L’ultima profezia del vecchio D’Alema

Prosegue la nobile tradizione delle profezie di Massimo D’Alema. Siamo a Roma, assemblea nazionale di Liberi e Uguali: dopo il 3,3% alle elezioni, la sinistra anti Pd prova a rimettere insieme i pezzi (ovvero: si prepara a riaccordarsi col Pd) D’Alema, circondato dalle telecamere, è a colloquio con Pietro Grasso, già leader designato della sfortunata avventura elettorale. E gli espone la sua lettura sui fatti dell’attualità politica: “Se torniamo a elezioni per il veto a Savona, quelli prendono l’80%”. Dove “quelli” sono ovviamente i leghisti di Salvini. Sono facili e un po’ scontate le ironie sulla sindrome da Cassandra che affligge l’ex deputato di Gallipoli: tra le ultime profezie ce ne sono una politica (“Possiamo prendere il 10%”, LeU non ci è andata molto vicina) e una calcistica (“Con Di Francesco la Roma lotterà per la salvezza”, invece è arrivata in semifinale di Champions League). La vera cattiveria è un’altra: Baffino e Grasso che discutono amabilmente di politica ai margini dell’assemblea di un partito mai nato, rimanda un po’ alle immagini dei pensionati che osservano i cantieri, o gli anziani di paese che borbottano di destra e sinistra al bar, tra una briscola e un bicchiere di vino.

Cosa vuole Parigi: l’asse possibile

Nel 2017 Emmanuel Macron ha celebrato l’elezione con l’inno alla Gioia, per marcare il suo europeismo. Eppure è il primo capo di governo a proporsi come sponda dell’esecutivo più euro-scettico del continente, quello Lega-M5s. La Francia ha infatti perso ogni speranza di impostare un progetto di riforma della zona euro con la Germania: prima la lunga attesa dopo le elezioni del settembre scorso in Germania, ora per la debolezza di Angela Merkel. La Francia è in competizione con l’Italia per l’influenza sul Nord Africa, tra Niger e Libia, ma può offrire una sponda nei negoziati europei sul bilancio comunitario dei prossimi sette anni. E c’è una competizione tra Parigi, Washington e Mosca su chi riuscirà ad agganciare alla propria area di influenza il nuovo governo italiano. Per questo Macron ieri ha chiamato il premier incaricato Giuseppe Conte (M5S).

Macron alleato e Ue morbida: per i gialloverdi l’ostacolo è Trump

Gli applausi del sulfureo ex consigliere Steve Bannon, di nuovo in Italia per celebrare il governo del “cambiamento epocale” non devono ingannare: per l’esecutivo gialloverde il vero problema esterno sono gli Stati Uniti, non l’Unione europea.

I due attacchi internazionali più duri sono arrivati proprio dagli Usa, dal New York Times: prima l’articolo sul curriculum di Giuseppe Conte (la stessa portavoce che ha negato traccia del suo passaggio alla New York University poi, al Fatto, ha confermato i soggiorni di ricerca nei termini indicati dal professore) e poi un editoriale che indica la maggioranza gialloverde come “un serio colpo al progetto di integrazione europea”.

La lettura prevalente finora è che l’onda populista ha portato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016 e ora spinge Salvimaio verso palazzo Chigi. Ma un conto sono le simpatie di Trump, altro l’interesse nazionale difeso dagli apparati, a cominciare dal dipartimento della Difesa. Soprattutto se declinato secondo le priorità del potente gruppo di finanziatori filo-israeliani decisivi per l’elezione di Trump. Il primo leader che l’ambasciatore americano a Roma, Lewis Eisenberg, ha incontrato dopo le elezioni è stato proprio Matteo Salvini. La ragione sta nelle forti preoccupazioni di Washington su due punti sensibili: i rapporti con la Russia e la posizione sull’Iran. La visione della Casa Bianca, condivisa dal nuovo segretario di Stato Mike Pompeo (l’ex capo della Cia), è che la Russia è un avversario strategico in prospettiva sempre più pericoloso. Gli americani hanno letto con grande preoccupazione il contratto di governo in cui Lega e Cinque Stelle affermano che “è opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)”.

