Carlo Cottarelli, il profeta dei tagli premier in nome dello spread

“Non vedo scossoni sullo spread nell’immediato, anche con choc politici”. Il 12 marzo Carlo Cottarelli era molto ottimista: già si era dato disponibile in tutti i modi per il governo, ma non immaginava certo che poco più di due mesi dopo avrebbe davvero ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo proprio in nome degli “scossoni sullo spread” e dopo uno “choc politico”. Questa mattina Sergio Mattarella riceverà al Quirinale il professor Cottarelli, ex commissario alla revisione della spesa, per dargli l’incarico di formare un nuovo governo, anche senza la fiducia del Parlamento (salvo sorprese), per poi guidare il Paese verso le elezioni mentre i Cinque Stelle e Fratelli d’Italia già iniziano una campagna per mettere in stato d’accusa Mattarella.

Nel suo ultimo libro appena pubblicato da Feltrinelli I sette peccati capitali dell’economia italiana (un programma di governo), Cottarelli dedica un intero capitolo alla “difficoltà di convivere con l’euro”. Un’analisi molto critica – con tanto di citazioni dell’euroscettico ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio – ma che arriva alla conclusione che “tutto sommato, credo che sia di gran lunga preferibile cercare di tornare alla crescita riformando l’economia italiana, piuttosto che scegliere il salto nel buio rappresentato da un’uscita dall’euro”. Non una professione di entusiasmo verso la moneta unica, ma a Cottarelli tocca ora il compito di rappresentare, almeno nelle intenzioni di Mattarella, l’argine europeista alle derive rappresentante dal programma della Lega e dalla nomina di Paolo Savona al ministero dell’Economia sulla quale è arrivato il veto del Quirinale, aprendo la crisi.

Difficile però che Cottarelli basti a rassicurare i mercati, le istituzioni europee e i partner internazionali, come il presidente Emmanuel Macron che aveva già dato un sorprendente sostegno al professor Giuseppe Conte (M5S) con l’idea di creare un asse con l’Italia per arginare la Germania nella gestione dell’eurozona.

A 64 anni, Cottarelli con il suo volto scavato e il marcato accento cremonese, non è esattamente il personaggio capace di raccogliere consensi in Parlamento o di trovare un insperato nuovo accordo tra partiti. Oggi dirige l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università cattolica: durante la campagna elettorale ha convinto quasi tutti i partiti a presentare l’impatto sul debito pubblico dei loro programmi che poi ha criticato nei dettagli sia dal sito dell’Osservatorio sia su La Stampa, quotidiano di cui da poco è editorialista di punta.

La recente celebrità di Cottarelli si deve però alla sua esperienza di commissario per la revisione della spesa tra 2013 e 2014. Lo chiama Enrico Letta dal Fondo monetario internazionale dove era direttore degli Affari fiscali. Non è certo il primo commissario che deve indicare al governo dove tagliare la spesa (i primi tentativi risalgono al 1981 e subito prima di lui Piero Giarda era arrivato alla conclusione che non c’era poi molto di tagliabile). Ma è di gran lunga il più popolare, anche per le scelte simboliche come quella di andare al ministero a piedi tutte le mattine, passeggiando attraverso il parco di villa Borghese: nei primi giorni incontra dieci giornalisti al giorno, le sue interviste sono ovunque. Ma anche le polemiche: Cottarelli chiede lo stesso trattamento economico che aveva al Fondo, cosa non facile visto che il trattamento fiscale è molto diverso. A Washington guadagnava 300 mila dollari quasi netti, accetterà di scendere a 260mila ma il primo effetto della sua nomina è che il governo Letta deve aumentare la spesa prevista per il commissario alla revisione della spesa da 950 mila euro per tre anni a 980 mila. Cottarelli resta comunque popolare almeno finché a palazzo Chigi non arriva Matteo Renzi, nel febbraio del 2014, e decide che la politica di bilancio e i tagli li decide il premier, non un commissario tecnico. Dopo mesi di difficile convivenza al limite del mobbing, il primo novembre 2014 Renzi rimanda Cottarelli al Fondo monetario internazionale, con un altro incarico, direttore esecutivo nel board, una nomina politica per levarselo di torno. Prende il suo posto Yoram Gutgeld, allora deputato Pd molto renziano, col mandato di rivedere la spesa senza incidere sul consenso al governo e per finanziare le riforme del governo.

