La Germania ci molla schiaffi pure sul violino d’epoca rubato

Non tornerà in Italia lo strumento donato al Conservatorio di Torino dall’“angelo del violino” Teresina Tua, musicista che, nonostante le umili origini, suonava per i maggiori compositori europei di fine Ottocento. È bloccato a Berlino dove le autorità hanno rifiutato di eseguire quanto chiesto dalla procura di Torino contro due presunti ricettatori. Per questo il pm Andrea Padalino ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta nata per uno strano caso. Nel 2010 Antoine Saad, violinista egiziano, propone al conservatorio “Giuseppe Verdi” l’acquisto di un Gand & Bernardel del 1879 da 30mila euro. Dopo alcuni controlli, il personale del conservatorio nota che è uno dei violini della collezione “Tua” della scuola rubato nel 1988. All’offerta, il conservatorio non risponde. Tempo dopo rilancia la proposta il gallerista Roberto Contini. A quel punto, nel 2012, l’allora presidente Vittorio Sette denuncia tutto ai carabinieri. La procura indaga Saad e Contini per concorso in ricettazione ed esportazione illecita di beni culturali, chiede il sequestro del Gand & Bernardel e, tramite le autorità tedesche, fa perquisire le loro abitazioni scoprendo che nel frattempo il violino è stato venduto per 27mila euro a una coppia di violinisti di origine italiana componenti della Berliner Philharmoniker. A quel punto Berlino si ferma: non crede al furto e reputa lecito l’acquisto. “L’autorità tedesca teneva nei confronti di quest’ufficio e del conservatorio un atteggiamento ‘sospettoso’”, scriveva il pm nella richiesta di archiviazione. La procura prova a mandare una consulente in Germania a riconoscere lo strumento musicale, ma non basta. “Nell’aprile 2014 perveniva una missiva da parte dell’autorità tedesca in cui riteneva chiusa la rogatoria in atto e rigettava di fatto la richiesta di restituzione”. Chiede allora all’avvocatura di Stato di avviare delle cause in Germania, ma tutto si arena. A quel punto il pm ha dovuto arrendersi.

Il Vaticano non accetta i gay (ma solo se seminaristi)

Incontrando i membri della Cei in Vaticano, Papa Francesco ha fatto un’affermazione importante: evitate, ha detto il papa ai vescovi italiani, di fare entrare gay in seminario e allontanate gli studenti sulla cui identità sessuale nutriate anche il minimo dubbio.

Il papa ha così ribadito, anche su questo punto in perfetta continuità con i suoi predecessori, la cattolica tolleranza zero verso i gay, l’esclusione assoluta degli omosessuali dalla vita della Chiesa. Se si tratta di semplici fedeli, essi, pur presentando, come recita il Catechismo, “un’inclinazione oggettivamente disordinata”, possono essere accolti con misericordia, ma solo a patto che rinuncino a ogni forma di vita sessuale e si mantengano casti e puri. Nel caso di coloro che tra costoro aspirino invece a diventare sacerdoti, ha ricordato il papa, la sola inclinazione deve divenire causa di immediata esclusione.

Le parole di Francesco ci comprovano che il papa è a conoscenza dell’esistenza e delle dimensioni del “problema”, come lui lo ha definito. Dopo esserci occupati del clero pedofilo, ha dichiarato il papa accostando i due fenomeni, dovremo occuparci anche di quello omosessuale. La premessa da cui è partito il papa è corretta: i seminari sono strapieni di gay, così come poi di conseguenza lo sono le case parrocchiali, i monasteri e le altre strutture cattoliche. Alcuni seminaristi e preti omosessuali si astengono dall’avere una vita sessuale attiva, molti altri no.

Dalla letteratura scientifica internazionale giungono delle interessanti conferme di questo dato. Uno dei più autorevoli studiosi della vita sessuale del clero, Richard Sipe, ha sostenuto, analizzando un campione di grandi dimensioni, che circa il 30 per cento del clero americano è omosessuale e che un terzo di questo 20 per cento ha una vita affettiva e sessuale attiva, talvolta accompagnata da un grave senso di colpa. A parere di altri studiosi, il dato fornito da Sipe è da correggere: secondo Nines, più del 40 per cento del clero è omosessuale, mentre secondo Cozzens la stima va corretta verso l’alto e i preti gay sono tra il 45 e il 50 per cento del totale. L’esistenza di una vera e propria subcultura gay nei seminari è confermata (talvolta con fastidio dai chi ne è escluso) dai risultati di altre ricerche sociologiche.

