“La mia Gerda Taro è viva e significa ancora libertà”

Candidata contemporaneamente al Premio Strega (nella dozzina) e al Campiello (nella cinquina) con il suo terzo romanzo La ragazza con la Leica, Helena Janeczek confessa di sentirsi “stralunata” e felice, e di non avere preferenze tra i due riconoscimenti: “Sono entrambi importantissimi”. Stupore a parte, il suo libro sulla fotografa Gerda Taro si è trovato nel pieno del filone sulle grandi donne della storia. “Non era mia intenzione, ma se l’hanno letto così, sono contenta”.

Ha visto la foto ritrovata di Gerda Taro morente?

Sì. Anche se non era così inedita. Forse l’erede del dottore l’ha tirata fuori ora perché tutto il mondo si è accorto dell’esistenza della donna. La foto conferma le testimonianze sulla sua agonia. Il suo essere composta, anche grazie all’infermiera che le ha somministrato dosi massicce di morfina.

Cosa sarebbe cambiato nel suo romanzo se l’avesse avuta a disposizione?

Non l’avrei usata. Ho scelto di non parlare esplicitamente della morte di Gerda Taro. Il romanzo inizia dal suo funerale, dalle parole di chi la ricorda viva. E loro quella foto non l’avevano vista.

Dal libro emergono le contraddizioni del non interventismo in Spagna e la tragedia che ne consegue, negli scatti della ragazza con la Leica.

Fu la prova generale della Seconda guerra mondiale. La prima volta in cui vennero impiegati dei bombardamenti sui civili. Il non interventismo fu estremamente doloroso per tutta la sinistra europea, ma non solo. Fu uno spartiacque che preparò lo scenario successivo. Contro l’immobilismo delle democrazie liberali europee si “arruolarono” volontari anche non di sinistra, come Ernest Hemingway, in difesa della libertà.

Come si sente da candidata al Campiello e allo Strega?

È una sorpresa incredibile. In questo libro l’editore ha creduto molto. Ma ciò che sta generando è totalmente imprevisto. Siamo alla seconda ristampa, cosa non affatto scontata di questi tempi.

Come si spiega questo successo?

C’è molta curiosità verso personaggi che ispirano forza, fiducia ed energia. Figure in cui rispecchiarsi. Il resto per me è imperscrutabile. Ogni libro ha il suo incontro con i lettori. E questo ha avuto i suoi, anche uomini.

Pensa sia anche una “rivincita” di Taro conosciuta solo in quanto compagna di Robert Capa?

In realtà non l’abbiamo mai conosciuta, era sparita dai radar. Ora c’è una voglia da parte del pubblico di lettrici di riscoprire storie di donne significative. Per me lei non è tanto una figura simbolica. Ho cercato di raccontarla in modo che i lettori potessero appropriarsene come credono. Ma se per le lettrici è d’ispirazione, va bene.

Lei dà tre punti di vista: due maschili e uno femminile.

In realtà non mi concentro sulla fotografa, ma sulla ragazza in cerca di libertà che incontra un mezzo perfetto per la propria emancipazione e per impegnarsi nelle cause in crede.

Uno dei giurati del Campiello si è detto sconcertato dal basso livello stilistico dei libri e dell’uso dell’italiano. Che ne pensa?

Non mi sembra così. Io che posso scegliere e non sono costretta a leggere tutti i libri, non riscontro questa mancanza di consapevolezza della lingua. Ma si pubblicano molte cose ed è possibile che sia così. A me è capitato di fare un’esperienza bellissima. Al Salone del libro di Torino sono stata “adottata” per un giorno dall’Università. Gli studenti poco più che ventenni hanno pubblicato sul sito quattro pezzi sull’incontro. Scritti benissimo. Quindi possiamo accettare il fatto che una persona – magari di una certa età – non ritrovi più la società letteraria di una volta. Ma si può avere speranza in ragazze e ragazzi che si appassionano alla scrittura e alla lettura.

Il suo scrittore contemporaneo preferito?

L’ultimo libro che ho letto, anche se in ritardo e che ho amato è Lincoln nel Bardo di George Saunders.

Tra i suoi colleghi candidati allo Strega e al Campiello c’è qualcuno che le piace?

Me ne piace più di uno, ma preferisco non fare nomi, per non offendere nessuno.

“Per il peso mi trattano da buono, ma se voglio so pure essere stronzo”

Il suo peso specifico non lo nasconde, non lo mimetizza, non bluffa. È lì. Basta volerlo vedere e non fermarsi al solo esteriore “quello che sistematicamente ti etichetta e riduce a buono e simpatico. Al contrario so essere anche molto stronzo”. Il peso specifico di Giuseppe Battiston lo raccontano i tre David vinti, tutti da non protagonista (“Una volta mio cugino ha detto una frase bellissima: il prossimo che ti daranno sarà con la dicitura ‘mai più protagonista’”), le decine e decine di film realizzati (“non tutti girati per passione”), e soprattutto l’essere riuscito a svincolarsi, con garbo, dal semplicistico ruolo di ottimo caratterista.

È il protagonista di “Hotel Gagarin”, film italiano girato in Armenia.

Mi è piaciuto perché parla della passione per il cinema e grazie a questo film ho vissuto una delle più belle giornate cinematografiche della mia vita e nonostante quel giorno non fossi impegnato sul set.

Cosa è successo?

Il clima, la complessità, l’aver realizzato delle scene pirandelliane, quasi di meta-teatro: la troupe truffata dal produttore, impegnata a soddisfare i desideri di un magnate locale.

Insomma, è andato ugualmente sul set.

Sì, volevo vedere, farne parte, sentire l’atmosfera riscaldata dall’inno sovietico.

La commuove quell’inno?

Certo, a prescindere, ma quel giorno era protagonista la macchina del cinema nella sua semplicità.