Anche i governi Renzi-Gentiloni hanno posizionato l’Italia sul fronte europeo più dialogante verso la Russia, ottenendo che le sanzioni europee venissero ridiscusse periodicamente invece che rinnovate in automatico. Ma ora Washington teme che Salvini sbilanci verso Vladimir Putin il baricentro dell’Italia, con la complicità dei Cinque Stelle che sono meno sospettati di russofilia (su richiesta di Paolo Gentiloni l’intelligence italiana ha indagato, senza trovare legami col Cremlino). In Puglia, però, il Movimento è in prima fila nella protesta contro il Tap, un gasdotto che gli americani considerano strategico per ridurre il potere di ricatto di Putin sull’energia. E da una coalizione di governo con dentro gli antimilitaristi Cinque Stelle e che vede la Russia come “un potenziale partner per la Nato” è inutile aspettarsi un aumento delle spese militari fino alla soglia del 2 per cento del Pil, come preteso da Trump (e prima di lui da Barack Obama, con scarsi risultati).

E poi c’è l’Iran. La Casa Bianca vuole capire subito da che parte stanno i gialloverdi: con Trump che ha annunciato il ritiro dall’intesa negoziata da Obama – via le sanzioni in cambio di un monitoraggio dell’attività nucleare – o con l’Ue che continua a difendere l’accordo? Stare nel mezzo è difficile. E Trump non darà tempo al nuovo esecutivo di ambientarsi. La Casa Bianca vuole capire subito se può contare su Di Maio e Salvini.

Perché l’Unione europea vista da Washington ora è un problema: la Gran Bretagna, storico avamposto delle istanze atlantiche, è fuori dai giochi causa Brexit; in Germania Angela Merkel è un leader sempre più debole che governa un Paese con preoccupanti sbandate filorusse (troppi interessi intorno al gasdotto Nord Stream), la Francia di Emmanuel Macron non può essere il nuovo interlocutore privilegiato perché i francesi, dai tempi del generale De Gaulle, pensano solo agli interessi dei francesi. Con la Spagna di nuovo in piena crisi politica e ridotta a Stato satellite della Germania, a Trump non restano molte alternative che puntare sull’Italia. Ma soltanto dopo aver verificato che non si sia trasformata in un emanazione del Cremlino.

Anche in Europa, dopo i richiami obbligati al rispetto dei trattati, si comincia a fare sul serio: Emmanuel Macron è stato il primo ad abbandonare ogni pregiudiziale sul governo “populista” in Italia. Ieri ha chiamato il premier incaricato Giuseppe Conte per avviare un dialogo. A Bfmtv aveva già anticipato che l’Eliseo vuole “tendere la mano” al nuovo esecutivo, “non mi avete mai sentito dare lezioni agli italiani, mai”. Dopo aver capito che la Germania non ha alcuna intenzione di assecondare i progetti francesi di riforma della governance dell’eurozona, Macron punta ora a usare l’Italia populista come catalizzatore del cambiamento europeo. Conta su Salvini e Di Maio per frantumare resistenze e rapporti di forza cristallizzati, così da poterne approfittare. Lo storico consigliere economico di Macron, Jean Pisany Ferry, ha scritto un lungo articolo per il think tank Bruegel di Bruxelles in cui auspica “un terremoto economico in Italia, dopo quello politico”. In sintesi: i riformisti hanno fallito nel tentativo di far recuperare produttività alle piccole imprese italiane, con le loro bislacche idee forse i populisti potrebbero riuscirci.

Sul Financial Times il capo dei commentatori economici, Martin Wolf, teme che le ricette del governo Conte potrebbero spingere l’Italia fuori dalla zona euro ma ammette che “sarebbe difficile sottomettere l’Italia come è stato fatto con la Grecia, soprattutto perché l’Italexit (l’uscita dell’Italia dall’euro, ndr) è uno scenario molto più pericoloso della Grexit”. Quindi, dal lato europeo, la linea è ormai quella del commissario agli Affari economici Pierre Moscovici che ieri ha chiarito: “Nessuno psicodramma tra Roma e Bruxelles, l’Italia è e deve restare un Paese al cuore della zona euro”. C’è da scommettere che anche le richieste di correzione del deficit strutturale – eredità delle politiche troppo lasche del governo Gentiloni – verranno smussate e il Salvimaio forse riuscirà a evitare la manovra correttiva da 10 miliardi. Placare le ansie di Trump, invece, sembra molto più complicato.

