Processo alle intenzioni

In questi anni abbiamo visto cose che voi umani… Abbiamo visto un delinquente naturale nominato premier per ben tre volte. Abbiamo visto corrotti e amici di mafiosi diventare presidenti del Consiglio o del Senato o ministri, e presidenti del Consiglio o ministri diventare corrotti e amici di mafiosi. Abbiamo visto presidenti della Repubblica respingere l’avvocato Previti dal ministero della Giustizia per dirottarlo alla Difesa a causa del suo conflitto d’interessi; spostare Maroni dall’Interno al Lavoro per una condanna per resistenza a pubblico ufficiale; ostracizzare Gratteri alla Giustizia in quanto pm, per giunta incensurato. Ma un capo dello Stato che negasse il ministero dell’Economia a un anziano e plurititolato economista ed ex ministro di Ciampi, no, non era ancora capitato. Dunque siamo ansiosi di leggere uno straccio di dichiarazione o di documento ufficiale, su carta intestata della Presidenza della Repubblica, che espliciti i motivi per cui il professor Paolo Savona non può far parte del governo Conte. È vero che la Costituzione assegna al Presidente il potere di nominare i ministri su indicazione del premier. Ma è pur vero che la scelta di bocciare un ministro dev’essere motivata. Altrimenti si va per antipatie o peggio per divergenze di idee. E i delitti d’opinione, se non andiamo errati, sono stati (quasi) aboliti dopo il fascismo.

Qual è dunque il peccato mortale che vieta a Savona di fare il ministro dell’Economia? Attendiamo lumi da Mattarella e dai suoi loquacissimi (in privato) consiglieri, abituati da una prassi antica e vigliacchetta a far trapelare in forma di “fonti” misteriose quanto smentibili i desiderata del capo, senza mai assumersene la responsabilità. I giornaloni, opportunamente imbeccati, sono pieni di spifferi e maldicenze contra Savonam di cui si ignora, per mancanza di firme e di facce, la paternità e l’attendibilità. Ma che fanno pensare che a Savona non vengano rinfacciate le molte ragioni segnalate dal Fatto di incompatibilità con un “governo del cambiamento”: la veneranda età; la lunga carriera ai vertici di banche, fondi, organi confindustriali e imprese di costruzioni; le intercettazioni, definite “inquietanti” dagli inquirenti, nello scandalo Impregilo sul vincitore già deciso dell’appalto per il fantomatico Ponte sullo Stretto; e la sua prescrizione nel processo che ne derivò. Queste sono valutazioni politiche, in cui il Quirinale non può e non deve entrare, salvo smentire le prassi consolidate in 72 anni di storia repubblicana. Se un uomo di 82 anni non può essere ministro, perché un capo dello Stato fu rieletto a 88?

Se un imputato prescritto non può essere ministro, perché un 9 volte prescritto potè essere premier e viene ancora ricevuto al Quirinale ora che è pure pregiudicato? Di intercettazioni imbarazzanti erano strapieni molti ministri dei quasi tutti i governi, eppure nessun presidente (neppure Mattarella) ebbe mai nulla da ridire. Resta, appunto, il delitto di opinione: Savona è molto critico sull’attuale sistema dell’euro, sull’Ue germanocentrica e sui relativi trattati e vincoli, come ha scritto e detto in varie pubblicazioni e interviste. Ma si dà il caso che, a prendere sul serio ciò che dicono, tutti i leader dei maggiori partiti italiani (oltre ad alcuni premi Nobel per l’Economia) condividano la sostanza di quelle valutazioni: non solo Di Maio e Salvini, ma anche Renzi, B., LeU, FdI ecc. E, dietro di loro, la stragrande maggioranza degli elettori. Solo a +Europa di Emma Bonino va tutto bene così com’è: purtroppo quel partito rappresenta il 2,6% dei votanti. E, in democrazia, il potere non appartiene alla Bce, al governo tedesco o francese, e neppure alla Commissione europea: appartiene al popolo (italiano) e ai suoi rappresentanti. Che sono divisi su molti punti, ma non sull’esigenza di cambiare questa Europa, questo euro, questi accordi e questi trattati. Se Savona si proponesse l’uscita dell’Italia dall’Unione, o anche solo dall’Eurozona, violando accordi e trattati democraticamente recepiti dal Parlamento, il supremo garante di quegli impegni – cioè il capo dello Stato – avrebbe ragione a tenerlo fuori. Ma Savona aspira a essere ministro di un governo il cui premier Conte e il cui programma sancito da un simil-contratto hanno già ribadito la fedeltà all’Ue e ai trattati sottoscritti dai precedenti esecutivi, riservandosi di discuterli con gli alleati secondo le regole della stessa Ue.

