Rider in sciopero: “Troppi incidenti, nessuna tutela”

Francesco, 28 anni di Milano, stava consegnando cibo a domicilio con lo scooter, la scorsa settimana, quando uno scontro con un tram gli è costato la perdita della gamba. Se ne è parlato tanto, vista la gravità, ma gli incidenti dei fattorini – quasi tutti consegnano in bici – sono all’ordine del giorno. La maggior parte resta nel silenzio e sfugge alle statistiche: essendo quasi tutti inquadrati come lavoratori autonomi, senza contratto, molti casi non sono considerati incidenti sul lavoro. E per questo ieri la Cgil ha indetto uno sciopero (pochi partecipanti) e un presidio a Milano, in piazza XXIV Maggio.

I sindacati autonomi nati dalla mobilitazione dei rider – Deliverance Milano e Deliveroo Strike Raiders – tengono a fatica il conto. “Nel capoluogo lombardo, nelle ultime due settimane, sappiamo di cinque cadute di nostri colleghi di Foodora”, spiega Angelo, rider, impegnato con le due associazioni. Questa azienda applica ai suoi ciclisti il contratto co.co.co., con la copertura assicurativa Inail. Le altre piattaforme usano rapporti di prestazione occasionale, quindi niente tutela a parte qualche assicurazione privata che, dopo mesi di mobilitazione, alcune di loro stanno riconoscendo (vantandosene). “Un nostro collega che lavora per Glovo – aggiunge – si è scontrato con un auto. Oltre al danno, la beffa: sta ricevendo lettere dall’avvocato del proprietario che chiede i danni a lui, perché l’azienda declina la responsabilità”. La precarietà estrema fa da spauracchio, scoraggia i fattorini dal fermarsi quando si ha un’escoriazione al ginocchio o una fasciatura al braccio. “I ragazzi ci dicono che anche se cadono e sanguinano, poi portano comunque a termine la consegna” racconta Riccardo Germani dell’Unione sindacale di Base. Il pagamento a cottimo, il bonus per ogni ordine portato a destinazione, li spinge a non perdere tempo, andare veloce e salire in sella anche in condizioni precarie. Finora gli incidenti gravi sono stati pochi. “Ma non aspetteremo il morto”, avvertono dalle associazioni che tre giorni fa hanno manifestato al Comune di Milano, ottenendo un incontro con l’assessore al Lavoro.

Ieri, è sceso in campo anche il sindacato dei trasporti della Cgil, con uno sciopero delle consegne di 24 ore. Anche il Pd, che quando era al governo ha di fatto ignorato un problema noto almeno dal 2016, ora si dice pronto a presentare una proposta di legge.

Secondo i fattorini, un complesso di fattori li espone agli incidenti: il primo, come detto, è il cottimo che porta il raider ad accelerare per portare a casa il maggior numero di consegne per ogni turno. Secondo: il rating. Deliveroo, per esempio, assegna a ogni suo “collaboratore autonomo” un grado di affidabilità da uno a 100. L’azienda dice di “non classificare i rider sulla base delle consegne effettuate e di non spingerli ad andare più veloce, aumentando il rischio”. Le associazioni però ribattono che questo voto viene avvertito come un controllo psicologico. Chi da questo punto di vista preme di più è Glovo, impresa spagnola: sul proprio sito scrive “Diventa un glover! Il tuo compenso dipenderà dalla tua esperienza e dai tuoi punteggi”. Il Fatto Quotidiano ha chiesto a Glovo quali azioni metta in campo per garantire la sicurezza – anche qui i lavoratori sono collaboratori autonomi – ma non c’è stata risposta.