Adesso non è chiaro quale sarà il mandato di Cottarelli. Le differenze con Mario Monti, l’ultimo premier tecnico nominato nel 2011, sono enormi: all’epoca Monti aveva il consenso di tutto il Parlamento tranne la Lega e qualche frangia di centrodestra, il sostegno nel Paese era generalizzato e l’opinione pubblica apprezzava perfino la richiesta di sacrifici in nome del recupero di credibilità sui mercati finanziari e per tenere sotto controllo il costo del debito.

Ora è tutto diverso. Cottarelli si troverà a essere il bersaglio dei Cinque Stelle: in campagna elettorale volevano usare il suo dossier sui tagli alla spesa pubblica, ora lo indicheranno come lo strumento di Mattarella per fermare il “governo del cambiamento”. E dovrà dare ai mercati una rassicurazione che, privo com’è di legittimazione elettorale e parlamentare, non può garantire: che la crisi istituzionale aperta dalla rinuncia di Conte può essere riportata sotto controllo.

Ieri sera, negli scambi dei messaggi tra i vertici dei Cinque Stelle, è cominciata la caccia al capro espiatorio della crisi. E c’era chi, oltre a Mattarella, voleva incolpare perfino Mario Draghi, presidente della Bce. Ma lo stesso Matteo Salvini, leader della Lega, è intervenuto per arginare la deriva. Cottarelli, però, non potrà sfuggire al tiro al bersaglio. Ogni sua mossa, da qui alle elezioni, sarà contestata se davvero prenderà la guida di un governo privo di fiducia parlamentare.

L’unica cosa che i mercati temevano più del governo Lega-M5S era una fase di caos che come unico sbocco vede un governo a guida centrodestra con la Lega euro-scettica ancora più forte.

Come sarebbe stato il governo Conte: la lista dei ministri

C’era il premier, Giuseppe Conte. E i leader dei due partiti firmatari del contratto, Matteo Salvini e Luigi Di Maio: entrambi sarebbero stati vicepresidenti del Consiglio e sarebbero andati uno al ministero dell’Interno, l’altro al Lavoro, accorpato allo Sviluppo Economico. Ieri però, dopo che Conte ha rimesso il mandato, ha voluto presentare lo stesso quale sarebbe stata la squadra dei ministri del governo gialloverde. Agli Esteri, l’ambasciatore Luca Giansanti. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarebbe stato il leghista Giancarlo Giorgetti. Sempre al Carroccio – oltre a Paolo Savona, candidato (bocciato) all’Economia – sarebbe andato il ministero della Pubblica amministrazione (Giulia Bongiorno), gli Affari Regionali (Erika Stefani), la Disabilità (Lorenzo Fontana), l’Agricoltura (Gianmarco Centinaio). I politici del Movimento Cinque Stelle sarebbero stati Riccaro Fraccaro (Rapporti con il Parlamento ), Barbara Lezzi (Sud), Alfonso Bonafede (Giustizia), Giulia Grillo (Salute). Sempre in quota grillina – seppur non esponenti del Movimento – ci sarebbero stati Elisabetta Trenta alla Difesa, Mauro Coltorti alle Infrastrutture, Marco Bussetti all’Istruzione e Alberto Bonisoli alla Cultura.

Il tentativo fallito: la nota del prof sull’europeismo

Ieri all’ora di pranzo, il prof Paolo Savona ha diffuso alla rivista “Scenari economici” una nota che doveva servire a rassicurare il Colle, spiegando che anche lui vuole “una Europa diversa, piùforte, ma piùequa”. Sappiamo che non è andata così. Ecco, in sintesi, cosa diceva Savona: “Non sono mai intervenuto in questi giorni nella scomposta polemica che sièsvolta sulle mie idee in materia di Ue e, in particolare, sul tema dell’euro”. Per “rispetto delle Istituzioni” elencava i suoi “convincimenti”, in linea con il contratto M5S-Lega in cui viene chiesta “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel ‘92 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona”. Sempre riferendosi al contratto, ricorda, che “l’azione del Governo saràmirata a un programma di riduzione del debito pubblico non giàper mezzo di interventi basati su tasse e austerità –politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo–bensìper il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”.