Se poi Savona proponesse norme in contrasto con gl’impegni assunti, il Colle potrebbe rifiutare di promulgarle e la maggioranza sfiduciarlo. Ma che abbia questa intenzione, nessuno può saperlo: bisognerebbe convocarlo al Quirinale e domandarglielo. Altrimenti quello istruito a suo carico è un processo alle intenzioni, per giunta in contumacia. Non solo: se insiste con il veto a Savona, Mattarella si mette in una posizione complicata e imbarazzante. Se uscisse vincitore dal braccio di ferro con Conte, Di Maio e Salvini, ottenendo un ministro diverso e a lui gradito, il nuovo titolare dell’Economia sarebbe un “ministro del Presidente”, le cui scelte ben difficilmente potrebbero essere respinte. Se invece ingoiasse il rospo, indebolirebbe se stesso e l’istituzione Presidenza della Repubblica. Se infine il diktat contra Savonam facesse saltare il governo e trascinasse l’Italia a nuove elezioni, la colpa ricadrebbe sul Colle, che fornirebbe una formidabile arma di propaganda ai due partiti che avevano provato – su suo input – a formare un governo politico. E anche in quel caso il Quirinale uscirebbe a pezzi. Anche perché, nei 17 milioni di italiani che han votato M5S e Lega, sorgerebbe una fastidiosa sensazione: che qualcuno voglia punirli perché anche loro la pensano diversamente.

Real Madrid o Liverpool: la sera giusta per decidere chi è il (reale) campione

Questa sera, a Kiev, l’Europa sceglie il suo re. Potrebbe essere il solito, quel Real di Madrid che lo è già stato per ben tre volte nelle ultime quattro edizioni, o potrebbe essere uno che non lo è più dal 2005, da quando, a Istanbul, rimontò il Milan da 0-3 a 3-3 per poi beffarlo ai rigori: il Liverpool.

Dodici Coppe, i bianchi; cinque, i rossi. In mezzo, con sette trofei, solo il grande Milan. La storia è storia. Fu il Real a capire in largo anticipo che il vento stava cambiando. Erano gli anni Cinquanta e a un giornalista francese de L’Equipe venne una pazza idea. Si chiamava Gabriel Hanot e, pur di smontare la boria inglese del Wolverhampton, che si era autoproclamato “campione del mondo” per aver battuto in amichevole Spartak Mosca e Honved Budapest, lanciò la Coppa dei Campioni. Traduzione: se siete davvero i più forti, dimostratelo. A Santiago Bernabeu, presidentissimo del Real, non parve vero. Si buttò sulla “culla” come un Erode famelico e divorò, letteralmente, le prime cinque. Per essere franchi (e Franco) era, quello, lo squadrone di Di Stefano, Kopa, Gento, Puskas.

Il Liverpool, in compenso, dominò tra i Settanta e gli Ottanta con quattro successi, uno dei quali – nel 1981, a Parigi – proprio sul Real. Decise la pagliuzza di una rimessa laterale, sfuggita agli sbadiglianti radar degli avversari. Scrivi Liverpool e pensi all’orchestra di Keegan, Dalglish, McDermott, Souness, Rush. Più Beatles che monarchie. Più musica pop che marce militari. Più birra che mirra. E tanto You’ll never walk alone di contorno.

Si parte da una città in stato d’assedio. Giovedì notte, in un ristorante del centro, tifosi del Liverpool sono stati aggrediti da un branco di teppisti. Bilancio: alcuni feriti e tre arresti. Si parte da Cristiano Ronaldo e Mohamed Salah, cinque palloni d’oro contro una stagione tutta d’oro e il Ramadan da “governare”. Gli spagnoli hanno eliminato la Juventus, gli inglesi la Roma. In caso di successo, il Real porterebbe a tre le Champions consecutive: una striscia non lontana dalla dittatura con la quale scolpì il secolo scorso.

Il Real non è mai stato rivoluzionario. Ha privilegiato, sempre, i solisti: da Di Stefano a Cristiano. Nessuno ricorda l’allenatore del quinquennio, anche perché furono tre: Villalonga, Carniglia, Munoz. Al Real non si inventa, come fece l’Ajax di Cruijff con il calcio totale o il Barcellona di Guardiola con il tiki taka. Basta sfogliare l’album di famiglia: uno spunto prima o poi salta fuori. Zinedine Zidane, il tecnico che cucinò l’Atletico a San Siro e demolì la Juventus a Cardiff, ne è un raffinato cultore.