Tempo fa ha dichiarato di non finire quasi mai i libri…

Vero, però in casa ne lascio sempre molti esposti, creano ambiente, offrono la giusta misura apparente di un appartamento e di chi lo abita. È molto radical chic.

In realtà?

Viaggio di continuo, e ne perdo tanti, quindi magari dopo molto tempo ne ritrovo uno e ricomincio. Una volta un romanzo l’ho iniziato sei volte, poi ho deciso che la sua vita sarebbe stata diversa dalla mia.

Ognuno per la sua strada…

Ho deciso che resteremo l’un per l’altro un mistero.

Il titolo?

Non lo rivelo, perché ho avuto la fortuna di conoscere l’autore, persona deliziosa.

Ha rivelato l’abbandono?

No, troppo offensivo. E comunque bisogna sempre tutelare la propria libertà di lettore ed esprimere un giudizio.

Lei ha detto: “Non sempre mi riconoscono”.

Oggi chiunque è una star grazie a questa sottocultura delle foto a oltranza.

Un mondo di celebri.

Miliardi d’immagini che girano in rete, poi c’è chi è famoso e chi è famigerato, ma in ogni caso non è mai stato un obiettivo, è solo una delle conseguenze del mio lavoro.

Sembra pesarle.

Rapportarmi con il pubblico mi suscita moderato piacere.

Moderato.

Ogni tanto è necessario riparare in luoghi isolati, è fondamentale per liberare la mente.

Dicevamo dei David.

Oltre a quelle tre vittorie, in realtà ho un ricordo magnifico per la nomination ottenuta con un minuscolo film, Zoran il mio nipote scemo, costato quattro spiccioli, e vincitore della settimana della critica a Venezia, più altri premi internazionali; ed era l’anno in cui sono uscite pellicole importantissime, da Sorrentino a Garrone, eppure uno di quei candidati ero io.

Lei alla regia…

Al teatro mi piace, al cinema potrebbe piacermi, magari presto.

Fa parte di quel gruppo di attori che in teatro entra nel panico prima del sipario?

Carmelo Bene diceva: “Mai fidarsi di chi non scende in campo”. Io scendo, dirigo e non temo le platee; ho paura solo di quello che avviene fuori dal palco, mentre sopra benissimo. È il mio elemento.

Carmelo Bene un punto di riferimento?

Lo dovrebbe essere per ognuno di noi.

Dimenticato.

Come molti altri: quanti poeti conosciamo? (Si ferma…)

Risposta?

Stavo per dire una cattiveria.

Proviamo.

Se riuscissimo a parlare un po’ più di poeti e meno di chef, ristoranti e piatti gourmet, forse questa realtà sarebbe più interessante. Leggerei anche più i giornali e guarderei più volentieri la televisione.

Lei sui set di cucina.

Proprio sul set, no; la sera è capitato. Durante le riprese di La passione di Carlo Mazzacurati, ricordo delle domeniche meravigliose in un posto magnifico della Toscana: non tornavamo a casa, ma ci radunavamo in cinque e sei per mangiare insieme. Con il passare delle settimane si è diffusa la voce all’interno della troupe e alla fine siamo diventati quasi sessanta.

Ha cucinato per tutti?

No, mi aiutavano. La mia funzione in questi casi è quella di creare entusiasmo.

È uno dei pochi attori non romani di successo.

Ce ne sono tanti e bravissimi, e penso a Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Vinicio Marchioni.

Valerio Mastandrea…

Lui iniziamo a metterlo tra i maturi, o tra i saggi. Comunque, Valerio è un amico fraterno, uno con il quale è possibile condividere e spaziare sugli argomenti.

Un tempo ha dichiarato: “Ho cinque amici nel cinema”.

Ah sì?

Lo ha detto in tv.

Posso non fare i nomi?

Bluffa?

Vabbè, però ho già detto Valerio.

Torniamo a Mazzacurati: Bentivoglio lo inserisce tra i grandi registi.

Un maestro vero, ha pagato il non essere romanocentrico, e per questo il suo mondo narrato è stato analizzato con eccessiva superficialità.

Qual era il suo mondo?

Utilizzava le storie di gente teoricamente piccola, dei microcosmi, per arrivare al macro, e sempre con lo sguardo della pietà. Mi manca tantissimo il suo cinema, e il suo essere un punto di riferimento umano e culturale.

Con lui ha girato tre film.

Una volta eravamo a un Festival parigino per promuovere La giusta distanza, a un certo punto mi guarda: ‘Vieni con me’. E mi porta alla mostra di un artista tedesco: da lui stava traendo ispirazione per La passione. Lì per lì non ho capito, ma quando è il film è finito, mi sono illuminato: ho ritrovato quel clima, quei colori ammirati su una tela.

L’arricchiva.

Tanto e mi dà proprio fastidio questo averlo dimenticato.

Ha parlato di “romanocentrismo”.

Un tempo era più forte, se oggi vede Cannes, di Roma c’è poco o niente.

Più “poco”.

Come set, la Capitale inizia un po’ a esaurirsi: l’ultimo film su Roma che mi ha colpito è Non essere cattivo.

Girato però a Ostia.

Una Roma periferica, mentre grazie al centro qualcuno ha conquistato un Oscar…

Tra Sorrentino e Garrone?

Kaurismäki.

Tra Sorrentino e Garrone?

Garrone mi piace tantissimo, mentre non sono riuscito ad amare fino in fondo La grande bellezza, ma questo poco importa. Sono due autori completamente diversi, forse la ricerca di Matteo è più sanguigna, ma non siamo a un Gran Premio con lo scontro Ferrari-McLaren.

Allora Kaurismäki.

Il suo cinema è così semplice e vivo da commuovermi.

La passione per il grande schermo quando si è manifestata?

