“Veti inaccettabili. Ci trattano come terra di conquista”

Martedì mattina Alessandro Di Battista parte per il suo ormai famoso viaggio in America. Non se ne va con un sussurro, per così dire, i suoi ultimi giorni italiani sono fragorosi in particolare per la sua polemica col ruolo che il Quirinale ha deciso di giocare nella partita del governo gialloverde: “I veti del presidente sono inaccettabili”, dice a chiunque lo fermi.

E lo dice anche seduto sul palco della festa del Fatto al Fuori Orario, storico circolo Arci di Gattatico (Reggio Emilia), intervistato dal nostro Andrea Scanzi. La chiacchierata in una sala strapiena parte proprio da Paolo Savona, che il Colle non vorrebbe al Tesoro causa eccessivo euroscetticismo: “Io il professor Savona non lo conosco. Quello che mi sta a cuore è la democrazia. Se due forze politiche hanno un accordo di governo e un nome che ha le caratteristiche adatte, perché si deve dire no?”.

L’Europa, secondo Di Battista, è un falso problema: “Noi non intendiamo minimamente uscire dall’euro. Anzi, ve lo dico, secondo me un’Europa coesa è indispensabile per fronteggiare economicamente Cina, India, ma anche gli Stati Uniti. Solo che o l’Europa riparte dai diritti economici e sociali o è morta e non certo per Savona o quello che scrivo su Facebook”. Il governo gialloverde servirà all’Italia per avere “un po’ di sovranità” per aiutare questo processo: “Io non ho mai visto questo livello di critiche preventive. Ora pure il ministro degli Esteri del Lussemburgo chiede garanzie a Mattarella: ma il Lussemburgo è grande come metà della Garbatella, come ti permetti? La verità è che ci trattano come una terra di conquista”.

Anche sulla politica italiana le opinioni sono a volte sorprendenti: “È vero, io ho criticato molto la Lega in passato, anche se meno del Pd, ma mi volete dire qual era l’alternativa? Abbiamo provato a fare l’accordo col Pd e Renzi è andato in tv a fare il gradasso”. E comunque “la sinistra in questi anni ha massacrato i diritti economici e sociali degli italiani e si è dedicata solo ai diritti civili, che sono importanti ma non possono sostituire gli altri. Se io ragiono con queste categorie Salvini è più di sinistra del Pd” (questo, per completezza, è il passaggio che ha strappato più applausi nel circolo Arci di una regione rossa). “Meglio la Lega persino sulle riforme della giustizia che ha proposto Travaglio sul Fatto”, dice con un certo ottimismo.

Nessun imbarazzo neanche sulle politiche securitarie del contratto Lega-M5S: “Riportare un minimo di legalità e rispetto delle regole in Italia non è mica una brutta cosa: rimpatriare chi non ha diritto a stare qui non è xenofobia” (applausi), magari “un governo meno prono agli interessi di altri paesi potrà fare vere, concrete politiche di sviluppo nelle nazioni massacrate dal neocolonialismo”.

Un pensiero anche per Berlusconi, editore dei suoi libri: “Quelli di Rizzoli sono gli unici che mi hanno cercato e non mi hanno chiesto di cambiare una virgola, ma non è che questo mi ha impedito di andare sotto casa di Berlusconi a leggergli la sentenza su Dell’Utri”.

Le ultime parole di Dibba sono su Luigi Di Maio: “Finché è lui il capo politico del M5S i nostri principi e le nostre battaglie sono in buone mani”. (applausi, ma meno).

Gemelli suicidi: giù dal cavalcavia dopo la morte della madre

Un salto nel vuoto da un cavalcavia dell’autostrada A24 vicino Roma. Un volo da un’altezza di oltre 50 metri che non ha lasciato scampo a due gemelli di 55 anni.

Erano da poco passate le 14 e 30 quando è scattato l’allarme. È stata notata un’auto ferma su una piazzola e poi, al di sotto del primo cavalcavia dopo Tivoli in direzione L’Aquila, c’erano i due corpi. L’ipotesi è che i due gemelli abbiano scelto di morire insieme lo stesso giorno, come lo stesso giorno erano nati: un testimone li avrebbe infatti visti lanciarsi giù.