Ecco il partito di chi non vuol votare benedetto da Gentiloni, Renzi e Silvio B.

“Sono stato informato di richieste di alcune forze politiche di andare a elezioni ravvicinate. È una decisione che mi riservo di prendere dopo aver valutato quanto accadrà in Parlamento”. Alla fine del suo discorso alla Sala alla Vetrata, Sergio Mattarella prova a tentare la mossa estrema. A mettere in campo un “suo” governo che faccia da argine alla richiesta di elezioni. A guidarlo sarà Carlo Cottarelli, l’uomo della spending review. Ma anche espressione sicura dell’establishment. A questo punto, lo scenario più probabile è la sfiducia davanti alle Camere del governo del Presidente. Con elezioni che potrebbero essere a ottobre. O addirittura a febbraio. Quasi impossibile prevedere davvero cosa accadrà, ma ormai è chiaro che il dibattito si è polarizzato tra chi attacca l’operato del Quirinale (Lega e Cinque Stelle) e chi si attesta sulla sua difesa. Con l’impeachment sullo sfondo. Ma è un attimo che il quadro si sfarina ulteriormente.

La campagna elettorale permanente che va avanti da quando Matteo Renzi personalizzò il referendum e che il voto del 4 dicembre ha esasperato, esplode. Sarà tutta contro e a favore del presidente della Repubblica. Ma sarà anche un referendum implicito sui nostri rapporti con l’Europa: paradossalmente il voto potrebbe certificare esattamente quello che Mattarella ha tentato di evitare. Per questo, dal Colle (ma non solo: anche la Casellati, presidente di Palazzo Madama dice no alle elezioni) si cerca ancora di prendere tempo.

Matteo Salvini parla da Terni addirittura prima che Giuseppe Conte esca a rimettere il mandato al Quirinale. “Se siamo in democrazia, bisogna ridare la parola agli elettori”. La Lega vuole il voto (e in molti sospettano che l’abbia sempre voluto) per egemonizzare il centrodestra e ingoiare anche una parte dei Cinque Stelle. Ma con quale formazione si presenterà alle urne? Alleata con Berlusconi? O addirittura con una sorta di desistenza con M5s? In casa leghista il nodo non è sciolto. Ma quella di Salvini è già una campagna elettorale contro l’Unione, per un’Italia che “non è una colonia”. E contro Mattarella. I Cinque Stelle, dal canto loro, si spingono a chiedere l’impeachment. Ma non è detto che la pattuglia grillina (tra cui siedono molti nuovi eletti) non possa perdere pezzi, visto che Cottarelli, in passato, è stato ben considerato anche da loro.

Il primo a uscire in difesa del Colle, viceversa, è Paolo Gentiloni: “Nervi saldi e solidarietà al Presidente Mattarella. Ora dobbiamo salvare il nostro grande Paese”. A ruota esce Renzi: “Salvini non voleva governare: ha fatto promesse irrealizzabili. Minacciare Mattarella è indegno. Sulle Istituzioni non si scherza”. Il Pd voterà dunque il governo del Presidente. Le elezioni si avvicinano, la scissione non sembra ancora matura, e dunque i Dem si preparano all’ennesima lite sulle liste e al congresso risolutivo subito dopo. Va detto che anche Pietro Grasso fa una dichiarazione in difesa del Colle. Per adesso, il fronte del centrosinistra pare unito almeno su questo.

In difesa del Colle, però, arriva anche Silvio Berlusconi. “Come sottolineato dal Presidente Mattarella, il primo dovere di tutti è difendere il risparmio degli italiani, salvaguardando le famiglie e le imprese del nostro Paese”, dice. E ancora: “Irresponsabile chiedere l’impeachment”. Berlusconi ha un problema: stare con Salvini oppure entrare del tutto nel campo opposto, quello moderato? Stando anche alla collocazione del partito nel Pse (mentre la Lega siede con l’estrema destra) la scelta non è scontata. Anche Forza Italia rischia la divisione.

