Gesù affida ai discepoli il gioioso compito di portare l’amore di Dio

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 16-20).

In questa solennità viene offerto alla meditazione amorosa e riverente dei credenti il mistero fondamentale della vita cristiana, la santissima Trinità.

Qualcuno, forse, può immaginare che la Liturgia proponga testi di profonda dogmatica speculativa, di alta teoresi teologica, di particolari esegesi. Il brano del vangelo è la conclusione di quello di Matteo, che nel comando del Signore Risorto per la missione coincide con Marco (16,15-18) e Luca (24,44- 48). Questo breve racconto, di riassunto e d’addio, ci offre la dimensione della giusta relazione con quello che rimane il Mistero principale della rivelazione cristiana. Ci viene offerta subito la rassicurazione di cui ogni uomo e donna che viene in questo mondo desidera e brama: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Significa che conosce il nostro bisogno di prossimità, che non cerca santuari diversi dal cuore delle sue creature, che l’umanità di Gesù Cristo è la ragione perenne del suo amore per gli uomini tutti, di tutti i tempi.

I discepoli, tutti undici, rispondono alla sollecitazione di Gesù Risorto che espressamente li invita ad incontrarlo in Galilea, dov’era iniziata la loro avventura col Maestro di Nazareth. Ma vi arrivano portando, nel cuore e nel volto, la loro sofferta inaffidabilità. Quella tragica di Giuda, l’abbandono dei più, il tradimento di Pietro, la nostra poca fede: “Quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono”!

Chi mai avrebbe avuto il coraggio di lasciare il futuro del proprio messaggio a gente che aveva una fede animata dal dubbio? Hanno un comune atteggiamento adorante e tutti ancora non sono disposti a mettersi decisamente alla sequela. La domanda che attraversa l’esperienza della loro odierna incertezza è martellante: che rapporto esiste tra Gesù di Nazareth e il Signore? Solo Gesù Risorto può colmare questa distanza, solo la sua divina pedagogia farà nascere nel cuore dei discepoli, senza rimproverarli ma coltivandoli teneramente, che la risurrezione di Cristo è il dono di Dio affidato a loro, alla Chiesa per la salvezza del mondo: “Si avvicinò e disse loro … andate e fate discepoli tutti i popoli…”.

Dunque, affida a questi tiepidi discepoli il gioioso compito di portare ovunque l’amore di Dio, la felicità promessa nell’osservanza della sua Parola, la certezza che il Risorto conduce ogni vita, debole e offesa, all’incontro con la vita di Dio, la vittoria sulla fragilità del male e della morte. Sono inviati presso tutti i popoli perché mediante il battesimo e praticando l’obbedienza della fede gli uomini diventino discepoli di Cristo “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Il compiacente Padoan e i servitori dei due padroni

Una porcheria è una porcheria anche se non è reato. Ma nell’attuale devastazione dell’etica pubblica trionfa la filosofia dei mascalzoni: se non c’è reato non c’è porcheria. Anzi, un’archiviazione certifica la purezza. È un imbroglio, come dimostra un recente caso giudiziario. Breve premessa: nei ministeri italiani ogni giorno piccoli eserciti di consulenti aiutano lo Stato ad amministrare e legiferare offrendo la competenza accumulata nel settore privato. Spesso continuano a essere pagati dalle aziende private che così proteggono i loro interessi. E il cittadino non sa da che parte stanno, cioè per chi lavorano davvero. Ecco il caso esemplare di Susanna Masi, esperta di materie tributarie della Ernst &Young, gigante della consulenza fiscale. Nel 2012 il sobrio governo Monti la ingaggia al ministero dell’Economia, dove l’esperta offre il suo contributo per cinque anni. Sei mesi fa si scopre che è indagata per corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e false attestazioni sulle qualità personali: lavorava per lo Stato pagata anche dall’azienda di provenienza. Scrive sul Fatto Davide Milosa: “Per tre anni Ernst &Young ha avuto accesso a notizie riservate sulle dinamiche delle nuove norme fiscali in discussione sul tavolo del ministero dell’Economia, del Consiglio dei ministri e della stessa Commissione europea. Soffiate decisamente utili per rimodulare proposte innovative da proporre ai propri importanti clienti”. Il ministro Pier Carlo Padoan, sdegnato, si dichiara parte lesa e la signora viene messa alla porta all’istante. Gli atti dell’inchiesta sembrano imbarazzanti. In un paio d’anni di indagini e intercettazioni gli inquirenti hanno raccolto prove schiaccianti. Come quando la Masi, nel 2014 spiega a Marco Ragusa, dirigente Ernst &Young e coindagato che al ministero “devono assolutamente far vedere che c’è un’indipendenza. (…) Marco, non posso certo far vedere che io sono Ernst &Young, ce lo siamo sempre detti!”. Masi addirittura tratta per il ministero sui trattamenti fiscali con i clienti della casa madre, per esempio la banca Barclays.