Jürgen Klopp, lui, pratica uno straordinario calcio “parziale”, votato all’azione verticale, essenziale. Lungi dal competere con il sinistro di Marcelo o le geometrie di Modric, il suo Liverpool si ciba di momenti, di pugnalate. Mané, Firmino e Salah ne incarnano lo spirito piratesco. Hanno bisogno di lanci, non di ricami; di affilata profondità, non di sofisticati intrecci.

Kiev, ore 20:45: c’è chi può tenere Bale in panchina e chi no. Non è ancora una sentenza, ma già un indizio.

Froome spiazza il Giro: leggenda da maglia rosa

“Primo classificato, Chris Froome. In attesa del secondo, trasmettiamo musica da ballo…”: lo speaker dell’arrivo a quota 1.908 vorrebbe ripetere quel che disse Niccolò Carosio alla radio per Coppi nel 1946, quando il Campionissimo arrivò solitario con un vantaggio mostruoso sugli avversari, nella prima eroica corsa del dopoguerra, la Milano-Sanremo. Invece, scandisce i secondi, i minuti. Un conto alla rovescia che si diffonde lungo le ultime rampe di una strada impiccata al cielo, intasata dai tifosi in delirio. La maglia rosa Simon Yates è affondata nell’oscuro labirinto della morte ciclistica, staccato quasi di 40 minuti. A tre minuti e rotti è segnalato Tom Dumoulin, che aveva vinto il Giro del 2017: dopo un feroce inseguimento, arranca sfinito sui tornanti assassini dello Jafferau. Cerca disperatamente di resistere, ma sa che ormai Froome è il nuovo padrone della corsa, quindi saggiamente limita i danni.

Gli altri che lo accompagnano in questa rincorsa dalle parvenze di una marcia funebre sono ormai figurine Panini, comparse di una tappa destinata alla piccola grande storia delle due ruote: il francese Thibaut Pinot si accontenta di essere terzo in classifica, il colombiano Lopes, la maglia bianca del miglior giovane, e l’ecuadoregno Carapaz difendono la quarta e la quinta posizione, che li consacra futuri campioncini. Staccati a minuti, il resto dell’intendenza.

Flashback: Froome taglia il traguardo alle fatidiche cinque della sera, e anche questo poetico dettaglio gonfierà la leggenda. È la madre di tutte le sue vittorie: inattesa, nelle dimensioni e negli effetti. Ha domato l’interminabile arrampicata al Colle delle Ginestre, Cima Coppi coi suoi 2.178 metri di quota di questo funambolico Giro 2018. È scattato a metà della salita, sorprendendo gli avversari al Colletto, dove iniziava il lungo tratto di sterrato, quando mancavano 83 chilometri all’arrivo, metà dei quali verticali. Una progressione inarrestabile, impietosa ha forgiato l’impresa.

Froome ha aumentato e consolidato il vantaggio in discesa e poi risalendo sul Sestriere. Lì, alle 16, era già maglia rosa virtuale. Ha resistito alla rincorsa di Dumoulin e Pinot. Ha affrontato con rabbia e determinazione l’ultimo ostacolo, il velenoso Jafferau, nove chilometri che sembrano infernali: dove è facile abbandonare ogni speranza, con quei tornanti secchi e le tossine delle salite precedenti. Ha conquistato la maglia rosa sbaragliando gli avversari. Pure la maglia azzurra di miglior scalatore. Si è vendicato di chi, come Tom Dumoulin, aveva detto alla vigilia della Grande Partenza da Gerusalemme: “Io nelle sue condizioni non sarei qui al Giro”. Le condizioni, cioè, di un corridore sub-judice per avere assunto un anti-asmatico vietato. Replica secco Froome: “Sono io che decido quando smettere”.

Ha scagliato il pugno destro alle nuvole che poco per volta si arruffano sulle vette di queste Alpi Cozie arrabbiate, offese dal taglio del Tav. Esulta, stremato: “L’unico modo per pigliare la maglia rosa era attaccare da lontano. Sapevamo che sarebbe stata una tattica folle. Ma mi sentivo bene, la condizione è cresciuta col passar dei giorni. Certo, è stato un rischio. Ma calcolato. Tutta la Sky ha approvato questa tattica crazy. La squadra è stata fantastica, aggressiva fin dai primi chilometri”.