“Ora impeachment”. Di Maio alla guerra contro Mattarella

Che ci si arrivi è difficile, ma ormai se ne parla: la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica è sul tavolo. Giorgia Meloni lo dice apertamente ancor prima del discorso di Sergio Mattarella: “Se questo veto fosse confermato sarebbe evidente che il presidente Mattarella è troppo influenzato dagli interessi delle nazioni straniere e dunque FdI chiederà al Parlamento la sua messa in stato d’accusa per alto tradimento”. Sembrava una boutade, ma dopo il discorso “politico” del capo dello Stato anche dal Movimento 5 Stelle arriva la minaccia dell’impeachment: l’Ansa batte la notizia che anche dentro il M5S si valuta l’impeachment di Mattarella. Un deputato dell’area dura come Carlo Sibilia lo scrive su Twitter: “Non esiste mandare nel caos il paese per fini ideologici. Credo sia arrivato il momento per #impeachment a #Mattarella. È una strada obbligata”. D’accordo il senatore Elio Lannutti. Dentro l’universo grillino, infatti, si dà per certo che Mattarella abbia ceduto alle pressioni delle cancellerie europee sul nome di Paolo Savona e in generale sull’atteggiamento del governo nei confronti dell’Ue.

Alle 22, dopo qualche incertezza, arriva Luigi Di Maio: “Se andiamo al voto e vinciamo poi torniamo al Colle e ci dicono che non possiamo andare al governo. Per questo dico che bisogna mettere in Stato di accusa il Presidente. Bisogna parlamentarizzare tutto anche per evitare reazioni della popolazione”. Di Maio, insomma, evoca possibili disordini. Parla in un comizio a Fiumicino, vicino Roma: “Io ho rispettato le promesse, qualcuno non ha rispettato quella di garantire il rispetto della Costituzione”. E infine: “Ora è difficile credere nello Stato e nelle sue leggi”. Matteo Salvini soprassiede per ora: “Impeachment? Ai cavilli penserò domani, ma Mattarella non mi rappresenta: ha rappresentato gli interessi di altri Paesi”.

Insomma, la situazione è seria e quindi bisogna chiarire come si procede in questi casi, anche se la strada è stretta: questo Parlamento con ogni probabilità non durerà a lungo ed è in Parlamento che avviene la prima fase del complicato “processo” che porta allo stato d’accusa. Talmente complicato che non è mai stato usato: fu ventilato per Giovanni Leone nel 1978 e Francesco Cossiga nel 1992, entrambi si dimisero poco dopo la richiesta (Cossiga era in scadenza); nel 2014 il M5S presentò per la prima volta una richiesta formale contro Giorgio Napolitano che fu respinta come “infondata”.

La base è l’articolo 90 della Costituzione: “Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri”. Quindi le accuse possibili sono “alto tradimento” (accordi con stati nemici, diffusioni di segreti guerra o cose così) o “attentato alla Costituzione” (decisioni che comportino un sostanziale sovvertimento dell’ordinamento costituzionale): in questo caso, insomma, al massimo si può “lavorare” sul secondo.

Il primo atto, dopo la presentazione dell’accusa, è l’analisi in una commissione di 10 senatori e 10 deputati che analizza l’accusa e decide se archiviarla o sottoporla al Parlamento in seduta comune: insomma, servono 476 voti per dare il via al processo vero e proprio (anche se è difficile immaginare un presidente che resista alla messa in stato d’accusa da parte delle Camere).

Il giudice, comunque, è un organo terzo: la corte è composta dai 15 componenti della Consulta e da altri 16 membri estratti a sorte dallo speciale “elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore”. Questi 16 membri, peraltro, scadono con la legislatura, quindi al momento non ci sono e andrebbero eletti col quorum stabilito per i giudici della Consulta: i due terzi dei parlamentari. Oltre ai 31 giudici, partecipano al processo – che è un procedimento penale vero e proprio – anche uno o più commissari d’accusa eletti dal Parlamento: alla fine i giudici emettono la sentenza con cui si dichiara la destituzione del presidente o lo si assolve. La sentenza è inappellabile.