“NyTimes, megafono propaganda contro i partiti anti-sistema”

“Il megafono della propaganda contro i partiti anti-sistema”. Così Stephen Bannon, a L’intervista di Maria Latella su Sky TG24, liquida il New York Times e le altre grandi testate internazionali che in questi giorni stanno pubblicando articoli di critica alla formazione del governo Lega-M5S.

“Ricordiamo una cosa che New York Times, Economist, il Financial Times che ha detto che i cinque stelle e la lega erano i nuovi barbari, loro sono il megafono di quello che è l’establishment, non potrebbero dire cose positive di questi partiti anti-sistema”, ha detto l’ex consigliere strategico di Donald Trump di cui è ben noto il rapporto conflittuale con i media, da lui bollati come fake news. “Quando queste testate dicono queste cose terribili sulle persone allora bisogna stare attenti perché queste istituzioni sono praticamente il braccio armato della propaganda”.

Luigi di Maio e Matteo Salvini “devono insistere sul professore Savona, sarà una persona molto dura, un grande negoziatore, con idee molto chiare che potrà far sentire la sua voce nell’Ue”.

Renzi attacca con la bufala spread-mutui

A suo modo è una scelta strategica, anche se con una correlazione un po’ spuria. Matteo Renzi ha deciso ieri di addossare a Matteo Salvini e Luigi Di Maio la colpa dell’aumento dello spread. “Sale ai massimi dal 2013. Non pensate che sia una notizia tecnica perché purtroppo riguarda la nostra vita. Dai prossimi giorni i mutui per le famiglie costeranno di più, l’accesso al credito per le piccole imprese sarà più difficile e pagheremo di più gli interessi sul debito pubblico”, ha scritto ieri su Facebook. Renzi individua anche quelli che, a suo dire, sono i colpevoli. “Non c’è nessun complotto, non guardate Bruxelles, non è colpa dei mercati finanziari. Il responsabile ha sempre un nome, in questo caso due cognomi: Salvini e Di Maio”. E ancora: “L’aumento dello spread dipende da ciò che hanno detto e scritto nelle varie bozze del contratto di governo: tagliare 250 miliardi di debito, minibot e altre amenità”. Poi conclude con il consiglio ai due leader di maggioranza: “Quando volete sapere di chi è la colpa se sale lo spread fatevi un selfie”.

Che lo spread, il differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani a lungo termine (Btp) e gli omologhi Bund tedeschi, salga anche per l’incertezza politica e i timori per la tenuta dell’eurozona è cosa nota. È meno noto che di norma sia la banca centrale, con la sua capacità di garantire la solvibilità del debito in ultima istanza, a poter evitare che questo accada. Il guaio è che i trattati europei non prevedono questo ruolo per la Banca centrale europea, anzi lo ostacolano. È stata l’assicurazione di Mario Draghi che avrebbe fatto “wathever it takes”, qualunque cosa per salvare l’euro e i successivi programmi di acquisti straordinari di debito pubblico (Quantitative easing) a riportare gli spread a valori più fisiologici. L’altro aspetto è che lo spread non è “ai massimi dal 2013”. Venerdì scorso ha chiuso a 206 punti. A inizio 2015 (con l’annuncio del Qe) era a quota 100, poi è sempre stazionato al di sopra di questo valore. Nelle prime tre settimane di aprile 2017 (governo Gentiloni in carica da 5 mesi) è stato sopra i 200 punti, il 14 ha raggiunto quota 212, superiore a quella di adesso. Ogni aumento di 100 punti aggrava di 2 miliardi il costo di finanziamento del debito, una cifra gestibile se non si torna ai livelli del 2011-2012 (spread a quota 500).

Ma è soprattutto la correlazione con l’aumento dei tassi sui mutui a non tornare. Com’è noto, i tassi dei mutui non sono indicizzati allo spread ma all’Euribor (o all’Eonia) che non si muovono in funzione del differenziale sui titoli di Stato. L’unico effetto sarebbe possibile solo a valle, se le banche, con l’aumento del costo di finanziamento causato dal rialzo dei rendimenti, decidessero di aumentare a loro volta i tassi sui prestiti. Un rischio al momento ancora potenziale, e peraltro vincolato solo ai nuovi prestiti non a quelli esistenti. Cose note a qualsiasi economista. Forse non all’ex segretario Pd.