Rimane ancora da chiarire cosa abbia spinto Bruno e Francesco a salire su quel cavalcavia all’altezza del chilometro 12.700 dell’A24 e a buttarsi giù insieme. Nella macchina la polizia non ha trovato biglietti di addio e al momento neanche in casa. Probabilmente è stata una scelta maturata pian piano. Di certo i due fratelli, che non erano sposati, stavano attraversando un momento difficile della loro vita. Un grave lutto li aveva colpiti recentemente. La madre, a cui entrambi erano molto legati, è morta pochi giorni fa. Possibile che i fratelli non siano riusciti a superare il dolore della scomparsa della mamma.

Un sindaco Pd nel nome di Mancino e De Mita

Nella sala al pian terreno dell’ex Eca di Avellino e davanti a una settantina di persone di età media abbastanza alta, la notizia la dà lui, dal vivo: “Non parlavo in un comizio elettorale dal 2006”. Dodici anni sono tanti, specie se ne hai 86, e Nicola Mancino li ha attraversati tra lustri e tempeste.

La vice presidenza del Csm, il rifiuto di aderire al Pd, le telefonate con Giorgio Napolitano di cui il Capo dello Stato pretese e ottenne la distruzione, l’assoluzione dall’accusa di falsa testimonianza nel processo alla Trattativa Stato-Mafia. È arrivata, preziosa tra le condanne, appena il 20 aprile scorso. E raccontano i bene informati che già il giorno dopo Mancino si è ripreso il ruolo di padre nobile del centrosinistra avellinese, è andato a sedersi al tavolo delle trattative del Pd e ha impiegato poche ore per mettere pace sulla scelta del candidato sindaco.

La benedizione è caduta su Nello Pizza, l’avvocato del sindaco uscente Paolo Foti, uno che di secondo mandato non ha voluto sentire nemmeno parlare dopo aver trascorso più tempo a litigare in maggioranza che ad amministrare.

Il nome di Pizza ha soddisfatto anche l’altro grande vecchio della politica avellinese, Ciriaco De Mita, anni 90, che ha piazzato i suoi conquistatori di voti – Alberto Bilotta, Lino Pericolo, Modestino Verrengia – tra ‘Avellino Rinasce’ ed ‘Avellino è Popolare’, due delle sei civiche di appoggio ai dem. Mancino però vorrebbe sbianchettare i fiumi d’inchiostro scritti in Irpinia sull’alleanza Mancino-De Mita, anomala per chi conosce la storia della Dc irpina: “Siete voi che parlate di alleanza – dice a margine del comizio – io e De Mita non ne abbiamo mai discusso e siamo arrivati a Pizza ognuno attraverso il proprio percorso. De Mita mi ha telefonato una sola volta: il giorno dopo la sentenza, per congratularsi della mia assoluzione”.

Dodici anni sono tanti e ti fiaccano, altrimenti forse il candidato sindaco sarebbe un altro. Mancino, per l’appunto. “Ho avuto molte sollecitazioni a guidare la lista – rivela l’ex ministro – ma io sono anziano e alla mia età non si può essere presenti nell’attività amministrativa”.

La platea lo ascolta in un silenzio religioso. È solo un pezzo del Pd avellinese, quello che si identifica nel sottosegretario uscente Umberto Del Basso De Caro – avvocato di Mancino fino al 2014, ieri si è seduto al suo fianco – e che non riconosce l’esito dell’ultimo congresso provinciale. Si è svolto ad aprile ed è finito tra i veleni e un ricorso al giudice. Anche qui il Pd è senza pace, e la tregua siglata intorno a Pizza e a una lista di partito unita appare fragile. Eppure si respira ottimismo sul risultato del 10 giugno.

