Il suo peso specifico non lo nasconde, non lo mimetizza, non bluffa. È lì. Basta volerlo vedere e non fermarsi al solo esteriore “quello che sistematicamente ti etichetta e riduce a buono e simpatico. Al contrario so essere anche molto stronzo”. Il peso specifico di Giuseppe Battiston lo raccontano i tre David vinti, tutti da non protagonista (“Una volta mio cugino ha detto una frase bellissima: il prossimo che ti daranno sarà con la dicitura ‘mai più protagonista’”), le decine e decine di film realizzati (“non tutti girati per passione”), e soprattutto l’essere riuscito a svincolarsi, con garbo, dal semplicistico ruolo di ottimo caratterista.
È il protagonista di “Hotel Gagarin”, film italiano girato in Armenia.
Mi è piaciuto perché parla della passione per il cinema e grazie a questo film ho vissuto una delle più belle giornate cinematografiche della mia vita e nonostante quel giorno non fossi impegnato sul set.
Cosa è successo?
Il clima, la complessità, l’aver realizzato delle scene pirandelliane, quasi di meta-teatro: la troupe truffata dal produttore, impegnata a soddisfare i desideri di un magnate locale.
Insomma, è andato ugualmente sul set.
Sì, volevo vedere, farne parte, sentire l’atmosfera riscaldata dall’inno sovietico.
La commuove quell’inno?
Certo, a prescindere, ma quel giorno era protagonista la macchina del cinema nella sua semplicità.
Tempo fa ha dichiarato di non finire quasi mai i libri…
Vero, però in casa ne lascio sempre molti esposti, creano ambiente, offrono la giusta misura apparente di un appartamento e di chi lo abita. È molto radical chic.
In realtà?
Viaggio di continuo, e ne perdo tanti, quindi magari dopo molto tempo ne ritrovo uno e ricomincio. Una volta un romanzo l’ho iniziato sei volte, poi ho deciso che la sua vita sarebbe stata diversa dalla mia.
Ognuno per la sua strada…
Ho deciso che resteremo l’un per l’altro un mistero.
Il titolo?
Non lo rivelo, perché ho avuto la fortuna di conoscere l’autore, persona deliziosa.
Ha rivelato l’abbandono?
No, troppo offensivo. E comunque bisogna sempre tutelare la propria libertà di lettore ed esprimere un giudizio.
Lei ha detto: “Non sempre mi riconoscono”.
Oggi chiunque è una star grazie a questa sottocultura delle foto a oltranza.
Un mondo di celebri.
Miliardi d’immagini che girano in rete, poi c’è chi è famoso e chi è famigerato, ma in ogni caso non è mai stato un obiettivo, è solo una delle conseguenze del mio lavoro.
Sembra pesarle.
Rapportarmi con il pubblico mi suscita moderato piacere.
Moderato.
Ogni tanto è necessario riparare in luoghi isolati, è fondamentale per liberare la mente.
Dicevamo dei David.
Oltre a quelle tre vittorie, in realtà ho un ricordo magnifico per la nomination ottenuta con un minuscolo film, Zoran il mio nipote scemo, costato quattro spiccioli, e vincitore della settimana della critica a Venezia, più altri premi internazionali; ed era l’anno in cui sono uscite pellicole importantissime, da Sorrentino a Garrone, eppure uno di quei candidati ero io.
Lei alla regia…
Al teatro mi piace, al cinema potrebbe piacermi, magari presto.
Fa parte di quel gruppo di attori che in teatro entra nel panico prima del sipario?
Carmelo Bene diceva: “Mai fidarsi di chi non scende in campo”. Io scendo, dirigo e non temo le platee; ho paura solo di quello che avviene fuori dal palco, mentre sopra benissimo. È il mio elemento.
Carmelo Bene un punto di riferimento?
Lo dovrebbe essere per ognuno di noi.
Dimenticato.
Come molti altri: quanti poeti conosciamo? (Si ferma…)
Risposta?
Stavo per dire una cattiveria.
Proviamo.
Se riuscissimo a parlare un po’ più di poeti e meno di chef, ristoranti e piatti gourmet, forse questa realtà sarebbe più interessante. Leggerei anche più i giornali e guarderei più volentieri la televisione.
Lei sui set di cucina.