Al di là di quali siano le sue dimensioni reali, io credo che, se vogliono davvero mettere al bando l’omosessualità tra i funzionari dell’organizzazione, il papa e i vescovi debbano assumere alcune decisioni potenzialmente assai dolorose. Ad esempio, il papa dovrebbe iniziare con l’allontanare dalla Chiesa i vescovi “anche solo sospettati” (per usare il suo linguaggio) di essere omosessuali.

La stessa durezza andrebbe usata da parte dei vescovi nei confronti del clero loro sottoposto e soprattutto nei confronti di rettori, prefetti e insegnanti incaricati di formare i futuri preti. Con quale credibilità un rettore di seminario omosessuale può espellere un seminarista gay? E cosa succede, quale dinamica psicologica si instaura, se un prete gay diventa il padre spirituale di un seminarista altrettanto omosessuale? In secondo luogo, bisognerebbe che la Chiesa potenziasse i suoi strumenti inquisitori per scovare, anche rafforzando il ricorso a psicologi professionisti, la presenza di gay tra gli studenti dei seminari. Una rigorosa attività inquisitoria è necessaria perché i seminari sono affollati da ragazzi che non sono consapevoli o che non accettano la loro “inclinazione” verso persone dello stesso sesso e che vanno in seminario proprio per non porsi il problema della loro sessualità, per rimuoverlo. Inoltre, per rimediare al fatto che l’espulsione dei gay determinerebbe un vero e proprio crollo nelle vocazioni, e tenuto conto che la Chiesa europea è già, da questo punto di vista, in una situazione difficilissima, occorrerà incoraggiare fortemente l’importazione di funzionari provenienti da quei territori (ad esempio, l’Africa) dove c’è grande abbondanza di clero. Infine andrebbe probabilmente scoraggiato il ricorso a un abbigliamento troppo tradizionale, fatto di lunghe sottane, pizzi e svolazzi vari, dietro il quale spesso si cela un’omosessualità più o meno repressa.

Fatto un sommario elenco di cose che la Chiesa dovrebbe fare se volesse combattere la presenza dei gay al suo interno, rimane da dare un modesto consiglio ai gay cattolici. Esso è presto dato: perché ostinarsi a sperare che venga qualche apertura da un’organizzazione irriducibilmente nemica della libertà e della diversità sessuale? Perché non scegliere un altro luogo, e ce ne sono (penso ad esempio, alla chiesa valdese), dove trascorrere serenamente la propria esistenza di cristiani e di omosessuali, venendo accettati e considerati esseri umani perfettamente uguali a tutti gli altri?

La Berlinguer e il Corona della caverna platonica

Salvini e Di Maio? Albano e Romina? Conte e Mattarella? Ma va’. La coppia dell’anno è Bianca Berlinguer e Mauro Corona, ultima evoluzione della linea Crozza nata con il Ballarò di Giovanni Floris. Da allora nessun talk si nega un’apertura frizzantina, e il salto di specie ci porta a Corona erede della Littizzetto su Rai3. Tecnicamente, Corona sarebbe uno scrittore di natura selvatica e ruspante. Spregia la civiltà, si nutre di bacche, radici e valpolicella; però accetta di fare il Bukowski a gettone in Tv meglio di quanto potrebbe farlo Crozza, a riprova che la Tv dà dipendenza più del valpolicella. Si può capirlo. Questo oggi sono gli scrittori, invisibili, a meno che non vogliano fare i comici. Il resto è chimica, e quella tra Berlinguer in studio e Corona in collegamento dalla caverna platonica è da colpo di fulmine. Il gioco delle parti s’ispira proprio al due Fazio-Littizzetto; Bianca fa la seria, la perplessa, la scandalizzata al bisogno; il Bukowski dell’osteria accanto picchia duro: “Lo sa perché non mi candido? Perché ho tre processi in corso per ubriachezza molesta” “Davvero?” “Certo, più uno per interruzione di funzione religiosa” “Ah, però”. “Questo Conte, chi lo conosce? Tutti pensano sia il calciatore. In che paese viviamo, dove saltano fuori dal nulla perfetti sconosciuti!”. Eh già: nel regno della videocrazia se sei dentro i media l’ultimo dei nessuno diventa qualcuno; ma finché ne sei fuori non sei nessuno, e nessuno può saperlo meglio di Mauro Corona.