Bene. Sei mesi dopo la procura di Milano chiede per Susanna Masi l’archiviazione. Infatti quando l’hanno interrogata la signora ha fatto notare che al ministero sapevano tutto della sua doppia natura. Tanto che nel 2014, quando la Ernst &Young ha deciso di non pagarla più, l’esperta ha posto il problema al ministro Pier Carlo Padoan. Altro che parte lesa. Non solo era al corrente, ma addirittura – pur di non perdere il prezioso contributo dell’esperta alla quale non bastavano i 75 mila euro annui del ministero – le offrì la presidenza della Covip (ente di vigilanza sugli enti previdenziali) che vale 170 mila euro per poi ripiegare su un pacchetto assortito di incarichi nelle società pubbliche Fs, Invimit e Equitalia. Sapeva tutto Padoan, sapevano tutto i suoi predecessori Fabrizio Saccomanni e Vittorio Grilli. E per questo i pm hanno chiesto l’archiviazione: Masi non ha ingannato nessuno, è stata trasparente, manca dunque l’elemento psicologico del reato. Come ha commentato sul Corriere della Sera Luigi Ferrarella, i magistrati non possono “sindacare penalmente la discrezionalità di scelte politiche quali l’accettazione di una ibrida duplice lealtà del consigliere ministeriale tanto allo Stato quanto all’azienda di provenienza che continua a stipendiarlo”. Non fa una piega. Però adesso il nuovo presidente del Consiglio Giuseppe Conte, autodefinitosi “avvocato del popolo italiano”, faccia un bel censimento dei servitori di due padroni (lo Stato e quelli che vogliono fregare lo Stato) e li sbatta fuori dai ministeri. I ministri molto competenti che per anni hanno tutelato questo schifo li hanno già sbattuti fuori gli elettori.

Da Trump a Conte: così si fa un governo

Tanti si sono interrogati sulla ben calcolata astuzia di Trump, quando ha annunciato che avrebbe spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Primo risultato una immensa popolarità presso gli israeliani e gli ebrei del mondo, secondo risultato, la fondazione di un legame saldissimo con il Leader israeliano che ha governato finora più a lungo e promette di governare ancora a lungo. Terzo uno schiaffo agli arabi in quanto islamici e dunque nemici adesso e per sempre del Paese di Trump, che comunque non vuole stranieri e non Cristiani in casa.

Strana la questione dei cristiani, che hanno festeggiato e gioito molto di più dell’ebraismo della Diaspora per il finto dono di Trump a Israele. In molti fra gli ebrei del mondo, legati come sono alla salvezza di Israele, hanno visto subito nel gesto della ambasciata americana a Gerusalemme una iniziativa che aumenta il pericolo di guerra per e contro Israele. Ma non aggiunge nulla a Gerusalemme, che ha già vinto la sua guerra (la guerra dei Sei Giorni) e liberato la propria capitale, e non aspetta più niente da nessuno, neppure da Trump. Infatti non è Trump che ha restituito Gerusalemme al nuovo Paese ebraico ma quei ragazzi appena diventati cittadini di Israele che ho visto, nel 1967, abbattere a forza di braccia i cancelli della porta di Mandelbaum che separava la parte allora in mano ai Giordani.

Trump ha dunque fatto un gesto clamoroso e pericoloso che può giovare solo a lui stesso.