Parla italiano – ha vissuto un anno a Brescia e uno in Toscana – lo alterna con un impeccabile inglese (ma è nato in Kenya). Ha percepito il cambiamento della folla nei suoi confronti: “Grazie mille, tifosi!”. Ha fatto finta di non vedere due tizi in cima alle Finestre che agitavano due contenitori spray per l’asma. Non celebra (ancora) la vittoria finale, “nulla è ancora garantito, ci sono le ultime salite a decidere”, quelle che portano da Susa a Cervinia oggi. Intanto si gode 40 secondi di vantaggio su Dumoulin, che è arrivato con la lingua di fuori. Il gran popolo del ciclismo il coraggio e l’incoscienza del campione, gli perdona i peccati. Chris è stato un po’ Pirata, ha corso alla Pantani, ha voluto dimostrare che non è soltanto il corridore telecomandato dalla Sky, l’uomo che pianifica le tappe come un ragioniere. Ha osato. Questa vittoria è la sua più bella. Più sofferta. Più cercata. Ha vinto quattro Tour, forse domani vincerà il suo primo Giro, “per me è la corsa a tappe più difficile e imprevedibile del mondo”.

Premio Campiello ’18 In cinquina Janeczek già nei 12 dello Strega

La giuria dei Letterati – in un’aula Magna del Bo piena e con il presidente della Fondazione Campiello Matteo Zoppas che ha dichiarato di puntare a far diventare il Premio il più importante d’Italia – ha scelto i cinque finalisti. La già candidata al Premio Strega Helena Janeczek con “La Ragazza con la Leica” (Guanda), biografia di Gerda Taro, compagna di Robert Capa. Francesco Targhetta, con “Le vite potenziali” (Mondadori). Davide Orecchio con “Mio padre la rivoluzione” (Minimum Fax). Ermanno Cavazzoni con “La galassia dei dementi” (La Nave di Teseo) e Rossella Postorino con “Le assaggiatrici” (Feltrinelli), uno dei casi editoriali dell’anno. Polemico il giurato e linguista veneziano Lorenzo Tomasin che si è detto sconcertato dall’assenza di stile “nel modo in cui gli autori maneggiano l’italiano. C’è dilagare di uno stile inodore, insapore, incolore. Una monotonia in cui spiccano poche pregiate eccezioni”. È stato consegnato anche il Campiello opera prima a Valerio Valentini per “Gli 80 di Camporammaglia” (Laterza).

“Corsivo o stampatello, la mano marca il segno”

Pubblichiamo il testo inedito di Francesca Biasetton, autrice de “La bellezza del segno”.

Nel corso degli anni, a causa della mia professione, mi è stata fatta più volte la seguente richiesta: “Fai la calligrafa, che bello, potresti interpretare la mia calligrafia?” e anche “avremmo piacere di averla in trasmissione, potrebbe interpretare la calligrafia degli altri ospiti…” Richiesta che evidenzia alcuni equivoci: viene confusa la calligrafia con la grafologia (due diverse discipline, entrambi valutano la grafia dal punto di vista delle forme: la bella forma delle lettere e la bella grafia l’una, lo studio della personalità in rapporto alla grafia l’altra). E anche la calligrafia con la grafia: la calligrafia è la pratica della bella scrittura manuale, seguendo regole che governano le forme e le proporzioni delle lettere a seconda dello stile e del modello a cui si fa riferimento. Altro è la nostra grafia, la scrittura “quotidiana” che utilizziamo – quando e se ancora scriviamo a mano, e non utilizzando la tastiera, quando impugniamo uno strumento e tracciamo le parole con la nostra grafia, invece di premere dei tasti che generano delle lettere tutte uguali.