Sin da ragazzino, quando andavo in sala due o tre volte la settimana, e potevo permettermelo visto che il cinema d’essai era sotto casa.

Il film che l’ha segnata?

Blade Runner, C’era una volta in America o Star Wars: li ho consumati non so quante volte e in una fase della vita ho anche invidiato coloro che dicevano: ‘Non mi è mai capitato di vederli’.

E poi?

Ho cambiato idea, anzi prospettiva: mi sono innamorato di loro al momento giusto e nel periodo giusto, quando certe storie andavano oltre lo stupore cinematografico e potevano segnare il tuo percorso di crescita. Oggi hanno inevitabilmente un’altra presa. Stessa storia per i libri.

Il suo, è…

Cent’anni di solitudine, la prima volta che l’ho letto sono rimasto sconvolto da tanta bellezza, il portare nel reale qualcosa più adatto al mondo dei sogni.

Nato a Udine, cresciuto a Milano.

Continuo a pensarla come la mia seconda città, anche se restavamo tutto il giorno chiusi dentro la Paolo Grassi per studiare recitazione.

In classe con lei c’era Antonio Albanese.

Eravamo veramente un gruppo di brutti, l’unico bello è infatti andato a vivere in Francia.

Povero Albanese.

Provate a pensarlo con i capelli: vi assicuro che non è una bella immagine.

Lei si definisce brutto ma l’hanno coinvolta in varie scene di sesso…

Per un’intervista in televisione, Daria Bignardi ha realizzato un mix di questi momenti e li ha trasmessi. Io imbarazzato; sono estremamente pudico, anche perché di solito la domanda successiva è: ‘Ma ti succede realmente qualcosa? Cosa provi? Cosa si sente?’…

In realtà?

In quei momenti stai tentando di fare l’amore davanti a minimo trenta persone.

Ecco l’imbarazzo.

Appunto! Cosa vuoi provare? Forse l’emozione di una macaco mentre si gratta il culo allo zoo.

Secondo Vanessa Incontrada, possono diventare situazioni pure piacevoli.

Basta non incontrare uno come Marlon Brando: lui mangiava la cipolla prima di girare, era veramente matto.

Anni fa ha detto: “Questo mestiere lo fa chi ha qualcosa in meno e deve riempire quel vuoto”

Continuo a pensarlo, ma attenzione: come ci insegna Pirandello, quotidianamente ognuno di noi indossa una maschera diversa e a seconda delle persone che ha davanti. Basterebbe comprendere questo per capire i meccanismi della recitazione.

Quindi?

Quello che dicevo attiene alla sfera relazionale: se sto bene in teatro è perché mi sono preparato, a fondo, per la mia parte; mentre se mi portano in uno studio televisivo devo improvvisare, puzzare d’intelligenza e risultare simpatico, e la cosa la trovo estremamente pesante.

Infatti va poco in tv…

Perché uno lo fa per promuovere un film, ma è palese che non frega nulla a nessuno e ogni volta mi sembra di perdere tempo e far perdere altrettanto tempo a chi ascolta.

Ha mai chiesto una foto a qualcuno?

Sì, al nipote di Clarence Clemons (storico sassofonista di Bruce Springsteen).

Per i fan l’umanità è divisa tra chi ha goduto del Boss dal vivo e chi no.

Giustissimo, ma uno può salvarsi anche se lo va a vedere una volta sola.

Lei e i social…

Sono a-social. Ho anche un cellulare cinese che mi sta lasciando.

Huawei.

No, molto meno. Io mi occupo di persone in carne e ossa, di emozioni, quindi non posso accettare la mediazione della Rete, c’è proprio un gap incolmabile.

Dicevamo: “Una stazza come la mia ti spinge verso una tipologia bonaria e rassicurante. La cosa mi fa incazzare”.

Ed è un attimo che ti ritrovi anche stupido, oltre che buono: sono sempre disponibile perché fa parte del mio lavoro, ma spesso mi girano le palle.

Su cosa scherza poco?

Sul lavoro, soprattutto in teatro.

Con lei il teatro sembra la Serie A, il resto no…

Non è così: ci sono dei prodotti di A, e altri inferiori. In realtà la differenza arriva dalla qualità, non dal supporto; poi ci sono i progetti che si devono portare avanti.

Ha marcato l’accento su “devono”.

Anche io pago un mutuo. Magari qualcuno presume che grazie al mio lavoro sono una persona ricca, invece devo lavorare per mantenermi.

Lei per fortuna lavora, molto.

Sì, ho una continuità che mi rasserena, ma se smetto non vado avanti a lungo; però la questione è differente: a volte, e mi riferisco al cinema, il benessere ha minato la creatività di qualche autore, e questi autori non sono più in grado di fotografare la realtà nei suoi aspetti realistici.

Nello specifico?

Il cinema spesso non è capace di fotografare i poveri, di chi è immerso nella difficoltà quotidiana. Non tutti sono come Giulio Verne, capace di inventare altri mondi, seduto alla scrivania di casa.

Vite edulcorate.

Nei film le case sono sempre belle, magari è pure l’attico, anche se il protagonista è impegnato in lavori saltuari. Qualcosa non funziona. E il rischio è quello di diventare autoreferenziali.

Molto radical chic.

Ribadisco: si è perso il contatto con la realtà, quella vera. E lì si dovrebbe essere più rigorosi, e la mia non è una critica all’ambiente, ma alle cattive abitudini.

Proprio nessun regista riesce più a catturare queste vite?

Uno dei pochi è Silvio Soldini, ha una sensibilità straordinaria e una capacità unica di lavorare con gli attori; con lui sono cresciuto, a lui devo molto, così come devo ringraziare Alfonso Santagata per quanto mi ha insegnato riguardo al teatro.