Promemoria su media e politica al nuovo leader

“I giornalisti – disse loro l’ambasciatore – sono creature singolari e di una immensa vanità, paragonabile solo a quella degli attori. Vanno assecondati e mai contraddetti”

(da “Il ritorno a Stomersee” di Boris Biancheri – Feltrinelli, 2002 – pag. 95)

 

Illustre professore, lei non avrà certamente bisogno di consigli, tantomeno non richiesti, per l’ardua impresa che si accinge a compiere, alla guida di un esecutivo – mai il termine fu più appropriato – che deve realizzare un contratto altrui. E da giurista, docente di Diritto privato e Diritto civile, nessuno meglio di lei conosce le insidie e le difficoltà di un’operazione così ardita. Ma consentirà a un veterano di questo mestiere, da pugliese a pugliese, di offrirle qualche modesto suggerimento mediatico, mentre si avventura da premier “terzo” nella giungla della comunicazione politica.

Eviti, innanzitutto, di dare del “tu” ai cronisti parlamentari, ai commentatori e agli editorialisti. Un eccesso di confidenza può provocare solo equivoci o danni alla sua persona e al suo governo. Mantenga le distanze istituzionali che le competono.

Abolisca i vertici notturni a Palazzo Chigi. Le persone abituate a lavorare o a studiare, in genere si svegliano presto e la sera vanno a dormire prima di Porta a Porta. Il mattino ha l’oro in bocca e la notte porta consiglio, come raccomanda la saggezza di quel popolo che ha voluto il suo governo.

Si sottragga all’assalto dei cronisti politici, armati di taccuini, microfoni, registratori e telecamere, pronti a infilarle un “gelato” in bocca, sotto il naso o negli occhi, pur di estorcerle una dichiarazione o anche solo una “battuta”. Adotti la formula anglosassone del “no comment”. Parli soltanto quando decide di parlare e ha qualche cosa di nuovo o di importante da dire.

Si astenga, almeno per un anno di quarantena, dai talk show televisivi: sono trappole mediatiche che spesso si trasformano in gogne mediatiche. Qualsiasi cosa venga detta può essere usata contro di lei. E i rispettivi conduttori, più ospitali e reverenziali si mostrano e più infidi sono.

Rifiuti, per lo stesso periodo, di rilasciare interviste ai giornali o ai telegiornali. Per uno che ne accontenta, ne scontenta altri dieci. E così si fa solo nemici.

Non accetti inviti a cena di editori, imprenditori o finanzieri più o meno d’assalto. Soprattutto si tenga alla larga dalle terrazze tentacolari di Roma, come quelle rappresentate nella Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. La sera spesso il clima della Capitale è umido e si rischia di prendere il virus di qualche influenza indebita.

Non consegni a nessuno confidenze riservate né tantomeno anticipazioni sui provvedimenti del governo. Dal gossip all’insider trading, il passo è breve. E non pronunci mai la fatidica frase “lo dico solo a lei”, perché può diventare un’istigazione a delinquere.

Non prenda la cattiva abitudine di fare o ricevere telefonate quotidiane dai direttori dei giornali – neppure da quello del Fatto, lo dico a mio rischio e pericolo – che pretendono di spiegarle come deve governare. Piuttosto, faccia di testa sua. Se sbaglia, avrà quantomeno la consolazione di aver sbagliato in proprio. E infine, affidi al suo capo ufficio-stampa o al suo portavoce il compito di parlare in prima battuta con i giornalisti. Poi potrà sempre correggerlo, smentirlo o al limite rimuoverlo, come fece al Quirinale perfino Sandro Pertini con il povero Antonio Ghirelli.

Auguri di buon lavoro, signor presidente incaricato, nell’interesse più nostro che suo.