“Puntiamo alla vittoria al primo turno, anche per la palese debolezza degli altri candidati” dice ai cronisti Del Basso De Caro, accennando al centrodestra diviso e ai grillini che pagheranno al Sud il contratto con la Lega. Avellino è l’unico capoluogo della Campania chiamato alle urne. Ed il Pd potrebbe riconfermarsi grazie a un’intesa a distanza tra politici che fanno 176 anni in due.

“Il primo governo che non minaccia la magistratura”

Come giudicano i magistrati il programma sulla giustizia del governo M5s-Lega che sta cercando di nascere? “Stiamo a vedere”, risponde Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania e impegnato con Piercamillo Davigo nel gruppo Autonomia e indipendenza. “Non è che battiamo le mani ai governi che stanno per insediarsi, come fanno alcuni, né li attacchiamo preventivamente. Per noi magistrati non dovrebbero esistere governi amici o nemici: aspettiamo i fatti e poi valuteremo”.

Ci sono novità forti rispetto al passato?

La cosa che più mi sorprende è che per la prima volta in un programma di governo sulla giustizia non vedo “insidie” per la nostra indipendenza e autonomia: forse perché sono già arrivate al loro minimo storico…

Quali sono i punti che ritiene qualificanti?

L’impegno anticorruzione e sul conflitto di interessi. Le due questioni sono collegate: se chi sta ai vertici dello Stato può prendere decisioni che incidono sul suo patrimonio o sulla sua azienda, come si può pretendere poi che l’ultimo dei funzionari sia ligio al proprio dovere?

Secondo qualcuno è un programma “manettaro”, che riduce le garanzie.

Ma nemmeno per idea. Ma tutto è relativo: in un Paese in cui la percentuale di colletti bianchi in esecuzione pena è meno di un decimo rispetto alla media europea, anche solo l’idea di aumentare il controllo di legalità sulla classe dirigente genera una psicosi collettiva.

C’è anche un progetto per limitare il potere delle correnti.

Mi sembra una delle parti più qualificanti, al di là delle soluzioni prospettate che non condivido (come il sorteggio per il Csm). I governi precedenti hanno lavorato per gerarchizzare la magistratura e aumentare la dipendenza dalle correnti, allo scopo di scegliersi gli interlocutori. Così hanno alimentato la crisi della giustizia, attribuendone poi le responsabilità alla base dei magistrati, che sono schiacciati da carichi di lavoro ingestibili. Così hanno legittimato agli occhi della pubblica opinione riforme punitive, come quelle su ferie e responsabilità civile.

Come giudica il programma in campo penitenziario?

Dobbiamo stare attenti a non cadere da un eccesso all’altro. La situazione penitenziaria è critica perché vi è un deficit di gestione della vita penitenziaria con politiche di uscita dal carcere sganciate da autentici percorsi di riabilitazione e mancanza di adeguato controllo degli ambienti da parte dello Stato. Occorre investire invece sul personale penitenziario – polizia e funzionari – e rendere il trattamento rieducativo ciò che la Costituzione prevede: un percorso serio e impegnativo che può condurre a misure diverse dal carcere. Nessuna marcia indietro, invece, sulla normativa antimafia.

Una parte del contratto è stato giudicato un programma da “far west”, che dilata la legittima difesa e la giustizia fai-da-te.

È la parte che non mi convince. Innanzitutto per una questione di coerenza: se l’obiettivo è rafforzare l’apparato di difesa sociale, non c’è bisogno di esaltare l’autodifesa delegando al cittadino compiti che non spettano loro. Ma soprattutto non si può intervenire stravolgendo la priorità dei beni costituzionalmente rilevanti: non si può togliere la vita per difendere il patrimonio, né sparare su persone in fuga. A difendere i cittadini basta un sistema penale che funzioni. E per difendere la famiglia da un pericolo concreto bastano già le regole in vigore.

Possono convivere le due parti del programma, quello leghista incentrato sulla sicurezza e quello 5 stelle che rafforza la lotta alla corruzione?

A me non sembrano affatto posizioni distanti. La corruzione produce sottrazione di risorse al welfare, genera disagio sociale ed è brodo di coltura della nuova mafia; dunque incide anche sulla sicurezza. Bisogna combattere il male e i suoi sintomi: antibiotico e antinfiammatorio possono essere assunti insieme.