“Salvimaio non mi piace, però il veto a Savona è inaccettabile”

“Trovo grottesco che tutta la questione del governo si riduca a un sì o un no a Paolo Savona. Gli viene attribuita la ‘colpa’ di essere euroscettico, i media mainstream scrivono che è inviso alla Germania per una frase del suo ultimo libro. Perché critica l’approccio tedesco alla questione europea. Non mi pare una critica assurda”. Il professor Marco Revelli ha scritto, insegnato e indagato la “destra” e la “sinistra” nel corso di tutta la sua vita professionale. Ora sostiene che siano evaporate: con il voto del 4 marzo – ha scritto sul Manifesto – il mondo nel quale quelle categorie politiche si sono formate “è andato in pezzi”. Un terremoto: “Se non si vede questo e ci si concentra esclusivamente sulla figura di Savona, significa che il nostro dibattito pubblico è in condizioni devastanti. È come guardare il dito e non guardare la luna”.

Eppure su Savona è in atto uno scontro istituzionale. Non crede sia una delle prerogative di Mattarella, quella di rifiutarsi di nominare il ministro?

Noi restiamo una Repubblica parlamentare. Ovviamente è il presidente della Repubblica a nominare i ministri, ma non significa che sia lui a deciderli, o imporli. L’ultima parola spetta al Parlamento e alla sua maggioranza. Può piacere o no: a me questa maggioranza non piace. Ma al di là delle procedure e delle prerogative del Capo dello Stato, la sostanza è che l’ultima parola spetta agli eletti del popolo.

La fedeltà alle regole dell’Unione europea non è forse una questione di rilevanza costituzionale?

Ci sarebbero eccome delle preoccupazioni di natura costituzionale su diversi altri punti del contratto di governo. Riguardano temi cruciali come le politiche securitarie o quelle di contrasto dei migranti, che minacciano diritti fondamentali dell’uomo. Oppure le politiche sull’uso delle armi che guardano al modello americano; l’abbassamento del rigore in materia di legittima difesa. Ci sono proposte pesantissime nel programma gialloverde, ma su queste non ho sentito nemmeno una voce alzarsi da parte degli opinion leader di centrosinistra. Non mi pare abbiano capito il significato del 4 marzo.

Ovvero?

È stato un voto disomogeneo ma che ha un comune denominatore da nord a sud, nell’elettorato della Lega e in quello dei 5Stelle: la dichiarazione che così non si può andare avanti, la richiesta di una netta discontinuità nel modello di governance europeo. Non significa uscire dall’Euro o rompere tutti i trattati, ma mettere in discussione quelle regole che hanno necrotizzato la nostra società, hanno prodotto un senso di asfissia. Il 4 marzo è stata una richiesta perentoria di aprire le finestre per dare ossigeno. Il “populismo” è stato il principale prodotto della governance europea.

Un uomo di sinistra come lei si augura il via libera a un governo Salvini-Di Maio?

Il discorso è più complesso. Se si mette il tappo a questa domanda di cambiamento, in nome del rispetto non delle regole europee ma degli equilibri di potere europei, si prepara un nuovo uragano. Se sciaguratamente questo governo saltasse non ci sarebbe da fare festa, perché l’alternativa non sarebbe un esecutivo più democratico: se si tornasse al voto uscirebbe una maggioranza ancora più di destra, dominata da Salvini, con Meloni e Berlusconi.

Tra la maggioranza gialloverde e le forze che si oppongono, lei dove si colloca?

Non c’è un’opposizione a questo ossimoro che va al governo. Lo definisco un ossimoro perché è segnato da una composizione schizofrenica, al di là dell’omogeneità dell’urlo di cambiamento. Abbiamo politiche securitarie esplicitamente di destra ma pure un’attenzione inedita alla questione sociale. Stiamo attenti: questo programma forse è scritto in modo un po’ superficiale, ma il messaggio che dà è uno sguardo sulla sofferenza sociale che i governi precedenti non hanno mai mostrato. Non sto facendo un elogio, credo sia una tragedia: perché la società che era stata l’anima delle politiche democratiche di sinistra è trasmigrata in quel bacino.

La sinistra non esiste più.

Lo dico dal ‘96. La sinistra se n’è andata dalla società. È stato un esodo suicida. Se non ci si rende conto di questo, se l’unica preoccupazione è Savona, è come lo sciocco che guarda il dito e non vede la luna.