Il Colle ferma tutto: i mercati contano più delle elezioni

Dieci minuti. Per un discorso drammatico che segna la storia della Repubblica, non solo la crisi più lunga per la formazione di un governo.

Il capo dello Stato appare alla Loggia d’Onore alle venti venti. È cupissimo, la postura più rigida e tesa del solito. È l’epilogo di una giornata infinita. L’ultima domenica di maggio in cui si sceglie di morire per Savona, da una parte e dall’altra, oggettivamente. Savona nel senso di Paolo, l’economista ottuagenario in quota Lega che Sergio Mattarella non ha voluto in via XX Settembre perché contrario all’euro.

I dieci minuti finali di questa tragedia istituzionale sono preceduti da un crescendo surreale e irrituale.

Lo stesso Savona che scrive una lettera per dire che non è contrario a Maastricht.

Il Quirinale che fa sapere che non basta ché serve un’abiura sulla fuoriuscita dall’euro; indi Salvini e Di Maio, in quest’ordine e separatamente, che vanno al Colle – mai accaduto – per due colloqui “burrascosi”, secondo le versioni di entrambi i fronti.

Infine il povero professore Giuseppe Conte, premier incaricato, che sale al Colle alle diciannove quando tutto è compiuto e la lista dei ministri è destinata a rimanere nella sua borsa, perché comprende sempre il benedetto nome di Savona. Va via alle venti Conte, da un ingresso secondario.

Il presidente esce dopo venti minuti e parla.

L’approccio è pacato. Spiega che ha fatto tutto il possibile per far nascere l’esecutivo gialloverde. Il tempo concesso, il sì a Conte, finanche la richiesta di avere un altro ministro leghista “politico”, cioè Giancarlo Giorgetti, sherpa salviniano, al ministero dell’Economia.

Dice Mattarella: “Ho agevolato, in ogni modo, il tentativo di dar vita a un governo. Ho atteso i tempi da loro richiesti per giungere a un accordo di programma e per farlo approvare dalle rispettive basi di militanti, pur consapevole che questo mi avrebbe attirato osservazioni critiche”.

La ricognizione è meticolosa, il Colle ricostruisce quanto accaduto dalla seconda settimana di maggio.

Prosegue: “Ho accolto la proposta per l’incarico di presidente del Consiglio, superando ogni perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento. E ne ho accompagnato, con piena attenzione, il lavoro per formare il governo. Nessuno può, dunque, sostenere che io abbia ostacolato la formazione del governo che viene definito del cambiamento”.

Fin qui, la premessa.

Il capo dello Stato affronta la questione Savona con due ragionamenti. Il primo è chiaramente costituzionale. Il secondo vira decisamente su una visione politica diversa da quelli dei sovranisti e degli euroscettici.

Metodo e sostanza.

Il metodo investe le prerogative del Colle sulla nomina dei ministri, articolo 92 della Carta: “Il Presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni. Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell’Economia, che può essere un segnale di allarme o di fiducia per i mercati”. E i decreti di nomina erano già pronti.

Ed ecco perché non ha voluto politicamente Savona, dopo aver specificato che aveva “avvisato” da tempo Di Maio e Salvini che avrebbe “esercitato un’attenzione particolare” su quattro ministeri: Interno, Esteri, Difesa ed Economia. Il discorso rievoca i pilastri del Sistema quando Giorgio Napolitano pretese e ottenne Mario Monti a Palazzo Chigi nel 2011.

Rispetto ad allora c’è in più la fondamentale torsione sovranista che aumenterebbe i rischi di stabilità: “La fuoriuscita dell’Italia dall’euro è cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano”.

Mattarella fa l’elenco dei pericoli emersi con il “diktat” salviniano su Savona: l’allarme degli investitori, le perdite in Borsa, la tradizionale “impennata dello spread”.

Alla scena del Quirinale se ne sovrappongono altre. Mentre Conte riferisce al presidente, Salvini fa un comizio a Terni. Lo stesso Mattarella comincia a parlare durante una diretta di Di Maio su Facebook.