Si promette l’introduzione del- l’agente sotto copertura: una misura inedita in Italia.

Il nostro Paese si era impegnato in questa direzione sottoscrivendo la convenzione di Merida. Non ho esperienza di queste misure, ma suppongo che occorrano regole chiare che diano certezza inequivoca della esplicita adesione alla proposta corruttiva. Sarebbe un disastro se se ne facesse un uso strumentale o superficiale solo per incastrare qualcuno. Poste queste cautele, non vedo perché un politico o un funzionario dovrebbe avere timore di subire quello che in Usa viene definito “test di integrità”.

Manutencoop abbandona la Lega delle cooperative

Da anni Claudio Levorato, presidente di Manutencoop, attacca il “sistema” Legacoop e il suo perno Unipol. Ora però lo strappo è compiuto: Manutencoop non fa più parte della Lega delle cooperative. Lo ha deciso l’assemblea dei soci della cooperativa Manutencoop, che è la società di controllo di Manutencoop Facility Management Spa, attiva nel supporto all’attività sanitaria, nella gestione degli immobili e nei servizi integrati. Un colosso che conta 472 soci, fattura quasi un miliardo ed è la terza cooperativa italiana. Manutencoop è una cooperativa che fornisce manodopera a Mfm e ne controlla la gestione essendone il socio di maggioranza. Proprio la decisione, presa negli anni 90, di affidare la gestione delle attività di Manutencoop a una società per azioni, lasciando alla cooperativa il controllo, è alla radice della “differenza di visione” che ha portato Levorato, alla guida della cooperativa da oltre trent’anni, a scontrarsi con gli altri big del mondo cooperativo bolognese, a cominciare da Pierluigi Stefanini, il presidente di Unipol. Accusando il sistema di pensare troppo alla politica. Domani si riunisce la presidenza di Legacoop Bologna (la più importante come fatturato del sistema cooperativo).

Becciu lascia la segreteria di Stato: governare in due è complicato

Il governo Vaticano, che copre il mondo, è troppo stretto per due cardinali. Non c’era più spazio in segreteria di Stato per il capo Pietro Parolin e per il sostituto Angelo Becciu. Così quest’ultimo, cardinale designato per il concistoro di giugno, lascia la segreteria di Stato per la Congregazione dei santi. Come ha scritto il Fatto Quotidiano in gennaio.

A uno sguardo superficiale l’ordine di papa Francesco rispecchia la formula del “promosso e rimosso”, ma il pontefice argentino detesta la pratica che ha affollato e infiacchito la Curia: “È indispensabile l’archiviazione definitiva del promoveatur ut amoveatur. Si tratta di un cancro”, ha spiegato un paio di anni fa.

Jorge Mario Bergoglio, stavolta, ha sfruttato un’opportunità: la poltrona di un dicastero che s’è liberata per la pensione di Angelo Amato. Forse la destinazione non soddisfa il talento politico di Becciu, ma la porpora non è un titolo che si rifiuta né che s’indossa in un luogo dove i conflitti sono naturali.

Il sardo di Pattada fu chiamato in segreteria di Stato durante l’egemonia di Tarcisio Bertone, ormai sette anni fa. Bergoglio ha ripulito la Curia – non ovunque – dalle impronte del bertonismo, ma ha confermato Becciu agli Affari Generali perché un Becciu – un uomo scafato e pragmatico – è necessario per addentrarsi nei meandri del Vaticano. Becciu ha curato il dialogo con le istituzioni italiane, le nunziature, le strutture e spesso s’è scontrato con la squadra di Bergoglio. Non ha funzionato la collaborazione, per esempio, col cardinale George Pell, il ministro per l’Economia in congedo perché imputato di pedofilia in Australia. Ha sparso veleni il rapporto con Libero Milone, ex revisore dei conti: “Becciu mi disse di rinunciare all’incarico. Volevano arrestarmi”. E il monsignore ha replicato: “Spiava me e altri superiori”. Col tempo la figura di Becciu – definito suo malgrado “il papa d’Italia” – ha (quasi) oscurato il più cauto Parolin, un diplomatico con una visione globale e poco curiale. I fatti puntellano le indiscrezioni che sgorgano dal Vaticano. Il presidente Paolo Gentiloni ha incontrato papa Francesco in casa di Becciu. E ancora. La reazione a Vatileaks II – con l’imputazione dei libri di Fittipaldi e Nuzzi, di monsignor Balda e di Francesca Chaouqui – l’ha propiziata il Sostituto.