Che siano i segni incerti di chi sta imparando a scrivere, o il corsivo di chi ha imparato “a quei tempi”, lo stampatello indecifrabile di chi non stacca la penna dal foglio (creando legature tra le lettere che generano confusione), o un mix informale e spensierato di segni; una nota su un foglio “volante”, un promemoria su un post-it, un’annotazione sulla tovaglietta di carta della trattoria; una lettera d’amore, un indirizzo su una busta (o una poesia, vero Emily Dickinson?); gli appunti di studio su un quaderno, la lista della spesa su un foglietto, la bozza di un racconto su fogli sparsi; una dichiarazione – di pace, di guerra – su uno striscione, uno slogan su un muro. Che sia con la matita – grigia, colorata, rossa! – con la biro o con la stilografica, con un roller o un pennarello, un pennello, lo spray: blu come il mare, “nero su bianco”, a colori… Segni, successione di segni, righe di segni – tracce del movimento della mano: spigolosi, tondeggianti; in corsivo o in stampatello, un ritmo ordinato o un groviglio disordinato, che invita alla lettura o decifrabile con difficoltà. E poi c’è la firma che assume il ruolo di testimonianza della nostra presenza: sono io, sottoscrivo, sono d’accordo, è da te per me. O l’autografo, che è una firma particolare, testimonianza di un contatto con qualcuno che riteniamo speciale: io c’ero, l’ho incontrato, e questo autografo ne è la prova. La documentazione cartacea, che ha riempito (riempiva?) le case e gli archivi, porta con sé informazioni che ci aiutano a ricostruire il nostro passato – diari, corrispondenze, registri contabili, atti di proprietà, quaderni, prime stesure – non solo attraverso i loro contenuti. La loro fisicità ci informa sui materiali di supporto a questi testi, sugli strumenti utilizzati per scrivere, che a loro volta hanno influenzato la forma delle lettere e lo stile della scrittura. Sfogliando questi documenti manoscritti abbiamo la sensazione di accedere a qualcosa di speciale, di poter “curiosare” tra le carte dell’autore, assistere al processo della creazione – cancellature, correzioni, note a margine, testi “in divenire” – e vivere un’esperienza che difficilmente un testo stampato potrà trasmetterci. Come la nostra voce, il nostro volto e la nostra andatura, anche la nostra scrittura ci assomiglia, presenta caratteristiche che la rendono diversa e unica. Certo l’agilità e la velocità garantite dalle nuove tecnologie sono funzionali per il lavoro e le comunicazioni, ma non ci danno accesso ai contenuti emotivi. Tvb raggiungerà velocemente il destinatario, ma sarà uguale nella forma e nel contenuto a tutti i Tvb digitati. Certo più veloce, ma siamo sicuri che la velocità sia sempre e comunque necessaria? Pensiamoci quando il nostro smartphone ci notifica l’arrivo di una mail mentre siamo in vacanza… È comunque inutile contrapporre i due sistemi, ognuno è necessario e funzionale alla specifica situazione: cosa si vuole dire, come si vuole dire. Senza trascurare che scrivere a mano o con la tastiera sono due processi diversi anche da un punto di vista mentale: la possibilità, attraverso una combinazione di tasti, di “tornare indietro”, e i suggerimenti del correttore automatico influenzano il nostro rapporto con i contenuti. Ma qui si entra in un altro campo, e i calligrafi, tecnici della scrittura, stanno a guardare, continuando a scrivere, a mano…

Tutti contro Rajoy. Spagna: 3 elezioni in 2 anni

Una risposta serena, ferma, di Stato e costituzionale. Perciò presentiamo una mozione di sfiducia a Rajoy, per restituire dignità alla nostra democrazia, ristabilire le regole del gioco, difendere la Costituzione e recuperare la normalità nella vita pubblica”: così il leader del Psoe Pedro Sánchez annuncia quella scelta che Pablo Iglesias di Podemos gli chiedeva di compiere da un anno “per sloggiare i corrotti che sono al governo dello Stato”. Il giorno dopo la sentenza sul caso Gürtel, la principale trama di corruzione con il coinvolgimento del Partido Popular, che ha distribuito un totale di 351 anni di prigione a 29 dei 37 imputati, di cui 51 anni al capofila Francisco Correa e 33 all’ex tesoriere del PP Luís Barcenas, ai tempi in cui Mariano Rajoy era direttore delle campagne elettorali del partito. Ha condannato il PP “a titolo lucrativo” per essersi intascato 245.000 euro provenienti dalla trama e ha avallato l’esistenza di un bilancio parallelo nel partito, rimpinguato con le donazioni di imprenditori in cambio dell’aggiudicazione di opere pubbliche, screditando perciò la testimonianza di Rajoy che ne aveva negato la realtà.

Una mozione, secondo il segretario socialista, per andare al governo alle sue condizioni, con un programma di emergenza sociale e la rigenerazione della vita democratica del paese e convocare quindi nuove elezioni. Non subito, come vorrebbe Ciudadanos col vento in poppa dei sondaggi, ma quanto prima, assicura Sánchez, che punta a fare la campagna elettorale dalla Moncloa.