La fine del discorso è la parte più drammatica e rassegnata: “Non faccio le affermazioni di questa sera a cuor leggero. Anche perché ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico. Nel fare queste affermazioni antepongo, a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione e dell’interesse della nostra comunità nazionale”.

La diciottesima legislatura è quasi morta. Ma prima delle elezioni in autunno c’è Carlo Cottarelli premier di un governo di minoranza.

Ma mi faccia il piacere

Mai dire mai/1. “Da Berlusconi 3 milioni di euro alla moglie di Dell’Utri” (la Repubblica, 26.5). Sebbene maggiorenne.

Mai dire mai/2. “Il Colle vaglierà ‘scrupolosamente’ non solo il premier ma tutti i ministri” (La Stampa, 23.5). C’è sempre una prima volta.

Come sempre. “Se Giuseppe Conte è l’avvocato difensore degli italiani, il Pd si costituisce parte civile” (Matteo Renzi, ex segretario Pd, laureato in Giurisprudenza, 23.5). Dunque chiede la condanna del popolo italiano. In fondo è la sua biografia: parte civile e arriva incivile.

Severa autocritica. “Mattarella: basta diktat sul governo” (La Stampa, 25.5). Ecco, bravo, ora guardati allo specchio.

Signori Nessuno. “Un consiglio a Conte? Scappa finché puoi, a gambe levate! Al primo consiglio europeo penseranno che sia quello che anticipa il premier. Diranno: guardi, si sposti, che sta arrivando il premier italiano. E lui risponderà ‘ma sono io’… questo è il livello della sua conoscenza all’estero” (Federico Pizzarotti, sindaco di Parma ex 5Stelle, Un Giorno da Pecora, Radio 1, 22.5). Ha parlato Winston Churchill.

Strana gente. “Dario Fo premio Nobel per la letteratura. Philip Roth no. Gente strana a Stoccolma…” (Bruno Vespa, conduttore di Porta a Porta, Twitter, 23.5). Lo sputo sulla tomba è lo sport prediletto dei temerari.

L’ossimoro. “Ho visto come trattavi Cacciari, e professor Cacciari, e professor Cacciari… La tua è sudditanza culturale, psicologica, politica. Sono professore anch’io e quindi chiamami professore!” (Renato Brunetta, deputato FI a Bianca Berlinguer, Cartabianca, Rai3, 23.5). Lei non sa chi ero io.

Lo Statista. “Per sconfiggere gli avversari e far nascere finalmente il governo, ho convocato i #SuperPigiamini! (Matteo Salvini, segretario Lega Nord, Instagram, 22.4). “Vogliamo la difesa dei confini, ma senza miracoli, non c’è Superman, non c’è Batman, non c’è Robin, non c’è l’Uomo Ragno, non c’è Gatto boy, Gufetta, Lunetta o Geco, non ci sono i super Pigiamini…” (Salvini, Facebook, 16.5). Gentile Elisa Isoardi, potrebbe gentilmente stirare al suo fidanzato questi benedetti pigiamini? Lo faccia per il nostro bene, sennò quello non la smette più.

Concorrenza sleale. “Bisogna fermarli (il governo 5Stelle-Lega, ndr), faranno male a cittadini e imprese” (Graziano Delrio, Pd, ministro uscente delle Infrastrutture e dei Trasporti, la Repubblica, 22.5). Rosicone e gelosone.

I peli superflui. “Il boom del Carroccio in Valle d’Aosta. Niente seggi per Pd e FI” (Corriere della sera, 22.5). Com’era l’ultimo hashtag dei renziani? Ah sì: #senzadime. Gli elettori, un po’ alla volta, li stanno accontentando.

La scatola vuota. “Il partito di Renzi. Dice Sandro Gozi: ‘Pensiamo a nuovi contenitori’” (Il Foglio, 22.5). In mancanza di contenuti.

L’esperto. “L’impostazione dell’accusa nel processo trattativa è fantascientifica” (Giuseppe Di Lello, ex giudice istruttore a Palermo, ex deputato Rifondazione, a Radio Radicale, citato da Il Dubbio, 22.5). Infatti li hanno condannati tutti.

Eurodeliri. “L’Unione Europea avvisa l’Italia: ‘Non fare la Tav è come il muro di Trump’” (il manifesto, 23.5). Ok, certo, come no: mo’ me lo segno.

