri forti: “Diciamocelo chiaramente che è inutile che andiamo a votare tanto i governi li decidono le agenzie di rating, le lobby finanziare e bancarie, sempre gli stessi”. Ma la sua non è una festa, è la reazione di chi ora può perdere quasi tutto: Palazzo Chigi, la vittoria nelle urne, e chissà se la guida del M5S. E già deve tornare a ragionare di deroga alla regola dei due mandati, sempre che si voti in tempi brevi.
Intanto sul web, migliaia di militanti già invocano le piazze contro Mattarella, la Ue e tutto ciò che vedono come Sistema. “Sono tutti incazzati, le chat esplodono” racconta un parlamentare. “Sono ore buie per la Repubblica” scrive su Facebook il deputato Angelo Tofalo. “La democrazia semplicemente non funziona” twitta il senatore lucano Vito Petrocelli. E si fa sentire anche Alessandro Di Battista, ufficialmente a poche ore dalla partenza per le Americhe: “Coraggio, sono ultimi colpi di coda di animali politici morenti!”. Parole da trascinatore, che sabato sera ha detto di essere pronto a ricandidarsi in caso di voto anticipato. Magari anche come candidato premier. Intanto Salvini dal- l’Umbria morde Berlusconi: “Non capisco le sue dichiarazioni, invece di dire mezza parola a difesa di un suo alleato dice viva Mattarella, viva la Merkel”. E già annuncia: “Al prossimo giro a fare il presidente del Consiglio ci vado io”. Invece quello che per quattro giorni è stato il premier incaricato, Giuseppe Conte, si chiude in riunione con Di Maio. Il capo prepara la serata a Fiumicino, alle porte di Roma, dove doveva andare a sostenere il candidato sindaco dei grillini. Ma ormai è un altro evento, con Di Battista, Conte e Virginia Raggi. “Cerchiamo di restare calmi, ma tutto è questo è uno scandalo” ripete con i suoi Di Maio. Però già discute di impeachment. Qualche eletto frena in chat: “Respiriamo un attimo, pensiamoci”. Ma il leader va in frontale con il Colle.
E dire che fino al primo pomeriggio i 5Stelle sprizzavano ottimismo. “Ce la faremo” giuravano, mentre assieme alla Lega riscrivevano ancora la lista dei ministri. “Salvini ci aveva dato il via libera per un vice ministro europeista da mettere accanto a Paolo Savona”. E invece nulla. “Non esiste dire che eravamo per l’uscita dall’euro, nel contratto abbiamo scritto che volevamo ridiscutere i trattati europei restando leali con gli altri paesi” morde il dimaiano doc Alfonso Bonafede. Mentre dai piani alti sussurrano: “Il candidato premier sarà ancora Luigi”. Perché l’ombra di Di Battista è ingombrante. E proprio il 5Stelle romano arringa la folla: “A Mattarella non sta bene Savona e poi riceve il condannato Berlusconi?”. Poi sul palco sale Di Maio: “Dopo stasera è difficile credere nelle istituzioni. Era una cosa premeditata far fallire il governo del M5S e della Lega. Non ho tradito io, ha tradito un altro”. È la guerra, che porterà nelle piazze.
Focus: l’uomo dei conti pubblici
Laureato a Siena e alla London School of Economics, Cottarelli, pur lavorando a Washington dal 1988 quando entrò al Fondo Monetario dopo la Banca d’Italia e una breve esperienza all’Eni, ha sempre seguito gli affari italiani. All’Fmi infatti era direttore del dipartimento affari di bilancio dal 2008 e in questi anni più volte ha redatto e illustrato il Fiscal Monitor, ovvero il rapporto dove si analizzano i bilanci pubblici delle principali economie. Nato a Cremona nel 1954, dopo 25 anni all’Fmi e sei in Bankitalia, Cottarelli ricoprì l’incarico di commissario alla spending review per il governo per un anno. Il conto dei tagli possibili arrivò a 32 miliardi. L’incarico si concluse con un corposo dossier di risparmi e qualche amarezza. Nel novembre del 2014 Cottarelli lascia e torna al Fmi su nomina del governo Renzi, come direttore esecutivo nel board. Dal 30 ottobre 2017 è il Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano. Recenti i suoi affondi sulla necessità di ridurre il debito.