Ora però, mentre scrivo, mi accorgo di avere trascurato una frase che forse è la chiave di un altro discorso. Ricordate? Ho appena scritto: “I cristiani hanno festeggiato e gioito molto di più dell’Ebraismo della Diaspora. Per capire di quali cristiani sto parlando, bisogna chiamare sulla scena un personaggio dall’apparenza grigia, secondaria e poco notata, il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence. Voi credete che un personaggio, che sembra così marcatamente secondario, venga scelto solo perché qualcuno ne ha messo il curriculum su un tavolo della Casa, e bisognava alla fine trovare qualcuno che fosse compatibile, per mitezza e tendenza al silenzio, dell’esuberante presidente degli Stati Uniti? Molti conoscitori dell’argomento e delle persone, vi dicono che Trump non ha idee o interesse su Gerusalemme, dove, forse, come unico segno del suo passaggio in quel luogo mai visto di storia plurimillenaria, costruirà una Trump Tower. Ma il Vice presidente Pence invece sapeva molto. Perché è un personaggio di punta della vasta coalizione di Cristiani evangelici e pentacostali che hanno spostato improvvisamente e inaspettatamente il voto da Clinton a Trump. Sono quegli elettori misteriosi e semi-segreti che una sociologia disorientata ha poi travestito da operai abbandonati nelle fabbriche arrugginite o come parte delusa di una classe media emarginata. Pence adesso può dire che si tratta di born again di “nuovi cristiani” frutto di conversioni multiple e clamorose opere di reclutamento di pastori elettronici dotati di un potere che quasi nessun ha più in politica. Qui devo chiedere attenzione ai lettori per le parole e la definizione dei cristiani di Pence di cui sto parlando. Sono grandi gruppi religioso-politici (destra ed estrema destra) che definiscono se stessi evangelici e pentacostali, autori, in altri tempi e contesti, anche di azioni armate, (per esempio uccidendo medici abortisti). È importante spiegare che essi non hanno nulla a che vedere con il protestantesimo italiano ed europeo che spesso si definisce con le stesse parole. Ma hanno molto a che vedere con l’ebraismo in senso segretamente persecutorio. Da seguaci estremi di una Bibbia pietrificata dalla fede letterale nelle parole, credono che la fine degli ebrei, dopo il grande confronto armato fra il bene e il male, porterà al ritorno del Messia, e alla salvezza del vero popolo di Israele, che sono i cristiani.

E questo spiega perché Mike Pence, grigio vicepresidente degli Stati Uniti, non passava per caso davanti alla Casa Bianca, quando lo hanno scelto. Viene in mente che qualcuno deve averlo mandato.

Ma allora, quando accade che Salvini e Di Maio, tormentati dal grave problema di non potersi tollerare a vicenda, aprono la porta per andare in cerca del personaggio giusto per stare insieme senza appartenere, uno che ama la loro patria, ma non ne ha la cittadinanza e non la vuole (strana richiesta, ma comunque la loro richiesta), pensate davvero che il perfetto candidato avv. prof. Conte, passasse di lì per caso, portando con se le buone referenze necessarie (a parte qualche errore di curriculum) per ricevere l’incarico?

Tutto è in aria, mentre scrivo. Ma dovete ammettere che le domande sono sensate, e che la storia (e l’analogia fra le due storie) è interessante.

Loculi venduti, tombe profanate: in 4 agli arresti

Per anni hanno gestito come fosse cosa loro il cimitero dell’Abbazia di San Martino delle Scale, una frazione di Monreale, nel palermitano. Decidevano chi doveva essere sepolto e dove. Stabilivano i prezzi, violavano le tombe e spostavano i resti dei defunti. Un camposanto a conduzione familiare dove nulla era legale. A scoprirlo i carabinieri che hanno arrestato i componenti della famiglia Messina, padroni indiscussi del piccolo camposanto a due passi da Palermo. In carcere sono finiti il capostipite Giovanni, 70enne, il figlio e il nipote e un operaio. Ma la lista degli indagati, nell’inchiesta denominata dai militari “cimitero dell’orrore”, è lunga e include un prete, don Michele Musumeci, e diversi componenti della famiglia Messina. Il sacerdote è coinvolto in una tentata estorsione ai danni di una donna che, insieme al fratello, aveva acquistato due loculi. Per il rinnovo della locazione il sacerdote le chiese 5mila euro.

Che ci fosse qualcosa di anomalo nella gestione del cimitero lo avevano sospettato in tanti a San Martino e a Monreale. Diversi gli esposti e le indagini, che in passato si sono chiuse con un nulla di fatto.