I prelati più attenti agli equilibri curiali hanno preconizzato l’addio di Becciu lo scorso novembre, quando Francesco ha creato la “terza sezione” che si occupa di nunzi: una riforma per aprire scenari inediti e arginare gli individualismi. Bergoglio non ha bocciato il lavoro di Becciu, ma ha completato una rotazione nell’organico principale del Vaticano che aiuta Parolin a sentirsi più forte e la segreteria di Stato a parlare meno italiano. Il ruolo del Sostituto – dopo undici anni dall’argentino Leonardo Sandri – potrebbe tornare in mano straniera.

Quando Giorgetti lottizzava le nomine in Finmeccanica

Il sostituto di Paolo Savona al ministero dell’Economia potrebbe essere Giancarlo Giorgetti che corre in alternativa come sottosegretario alla presidenza.

Una cosa è certa: l’uomo forte del Carroccio si occuperà di nomine ed è il caso di rinfrescare la memoria. Il 23 novembre del 2011 Lorenzo Borgogni, già direttore centrale di Finmeccanica, racconta ai magistrati napoletani i retroscena della nomina di Giuseppe Orsi ai vertici di Finmeccanica, controllata dal ministero dell’Economia: “Orsi (Ad dal maggio 2011 e presidente dal dicembre 2011, ndr) è stato fortemente sostenuto dalla Lega che è il suo partito di riferimento. A riprova di questo legame ho citato le assunzioni del figlio di Massimo Ponzellini (ex banchiere legato alla Lega e cugino di Giorgetti, ndr) e del fratello di Giancarlo Giorgetti”.

Borgogni ha raccontato anche di mazzette milionarie finite alla Lega Nord, a margine dell’affare degli elicotteri venduti all’India, ma i magistrati non hanno dato credito a quelle affermazioni: Orsi è stato processato (e assolto) solo per la sospetta corruzione internazionale indiana. Però è vero che Orsi fu nominato con l’appoggio della Lega. Ne dà atto lui stesso in una telefonata intercettata a dicembre del 2011 con il segretario di allora, Roberto Maroni. Dalle indagini emerge poi una cena, il 3 gennaio del 2012, a Villa Baroni, con il neopresidente Orsi, il segretario Maroni, il presidente della Provincia di Varese e consigliere Finmeccanica Dario Galli, e lo stesso Giorgetti. Un anno prima della nomina ad Ad di Finmeccanica, stando al suo profilo Linkedin, il fratello di Giorgetti era stato assunto nel gruppo Finmeccanica proprio dalla controllata Agusta Westland, dove Orsi era amministratore.

Francesco Giorgetti, classe 1985, è oggi il ‘campaign manager’ del settore elicotteri di Leonardo, così si chiama ora la società. Proprio lui ha seguito la recente vendita al Qatar di 28 velivoli per 3 miliardi di euro e vanta un buon curriculum: laureato alla Cattolica in Giurisprudenza nel 2005, un’esperienza come avvocato (dal 2007 al 2010) all’Eni, altra controllata dal ministero dell’Economia. Il futuro ministro è invece stato sindaco di Cazzago Brabbia, paesino di 800 anime, dal quale viene anche Massimo Ponzellini, l’ex banchiere condannato a un anno e sei mesi per corruzione privata e assolto dal reato più grave nel caso Bpm.