Con Soldini ha girato sette film. Il primo giorno di set?

Scena impegnativa: ho dovuto colpire Fabrizio Bentivoglio con un pugno.

A Luglio compie 50 anni.

Non credo di festeggiare, magari mi associo al compleanno di un amico nato una settimana dopo di me.

Golpe e spari sui migranti: Tripoli affonda

A Bani Walid profughi sfiniti dalla detenzione fuggono e finiscono sotto il fuoco dei trafficanti.

A Tripoli alcune milizie fanno il loro show ricordando a Fayez al-Sarraj, capo del Consiglio presidenziale libico (il governo riconosciuto dall’Occidente, rispetto a quello di Tobruk) che la sua leadership è legata a molte varianti, e che dovrà tenerne conto in prospettiva dell’incontro di Parigi con il generale Haftar, che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni.

Il dramma dei migranti è stato denunciato da Medici senza frontiere, l’episodio risale a mercoledì; oltre 100 persone segregate in una prigione clandestina nel nordovest hanno tentato la fuga, scatenando la reazione violenta dei carcerieri.

Chi ha potuto, si è rivolto alla struttura di Msf di Bani Walid: le vittime sarebbero 15, altre 40 persone, per lo più donne, sono rimaste indietro. Lo staff di Msf ha curato 25 feriti al Bani Walid General Hospital, di cui sette con gravi ferite d’arma da fuoco e fratture multiple.

I sopravvissuti sono adolescenti eritrei, etiopi e somali. Alcuni hanno raccontato al personale di Msf di essere stati tenuti prigionieri anche per tre anni in una sorta di lager come proverebbero i segni sui loro corpi: cicatrici, bruciature, ferite mal curate. Scortati dalle forze di sicurezza di Bani Walid, i profughi sono stati trasferiti in una struttura per qualche ora e poi portati in centri di detenzioni a Tripoli.

E proprio sulle tensioni a Tripoli avvenute venerdì sera, appare sempre più chiaro il messaggio al “premier” al-Sarraj in vista della conferenza di Parigi. A confermarlo anche “fonti vicine al Consiglio presidenziale”, riprese da Afrigatenews, secondo cui il capo della brigata Sowar Tarablus (Rivoluzionari di Tripoli), Haithem Tajouri, “ha messo in guardia” al-Sarraj dal “nuocere alle conquiste della rivoluzione” del 2011 che portarono alla caduta di Gheddafi. Tajouri ha domandato ad al-Sarraj di ritirare la Guardia presidenziale dalle sue posizioni e di affidarle a elementi del contingente dei Rivoluzionari di Tripoli come una sorta di “garanzia di buone intenzioni”.

Tajouri “ha fatto un giro della sede del Consiglio dei ministri” e ha “ispezionato la distribuzione dei membri del proprio contingente all’interno e all’esterno del Consiglio”. Un contesto che mostra la debolezza della leadership di al-Sarraj, uno degli argomenti preferiti del comandante generale dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar che andrà a Parigi per ribadire, ancora una volta, che l’Occidente ha puntato sull’uomo sbagliato.

Mullally: “La Chiesa non condizionerà più le scelte delle donne”

È stata una delle protagoniste della campagna per il ‘Sì’. Una Mullally, scrittrice, editorialista dell’Irish Times e attivista LGBT risponde dalla sede dello spoglio, nel centro di Dublino.

Un’analisi del voto?

Risultato fenomenale. Il messaggio che è arrivato ovunque è che le donne devono avere il diritto di decidere, che è venuto il momento di prendersi cura della loro salute in Irlanda, ponendo fine a decenni di abusi e sofferenze. Evidentemente per il ‘Sì’ c’era un consenso silenzioso che con il voto è potuto emergere. Mi pare che media e politici abbiano sottovalutato la maturità degli elettori.

Come si è arrivati a questo risultato?

È una campagna che dura da 35 anni, ma credo che la svolta sia stata l’alleanza fra generazioni, con energie fresche determinare ad ottenere il cambiamento.

Quali sono le implicazioni più profonde per le donne irlandesi?

Questa campagna ci ha fatto riscoprire il potere della partecipazione dal basso e credo che questo avrà un impatto profondo sulla politica irlandese nel futuro.

Il primo ministro Leo Varadkar si è speso apertamente per l’abrogazione dell’Ottavo emendamento. Quale pensa possa essere l’impatto di questo risultato sul governo?

Mi aspetto che un consenso così ampio spinga i politici verso la strada della secolarizzazione. Gli elettori si ricorderanno chi ha scelto di sostenere le donne anche alle prossime elezioni.

Possiamo dire che l’Irlanda oggi è un paese post-cattolico?

Assolutamente sí. Il controllo della chiesa sulla politica e sulla società irlandesi è il passato. Ora dobbiamo liberare il sistema educativo, gli ospedali e tanti settori ancora condizionati.

Cosa resta di questa profonda mobilitazione?

È un capitale politico e civile che non sarà disperso: ora dobbiamo affrontare i tanti ostacoli alla parità di genere in tutti i settori della società. E c’è un messaggio piú ampio che spero arrivi in tutto il mondo, Italia compresa: protestare funziona e l’unione delle donne fa la differenza.

Rivoluzione irlandese. Aborto non più fuorilegge

Una vittoria schiacciante. Oltre il 67% degli elettori irlandesi ha scelto il ‘Sì’ all’abrogazione dell’emendamento costituzionale che, equiparando il diritto alla vita del nascituro a quella della madre, dal 1983 a ieri rendeva di fatto rarissimo il ricorso legale all’aborto, e prevedeva la reclusione fino a 14 anni per chi violasse la legge.