I No Tav e i pro Palestina. Poi Froome vince il Giro

All’ennesimo insulto, lo spagnolo Ruben Plaza scende dalla bici, si fionda verso le transenne che separano la folla dai 151 corridori superstiti del Giro. Punta il gruppetto che sventola bandiere palestinesi e NoTav. Un attivista di Bussoleno gli grida: “Palestina libera! Palestina libera! A Gaza l’esercito israeliano uccide i civili palestinesi!”. Sono le 10 e 05, in piazza della Repubblica, a Susa. Hanno appena chiuso le operazioni di punzonatura, sta per partire la 20a e penultima tappa del Giro, altri 214 chilometri di fatica sconcia e ascesa sino a Cervinia.

Il veterano Plaza (38 anni) indossa la maglia celeste della Israel Cycling Academy, il team finanziato dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams. Quanto basta per metterlo nel mirino dei militanti filo-palestinesi. Ruben e gli altri 7 compagni sono stati insultati, durante la corsa, alle partenze e agli arrivi, perché “complici” della politica di Netanyahu, colpevoli cioè di correre per la prima squadra israeliana professionista. Così, dopo le grandi fatiche sulle montagne facile scattino i nervi, ora che i giochi sono fatti e Chris Froome ha imposto la sua legge, domando le velleità di Tom Dumoulin (che ieri dopo il traguardo non ha salutato il vincitore). Oggi passerella lungo i Fori Imperiali a Roma: l’organizzazione ha dato accrediti sia al rabbino capo della comunità ebraica che al Papa.

“Cosa c’entriamo noi con quello che succede in Palestina? Datti una calmata!”, ribatte furioso Plaza, “siamo qui per correre non per subire la vostra propaganda!”. I colleghi solidarizzano. Molti corridori non apprezzano l’ennesimo blitz dei Pro-Palestina. Come il bravo scalatore Giulio Ciccone della Bardiani che cerca di placare gli animi. Un corridore colombiano, addirittura, afferra la borraccia e spruzza acqua in faccia all’attivista. La tensione è alta. Poi viene dato il via. Il gruppo sfila.

I NoTav non demordono. Contestano la corsa rosa: “CambiaGiro!”. Condannano il presunto sostegno “esplicito” degli organizzatori allo Stato di Israele, “l’avviato tentativo di sdoganamento internazionale del trasferimento della capitale a Gerusalemme”. Denunciano l’inasprimento delle violenze e delle prevaricazioni verso i palestinesi. Con la grande partenza del Giro da Gerusalemme, spiega Bruno Teghille, commercialista e attivista storico di NoTav, “gli organizzatori hanno svenduto l’evento a uno Stato autoritario, offrendo una finestra pubblicitaria che vale ben più dei soldi con i quali gli israeliani hanno pagato il Giro”. E poi, tra NoTav e palestinesi ci sono esperienze comuni: “Militarizzazione dei territori, steccati, filo spinato, zone interdette, controllo militare della vita civile, limitazioni di movimento degli stessi residenti”. Cambiare il Giro, “significa sapersi mettere in discussione e sottrarsi al pensiero dominante, credere nella giustizia e nella pace tra i popoli”. Forse non sanno che uno degli sponsor dell’Israel cycling Academy è il The Peres Center for Peace.

Calciatore uccide la ex e si spara: il porto d’armi 7 giorni fa

Non accettava la fine di quella relazione durata cinque anni. Federico Zini, 25 anni calciatore del Tuttocuoio di San Miniato (Pisa), aveva provato a riallacciare i rapporti con Elisa Amato, la sua ex fidanzata di quattro anni più grande, ma lei lo aveva sempre rifiutato. E così alla fine ha deciso di impugnare una pistola e ucciderla prima di togliersi la vita. La tragedia è avvenuta nella notte tra venerdì e sabato a Galciana (frazione di Prato) dove Zini è andato a prendere la ragazza sotto la sua abitazione. Un litigio e poi due spari fatali. Secondo le prime testimonianze il ragazzo avrebbe caricato il corpo esanime di Elisa in macchina e guidato con lei a bordo fino al parcheggio del campo sportivo di San Miniato (Pisa): a quel punto si sarebbe ucciso con un colpo alla testa. A dare l’allarme i genitori della ragazza che non l’avevano vista rientrare a casa e, dopo le ricerche notturne, i due corpi sono stati ritrovati dai carabinieri intorno alle 8 di mattina. I due si erano lasciati lo scorso ottobre e da una settimana Zini aveva preso il porto d’armi ad uso sportivo.