Ma se Savona dovesse saltare non sarebbe in fondo una sconfitta di Salvini?

Salvini ha tutto da guadagnare da un eventuale fallimento della trattativa. È l’unico con un piano B, in tutti i sensi.

Concorso in usura, indagine sul prof. verso l’archiviazione

C’è un’indagine su concorso in usura – che va verso l’archiviazione – che coinvolge il possibile prossimo ministro dell’Economia, Paolo Savona. Il candidato del Tesoro, scelto dalla Lega e dai Cinque Stelle, è chiamato in causa perché tra novembre 2008 e ottobre 2010 – come scrive l’Unione Sarda – è stato presidente e dunque legale rappresentante di Unicredit Banca di Roma. I pm di Cagliari hanno aperto il fascicolo dopo una denuncia dei soci di “Edil Tl snc”, che avevano firmato contratti di conto corrente garantiti da una fideiussione “omnibus” sino a 130.000 euro. I magistrati hanno chiesto l’archiviazione, ora tocca al gip decidere.

“Avvisai Visco su Etruria, non mi rispose”

Un’istituzione “sorda” e “autoreferenziale”, afflitta da “ignavia”, che ha “coperto le lacune e conseguenti responsabilità della Vigilanza sulle banche” fino ad accettare “supinamente” le nuove regole sul bail-in. Poi la bomba: “Informai il governatore Ignazio Visco per iscritto di una grave violazione compiuta dal consiglio di Banca Etruria ed egli neanche mi rispose”. Sono solo alcuni dei giudizi di fuoco che Paolo Savona dedica alla Banca d’Italia e al suo vertice nell’ultimo libro Come un incubo e come un sogno (Rubettino) ora in uscita.

Giudizi che spiegano lo stallo sulla nomina a via XX Settembre. Non ci sono solo i veti di Bruxelles sull’economista per le sue critiche all’Eurozona. Ci sono anche, e soprattutto, i malumori di Via Nazionale, ostile a Savona, a spiegare la riluttanza di Sergio Mattarella. A cui Visco deve la riconferma osteggiata da Matteo Renzi, che l’ha incolpato, non senza ragione, dei guai bancari del suo governo.

Nel suo libro Savona elenca quelli visti all’opera nella discussione europea sul bail-in, la norma Ue che impone sacrifici ai risparmiatori nelle crisi bancarie, disastrosamente applicato in Italia su Etruria & C.. Ricorda gli allarmi lanciati invano nel 2013 da presidente del Fondo di garanzia dei depositi bancari (Fidt). Governo e Parlamento, spiega, non capivano la partita e il Tesoro, impegnato a elemosinare flessiblità sul deficit, “seguiva pedissequamente Bankitalia”, diventata “centro che pretendeva di essere obbedito per dimostrare il suo potere”. “Nell’Abi, (la Confindustria delle banche, ndr) alcuni banchieri capivano, ma ponevano come condizione che non creassi problemi perché, mi fu detto, altrimenti la Vigilanza sarebbe diventata severa con loro. Erano coscienti che gli associati avessero cose da nascondere, come poi emerse”.

Savona dà anche un giudizio sconsolato della vigilanza, in “conflitto d’interessi” nel sorvegliare le banche e gestirne le crisi, roba “non da Paese civile”. Savona, dice, si battè per evitare il bail-in, “passivamente accolto dalle autorità italiane”, con Bankitalia che ne ha pure “permesso l’applicazione anticipata”. “Dopo, – scrive – Visco e il presidente della Consob, Vegas, hanno dichiarato che essi non condividevano la decisione, senza presentare le dimissioni, come avrebbero avuto il dovere di fare, per non aver avvertito il Parlamento, contribuendo a causare maggiori danni rispetto a quelli creati con il loro silenzio ‘preventivo’ e loquacità ‘successiva’”. Giudizio negativo traspare anche su Mario Draghi che non ha “mai criticato la normativa”. Bankitalia, spiega dopo, considerava il Fitd come un “cassetto da aprire a piacimento per salvare le banche, coprendo le responsabilità della Vigilanza”. L’esempio è il crac di Banca Tercas. I commissari di Bankitalia “ci chiesero 300 milioni rifiutando di darci la documentazione”, cioè i bilanci. Savona si oppose e, spiega, Bankitalia lo fece rimuovere con l’assenso del presidente Abi Antonio Patuelli. Due anni dopo la Commissione ha bocciato il tutto come aiuto di Stato, dando ragione all’economista. Che, uscito di scena, informò Visco delle “gravi irregolarità” in Etruria, senza ottenere risposta. “Le vicende che sono seguite – nota amareggiato – mi hanno dato in larga parte ragione”.