All’improvviso tutti scoprono la Costituzione

La lunga fase di formazione di questo governo ha avuto un merito: la riscoperta della Costituzione anche da parte di coloro che da anni la trattano con grande disinvoltura, cercando di modificarla piuttosto che di rispettarla. L’attenzione si è fatta particolarmente forte quando il M5S ha avviato un confronto politico con la Lega, producendo il testo di un accordo di governo, di prassi in Germania, ma che in Italia ha destato reazioni che vanno dallo scandalo all’irrisione, fino a un’infondata preoccupazione per le procedure costituzionali.

Questa rinnovata attenzione per la Costituzione consiglia di stare al testo dell’art. 92, secondo cui “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Ora, non è una novità che i partiti politici che intendono sostenere il governo avanzino richieste di ministeri per loro esponenti o per personalità d’area. Questo accade da sempre in Italia come altrove. Naturalmente, è vero che queste richieste debbono essere formulate in modo da risultare rispettose dei ruoli istituzionali riservati al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, ma ciò non toglie che, ove un partito si ritenesse eccessivamente deluso rispetto alle proprie richieste, probabilmente non voterebbe la fiducia, come fece, ad esempio, il Pri rispetto al settimo governo Andreotti. Mentre in quel caso, però, l’appoggio non era determinante, per il nascituro governo Conte, quello di ciascuno dei due soli partiti che compongono la maggioranza lo è.

La questione di cui però più si discute da alcune ore è se il presidente della Repubblica possa bloccare la nomina di uno o più ministri. In merito, il già ricordato art. 92 è – come spesso accade – sintetico, lasciando aperti i margini per una sua applicazione che risente anche degli equilibri politici che vengono a determinarsi. È chiaro però che la nomina spetta al presidente della Repubblica, come lo è altrettanto che il medesimo non può procedere autonomamente, ma solo su impulso del presidente del Consiglio che avanza la proposta.

Per comprendere cosa possa eccepire il presidente della Repubblica rispetto alla proposta del presidente del Consiglio dobbiamo fare riferimento al suo ruolo, che – come noto – è di garanzia ed estraneo alla determinazione dell’indirizzo politico. Quindi, egli, ad esempio, non solo potrebbe, ma addirittura dovrebbe, respingere proposte di persone prive dei requisiti (ad esempio interdette dai pubblici uffici) e certamente potrebbe – come si dice abbia fatto – non accogliere proposte fortemente discutibili sul piano dell’opportunità, come la nomina del proprio difensore di fiducia a ministro della Giustizia.

Viceversa, in considerazione del suo ruolo non politico, il presidente non può respingere una proposta perché le idee politiche del ministro indicato non gli piacciono, a meno che queste non finiscano per incidere sullo stesso assetto costituzionale della Repubblica, a partire dai suoi principi fondamentali, di cui il presidente è garante. Infatti, il suo ruolo, prima di risultare dalla individuazione dei singoli poteri, è raccolto nell’art. 87, comma 1, della Costituzione in base al quale egli è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

Certamente questi confini non sempre risulteranno tracciati in modo netto, ma soprattutto in una situazione delicata come quella relativa alla formazione di un governo che unisce forze politiche distanti tra loro, il presidente della Repubblica e quello del Consiglio saranno prudenti nel reciproco riconoscimento degli spazi che il ruolo, più ancora che la lettera della Costituzione, assegna loro. Altrettanto prudentemente, e con discrezione anche maggiore, però, devono muoversi le forze politiche di maggioranza; altrimenti il risultato più probabile è quello portare nell’immediato al fallimento della formazione dell’esecutivo.

Non è democrazia, È bonapartismo

Avete presente la scena di Amleto che indica una nuvola dicendo che somiglia a un cammello e trova d’accordo Polonio? Poi il pallido prence dice che la nuvola somiglia invece a una donnola, e l’altro gli dà ragione, e così pure quando dice che sembra una balena. Ecco, non avrà per caso Shakespeare voluto parodiare con profetica preveggenza i rapporti tra leader e aderenti a un partito, forse non solo in Italia e forse non solo oggi, ma certamente nell’Italia d’oggi? Con la differenza che Polonio si adegua alle cangianti opinioni del suo interlocutore perché pensa che sia pazzo, mentre nei nostri partiti ci si adegua alle cangianti opinioni del leader perché si pensa, o si finge di pensare, che sia un genio.