“Ilva, quali cozze? Calenda insulta gli operai”

“I violenti non sono quelli che contestano perché hanno visto morire un fratello e o un compagno al lavoro, la vera violenza è quella di un Governo che ha permesso all’Ilva di produrre causando la morte di sette operai dal 2012 a oggi”. Michele Riondino, attore tarantino e membro del Comitato cittadini liberi e pensanti, replica alle affermazioni dell’ex ministro Carlo Calenda secondo il quale la chiusura progressiva delle fonti inquinanti è un’ipotesi da “lasciare ai populisti alle cozze pelose”.

Riondino in che stato si trova Taranto?

È un vulnus alla democrazia mondiale. Pensavo che Clini e Ronchi avessero detto il peggio e invece Calenda ha insultato una comunità che soffre e muore per la grande industria, per l’incuria delle classi politiche che hanno reso la fabbrica una pistola che uccide anche senza premere il grilletto. È un’arma che uccide operai che Calenda non ha nemmeno menzionato. Come se non contassero o non fossero mai vissuti. Angelo Fuggiano qualche giorno fa è morto in un reparto che era stato sequestrato per la morte di un altro operaio, eppure i media nazionali, a eccezione del Fatto, continuano a definire violenti coloro che protestano contro tutto questo.

Quel giorno il sindaco Rinaldo Melucci è stato definito “assassino”, non le sembra violento?

Le P38 degli anni di piombo sono violente, non le contestazioni democratiche di un popolo. Chi contesta non è violento. Violento è un Governo che ha riaperto quei reparti e ucciso Angelo, un uomo di 28 anni con due figli talmente piccoli che forse non ricorderanno il volto del padre. Questa è la violenza che i giornali dovrebbero raccontare. Il sindaco Melucci, quel giorno, è stato contestato democraticamente: se hai visto morire un parente hai tanta rabbia e non nascondo che se fosse stato mio fratello lo avrei fatto anche io. Per me non è spropositato: è la dimostrazione di ciò che provano i cittadini verso un Governo e un partito, il Pd di cui Melucci fa parte, che ha voluto i decreti Salva Ilva. Le sembra eccessivo assassino? Io credo che sia altrettanto eccessivo e strumentale, la difesa a spada tratta del sindaco e del Pd che ha concesso l’immunità a Commissari e nuovi proprietari: hanno offerto un lasciapassare per i reati che si susseguiranno. Questa è violenza, non la reazione di una città che non ce la fa più a partecipare a funerali: noi tarantini ormai partecipiamo anche a quelli di chi non conosciamo perché ci sentiamo accomunati al dolore. Viviamo tutti in un grandissimo lager.

Alle ultime politiche lei hai sostenuto i 5stelle e la chiusura progressiva delle fonti inquinanti Ilva: ha letto le dichiarazioni di Fioramonti sul Manifesto?

Guardi io non sono vicino ai 5stelle, ma ai rappresentanti tarantini del Movimento. Vorrei evidenziare che dalla collaborazione tra alcuni meetup storici di Taranto e un gruppo di attivisti è nata l’idea della chiusura delle fonti inquinanti e l’avvio della riconversione che ha raccolto grande consenso, eleggendo alle ultime politiche 5 parlamentari che sostengono questa idea. I tarantini li hanno votati perché vogliono la chiusura e la decontaminazione.

E ora cos’è successo? Un passo indietro per non perdere l’alleato leghista?

La legge elettorale ha portato a un obbrobrio. Io non credo a questo forma di contratto perché un antifascista non può stare col fascista. Ma è arrivato il tempo di raccogliere i frutti della semina: io oggi voglio vedere realizzato l’impegno per chiusura e decontaminazione. Se i 5stelle non manterranno le promesse, si riveleranno sciacalli politici e a quel punto chiederemo a parlamentari tarantini di dimettersi. Nel frattempo Calenda si faccia da parte e taccia, oppure dica cosa davvero lo spinge a sostenere la buona riuscita di questo contratto.