Agli atti dell’indagine Bpm c’è un sms nel quale l’amministratore della Sisal Emilio Petrone, che voleva incontrare il banchiere, chiede il numero proprio a Giorgetti, allora presidente della Commissione Bilancio. L’appuntamento va in porto: “Presidente sono in riunione con Bpm. Grazie mille del suo supporto e a presto. Emilio”. Per l’Ad di Sisal, Giorgetti era un contatto da coltivare, per sottoporre alla maggioranza le problematiche delle società che si occupano del gioco: settore che il M5S vede invece come il fumo negli occhi.

Un altro aspetto potrebbe dividere Giorgetti e Di Maio: il destino degli stabilimenti di Leonardo. Dice Borgogni ai pm: “Uno dei prezzi ‘politici’ pagati alla Lega dal nuovo amministratore Orsi è stato di trasferire la sede sociale di Alenia Aeronautica da Pomigliano d’Arco a Venegono Superiore (Varese)”. E Pomigliano d’Arco è il paese di Di Maio. Passiamo alla vicenda nomine: nell’aprile 2010 Borgogni, intercettato, dice che ha dato a Giorgetti “la lista delle caselle vuote dove vanno messi gli …esterni”. Due mesi dopo Guarguaglini, parlando con Dario Galli, presidente della Provincia di Varese e consigliere Finmeccanica, dice: “Giorgetti e gli altri hanno dato i nomi a Lorenzo (Borgogni, ndr)”. I pm chiedono proprio a Borgogni di spiegare un appunto che gli hanno sequestrato. E i nomi che vi sono riportati: “Giorgetti, Milanese, Romani (Guerrera), Fortunato (Mef), Galli, Squillace x La Russa”. Borgogni risponde: “Giorgetti è il presidente della Commissione Bilancio della Camera ma è soprattutto il referente per la Lega in materia di nomine …”. Poi parla di un “tavolo di compensazione” che s’è tenuto, nel 2010, con “presenti Letta, Milanese, Giorgetti per la Lega”. “La Lega – continua – a mezzo di Giorgetti chiese che un posto fosse senz’altro riservato a quel partito in Ansaldo Energia”. Chissà se ora Giorgetti continuerà ad attuare questo tipo di lottizzazione.

Il suo nome compare anche negli atti d’inchiesta sulla scalata ad Antonveneta. Giorgetti (non indagato, ndr) viene citato da Gianpiero Fiorani, poi condannato per falso in bilancio, che racconta di aver stretto con lui una sorta di “patto verbale”: in ballo, in cambio dell’ “appoggio incondizionato della Lega” ad Antonio Fazio, all’epoca governatore di Bankitalia, c’è il salvataggio dalla bancarotta di Credieuronord, la banca padana rilevata da Fiorani con la sua Bpl. Nessun passaggio di soldi: Giorgetti si trovò 50 mila euro sul tavolo ma “non accettò il contributo finanziario”, dice Fiorani, al massimo gli disse che avrebbe potuto fare un contributo al Varese Calcio per l’iscrizione al campionato di C2. Giorgetti non ha accettato ma non ha mai denunciato.

“Niente psicodrammi ma il debito italiano resta un problema”

“Nessuno psicodramma” fra Bruxelles e l’Italia, che deve “restare il cuore” dell’euro. Parola di Pierre Moscovici, il commissario Ue agli Affari economici, che prova a stemperare il clima tra le istituzioni europee e il possibile governo gialloverde di Lega e M5S. Però anche Moscovici non nega i suoi timori sulla situazione. “Ciò che mi preoccupa è il debito italiano, che deve essere contenuto”, spiega il commissario a una radio francese. Sul nome di Paolo Savona, economista fortemente critico dell’Eurozona a trazione tedesca e su cui si è creato un braccio di ferro fra la Lega e il Quirinale, spiega che “non sta a me esprimere una preferenza. Aspettiamo e non commentiamo annunci, parleremo con un governo che prenderà decisioni, cioè leggi e budget”. Ma che la tensione sia alta a Francoforte e a Bruxelles è evidente dal silenzio degli esponenti di rango della componente “nordica”, a partire dai tedeschi, sulle vicende italiane. Un silenzio rotto ieri da Guenther Oettinger, commissario Ue al bilancio, secondo cui un’uscita dell’Italia dall’euro “è assolutamente improbabile”, aggiungendo sul Berliner Morgenpost: “Lega e Cinque stelle non hanno alcun interesse a che si verifichi il peggio”.