Il risultato è una dialettica tra base e vertice che ricorda quella tra sergente e truppa in marcia: Avanti march… Destr riga… Sinistr riga… Dietro front… Una (non) dialettica a senso unico, se la scelta della via da percorrere spetta sempre e solo al capo del partito, mentre tutti gli altri sono chiamati tutt’al più a ratificare con plebisciti organizzati ad hoc scelte calate dall’alto. Magari non è solo fumo negli occhi, ma non chiamiamo democrazia quello che si chiama bonapartismo: un bonapartismo senza Napoleone, ma non senza qualcuno che crede di essere Napoleone, o magari il Re Sole, convinto che il partito sia lui. A riprova di questo, un dettaglio rivelatore –perché il buon Dio, come si sa, è nei dettagli; e il diavolo pure − è la… singolare prima persona singolare adoperata dai leader quando parlano a nome e per conto del proprio partito. D’altra parte, è comprensibile che un leader si senta ronzare continuamente nelle orecchie il “Sei tutti noi” dei suoi devoti. No, bisognerebbe però dire a costoro, nessuno può essere tutti voi. A maggior ragione se quando parla anche a nome vostro non dice “noi” ma “io”, quasi che riconoscendovi aprioristicamente in lui vi foste completamente annullati in lui. Persa la bussola dell’ideologia, troppo spesso rivelatasi uno strumento che porta a sbattere sugli scogli, i partiti e i loro succedanei, hanno pensato bene di affidarsi a qualche presunto grand’uomo per farsi guidare da lui come meglio crede. Conseguenza? Un paese di sessanta milioni di abitanti in mano a quattro persone, costretto a trattenere il respiro in trepida (e non poco avvilente) attesa di sapere se e cosa di volta in volta quelle persone hanno deciso, generalmente a due a due. E che persone, del resto. Un pregiudicato spregiudicato, a dir le cui virtù – a parte qualche milione di altre cose – basta il sorriso stampato sulla sua faccia in similbronzo quando auspica che le sorti di uno stato siano affidate a lui che, come risulta per tabulas, lo ha frodato in modo ignobile: sarà che condivide le considerazioni che furono alla base della nomina di un ladro e truffatore come Vidocq a capo della polizia. Poi un ossimoro vivente (non è una parolaccia, eh) che si è sistemato pour la vie come politico professionista dell’antipolitica, continuando a tuonare contro i professionisti della politica. E un altro ossimoro vivente, capo politico di un partito a democrazia diretta, che ti mette davanti a una alternativa secca: o lui ne è davvero il capo, e la democrazia diretta di quel partito è un fandonia; o il suo è davvero un partito a democrazia diretta, ed è una fandonia che lui ne sia il capo. Infine, un caro leader che vive di rendita sul mito fondativo della sua superiore statura politica costituito da una vittoria alle Europee del 2014, che se una cosa dimostra, alla luce delle tante sconfitte che l’hanno seguita, è che all’apertura di credito ottenuta dagli elettori tre mesi dopo la presa di potere, quando ancora lo conoscevano poco, è subentrata una crescente mancanza di fiducia via via che hanno avuto modo di conoscerlo meglio. Quanto ai militanti di partito al seguito di questi leader, l’impressione è che la loro educazione politica sia stata ispirata a una frase di don Milani lievemente modificata: da “l’obbedienza non è più una virtù” a “l’obbedienza è l’unica virtù”, avendo come canone fondamentale il detto evangelico “sia il vostro parlare sì, sì; no, no”, anch’esso però lievemente modificato – amputandolo delle ultime due parole – in “sia il vostro parlare: sì, sì”. Non che tutti i militanti acriticamente proni alle decisioni dei capi-partito lo siano però per conformismo e spirito gregario. Ce ne sono diversi che attribuiscono doti sovrumane e poteri miracolosi al loro leader a giusta ragione, e cioè per averne avuto una dimostrazione empirica quando, da mezze calzette che erano, si sono visti trasformare da lui in ministri, deputati, presidenti o direttori di qualcosa. E senza nemmeno bisogno che li baciasse: altro che le principesse che tramutavano i rospi in principi azzurri! Insomma, d’accordo: sebbene non possa essere considerata il meglio del meglio, la democrazia è pur sempre quello che c’è di meno peggio. Ma anche questa democrazia? E non avremo altra democrazia al di fuori di questa?