Bari, i giudici sotto le tende. A rischio le indagini sui boss

È l’Apocalypse now della giustizia italiana. Un fallimento annunciato da almeno 15 anni. Un monumento all’inerzia e all’incapacità del ministero della giustizia. Da ieri la Protezione civile sta montando i tendoni – una tensostruttura di 200 metri quadrati – accanto al palazzo della procura di Bari: le consulenze dei periti – più d’una – hanno ravvisato il pericolo del crollo e sono iniziati i preliminari dello sgombero.

I tendoni serviranno alle udienze più urgenti, quelle per le convalide delle misure cautelari dinanzi al gip, in attesa che si rendano disponibili altre sedi sparse nella città. Risultato: a giorni i pm lasceranno il palazzo – c’è chi già sta tenendo riunioni di lavoro in casa – e lavoreranno a turni, solo per le emergenze.

La sala intercettazioni – si sta studiando in queste ore il modo – funzionerà utilizzando i server in modalità remota. E già, perché non è possibile traslocare il tutto, in pochi giorni, per di più senza sapere neanche dove. E pensare che questa situazione è nota da tempo. Della inidoneità del palazzo, il ministero della giustizia, è al corrente da circa 15 anni. Ma nulla si è mosso. “È una situazione drammatica – spiega il procuratore aggiunto di Bari Roberto Rossi – perché già nei prossimi giorni non ci saranno più gli spazi per le udienze, se non quelle urgenti. I sostituti procuratori non avranno un posto dove lavorare, esattamente come il resto personale e la polizia giudiziaria. Saremo costretti a occuparci solo dei detenuti. Stalking, rapine, furti, reati fallimentari e processi relativi non si potranno fare per chissà quanto tempo. Vi invito a pensare soltanto ai riflessi sulle indagini contro la criminalità organizzata nel foggiano che – al di là dell’apparente interesse nazionale – non potrà essere combattuta. La responsabilità non è certo dei magistrati. È di chi non ci ha messo a disposizione le strutture per un servizio pubblico essenziale: la giustizia. Il ministero sapeva che il palazzo era inidoneo, da ben 15 anni, e non da qualche giorno, come ha dichiarato in queste ore”. Risultato: rallentamenti per indagini importanti come quelle in corso sulla banca Popolare di Bari, sulle Ferrovie Sud Est, sulla mafia foggiana.

Un assist perfetto per future prescrizioni, in una Procura che conta in media 100 nuove notizie di reato al giorno.

Ben tre fascicoli sul palazzo di giustizia, avviati dalla stessa procura di Bari, a partire dal 2002, sono già arrivati a sentenza. Un’assoluzione per truffa, due condanne – prescritte – per violazione delle norme edilizie e frode in pubbliche forniture con truffa aggravata ai danni dello Stato. Entrati in procura, i pm scoprono che il palazzo non corrisponde alle caratteristiche del disciplinare firmato nel contratto con l’Inail, proprietaria dell’immobile: bagni non idonei, vetrate non sufficientemente schermate per le temperature, difetti nel cemento armato. Nel tempo viene chiesto e ottenuto il sequestro con facoltà d’uso. Da circa un anno e mezzo l’amministrazione non paga il canone all’Inail proprio per le condizioni del palazzo. Una storia surreale.

I periti incaricati dalla procura, nei giorni scorsi, hanno confermato – sebbene con toni meno drammatici rispetto al pericolo di crollo – la inidoneità del palazzo a essere utilizzato. Unica soluzione per evitare il pericolo di crollo: declassare l’immobile, in modo da limitare la presenza di personale e fascicoli. Ridicolo.

Così lunedì i magistrati manifesteranno per la città di Bari, al loro fianco dovrebbe essere presente il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, mentre l’Anm locale denuncia una scarsa diffusione nazionale della notizia. La ragione: secondo l’Associazione Nazionale Magistrati di Bari, il ministero ha intrapreso una battaglia difensiva grottesca – non volendo ammettere le proprie colpe – che gode di evidenti privilegi mediatici.