La gara “su misura” per il giudice a Strasburgo

Aperte le grandi manovre per nominare il giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Senza aspettare il nuovo governo e con (possibili) candidate “politiche” eccellenti come Anna Finocchiaro e Donatella Ferranti. Il 5 maggio 2019 – dunque tra un anno – scade il mandato di Guido Raimondi, giudice nominato dall’Italia e attuale presidente della Cedu. Per sostituirlo, l’Italia per la prima volta ha bandito un concorso che selezionerà una terna di candidati da proporre agli organi di Strasburgo che poi sceglieranno il prossimo giudice della Corte espresso dall’Italia. Un passo avanti in direzione della trasparenza e della selezione per meriti. È già pronta per essere pubblicata sulla Gazzetta ufficiale la bozza dell’avviso di concorso (che il Fatto quotidiano ha potuto leggere), firmata dal segretario generale della presidenza del Consiglio. Dice che l’Italia deve sottoporre, “entro il 6 settembre 2018, una terna di candidati al previo esame del Comitato consultivo di esperti presso il Consiglio d’Europa, ai fini della definitiva presentazione, entro il 6 dicembre 2018, all’Assemblea del Consiglio d’Europa perché possa essere operata la relativa elezione”.

Per questo si cercano candidati che abbiano: “requisiti di moralità e qualificazione come indicati dall’articolo 21 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani”; una “ottima padronanza, sia scritta che orale, della lingua inglese o della lingua francese, e buona conoscenza dell’altra”; una “conoscenza approfondita dell’ordinamento giuridico nazionale, del diritto internazionale e dei diritti umani”; e, per finire, una “età non superiore ad anni 64, al fine di assicurare un congruo periodo di permanenza nell’incarico”. Per scegliere i tre candidati da proporre all’Europa, sarà costituita “una Commissione di esperti di alto profilo istituzionale e scientifico”, che dovrà “procedere all’audizione dei candidati medesimi, anche ai fini della verifica delle competenze linguistiche richieste”. Due membri di questa commissione sono già stati scelti dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, senza aspettare il nuovo governo: sono l’ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati e l’ex giudice Cedu Vladimiro Zagrebelsky.

I rumors nei palazzi romani già indicano i candidati designati per andare a fare i giudici a Strasburgo. In pole position Anna Finocchiaro, per trent’anni parlamentare del Pd (e partiti precedenti), magistrata in eterna aspettativa che ha indossato la toga, in gioventù, per soli sei anni e ora rientrata – si fa per dire – in magistratura: è stata sistemata da Orlando al suo ministero, nel Dipartimento affari giustizia. Altra candidata, secondo i rumors, è Donatella Ferranti, ex deputata del Pd, non ricandidata alle ultime elezioni e rimborsata con un posto di giudice in Cassazione per cui non aveva i titoli, almeno secondo quanto sostengono i suoi colleghi di “Autonomia e indipendenza”. Altri nomi che circolano sono quelli di due magistrate che già lavorano a Strasburgo: Paola Accardo, co-agente del governo italiano presso la Cedu, e Maria Giuliana Civinini, co-agente aggiunto. La prima, nata nel 1951, è fuori dai parametri indicati perché ha 67 anni e dunque non assicurerebbe il “congruo periodo di permanenza nell’incarico”, perché il mandato dei giudici Cedu dura nove anni e a 70 anni scatta la pensione. Per questo la soglia d’ingresso è di solito fissata a 60 anni (come ha fatto da ultimo San Marino) o al massimo 61, in modo che i giudici possano restare i nove anni del loro mandato. Questa volta invece la bozza di bando alza la soglia a 64 anni. Perché? Per favorire – sostengono i più malevoli dei rumors – Anna Finocchiaro che, nata il 31 marzo 1955, ha da poco compiuto i 63 anni. Nelle prossime settimane i fatti potranno smentire rumors e cattivi pensieri su una gara che pare apparecchiata su misura.