Nessuna eccezione nemmeno in caso di gravidanze da stupro, incesto o di malformazioni fatali del feto. Una norma che ha provocato decenni di sofferenza, con almeno 170 mila donne costrette ad emigrare per interrompere la gravidanza e un carico di sofferenza, stigma, isolamento che in occasione di questa campagna referendaria è emerso in un racconto collettivo.

Anche grazie a questa mobilitazione l’esito è stato superiore alle aspettative perfino di chi per il ‘Sì’ si era esposto, assumendosi un considerevole rischio politico, come il giovane primo ministro Leo Varadkar, che capitalizzando il risultato ieri mattina ha dichiarato: “Quello che abbiamo visto è il culmine di una rivoluzione tranquilla durata 20 anni. Il popolo ha parlato, e ha detto che abbiamo bisogno di una costituzione moderna per un paese moderno. Gli elettori irlandesi rispettano le donne e hanno fiducia che sappiano fare le scelte giuste per la loro salute”.

Fino ai primi exit poll, nella serata di venerdì, il risultato sembrava tutt’altro che scontato. Secondo i sondaggi la percentuale di indecisi era intorno al 20%: nelle ultime settimane 125 mila persone in più si era iscritto alle liste elettorali, mentre i due fronti si mobilitavano per il volantinaggio casa per casa.

Una pagina di democrazia e partecipazione: per votare, centinaia di irlandesi, prevalentemente donne e sostenitrici del ‘Sì’, sono tornate in patria da Stati Uniti, Australia, Giappone, in una prova di solidarietà immortalata dall’hashtag #HometoVote.

Decisivo il voto dei più giovani, ma il ‘Sì’ ha sfondato anche nelle aree considerate più tradizionaliste, quelle rurali, con l’eccezione di Donegal.

Per accedere alle procedure abortive bisognerà aspettare ancora. Una volta confermato ufficialmente il risultato referendario, l’emendamento abrogato sarà sostituito da una clausola temporanea in attesa che il Parlamento approvi la riforma della legge, che Varadkar spera di ottenere entro la fine dell’anno.

Nel marzo scorso il governo ha pubblicato una bozza legislativa, molto controversa, che in linea con le leggi vigente in altri paesi europei prevede il ricorso all’aborto senza restrizioni fino alla dodicesima settimana, con un periodo di riflessione di tre giorni fra la richiesta e l’intervento.

Fra la dodicesima e la ventiquattresima sarebbe possibile abortire solo in caso di malformazione del feto o gravi rischi per la vita o la salute della madre e, oltre il sesto mese, solo in casi eccezionali di malformazioni del feto.

La bozza contempla l’obiezione di coscienza, ma il medico che rifiuti di intervenire dovrà affidare la sua paziente ad un collega non obiettore.

Il fronte del ‘No’, ammettendo la sconfitta, ha però promesso di dare battaglia in Parlamento. John McGuirk, portavoce del gruppo Save the 8th, ha commentato: “Presto in questo paese verrà approvata una legge che permetterà di uccidere i bambini”.

Da “Gomorra 2” a “Indivisibili”

Il Villaggio Coppola è anche una location che il cinema sta sfruttando sempre più. Oltre a “Dogman”, qui è stato ambientato “Indivisibili”, il terzo lungometraggio del regista napoletano Edoardo De Angelis (già “Mozzarella Stories” e “Perez”), che ha partecipato alle Giornate degli Autori alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia ed al Festival di Toronto. E sempre al Villaggio è stata girata “Gomorra 2”, con Don Pietro Savastano e il figlio Genny. La sceneggiatura prevedeva un incontro anonimo e segreto fra il capo e l’erede della potente famiglia camorristica. E per il summit è stato scelto il Parco Saraceno perché il quartiere col suo delirio architettonico e col degrado strutturale è capace d’offrire suggestioni surreali.

“Noi, i fantasmi di Dogman: in gabbia tra merda e tv”

Dogman, il canaro muove i suoi passi nel fango, le sue scarpe affondano nell’acqua putrida. Un “western urbano”, è l’immagine che il regista Matteo Garrone offre al pubblico per descrivere il luogo di quella scena. Inferno meridionale. Un agglomerato di fatiscenze. Lo scempio degli scempi, che insieme ad altre devastazioni, rappresenta la peste che ammorba chilometri della costa domiziana. Il villaggio Coppola Pinetamare.Il degrado, il cielo plumbeo e il mare di un mefitico colore grigio, affascinano. Ma per uno strano scherzo del destino, Castel Volturno, le sue onde (quando non puzzavano come una fogna), e le sue dune colorate di macchia mediterranea (quando non erano ancora state spianate) sono stati sempre un set. Epoca di “musicarelli”, film girati a basso costo sull’onda del successo di un cantante. Belle spiagge, prime ragazze in bikini. È il 1967 e Rocky Roberts, un bluesman alle vongole, ha sbancato le hit parade con “Stasera mi butto”. Si imbastisce una storiella d’amore semplice, Rocky canta, Nino Taranto fa ridere, la pantera carioca Lola Falana eccita le fantasie, mare, sole, alberghi di lusso di Castel Volturno fanno il resto. Altri tempi, Italia del boom. Oggi vince la desolazione.