Il piano di Di Maio: un “vice” di peso per tenere Savona

Il tono è solenne, come si addice alle grandi occasioni. Figuriamoci se l’occasione, stavolta, è davvero l’ultima. Questo sabato di maggio, l’ottantatresimo giorno dalle elezioni, è quello in cui si gioca il tutto per tutto. Soprattutto per i Cinque Stelle, stretti nella tenaglia tra il Quirinale e l’alleato riottoso, Matteo Salvini, entrambi irremovibili sulla posizione da tenere con Paolo Savona, il ministro dell’Economia indicato da Giuseppe Conte.

Così, Luigi Di Maio – che a fine giornata si è lasciato andare ad un “o si chiude questa partita entro le prossime 24 ore o non si chiude più” – sta tentando comunque di tenere accesa la flebile fiammella del governo gialloverde. E ha messo a punto una exit strategy che consenta a tutti di salvare la faccia. Nella continua interlocuzione in corso con i consiglieri di Sergio Mattarella, i vertici del M5S hanno spiegato che Salvini, su Savona, non mollerà. Però al Colle hanno anche spiegato che non ci sono proposte definite sul suo vice. E che lì, se il Quirinale volesse, si potrebbe piazzare la pedina gradita a Mattarella: sempre un keynesiano, sempre uno spirito critico nei confronti dell’Unione, certo, ma che non abbia alcuna fantasia anti-euro e che abbia la formazione e l’autorevolezza necessarie a “parlare con Merkel e Macron”. Per di più, suggeriscono ancora Di Maio e i suoi, gli ottant’anni passati di Savona non gli permetterebbero certo di fare avanti e indietro in aereo da Bruxelles: il viceministro, quindi, sarebbe un facente funzioni in più di una occasione. L’identikit dei papabili ricalca alcuni curriculum prestigiosi, seppur (come prevedibile) non tutti giovanissimi: da Bankitalia, per dire, vengono Pierluigi Ciocca e Stefano Micossi; così come potrebbero avere lo standing giusto Marcello Messori (già presidente di Ferrovie) e l’ex capo dell’Istat Enrico Giovannini.

La soluzione non dispiace a Salvini, che porterebbe a casa un punto decisivo. È il Colle che deve cedere. Così, sul piatto dell’offerta, i grillini hanno rimesso anche un nome già circolato nei giorni scorsi, Enzo Moavero Milanesi, che come ministro per gli Affari Europei sarebbe ulteriore garanzia per arginare Savona. Di più non può fare il Movimento, che deve seguire la scia di Salvini, “altrimenti lui ne approfitterebbe in campagna elettorale”. E allora la linea è caricare Mattarella di ogni responsabilità. Per questo il blog delle Stelle ha rilanciato il breve fuori onda di Massimo D’Alema: “Se torniamo alle elezioni per il veto a Savona, quelli prendono l’80 per cento”. Mentre diversi big hanno attaccato il Colle, con Alessandro Di Battista ancora in prima fila: “È inaccettabile che il Quirinale pensi di porre veti politici a Savona. Il presidente della Repubblica non può dare indirizzi politici a un ministro o a un presidente del Consiglio”. A cercare di porre un freno, il presidente della Camera Roberto Fico: “La candidatura di Savona rientra nell’interlocuzione tra il Quirinale e il premier incaricato”.

E proprio Fico discute con i 5Stelle dei possibili ministri. Per esempio, spinge perché Riccardo Fraccaro, destinato al ministero ai Rapporti con il Parlamento, resti come questore anziano a Montecitorio, ad occuparsi di vitalizi e tagli agli sprechi. Ma Fraccaro potrebbe aggirare il problema restando questore anche da ministro, almeno per il periodo sufficiente a chiudere la partita dei vitalizi. Un altro dimaiano doc, Danilo Toninelli, andrà alla Pubblica amministrazione. Mentre ieri i 5Stelle hanno guerreggiato per riprendersi le Infrastrutture. Tramontata l’ipotesi di Laura Castelli (che forse sarà vice in un ministero economico), riprende quota il nome di Mauro Coltorti, il geomorfologo già ai Trasporti nella squadra presentata da Di Maio prima del 4 marzo. Mentre agli Esteri è confermato l’ex direttore generale degli Affari politici della Farnesina, Luca Giansanti, che ieri ha visto Conte a Montecitorio. Calcoli. Ma in serata, Salvini (ri)avverte: “Non sono nato per tirare a campare, o si parte o basta”.