Chi tifa spread contro Savona dimentica l’interesse nazionale

Le ultime elezioni hanno spinto l’Italia in un nuovo universo politico. Gli elettori non hanno soltanto votato per politici differenti, ma anche per politiche diverse. Perché un Paese funzioni in modo efficace, però, certe questioni devono essere espunte dalla polemica politica. I partiti degli schieramenti opposti devono accettare un’idea comune di raison d’état, di ragion di Stato. E questa idea condivisa, al momento, in Italia non c’è.

Comprendo che i liberal non amino la coalizione SalviMaio, ma non capisco perché la dipingono come un branco di svitati pronti a trasformare l’Italia nel Venezuela. I frequenti riferimenti dei critici all’aumento dello spread e ai cali della Borsa di Milano suggeriscono che debbano essere i mercati, invece che gli elettori, a decidere il destino degli italiani. Questa è una sentenza capitale per la democrazia, non importa sotto quale bandiera politica sia pronunciata. È ovvio che i vincitori delle elezioni non possono ignorare i mercati. Ma i mercati hanno un concetto peculiare di interesse pubblicato e tendono a generare enormi disuguaglianze. Quando, nel 2008, la crisi finanziaria è esplosa, i mercati hanno chiesto ai cittadini di sopportarne il peso. La relazione tra democrazia e mercati va ripensata altrimenti la gente si ribellerà. Il concetto di interesse pubblico deve riflettere le scelte elettorali, non un’agenda ideologica (e neoliberista).

La seconda questione fondamentale riguarda l’Ue. In gioco non c’è l’integrazione europea in quanto tale, ma le implicazioni del Fiscal compact che impone il corsetto dell’austerità agli Stati membri. Se questo corsetto deve risultare una gabbia è opinabile: la Germania non è il solo Stato che difende le rigide regole del Fiscal compact.

Matteo Renzi, proprio come Paolo Savona, invoca cambiamenti delle regole contabili in vigore oggi. Ma Savona, a differenza di Renzi, sembra avere un piano B in caso la diplomazia fallisca. Se i critici di Savona pensano che l’attuale gestione della zona euro sia dannosa per gli interessi italiani, dovrebbero evitare di appoggiare ciecamente le posizione di Germania, Olanda, Finlandia e Austria.

Il terzo punto fondamentale riguarda la qualità del futuro esecutivo. Non ho idea se il primo ministro incaricato, Giuseppe Conte, sarà all’altezza della sfida, ma l’esperienza di governo del professor Savona è indiscutibile. In effetti, Savona sembra essere finora il più competente tra i nomi circolati per i vari ministeri. I critici di Savona preferiscono forse che siano Di Maio o Salvini a gestire l’economia del Paese? E si può davvero criticare il governo prima ancora che si sia insediato? Gli sconfitti delle ultime elezioni sembrano auspicare il caos che costringerà gli elettori a rivalutare il loro programma “responsabile”. Ho paura che tra le rovine dell’economia italiana, nessuno potrebbe cantare vittoria e placare i cittadini furiosi.

Gli Stati nazione hanno passato il loro periodo di gloria e sono incapaci di svolgere la maggior parte delle loro funzioni tradizionali. Eppure sono ancora le unità fondamentali della democrazia e controllano le decisioni (e i soldi) all’interno della Ue.

Il Fiscal Compact e il trattato di Schengen distribuiscono costi e benefici in modo non uniforme. Ma soltanto gli Stati capaci di formare in patria coalizioni che riflettono una visione condivisa di interesse nazionale stanno riuscendo a negoziare con successo a livello europeo. Il ruolo delle opposizioni è criticare il governo. Ma entrambi i fronti devono ricordarsi che attraversare alcune linee rosse indebolisce lo Stato. I tedeschi, i portoghesi e gli olandesi sembrano aver capito le regole del gioco. Gli italiani, i britannici e i polacchi sembrano invece sprofondare nei loro battibecchi domestici.