 

I cani con la rogna e i pilastri fradici

“Dotto’ Garrone ha fatto il film, ma l’inferno vero è di fronte a voi”. Il cameriere del “Crazy Horse”, bar pasticceria dai dolci unici, ci sfotte ed ha ragione. Perché l’inferno, quello vero, lo dobbiamo ancora vedere. Con Eliano Imperato, autore delle foto di questo servizio, ci addentriamo nel ventre del Villaggio Coppola che chiamano “Borgo del Saraceno”. Passiamo attraverso stradine scansando buste tracimanti monnezza. Un cane con la rogna cerca di dissetarsi in una pozza d’acqua marcia.Entriamo sotto i portici di un palazzo. I pilastri sono rachitici. Le colonne fecali sono esplose e dai piani superiori scende merda, cola piscio tutto il giorno. Il palazzo è uno dei tanti sotto sequestro. Ma è abitato. Sullo stesso pianerottolo trovi un appartamento abbandonato e un altro dove vive una famiglia. Si vede il mare ma la spiaggia è off-limits. Bloccata da una rete rossa. “È il cantiere del nuovo porto turistico”, mi dice Eliano. È un cantiere immobile. Non c’è un operaio al lavoro. Né una ruspa, un mezzo, messo lì almeno per finta. In compenso nell’area sono state scaricate tonnellate di detriti, vecchi frigoriferi e tv, divani, letti, materassi, pezzi di motorini, bombole di gas. Parco del Saraceno. Chiamato così per quelle tre torri di avvistamento (finte) che erano parte di un ristorante-albergo di lusso. Le finestre murate, l’erba padrona dei muri. Sulla spiaggia una rotonda. Una volta qui Fred Bongusto era il re della notte. Ma la musica è finita. Il Parco è un pugno di case a tre piani, nei tempi d’oro buen retiro a due passi dal mare di medici e notai napoletani. Gli intonaci hanno ceduto alla salsedine. I portoni non esistono più. I balconi devastati dalla ruggine. Qui si raccolgono gli abusivi della vita. Uomini e donne senza speranze. Bambini col futuro marchiato. Neri che hanno paura di tutto. Come il ragazzo che fermiamo. “Nunn’agg fatt niente. Io bravo”. Ci ha scambiato per vigili urbani, poliziotti, ufficiali giudiziari. Fa un giro, ci guarda e va via.“Volete salire? Venite, ve lo racconto io il Parco della vergogna”. Dal balcone di una palazzina un uomo sulla sessantina, in canottiera, grosso, capelli e baffoni bianchi, ci invita ad entrare. La stanza d’ingresso della casa è la più grande, è zeppa di scatole. Al centro un letto. Dentro un corpo immobile, è quello della figlia. Sedici anni, un handicap gravissimo e irreversibile. “Ha il cervello di una bambina di cinque mesi, ma è la nostra vita”, ci dice la madre. La ragazza-bambina ha bisogno di aiuto per tutto. Reagisce solo ai suoni, musica ad alto volume per ore e ore del giorno. Entriamo in cucina. Enormi macchie di muffa alle pareti. Una finestra murata. “Qui è notte sempre”, ci dice la donna. Pasquale Palomba ci racconta la sua vita sbagliata. Un abbandono da bambino, il collegio per crescere, le punizioni. “Ci facevano fare le flessioni per ore. Mi pisciavo addosso dal dolore”.

 

“Una lotta quotidiana contro umidità e topi”

Una vita da marinaio, poi camionista. Infine l’inferno, errori, processi, arresti. La perdita di tutto. Notti passate a dormire in macchina, la figlia chiusa negli istituti. Una lotta continua col mondo intero. Si considera una vittima della giustizia.. “Campiamo qui, se questa casa non ci crolla addosso è perché aggiusto tutto io. Qui non si può vivere, la mia è una lotta quotidiana contro umidità e zoccole. Ho sbagliato? Mi volete punire? Scamazzatemi, ma mia figlia no, ha diritto ad una casa vera”. Pasquale, sua moglie, un ragazzo e la bambina malata, vivono con poco più di 500 euro al mese.

Torniamo in strada, respiriamo profondamente e incontriamo Dio. Un gruppo di evangelici. “Portiamo la parola del Signore a queste persone. Sono sole. Dimenticate da tutti”. “Sia chiaro, noi come Comune in quel parco non possiamo neppure entrare, è proprietà privata dei signori Coppola. Presto firmeremo un protocollo davanti al prefetto. I Coppola si sono impegnati ad offrire un alloggio gratis alla quarantina di nuclei familiari che abbiamo censito. Speriamo bene”. Dimitri Russo è il sindaco di Castel Volturno, le sue parole ci rimandano all’inizio del grande degrado. La nascita del Villaggio Coppola Pinetamare. Anni Sessanta, tempo di “miracolo” e twist, di speculazioni e palazzinari d’assalto. I fratelli Cristoforo e Vincenzo Coppola sono costruttori di Aversa. Cristoforo è sposato con la signora Cecere, sorella di Tiberio, un deputato della Dc, e proprietaria dei terreni dove sorgerà il Villaggio. La leggenda, in parte confermata dal sindaco Russo, vuole che in un decreto regio del 1911 possesso ed estensione della proprietà fossero delimitati con l’indicazione “dell’intera area della pineta bagnata dal mare”. Raccontano che i Coppola aspettarono una grossa mareggiata per definire i confini. Nel 1962 nasce il Villaggio. I Coppola ottengono 500 licenze edilizie, ma costruiscono più di 3mila alloggi. 864mila metri quadrati di cemento. Scompaiono spiagge e dune. Nel cielo si stagliano otto torri di dodici piani destinate ad ospitare i militari della Nato. E poi alberghi, piscine, negozi, scuole e caserme. Un porto privato per 600 barche. “Superba città modello, dove Tommaso Campanella avrebbe riconosciuto la sua Città del Sole”, dice lo speaker di uno spot dell’epoca.