Qualche ora dopo gli risponde un Rajoy teso, infastidito anche dal dover rinunciare alla trasferta per la finale della Champions in cui gioca il “suo” Real Madrid. Appena due giorni prima era convinto di poter concludere la legislatura nel 2020, dopo che il Partito nazionalista basco gli aveva consentito, coi suoi voti, l’approvazione del bilancio per il 2018, senza più condizionarla alla fine del commissariamento in Catalogna. Ancora vigente perché c’è un presidente ma non un esecutivo a Barcellona: il governo spagnolo si rifiuta infatti di pubblicare sulla gazzetta ufficiale la nomina dei consiglieri, perchè tra di essi vi sono Turull e Rull in carcerazione preventiva e Comín e Puig a Bruxelles.

“È una mozione che va contro la stabilità, fatta nell’unico interesse di Sánchez”, scandisce velenoso Rajoy e annuncia che ricorrerà la sentenza.

Questa volta la mozione di sfiducia potrebbe passare, perché Sánchez chiede il voto a tutti i 350 deputati e deputate senza escludere nessuno. Finora Podemos gli ha manifestato il suo appoggio, Esquerra Republicana e il Partit Demòcrata Català il loro interesse a sostenerla. Molto meno disponibile invece Junts per Catalunya – che va oltre il PDeCat ma non è presente nel Congreso – che non dimentica le accuse di razzismo rivolte dal leader socialista nei giorni scorsi al movimento indipendentista catalano e al presidente della Generalitat Torra. Se, come probabile, anche la rappresentanza della sinistra indipendentista basca Bildu sosterrà la mozione del Psoe, allora si arriverebbe a 175 voti, uno in meno della maggioranza assoluta. Dipenderà a quel punto dai 5 deputati baschi del PNV, perché Ciudadanos ha già detto che non sosterrà una mozione votata dagli indipendentisti e comunque non ha alcun interesse a tirare la volata a un governo Sánchez.

Il regista deportato: “Felice di morire durante i Mondiali”

“Sono felice se morirò durante la Coppa del mondo, così attirerò l’attenzione sui prigionieri politici ucraini”. Lo sciopero della fame nella sua cella siberiana in Yakuzia il regista Oleg Sentsov l’ha iniziato dieci giorni fa per “i 64 detenuti politici ucraini” e non per se stesso, ha detto l’artista condannato dalle autorità russe a 20 anni di galera per terrorismo. Dopo essere stato accusato di sabotaggio in Crimea, l’11 maggio 2014 è stato arrestato dall’Fsb russo nella penisola, poi trasferito in un carcere a latitudini siderali.

Liberate Sentsov prima del fischio d’inizio delle partite di calcio. L’appello delle ong arriva a tre settimane dall’inizio dei Mondiali in Russia. Il suo rilascio è stato chiesto anche dall’Assemblea del Consiglio d’Europa. “Ci aspettiamo che il presidente francese Macron porti la questione sul tavolo al forum di San Pietroburgo dove è atteso”, ha detto Maria Tomak, coordinatrice delle ong a Kiev. L’avvocato di Sentsov, Dimitry Dinze, ha idee diverse: “Mondiali o non Mondiali, ho paura che Oleg finirà morto in una prigione russa”.

Nel 2014 prima delle Olimpiadi invernali a Sochi “il Cremlino ha liberato prigionieri di alto profilo: l’ex tycoon Mikhail Khodorkovsky, gli attivisti di Greenpeace, due membri delle Pussy Riot”, scrive Human Right Watch. L’ong chiede un atto di clemenza anche stavolta, altri invece attendono un reciproco scambio prigionieri tra le Capitali.

Il giornalista Kirill Vyshynsky, direttore di Ria Novosti Ucraina, organo di stampa statale russo, è stato arrestato 10 giorni fa a Kiev. Uomini a volto coperto dell’Sbu, servizi segreti ucraini, l’hanno arrestato nel suo appartamento perché membro di una “struttura mediatica sovversiva”, “simpatizzante delle Repubbliche autoproclamate del Donbass”, ha detto il direttore dei servizi Viktor Kononenko.

Se Mosca applica la linea dura, Kiev non usa quella morbida. Le patrie sorelle in guerra si assomigliano nei metodi, si replicano nelle tattiche, si emulano nelle strategie. Il decreto presidenziale contro i giornalisti russi firmato 10 giorni fa è entrato in vigore: in Ucraina i giornalisti russi non sono più graditi, i loro fondi congelati con effetto immediato. “Chiediamo alle autorità di Kiev di tornare indietro sul divieto emanato contro i media russi, combattere la propaganda con la censura è non-democratico” ha detto il Cpj, Comitato protezione giornalisti. Dopo gli appelli per liberare il regista, sono cominciati quelli per il giornalista. Si è concluso con quelli contro la repressione della libertà di stampa.