Proprio sul set, no; la sera è capitato. Durante le riprese di La passione di Carlo Mazzacurati, ricordo delle domeniche meravigliose in un posto magnifico della Toscana: non tornavamo a casa, ma ci radunavamo in cinque e sei per mangiare insieme. Con il passare delle settimane si è diffusa la voce all’interno della troupe e alla fine siamo diventati quasi sessanta.
Ha cucinato per tutti?
No, mi aiutavano. La mia funzione in questi casi è quella di creare entusiasmo.
È uno dei pochi attori non romani di successo.
Ce ne sono tanti e bravissimi, e penso a Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Vinicio Marchioni.
Valerio Mastandrea…
Lui iniziamo a metterlo tra i maturi, o tra i saggi. Comunque, Valerio è un amico fraterno, uno con il quale è possibile condividere e spaziare sugli argomenti.
Un tempo ha dichiarato: “Ho cinque amici nel cinema”.
Ah sì?
Lo ha detto in tv.
Posso non fare i nomi?
Bluffa?
Vabbè, però ho già detto Valerio.
Torniamo a Mazzacurati: Bentivoglio lo inserisce tra i grandi registi.
Un maestro vero, ha pagato il non essere romanocentrico, e per questo il suo mondo narrato è stato analizzato con eccessiva superficialità.
Qual era il suo mondo?
Utilizzava le storie di gente teoricamente piccola, dei microcosmi, per arrivare al macro, e sempre con lo sguardo della pietà. Mi manca tantissimo il suo cinema, e il suo essere un punto di riferimento umano e culturale.
Con lui ha girato tre film.
Una volta eravamo a un Festival parigino per promuovere La giusta distanza, a un certo punto mi guarda: ‘Vieni con me’. E mi porta alla mostra di un artista tedesco: da lui stava traendo ispirazione per La passione. Lì per lì non ho capito, ma quando è il film è finito, mi sono illuminato: ho ritrovato quel clima, quei colori ammirati su una tela.
L’arricchiva.
Tanto e mi dà proprio fastidio questo averlo dimenticato.
Ha parlato di “romanocentrismo”.
Un tempo era più forte, se oggi vede Cannes, di Roma c’è poco o niente.
Più “poco”.
Come set, la Capitale inizia un po’ a esaurirsi: l’ultimo film su Roma che mi ha colpito è Non essere cattivo.
Girato però a Ostia.
Una Roma periferica, mentre grazie al centro qualcuno ha conquistato un Oscar…
Tra Sorrentino e Garrone?
Kaurismäki.
Tra Sorrentino e Garrone?
Garrone mi piace tantissimo, mentre non sono riuscito ad amare fino in fondo La grande bellezza, ma questo poco importa. Sono due autori completamente diversi, forse la ricerca di Matteo è più sanguigna, ma non siamo a un Gran Premio con lo scontro Ferrari-McLaren.
Allora Kaurismäki.
Il suo cinema è così semplice e vivo da commuovermi.
La passione per il grande schermo quando si è manifestata?
Sin da ragazzino, quando andavo in sala due o tre volte la settimana, e potevo permettermelo visto che il cinema d’essai era sotto casa.
Il film che l’ha segnata?
Blade Runner, C’era una volta in America o Star Wars: li ho consumati non so quante volte e in una fase della vita ho anche invidiato coloro che dicevano: ‘Non mi è mai capitato di vederli’.
E poi?
Ho cambiato idea, anzi prospettiva: mi sono innamorato di loro al momento giusto e nel periodo giusto, quando certe storie andavano oltre lo stupore cinematografico e potevano segnare il tuo percorso di crescita. Oggi hanno inevitabilmente un’altra presa. Stessa storia per i libri.
Il suo, è…
Cent’anni di solitudine, la prima volta che l’ho letto sono rimasto sconvolto da tanta bellezza, il portare nel reale qualcosa più adatto al mondo dei sogni.
Nato a Udine, cresciuto a Milano.
Continuo a pensarla come la mia seconda città, anche se restavamo tutto il giorno chiusi dentro la Paolo Grassi per studiare recitazione.
In classe con lei c’era Antonio Albanese.
Eravamo veramente un gruppo di brutti, l’unico bello è infatti andato a vivere in Francia.
Povero Albanese.
Provate a pensarlo con i capelli: vi assicuro che non è una bella immagine.
Lei si definisce brutto ma l’hanno coinvolta in varie scene di sesso…
Per un’intervista in televisione, Daria Bignardi ha realizzato un mix di questi momenti e li ha trasmessi. Io imbarazzato; sono estremamente pudico, anche perché di solito la domanda successiva è: ‘Ma ti succede realmente qualcosa? Cosa provi? Cosa si sente?’…
In realtà?