 

Il nuovo porto i soliti padroni

Nella seconda metà degli anni Settanta i primi problemi. I Coppola vengono processati per abusivismo edilizio. La Repubblica italiana, impietosa, li condanna a pagare una ammenda di 100mila lire. Ma tanto basta a scatenare la fuga della piccola borghesia napoletana che aveva acquistato ville e case. Il terremoto del 1980, con il trasferimento degli sfollati a Pinetamare, fa il resto. “Ma è l’abusivismo, la distruzione del territorio il vero problema”. Mario Luise è stato sindaco comunista di Castel Volturno negli anni Settanta. Minacciato dalla camorra, combattuto dagli amici politici dei Coppola è stato l’artefice della lotta all’abusivismo. “Abbiamo vinto mille battaglie, riaffermato la legalità in quella città-stato, siamo riusciti ad abbattere le otto torri. Ma lo Stato si è fermato”. Agli inizi degli anni Duemila l’Italia decide che lo scempio va risanato. Nel progetto c’è la costruzione di un nuovo porto per 1200 barche. “Opera inutile e megagalattica”, dicono in coro il vecchio e il nuovo sindaco. Si costituisce una società. Al vertice Cristina Coppola, la figlia del capostipite Cristoforo, mente politica della dinastia e già numero due di Confindustria ai tempi della Mercegaglia. I Coppola gestiranno un affare da 85 milioni di euro e per 60 anni saranno i padroni del porto. Sogni. Per ora c’è solo una landa desolata e vuota, buona solo per girare l’“innocente storia” di un canaro. Noi abbiamo raccontato la storia dei canari, quelli veri.

Mail Box

 

Con troppi medici obiettori la 194 viene vanificata

Con la vittoria netta del sì al referendum popolare, anche l’ultra cattolica Irlanda ha scelto di legalizzare l’aborto. Qui in Italia, ormai sono passati quarant’anni dall’entrata in vigore della legge 194, la normativa che permette l’interruzione volontaria della gravidanza. È una legge a garanzia di tutte le donne, ma viene sempre applicata? Se si pensa che più del 70% dei ginecologi degli ospedali italiani è obiettore, un ragionevole dubbio sulla reale possibilità che tale diritto delle donne sia eluso è lecito, senza dimenticare che in certe circostanze la legge viene ripetutamente sabotata.

È una situazione assurda e intollerabile: non si tratta di discriminare i medici obiettori ma se la loro coscienza li spinge a non adeguarsi a tale normativa, agiscano di conseguenza e scelgano responsabilmente di esercitare la loro professione nelle cliniche private. Nelle strutture ospedaliere pubbliche vige la legge dello Stato e andrebbe applicata senza ambiguità di sorta: a tale scopo è necessario il determinante supporto di un organico sanitario adeguato.

Silvano Lorenzon

 

L’ex ministro Carlo Calenda accetti le regole democratiche

L’ex ministro Carlo Calenda (Pd): “L’agenda Salvini-Di Maio mira a portare l’Italia fuori dall’Europa e dall’Occidente, distruggendo le istituzioni e 70 anni di storia. Bisogna creare un fronte civile di resistenza a questo progetto, mobilitando il Paese!”

Scusi, signor Calenda, lei si dichiara non disponibile ad accettare le scelte del popolo, nelle cabine, sfavorevoli, nel 2013, a lei, candidato con Monti, e 5 anni dopo al suo nuovo partito, il Pd? Non si rende conto della gravità di far appello per sovvertire il responso delle urne? Lei, prima “uomo Fiat”, poi non eletto ma cooptato nel governo, deve accettare le regole democratiche.

Pietro Mancini

 

Se ci sono Paesi avvantaggiati va ridiscussa l’Unione europea

Molti continuano a sostenere, che le finalità di chi opera sui mercati siano esclusivamente speculative e l’obiettivo è solo far soldi. I fatti di questi giorni dimostrano ancora una volta, che i soggetti speculatori finanziari, (dietro cui si nascondono gruppi, banche, governi, ecc.) possono avere obiettivi che vanno ben oltre il profitto immediato.

È un fatto che, la maggioranza del popolo italiano ha votato i due partiti che stanno provando a formare il nuovo Governo. I cosiddetti “mercati” stanno, di fatto, ostacolandone la nascita. Prima ancora che inizi ad operare, le forze che controllano le borse, stanno lanciando una sorta di avvertimento, con titoli in calo e “spread” in rialzo. Un messaggio intimidatorio chiaro: se verranno cambiate le scelte economiche dei governi precedenti, vi faremo pagare un prezzo salato.

Un messaggio, che irride alla sovranità popolare, ribadisce il ruolo dei “poteri forti”, dando la misura dei limiti della democrazia nel sistema capitalistico. Sulle scelte del Governo giallo-verde, c’è poi, come è noto, un altro ostacolo enorme su cui vigila Mattarella. Esso si materializza in una frase ripetuta come un mantra, un “ipse dixit” ineludibile, usato negli ultimi anni per imporre molte decisioni amare: lo vuole l’Europa. “Lo vuole l’Europa”, sembra riecheggiare il “Dio lo vuole” d’altri tempi. Una frase che sarebbe accettabile se richiamasse al rispetto di scelte comuni fatte nell’interesse di tutti.

Ma se tali scelte, operate da una Ue in cui alcuni Paesi sono più “uguali” di altri, ci penalizzano in termini di disoccupazione, ristagno economico, impoverimento (come dimostrato dai risultati di questi anni) e negano la nostra sovranità, è lecito chiedersi se sia giusto subirle o vadano ridiscusse e cambiate.

Mario Frattarelli

 

La nostra Costituzione legittima la scelta del premier

Sono sconcertanti le polemiche sulla nomina a Presidente del Consiglio di Giuseppe Conte. Tanto si parla del suo curriculum, come se per svolgere un incarico politico-istituzionale fosse necessario un concorso, molti discettano sul fatto che è uno sconosciuto della politica, dopo che da molto tempo ci si lamenta dei professionisti della politica, oppure che non ha le caratteristiche del grande tecnico. Vedo in tutto ciò critiche interessate e piegate alla propensione verso certi schieramenti politici, e comunque non intellettualmente oneste.