Mariana Betsa, portavoce del Ministero degli Esteri ucraino, ha detto che si sta considerando di aprire la cella di Vyshynsy a Cherson, dove è detenuto, se per Sentsov verrà fatto lo stesso in Siberia. La sua omonima a Mosca, Maria Zakharova, potente alfiere del ministro degli Esteri Serghei Lavrov, ha detto invece che l’arresto del giornalista semplicemente “fa parte della campagna anti-russa”. Il caso Vyshynsky a qualcuno ha ricordato quello del reporter ucraino Roman Sushenko, corrispondente dell’Ukrainform, ammanettato a Mosca nel 2016 perché entrato nel paese senza visto giornalistico. Sushenko tentava “di carpire informazioni classificate sull’esercito russo”. Secondo Mosca è “un membro operativo dell’intelligence ucraina” ed è stato condannato a 20 anni di carcere.

Se il Cremlino russo parla, la Rada ucraina non sta zitta. Il presidente Poroshenko, di nuovo, ha replicato: “Insieme a tutti gli altri prigionieri politici, riporteremo Sushenko a casa”. Come la Crimea.

Venerdì della rabbia Leila non fu uccisa dagli israeliani

Leila al-Ghandour aveva appena otto mesi il 14 maggio, giorno in cui Hamas ha organizzato una delle “marce del ritorno” al confine fra Gaza e Israele, che è stata la più sanguinosa in termini di vittime e scontri. Leila, dissero i familiari, morì per colpa dell’esercito israeliano, avendo respirato i gas lacrimogeni.

Da ieri il suo nome è stato rimosso dalla lista del ministero della Salute di Gaza. Nonostante la versione della famiglia avallata proprio dal ministero, Leila è morta per cause naturali: alla verità si è giunti grazie anche al New York Times che – citando parenti della bambina – ha riportato che soffriva di un difetto cardiaco congenito. Copie di referti dell’ospedale in cui è stata assistita la bambina, ottenute dal Guardian, parlano di “difetti cardiaci sin dalla nascita”, che hanno provocato un “grave arresto della circolazione del sangue e respiratorio”. Hamas non desiste: anche ieri ci sono stati scontri al confine per il nono “venerdì della rabbia”.

I numeri sono forniti da fonti palestinesi, fra cui l’agenzia Maan, che parla di 41 feriti, colpiti o dai militari israeliani o intossicati dai lacrimogeni. Il portavoce dell’Idf (l’esercito di Tel Aviv) ha riferito di un ordigno scagliato dai dimostranti contro soldati dislocati sul confine, i militari sono rimasti indenni, inoltre, a più riprese squadre di palestinesi hanno cercato di sabotare infrastrutture sul confine. La tensione non si placa: Yahya al-Sinwar, leader di Hamas a Gaza, ha fatto appello a nuove proteste in occasione del 5 giugno, anniversario della Guerra dei Sei Giorni, combattuta nel 1967 quando Egitto, Siria e Giordania cercarono di cancellare lo stato ebraico. La guerra si concluse per gli stati arabi con una sconfitta, Israele conquistò la Cisgiordania e Gerusalemme Est strappandole alla Giordania, la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all’Egitto, e le alture del Golan, a cui dovette rinunciare la Siria.

Weinstein, un bastardo senza gloria: dagli Oscar alle manette

Esterno giorno, New York, primo distretto di polizia, quartiere Tribeca. Da un Suv nero esce un uomo con un completo scuro, maglione azzurro, camicia bianca, in mano due libri: Something Wonderful: Rodgers and Hammerstein’s Broadway Revolution di Todd S Purdum, e Elia Kazan: A Biography di Richard Schickel. L’uomo entra nell’edificio.

Seconda scena, esterno giorno. La porta del distretto si apre, lo stesso uomo non stringe più i libri perché ha i polsi ammanettati dietro la schiena in mezzo a due agenti in borghese. Sembra la vittoria della giustizia: quell’uomo è Harvey Weinstein, 66 anni, ex “dio” della fabbrica del cinema americano, sommerso da una valanga di accuse di abusi e molestie sessuali. Alcune sono state formulate agli investigatori – fra Los Angeles e New York – e ora si è arrivati, per la prima volta, all’arresto. Ma come in una puntata di Law and Order-Special Victims Unit (la serie che si occupa dei reati a sfondo sessuale), c’è una seconda parte della storia.