“Ragazzi dentro”: viaggio tra i minori nelle mani dei clan

È una nuova emergenza: l’esplosione di violenza e nichilismo dei giovanissimi. I ragazzi raccontano: “Dietro le mafie o il carcere o la morte”. In Italia un giovane su quattro tra i 15 e i 19 anni non studia e non lavora, ma al sud i ragazzi invisibili sono oltre il 30%. Dalle estorsioni allo spaccio di droga, i minori a rischio sono preda dei clan a Bari. Il racconto dell’aggressione mafiosa subita da Maria Grazia Mazzola mentre poneva domande al clan Caldarola-Laera sui loro figli, i raid degli adolescenti a Napoli. Speciale Tg1, in onda stasera a mezzanotte, ha intervistato la procuratrice minorile di Napoli Maria de Luzenberger ed è entrato nel carcere di Nisida. Il programma “Liberi di Scegliere” del Tribunale per i minori di Reggio Calabria è diventato protocollo nazionale: parlano i figli dei boss che lasciano le “famiglie” per essere affidati a volontari del nord formati da “Libera”. Da don Luigi Ciotti a don Claudio Burgio della comunità Kairos di Vimodrone, da Cesare Moreno presidente dei “Maestri di strada” di Napoli a don Gino Rigoldi del Beccaria, a don Armando Zappolini del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza e a don Francesco Preite del “Redentore” dei salesiani di Bari.

“Il nuovo governo? Fatico a immaginarlo peggio di quelli che ho già visto”

“Un governo Lega-Cinque Stelle? Ne ho già viste talmente tante che faccio fatica a immaginarmi qualcosa di peggio”. Piercamillo Davigo, che fu pm nel pool di Mani Pulite e oggi è presidente della seconda sezione penale della Corte di Cassazione, la mette così sul possibile prossimo governo tra Lega e Cinque Stelle. Ospite dell’incontro di apertura della Festa del Fatto Quotidiano al circolo Fuori Orario di Gattatico, Davigo – che è candidato al Csm per la corrente Autonomia & Indipendenza (da lui fondata con una scissione di Magistratura indipendente, l’ala di centrodestra delle toghe) – non ha comunque risparmiato stoccate ad alcune delle riforme in campo giudiziario contenute nel contratto gialloverde.

La proposta voluta da Salvini per rendere sempre legale la legittima difesa non gli va giù: “È incredibile come in Italia si scarcerino facilmente i delinquenti e poi si dica Li puoi ammazzare”, ha spiegato il magistrato durante un colloquio con Marco Travaglio dal titolo Delinquere conviene?. “È una balla pensare di poter risolvere il problema della sicurezza con la legittima difesa. È una strada pericolosissima che porterà a condanne del nostro Paese in sede internazionale. Non si può legittimare qualcuno a sparare a un uomo per un furto. Vorrebbe dire equiparare la vita umana a un oggetto”.

Come si sa, invece, il magistrato è favorevole a un allungamento dei tempi di prescrizione dei processi, altro punto cardine del contratto gialloverde in tema di processi. Bisognerebbe, però, agire sulle lungaggini processuali legate a un “codice, il nostro, che è stato scritto per farla fare franca ai delinquenti, piuttosto che a tutelare gli onesti”, precisa Davigo: “Basti pensare che nel nostro sistema le prove acquisite durante le indagini non valgono nel processo, bisogna rifarle. Roba da matti, incredibile per qualunque persona sana di mente che si ritrovi in un’aula giudiziaria”.

E insomma la domanda resta quella: “Delinquere conviene?”. Secondo Davigo sì, almeno in Italia, perché “è difficile per le vittime essere ristorate dei danni subiti, le sanzioni non sono né dissuasive, né efficaci, non vengono nemmeno pagate se non nel 4% dei casi. Manca la serietà”.

Almeno contro la corruzione, però, un rimedio ci sarebbe: “L’introduzione dell’agente provocatore”, vecchio pallino del magistrato riportato di recente in auge dalle inchieste di Fan Page sul mercato illegale dei rifiuti in Campania (anche questa proposta è contenuta nel contratto di governo M5S-Lega). Peraltro, insiste Davigo, “l’Italia, millantato paradiso del diritto, è anche inadempiente rispetto alla convenzione Onu, perché dovrebbe attivare le operazioni sotto copertura”.

C’è un punto, però, dell’accordo di governo su cui l’ex pm di Milano e, forse, prossimo membro del Csm si mostra scettico: non lo convince la riapertura dei piccoli tribunali chiusi ai tempi del governo Monti soprattutto per ragioni economiche.