Mail box

 

Vorrei Grillo senatore a vita anche se non voto M5S

Ho votato Pd, non mi vergogno, ma mi pento. Difficilmente voterò M5S. Forse da benestante continuerò a votare Pd, se esisterà ancora. Mi va bene anche nella versione Berlusconi-Renzi, Pd-FI. Cura i miei interessi. Capisco le speranze di chi vota M5S. Speriamo che le loro speranze non restino deluse.

Salvini è un vero pericolo. Ho appena fatto la dichiarazione dei redditi: alla voce D13 per il finanziamento dei partiti c’è scritto: Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Vivo a Milano dal 1962, ma non so cosa sia questa Padania.

Poi c’è la Lega personale di Salvini: Lega per Salvini Premier (D43). Domanda: Salvini vuole fare il premier dell’Italia e chiede dei soldi per questo, in concorrenza con la Lega Nord? Abbiamo sulla dichiarazione dei redditi Lega contro Lega, D13 contro D43. Padania contro Italia? Non voterò M5S, ma per la stabilizzazione del sistema e per arginare Salvini, un pericolo per l’Unità d’Italia, chiedo che Beppe Grillo sia fatto senatore a vita, lo merita quanto e più di Mario Monti, con tutto il rispetto!

Benedetto Altieri

 

Mi sento tradita dal Pd che non riesce a cambiare

Per anni ho votato Pd, praticamente dalla sua fondazione al momento in cui Renzi ha vinto le primarie. Da allora, dopo aver riflettuto e non avendo scelta, ho votato M5S. Devo dire che nel corso del tempo ho sempre più apprezzato il Movimento e la mia è diventata un’opzione consapevole e non un ripiego. Mi sento tradita dal mio ex partito che ha praticamente rinnegato con la sua politica tutto quello in cui credevo e, pur non essendo leghista, non sono contraria all’accordo tra Lega e M5S. Penso che questo Paese abbia bisogno di cambiare e non credo che il Pd sia disposto a fare un minimo di autocritica e a rinnegare niente di quello che ha fatto.

Sonia Pero

 

La lista dei problemi irrisolti che dovrà affrontare il governo

Finalmente il Pd è veramente all’opposizione. Spero che questo governo faccia bene, che rispetti le promesse elettorali, che hanno fatto sognare tanti cittadini, e rispetti quanto di più bello la nostra Democrazia ha sviluppato e andrebbe tutelato: sanità pubblica che tuteli tutti, una scuola pubblica che dia basi forti di conoscenza, sviluppi il senso critico e che educhi ispirandosi all’educazione civica.

Lotta all’evasione e al lavoro nero, lotta alla mafia e alla corruzione, creare un opportunità agli industriali per riportare il lavoro in Italia, premiando le aziende che operano con progetti a lungo termine, penalizzando le gestioni industriali che operano a breve con speculazioni finanziarie, la maggior parte delle aziende possedute da fondi d’investimento. Creare, in ambito comunitario, un sostegno per lo sviluppo dei paesi nel Mondo in difficoltà, creando lavoro e prodigandosi per il rispetto dei diritti dell’uomo. La revisione del sistema giudiziario, pieno di leggi ad personam, per i poteri forti, sperando nell’eliminazione della prescrizione e del patteggiamento di qualsiasi reato. La salvaguardia di tutti i beni comuni. Combattere il caporalato. Attenuare le disparità sociali.

Enrico Reverberi

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo dal titolo “Istruzione, oltre 160 milioni di tagli a scuole e formazione”, pubblicato il 25 maggio 2018, ci preme fare alcune precisazioni. La revisione di spesa è prevista dalla legge di contabilità e l’obiettivo è un risparmio strutturale di almeno un miliardo di euro sull’indebitamento netto e riguarda tutti i Ministeri.

Il MIUR ha deciso di intervenire, in maniera mirata e ragionata, solo laddove c’era una disponibilità tale da consentire il regolare svolgimento delle attività e il mantenimento di livelli qualitativamente alti della didattica e dell’erogazione dei servizi.