Oggi Conte sale al Quirinale. Mattarella alla scelta finale

La trattativa finale. Oggi pomeriggio, ultima domenica di maggio. Come assicurano fonti grilline, il professore Giuseppe Conte dovrebbe salire in taxi al Colle per riferire ufficialmente sul suo incarico. Stavolta con la lista completa dei ministri, dopo il colloquio informale di venerdì.

Ancora una volta, nella bozza del premier incaricato c’è il nome di Paolo Savona nella cruciale casella del ministero dell’Economia. Su un fronte il capo dello Stato, contrario. Sull’altro Matteo Salvini e Luigi Di Maio che non deflettono.

In mezzo lo stesso Conte, che però oggi sale “rinforzato” dalla telefonata del presidente francese Macron, un modo per aumentare la pressione sul capo dello Stato e rassicurarlo allo stesso tempo. Anche se al Colle, l’iniziativa del cugino transalpino potrebbe essere stata giudicata irrituale perché Conte non è premier, ma solo “incaricato”.

Al Quirinale, però, alle otto di ieri sera non risultava ancora nulla di “un appuntamento chiesto da Conte”. Lassù, per il secondo giorno consecutivo, c’è stato il riserbo più assoluto. Quello che trapela dà conto di un presidente che non si smuove, che non intende fare alcun passo indietro su Savona.

Non è una questione politica. Ma costituzionale, secondo le tesi del Colle. In gioco c’è l’enorme sostanza dell’articolo 92 della Carta: il potere di nomina dei ministri su indicazione del presidente del Consiglio. In caso di sì a Savona (il “diktat” di Salvini evocato dalla nota ufficiosa di giovedì) a giudizio del Quirinale si verificherebbe un grave vulnus alle prerogative del capo dello Stato nonché un’inedita crisi istituzionale. E Mattarella non vuol passare alla storia per aver inferto questa ferita alla Carta. Senza dimenticare poi il merito della questione: nominare cioè un economista che ha elaborato nei suoi studi devastanti piani di uscita dall’euro. E certo non ha fatto bene alla causa di Savona l’endorsement del controverso Steve Bannon, l’ex stratega di Trump intervistato da Maria Latella per Sky.

Ecco perché su tutto questo non dovrebbe esserci “mediazione” per il Colle. Semmai è il premier Conte che deve convincere Salvini (e Di Maio) a tenere fuori Savona. Di qui le ore tragiche che si stanno vivendo al Quirinale ché Mattarella ha fatto di tutto per dare un governo al Paese ed evitare il voto anticipato, ma a questo punto non sembra esserci altra strada.

Il percorso è quello tratteggiato il 7 maggio scorso. Non un governo del presidente in senso stretto, ma un esecutivo neutrale in grado di accompagnare il Paese alle urne, a partire dal prossimo autunno.

In questa fase inedita della storia repubblicana c’è infine un altro dettaglio che illumina la scena. La solitudine del presidente, che non ha un partito di riferimento, di solito quello di provenienza. Cioè, un baricentro su cui appoggiarsi. Non era mai successo prima. Il Pd è evaporato – mai pervenuto, per usare la definizione del Quirinale – e Mattarella naviga solitario senza sponde. E adesso si trova a un bivio drammatico. Da una parte un eventuale cedimento su Savona con le relative conseguenze costituzionali ed europee. Dall’altro, l’orizzonte delle elezioni anticipate, destinate probabilmente a dare una vittoria ancora più forte al blocco populista.

È la scelta finale, che sarà valutata e presa a partire dal momento in cui Conte ritornerà al Quirinale. A più di ottanta giorni dalle elezioni, lo stallo ha avuto un crescendo impressionante: crisi politica, crisi di sistema, sblocco dopo la minaccia del voto anticipato, trattative tra M5S e Lega, caso Savona. Adesso l’epilogo, tra la crisi istituzionale e una legislatura da interrompere.