Interno giorno, aula di tribunale. Il produttore è in compagnia del suo avvocato, Benjamin Brafman: accetta di pagare la cauzione di un milione di dollari con un assegno e torna in libertà con un braccialetto elettronico ad una caviglia che, in teoria, dovrebbe segnalare la sua posizione ogni istante della giornata; consegnato il proprio passaporto, Weinstein potrà spostarsi “solo” fra gli stati di New York e Connecticut.

Le accusatrici – quelle che si sono esposte con le denunce alle forze di polizia e le altre che hanno preferito i media – assieme al movimento #MeToo segnano un punto a loro favore da quando, lo scorso ottobre, le denunce travolsero il mogul. Ma la battaglia vera inizia ora. L’avvocato Brafman prepara il terreno perché questo non sarà un processo qualsiasi, ma “il” processo, come ai tempi del caso O. J. Simpson: “Il signor Weinstein si dichiarerà non colpevole. Intendiamo procedere con rapidità per smontare queste accuse che riteniamo viziate dal punto di vista costituzionale e non sostenute in maniera concreta da prove”. E prosegue: “Riteniamo che alla fine del processo il signor Weinstein verrà scagionato. Il signor Weinstein ha sempre sostenuto che ogni attività sessuale sia stata consensuale e nega in maniera veemente ogni accusa. Prevedo che dopo il controinterrogatorio, le accuse non verranno ritenute credibili da 12 persone”. Riferendosi ai giurati. “A patto – conclude il legale – che otteniamo 12 persone corrette”.

Weinstein è accusato di violenze sessuali di primo e terzo grado e di crimini sessuali contro due donne, fatti avvenuti nel 2004 e nel 2013; si tratta dei casi di Laura Evans e Paz De La Huerta: secondo le denunce, la prima fu costretta a un rapporto sessuale con la scusa di un colloquio (la vittima, all’ultimo anno di università, aspirava a entrare nel mondo del cinema). Il procuratore Cyrus Vance – un nome che da solo vale un film – sostiene che “le accuse riflettono i progressi significativi in questa indagine ancora in corso” e, ringraziando le “coraggiose sopravvissute” che si sono fatte avanti, ha esortato le altre vittime a fare lo stesso.

Sono 75 le donne che hanno puntato il dito contro il produttore che per anni invece è stato ritenuto un protettore, tanto da essere ringraziato pubblicamente sul palco degli Oscar. Rose McGowan ha sostenuto di essere stata violentata nel 1997, Annabella Sciorra disse di essere stata aggredita a New York nel suo appartamento, nel 1992; l’attrice norvegese Natassia Malthe descrisse un episodio di abusi sessuali avvenuto a Londra nel 2008, mentre si trovava nella sua stanza in hotel. A loro, fra le altre, si aggiungono Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie. In Italia, è stata Asia Argento a svelare in che modo era finita nella tela del ragno.

Il caso è stato aggiornato al 30 luglio. Proseguono le altre inchieste, a Los Angeles e Londra. Per Weinstein sarà una lunga estate calda.

Schifani non risponde ai magistrati sul caso-Montante

Si sono avvalsidella facoltà di non rispondere davanti ai pm di Caltanissetta l’ex presidente del Senato Renato Schifani, l’ex capo dell’Aisi Arturo Esposito e il docente universitario Angelo Cuva indagati per rivelazione di segreto istruttorio nell’inchiesta sull’ex presidente di Sicindustria Antonello Montante, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Schifani, senatore di Fi, ha depositato ai magistrati una richiesta di trasferimento degli atti alla Procura di Palermo competente a indagare, secondo i suoi legali, visto che i presunti reati di rivelazione del segreto investigativo e favoreggiamento a lui contestati sarebbero stati commessi nel capoluogo. Hanno invece risposto, respingendo le accuse, gli altri indagati interrogati: l’ex direttore dello Sco della polizia Andrea Grassi e Andrea Cavacece, capo reparto dell’Aisi.

Secondo i magistrati Montante avrebbe organizzato una rete di spionaggio corrompendo esponenti delle forze dell’ordine e dei Servizi per acquisire notizie sull’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa aperta a Caltanissetta. Finito ai domiciliari, è stato portato in carcere perché tentava di inquinare le prove.