Vale la pena ricordare quanto fatto negli ultimi anni. Tre miliardi in più all’anno per la scuola grazie alla legge 107 del 2015. Oltre un miliardo di euro per il Piano Nazionale Scuola Digitale. Oltre 10 miliardi sull’edilizia scolastica. Risorse per nuovi posti di docente. Senza contare gli interventi per il riconoscimento economico e professionale per il rinnovo contrattuale dopo 8 anni di attesa. Tante ed eterogenee anche le misure per l’AFAM, l’Università e la Ricerca: tra tutto, l’FFO tornerà a sfiorare la quota di 7,4 miliardi di euro del 2009.

Di fronte a una tale mole di investimenti, parlare di tagli alla scuola portati avanti dal governo Gentiloni e passati sotto silenzio è scorretto. A essere ridotta è un’autorizzazione di spesa che può essere usata sia per i progetti del Ministero sia per quelli aggiuntivi presso le scuole.

Il MIUR ha proceduto a una razionalizzazione delle spese per avere a disposizione risorse da investire su priorità specifiche, guardando alla qualità della didattica, alla formazione dei docenti e al loro riconoscimento economico e professionale.

Miur- Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca

 

Riceviamo la cortese spiegazione del ministero e volentieri la pubblichiamo. Il pezzo non mette in dubbio la bontà di quanto fatto in questi anni trascorsi, ma riporta i numeri e i tagli progettati per il triennio 2018-2020 così come indicati nei decreti che riguardano la revisione della spesa.

Vds

La speranza è che anche da noi chi l’ha fatta franca venga punito

Weinsteinsi è consegnato alle autorità e per Hollywood pare sia la svolta. L’arresto del più potente produttore cinematografico americano segna in definitiva il punto di cesura tra il vecchio sistema di potere maschilista e un nuovo sistema, quella rappresentato dal movimento MeToo. Ora, però, mi chiedo se in Italia avverrà lo stesso. Prima il fuoco di paglia su Brizzi, e quindi il manifesto “Dissenso comune”. Ci sarà anche qui qualcuno disposto a ristabilire l’ordine o è il caso di dire: tanto rumore per nulla?

Gentile Enrica,si tratta indubbiamente di una svolta epocale, impensabile forse in altri tempi. Come osserva giustamente lei, possiamo pensare a un pre e post Weinstein nell’ambito di un discorso storico sulla lotta per la parità ed emancipazione femminili. La risposta italiana nell’ambito di questa “nuova presa di coscienza” non è evidentemente ancora “fattiva” come quella americana, si tratta di un ritardo a mio avviso di duplice valenza: da una parte dovuto al fatto che il movimento “Dissenso comune” è nato dopo (sulla scia di..) Time’s Up e da esso sta tuttora traendo ispirazioni per una sua concretezza applicabile al nostro Paese; dall’altra che il modus operandi italiano è da sempre meno radicale rispetto a quello anglosassone. Lo vediamo in ogni ambito, nel bene o nel male come in questo caso. La buona notizia è arrivata dal Festival di Cannes durante il quale è stato organizzato un incontro internazionale fra movimenti/manifesti femminili post Weinstein: un incontro da intendersi quale ulteriore spartiacque almeno in termini di confronto sulle tematiche scottanti, in primis quella della prevenzione e lotta alla violenza. L’auspicio è che le nostre rappresentanti in tale consesso, e tutte le donne affiliate a ogni movimento per la tutela della donna (che sono diversi, non solo il manifesto “Dissenso comune”, come lei sa) ne siano uscite rinfrancate rispetto al “dover fare”, “dover parlare” anche quando queste azioni assolutamente necessarie diventano scomode, se non pericolose. Nessuno sa quando, ma personalmente nutro la fiducia che anche da noi chi finora l’ha fatta franca non avrà più la strada così spianata.

Difetto al software, Fca richiama 4,8 milioni di auto

Maxi-richiamo negli Usa per Fca per un aggiornamento al software del cruise control, il controllo di velocità. Fiat Chrysler ha deciso di richiamare 4,8 milioni di auto su base volontaria, dopo aver rinvenuto un malfunzionamento. Una volta richiamati i veicoli saranno sottoposti a un aggiornamento gratuito del software: ai consumatori colpiti Fca suggerisce di evitare l’uso della funzione di regolazione automatica della velocità fino a quando il difetto non sarà corretto. Il difetto riscontrato cancella la funzione della regolazione automatica della velocità. “A causa di un’improbabile serie di eventi” – spiega Fca – i guidatori potrebbero perdere il controllo di velocità della loro vettura a causa di un corto circuito ma l’auto in ogni caso potrebbe essere fermata frenando o mettendola in folle. Fca precisa di non essere al corrente di nessun incidente causato dal difetto rinvenuto sui veicoli richiamati, che includono modelli dal 2014 al 2019. I titoli Fca risentono del richiamo, che arriva a pochi giorni dalla presentazione del piano industriale, e perdono a Wall Street intorno al 2%. A Piazza Affari Fca ha chiuso piatta.