Il titolo della settimana/1. “I populisti fanno il gioco di Angela. Perchè il contratto Lega-M5S è destinato a dare più potere alla Germania” (Il Foglio, 23.5). Stranamente il governo tedesco non pare proprio entusiasta per la nascita del governo Conte. Fa il gioco della Merkel, ma lei non se n’è accorta: pare, infatti, che non legga Il Foglio. Anzi, non sa proprio cosa sia.

Il titolo della settimana/2. “Mattarella si arrende… Arriva l’incarico a Giuseppe Conte… Silenzio di Berlusconi: alleanza a rischio” (il Giornale, 24.5). Incredibile: il presidente della Repubblica si arrende alla maggioranza parlamentare anziché a chi ha preso il 13% dei voti. E la chiamano democrazia.

Il titolo della settimana/3. “Berlusconi pronto a bocciare il programma dei ‘dilettanti’” (il Giornale, 23.5). Ha saputo che tra i ministri non c’è neppure una mignotta.

Cose da pazzi: chi vince non deve governare

Ieri mattina, alla festa del Fatto, durante il dibattito fra Paolo Mieli e Antonio Padellaro, è giunta notizia della lettera di Paolo Savona che chiariva la sua posizione sull’Europa (“La voglio diversa, più forte e più equa”) e ribadiva la fedeltà al contratto di governo 5Stelle-Lega che conferma i patti sottoscritti dall’Italia con la Ue, euro incluso.

Mieli, che non è proprio un piromane, ha commentato che la lettera avrebbe soddisfatto il Quirinale. Invece Re Sergio Mattarella, emulo del predecessore dalle cui forzature si era finora discostato, ha insistito a rivendicare non il legittimo potere di nominare i ministri, ma l’illegittima pretesa di impartire il suo indirizzo politico al governo e alla maggioranza. E, per giunta, senza metterci la faccia: se Napolitano, nel 2013, aveva platealmente impartito le sue direttive al Parlamento, Mattarella ha giocato la sua partita dietro le quinte: facendo filtrare i suoi veti e i suoi diktat tramite i soliti giornaloni amici, con pissipissibaubau

e meline inspiegabili se non con la speranza che le manganellate mediatiche a Conte e Savona inducessero i due reprobi a ritirarsi. Ieri sera si è degnato di spiegarci il suo veto-diktat, che avrebbe avuto un senso fino a sabato, ma suonava fasullo dopo la lettera di Savona. Che, appunto, dissipa i suoi timori per la “fiducia degli operatori economici e finanziari” e smentisce quelli di una “fuoriuscita dall’euro”. Il capo dello Stato evoca l’aumento dello spread, ma dimentica quello analogo dell’estate scorsa, quando governavano i “buoni”. Brandisce l’”aumento del debito pubblico”, ma non spiega il silenzio letargico sugli ultimi governi amici, che l’hanno sempre moltiplicato. Si preoccupa per i “risparmi italiani”, dopo aver firmato il decreto di risoluzione di quattro banche decotte e quello sul bail inlast minute

, definito da Bankitalia “rischio sistemico” per il sistema creditizio. Vorrebbe farci credere che, dopo quel che s’è visto in questi anni, la minaccia per i risparmi è un economista di 82 anni, già ministro di Ciampi e ai vertici di banche e imprese. Ricorda le sue perplessità per il “non eletto” Conte e poi incarica il non eletto Cottarelli per un governo degli sconfitti. E ci comunica che, degli organi costituzionali della Repubblica Italiana, sono entrati a far parte gli “investitori esteri” e le agenzie di rating. Con tanti saluti all’art. 1 della Costituzione con quel brutto accenno alla “sovranità” del “popolo”. Non faceva prima a dire che 17 milioni di voti vanno buttati nel cestino?

“Gli anni facili” e anche commoventi: la memoria collettiva pre-rivoluzione

È così bello leggere le pagine di Giovanni Pacchiano ne Gli anni facili. È la Milano di Buzzati. È una milanesità che affiora e ci sorprende nei suoi riferimenti colti. Attraversa la vita di giovani matricole, classicisti alle prese con un anno accademico denso di allusioni prodromiche per la storia del nostro paese: 1961- 1962. Non è affatto facile invece riferire di un romanzo che fende un secolo impegnativo come lo scorso, soprattutto quando lo scrittore è anche critico tra i maggiori, tra le fila della storia della critica.