In quei momenti stai tentando di fare l’amore davanti a minimo trenta persone.
Ecco l’imbarazzo.
Appunto! Cosa vuoi provare? Forse l’emozione di una macaco mentre si gratta il culo allo zoo.
Secondo Vanessa Incontrada, possono diventare situazioni pure piacevoli.
Basta non incontrare uno come Marlon Brando: lui mangiava la cipolla prima di girare, era veramente matto.
Anni fa ha detto: “Questo mestiere lo fa chi ha qualcosa in meno e deve riempire quel vuoto”
Continuo a pensarlo, ma attenzione: come ci insegna Pirandello, quotidianamente ognuno di noi indossa una maschera diversa e a seconda delle persone che ha davanti. Basterebbe comprendere questo per capire i meccanismi della recitazione.
Quindi?
Quello che dicevo attiene alla sfera relazionale: se sto bene in teatro è perché mi sono preparato, a fondo, per la mia parte; mentre se mi portano in uno studio televisivo devo improvvisare, puzzare d’intelligenza e risultare simpatico, e la cosa la trovo estremamente pesante.
Infatti va poco in tv…
Perché uno lo fa per promuovere un film, ma è palese che non frega nulla a nessuno e ogni volta mi sembra di perdere tempo e far perdere altrettanto tempo a chi ascolta.
Ha mai chiesto una foto a qualcuno?
Sì, al nipote di Clarence Clemons (storico sassofonista di Bruce Springsteen).
Per i fan l’umanità è divisa tra chi ha goduto del Boss dal vivo e chi no.
Giustissimo, ma uno può salvarsi anche se lo va a vedere una volta sola.
Lei e i social…
Sono a-social. Ho anche un cellulare cinese che mi sta lasciando.
Huawei.
No, molto meno. Io mi occupo di persone in carne e ossa, di emozioni, quindi non posso accettare la mediazione della Rete, c’è proprio un gap incolmabile.
Dicevamo: “Una stazza come la mia ti spinge verso una tipologia bonaria e rassicurante. La cosa mi fa incazzare”.
Ed è un attimo che ti ritrovi anche stupido, oltre che buono: sono sempre disponibile perché fa parte del mio lavoro, ma spesso mi girano le palle.
Su cosa scherza poco?
Sul lavoro, soprattutto in teatro.
Con lei il teatro sembra la Serie A, il resto no…
Non è così: ci sono dei prodotti di A, e altri inferiori. In realtà la differenza arriva dalla qualità, non dal supporto; poi ci sono i progetti che si devono portare avanti.
Ha marcato l’accento su “devono”.
Anche io pago un mutuo. Magari qualcuno presume che grazie al mio lavoro sono una persona ricca, invece devo lavorare per mantenermi.
Lei per fortuna lavora, molto.
Sì, ho una continuità che mi rasserena, ma se smetto non vado avanti a lungo; però la questione è differente: a volte, e mi riferisco al cinema, il benessere ha minato la creatività di qualche autore, e questi autori non sono più in grado di fotografare la realtà nei suoi aspetti realistici.
Nello specifico?
Il cinema spesso non è capace di fotografare i poveri, di chi è immerso nella difficoltà quotidiana. Non tutti sono come Giulio Verne, capace di inventare altri mondi, seduto alla scrivania di casa.
Vite edulcorate.
Nei film le case sono sempre belle, magari è pure l’attico, anche se il protagonista è impegnato in lavori saltuari. Qualcosa non funziona. E il rischio è quello di diventare autoreferenziali.
Molto radical chic.
Ribadisco: si è perso il contatto con la realtà, quella vera. E lì si dovrebbe essere più rigorosi, e la mia non è una critica all’ambiente, ma alle cattive abitudini.
Proprio nessun regista riesce più a catturare queste vite?
Uno dei pochi è Silvio Soldini, ha una sensibilità straordinaria e una capacità unica di lavorare con gli attori; con lui sono cresciuto, a lui devo molto, così come devo ringraziare Alfonso Santagata per quanto mi ha insegnato riguardo al teatro.
Con Soldini ha girato sette film. Il primo giorno di set?
Scena impegnativa: ho dovuto colpire Fabrizio Bentivoglio con un pugno.
A Luglio compie 50 anni.
Non credo di festeggiare, magari mi associo al compleanno di un amico nato una settimana dopo di me.