Dopo Camusso, scontro per evitare la corsa a tre

La Cgil torna a dividersi alla vigilia del suo congresso nazionale. Oggetto dello scontro, la designazione del nuovo segretario generale dopo che Susanna Camusso esaurirà il suo mandato di otto anni. La divisione, però, non è più quella tradizionale tra la segretaria nazionale e la Fiom di Maurizio Landini.

Stavolta nella parte dell’oppositore c’è Vincenzo Colla, 56enne piacentino con una carriera interna al sindacato di cui è stato, dal 2010 segretario generale della nevralgica Emilia (856 mila iscritti nel 2017). Colla, sconosciuto ai più, ma con un peso nella Cgil, è entrato in segreteria nel 2016 e, secondo il chiacchiericcio interno rappresenta l’ala del sindacato che guarda ancora al rapporto con il Pd, e con un approccio di vecchio stampo concertativo. La sua candidatura alla segreteria è sul tavolo da mesi, ma è osteggiata sia da Camusso che da Maurizio Landini, anch’egli in predicato di correre per la carica più alta e al momento con un profilo più coperto.

Per sbloccare una situazione che rischia di determinare tre candidature – Camusso infatti avrebbe gradito la segretaria della Funzione pubblica, Serena Sorrentino – la segreteria nazionale ha deciso una prassi inusuale: “L’ascolto informale” dei segretari di categoria, regionali e delle Camere del lavoro. Una consultazione a tappeto comunicata, con una lettera della stessa Camusso ai destinatari il 24 maggio.

In quella lettera il segretario generale informa i consultati che la segreteria avanzerà una serie di criteri per scegliere il leader del sindacato. Proposta che “è stata condivisa da 7 su 9 compagne e compagni della Segreteria”. Un modo per mettere tutti a conoscenza della spaccatura e cercare di costruire una soluzione unitaria facendo fare un passo indietro a Colla.

Il quale, però, non arretra. A stretto giro, infatti, arriva la sua lettera, siglata insieme all’altro membro “dissidente” della segreteria, Roberto Ghiselli, con cui definisce l’iniziativa di Camusso “del tutto inopportuna”, che evidenzia “una divisione interna alla segreteria, forzando e drammatizzando una discussione” che Colla avrebbe voluto tutta interna agli organismi dirigenti: direttivo nazionale o Assemblea generale che, da Statuto, eleggerà il futuro segretario. “Chi ha la massima responsabilità nell’Organizzazione deve cercare di rappresentare un punto di equilibrio”, scrive polemicamente il dirigente emiliano.

Lo scontro è soprattutto sui criteri che dovranno individuare il profilo del prossimo segretario. La segreteria punta a una forte innovazione, a una figura che sappia fare contrattazione, autonoma dalla politica, rappresentativa di quanto di meglio la Cgil ha fatto negli ultimi anni. Colla ritiene che questi criteri “suggeriscono implicitamente delle risposte e inducono a escludere in partenza alcune opzioni”.

Si potrebbe intravedere in quei criteri la figura dello stesso Landini, se il suo patto con Camusso si è spinto fino a tanto, o una figura di maggiore innovazione generazionale. Mentre Colla rappresenterebbe la continuità dell’apparato organizzativo più tradizionale.

Il punto è che, salvo gli alternativi dell’area “Il sindacato è un’altra cosa”, al congresso la Cgil arriva con una forte unità attorno al documento “Il lavoro è” che verrà approvato martedì dal direttivo. Ma sulla discussione politica, unitaria, aleggia quella, di scontro, sulle cariche. Discussione che rischia di rovinare la festa al primo sindacato italiano, una delle realtà della sinistra storica rimaste ancora in piedi.