Si dimentica poi che il Presidente della Repubblica nella nomina del Presidente del Consiglio, salvo il caso di governo istituzionale, deve necessariamente stare all’indicazione della forza o forze politiche che potranno dare la fiducia al nuovo esecutivo.

Le uniche obiezioni del Presidente su questa indicazione, come pure sulla nomina dei singoli ministri, potrebbero essere giustificate solo da precedenti penali, pendenze di carattere giudiziario o inopportunità ai sensi dell’art. 54 della carta costituzionale. Certo non può porre preclusioni per motivi di indirizzo politico, di qualsiasi genere, che la Costituzione all’art. 95 attribuisce al Governo, il quale naturalmente esprime quello corrispondente alla maggioranza parlamentare che lo sostiene. Del resto tutti sanno che nel passato, anche recente, hanno rivestito tale incarico persone che, oltre a non essere passate attraverso il vaglio dell’elettorato, avevano sino ad allora fatto solo politica e null’altro nella vita, senza parlare di Berlusconi, assurto a detto ruolo direttamente dai suoi affari personali, non essendo mai stato neppure consigliere di circoscrizione.

E infine ricordo che nella cosiddetta prima repubblica quasi sempre a Presidente del Consiglio veniva nominato non il segretario del partito di maggioranza, ma altri esponenti di quel partito, perché in Italia non esiste il premierato come in Inghilterra. Investito di detto incarico può essere quindi un qualsiasi Cincinnato indicato dalle forze politiche che intendono sostenere il suo governo.

Loris Parpine

Ultim’ora: Savona ministro può distruggere la galassia

Che cos’è un nome? Il delicato interrogativo del poeta si scioglieva nel sostanzialismo: il nome non è la cosa (“solo il tuo nome mi è nemico”). Al Colle e sui meglio giornali invece, più in linea con la linguistica moderna, non s’azzardano a separare significato e significante: il nome è tutto e soprattutto uno, Paolo Savona. Il solo nominare questa vecchia grisaglia che è già stato tutto può causare sfracelli: ipotizzarne l’arrivo al Tesoro ha bruciato 20 miliardi (Giornale) o forse 51 (Repubblica), anzi no 200 (CorSera). E poi fa alzare lo spread e “va considerato che alla soglia di 250 può scattare il declassamento del rating” (il Corriere citando, crediamo, una regola del Monopoli). Questo Savona non solo è pazzo, ma non è nemmeno bravo come Mastrota a vendere Btp: “Il primo compito di ogni ministro dell’Economia è proprio essere garante (…) dei circa 400 miliardi l’anno di nuovo debito da collocare” (Corriere). E poi ha poteri inquietanti: divenisse ministro “un minuto dopo cesserebbe di esistere la presidenza della Repubblica” (Stampa). E non solo: “Dio solo sa (…) cosa potrebbe accadere lunedì, alla riapertura dei mercati, qualora il nome di Savona fosse sul tavolo” (Stampa). E poi: “Se vinceranno i sovranisti, avranno l’Italia in mano, i mercati impazziranno, si fregheranno le mani Putin e una certa America che non ama l’Europa” (Stampa). Domanda: ma se il tono è questo perché non puntare al cielo e titolare “Savona può distruggere la galassia”?

P.S. Consiglio non richiesto: amici, fate meno che poi se vede…

Salvimaio, occhio al sorriso che azzanna di Gentiloni

 

“Dovrebbe arrivare un nuovo governo”.

(Paolo Gentiloni nel discorso di congedo al personale di Palazzo Chigi)

 

Non è difficile prevedere che “se” e “quando” arriverà il nuovo governo del Conte Giuseppe, il Conte Gentiloni Silveri potrà dedicarsi, anima e corpo, al mestiere preferito: diventare leader del Pd. Un traguardo su cui, del resto, avrebbe voluto impegnarsi già subito all’annuncio dello scioglimento delle Camere dello scorso dicembre se il Quirinale non avesse insistito per trattenerlo a Palazzo Chigi.

Non è un mistero che al Nazareno e dintorni il partito di Gentiloni venga dato in crescita costante e che al progetto stia lavorando, tra i tanti, un tosto come Carlo Calenda. Non è un segreto che Matteo Renzi stia meditando la creazione di un suo partito “macroniano”, anche perché consapevole che lui in un duello rusticano con Paolo il calmo, molto probabilmente, sarebbe destinato a soccombere. Sono sotto gli occhi di tutti i sondaggi sulla popolarità dei leader che segnalano costantemente nelle posizioni di vertice il presidente del Consiglio uscente. Ragion per cui non è difficile credere che tra i quasi sei milioni di elettori Democrat questa percentuale di “mi piace” sia ancora più alta. Così come è notorio che il governo Gentiloni abbia goduto e goda dell’apprezzamento delle istituzioni europee, della stima di frau Merkel e della fiducia dei terribili “mercati”. Ragion per cui nel congedarsi dai collaboratori il Conte Paolo ha enunciato il suo programma: “Basta poco per finire fuori strada, non si deve dilapidare il lavoro fatto in questi anni, risalire la china non è stato semplice”. Ragion per cui sarebbe più prudente aspettarlo prima di decretare l’estinzione del Pd e di celebrarne il funerale.

Erede, nel tratto e nella prudenza, del “coniglio mannaro” Arnaldo Forlani, Gentiloni conosce la scaltrezza democristiana del sorriso che ti azzanna. Per temperamento non partecipa al club del popcorn. Non si augura lo spread a mille e la Borsa a fondo. Non aspetta sulla riva del fiume il cadavere del populismo di governo. Anche perché avrà bisogno di tempo per rimettere in piedi un partito in agonia. Se lo conosciamo non andrà subito allo scontro frontale ma aggirerà il nemico per prenderlo alle spalle. In silenzio. Piano piano. Al Salvimaio quindi consiglierei: occhio!