Ma ci ha commosso l’autore, che distinguiamo dal critico, in questo splendido e nostalgico romanzo di formazione. Il giovane protagonista è Giacomo, studente a lettere antiche nella Statale di via Festa del Perdono, l’intrico di Rinascimento e di chiostri e sentieri medievali, ci restituiscono l’età della vita che avremmo amato di più, persino i luoghi ne sono gli aedi; la voce narrante è alle prese con i pensieri de Il Giovane Holden, Salinger è il nome che in quegli anni circola come una spina nel fianco della letteratura, una prima spaccatura, un’idea diversa dell’America, la provincia e la vuotezza morale. Siamo a Milano dunque. Riconosciamo un Cinema del centro, strade che conducono verso le case di ringhiera e ci sembra di ritrovare un esterno di Pratolini. Giacomo racconta della madre, volitiva, rimasta sola troppo presto. Vedova dell’amato padre, bibliotecario, che notiamo nelle pagine, poche ma sufficienti, e lo notiamo buono e pragmatico. Eccola la Milano delle balere da Pino alla Parete in via Borromei, le passeggiate, i balli al Parco delle Rose. Film come L’anno scorso a Marienbad. Ci sono le canzoni che cantava la madre stirando: Al di là; Non arrossire. Eccola la Milano letteraria, pure nel gusto popolare. Il padre, bibliotecario, piuttosto, era socialista, dopo la guerra, militante nel partito d’azione. Gli anni facili sì, gli amori di Giacomo, come un più ragionevole e romantico Holden Caulfield, ma sono anche gli anni ideologici, prossimi al ’68, post “rivoluzione ungherese”, l’invasione dei tank sovietici: la rivoluzione del 23 ottobre che segnò il sostegno al bolscevismo. È la Storia che incontra la storia minore. Anno accademico 61-62, dunque, classicisti. Molti provenienti dal prestigioso liceo del Manzoni. Giacomo vive in periferia, Ticinese Sud, case popolari; l’amico siciliano, detto Don Calò, ancora più giù, in via Lorenteggio, i luoghi de La Ballata del Cerutti Gino di Gaber. La Londra di quegli anni la racconta Pia degli Uberti, in uno scambio di epistole: “(…)a questi movimenti di protesta è legato il free cinema degli angry young men, cioè dei ‘giovani arrabbiati’ che contestano lo schifo dell’ingiustizia sociale”. Pia degli Uberti apre e chiude il romanzo, il grande amore di Giacomo? Sì, esiste il grande amore. Pia, alta e magra, sinuosa come una gazzella. E le altre compagne di università, Maddi, Lula, Gabri. Belle e aristocratiche. La storia sta cambiando. Londra. La libertà che sopraggiunge e Mary Quant in un bazar vendere queste strane piccole gonne. E ancora i chiostrini della Ca’ Grande, quel che era un ospedale fino al ’39, oggi sarebbe l’antenato Niguarda (nda). C’è Max l’amico ricco, figlio di un industriale, con i mocassini dei Saxone e dei Lotus comprati in piazza San Fedele.

Ci sono i campioni dello sport, il ciclismo degli antagonisti Coppi e Bartali, il tennis, dice Max: “Serve and volley, come il grande Pancho Gonzales”. Il jazz di Baker. Gli immigrati meridionali verso Trezzano, Corsico, Buccinasco. I Buddenbrook di Thomas Mann. Il diavolo sulle colline di Cesare Pavese. The Life of Petrarch, di Ernest Wilkins, uscito allora negli Stati Uniti. “Il grande Meaulnes di Alain-Fournier, altro romanzo di illusioni e sogni, e di un amore impossibile”. Cervinia, il Plateau. È un romanzo che commuove, che ci restituisce molte cose, la memoria collettiva, lo sguardo di un uomo, oggi, ancor più che lo scrittore, la sua tenerezza.