L’unica azienda che fa sapere i dati sugli infortuni è Moovenda (raramente presa di mira dai movimenti di protesta): “Dal 2015 ad oggi – spiegano – si sono verificati 13 incidenti, tutti di lieve entità. Solo un fattorino ha subito la rottura del legamento costringendolo a una degenza di circa due mesi, coperti dall’assicurazione sia per quanto riguarda l’infortunio che per l’assenza dal lavoro”. Le altre non dicono niente: Deliveroo sostiene di voler tutelare la privacy dei suoi rider (anche se i dati erano stati richiesti in forma anonima); Foodora dice di avere numeri molto bassi e in diminuzione e che li comunicherà quando avrà una serie storica più lunga. JustEat nemmeno lo sa perché non ha rapporti diretti con i rider, che dipendono dai ristoranti o dalle società fornitrici di manodopera, come nel caso di Francesco.

Confesso che ho vissuto (e non credevo così tanto)

Il titolo è preso in prestito da Pablo Neruda – Confesso che ho vissuto – lo sguardo nella foto di copertina alla malinconia. È un ritratto lagunare di un giovanissimo Massimo Fini, Venezia che sfuma sullo sfondo: il libro è una raccolta, la seconda dopo quella dei saggi storico-filosofici, che comprende le opere più “personali” del giornalista, da Dizionario erotico a Una vita , passando per Ragazzo.

Massimo, il sottotitolo è esistenza inquieta di un perdente di successo. Perché perdente?

Sono conosciuto in una ristretta cerchia di persone, magari di valore, ma certo non ho avuto gli exploit professionali di altri. È stato un lavoro faticoso, il mio. Ha detto bene Arbore: “Fini è uno che guarda sempre da un’altra parte.” Sono sempre stato laterale, non me ne lamento perché da un certo momento in poi è stata una scelta. E pretendere che giornali come il Corriere o la Stampa mi chiamassero era impossibile, avevo preso posizioni troppo stravaganti.

Anche Pasolini non aveva idee convenzionali. Eppure Piero Ottone lo chiamò al Corriere.

Non facciamo paragoni blasfemi! Erano anche altri tempi, in cui il Corriere si permetteva il lusso di ospitare un intellettuale totalmente fuori dagli schemi. Adesso questa figura del bastian contrario di livello – in cui metto, con le dovute differenze, anche Bocca e Montanelli – non esiste più.

Veniamo al Conformista, anche se non è in questa raccolta, in cui lei fa l’elogio dell’anticonformismo in tempi in cui – tra gli anni Ottanta e Novanta – era una bandierina della borghesia. Oggi, nell’assoluta assenza di pensiero critico, assistiamo a un conformismo di ritorno.

Si è abbassato il livello della classe politica e di quella intellettuale, non si riesce più a opporsi all’orrendo politically correct e al pensiero dominante. La responsabilità, oltre che della politica, è degli intellettuali e dei giornalisti.

Il “tengo famiglia”?

Il tengo famiglia, che era una dinamica tipica del Fascismo perché se non prendevi la tessera finivi al confino, non è una spiegazione sufficiente. La situazione che viviamo è più subdola: la censura oggi è difficilmente diretta. La sanzione è l’emarginazione lenta, un isolamento molto duro da sopportare. In quel libro ho anticipato molti temi. Nel 1982 ho scritto una lettera aperta a Claudio Martelli, all’epoca vice segretario del Psi, in cui gli dicevo che se non avessero cambiato rotta la collera della gente li avrebbe spazzati via.

Dieci anni prima delle monetine.

Sì, ma essere troppo in anticipo è uno svantaggio. Longanesi diceva a Montanelli e Giovanni Ansaldo: voi mi fregherete sempre perché capite le cose cinque giorni prima che accadano e io cinque anni prima. Nietzsche, saliamo nell’iperuranio, ha venduto 75 copie dello Zarathustra, che ha avuto poi una fortuna incredibile. Ma era in anticipo di troppi decenni.

Se avesse potuto essere un vincente?

Avrei voluto essere Giorgio Bocca, per la sua capacità di penetrare la realtà quando era giornalista d’inchiesta, e per la sua bravura quando firmava gli editoriali. Una volta diventare commentatore era un traguardo ambito e difficile, oggi fanno scrivere gli articoli di fondo ai ragazzini. La nostra educazione professionale è stata molto rigida.

Il peggior sbaglio o abbaglio in carriera?

Il giudizio su Scalfaro: l’avevo stroncato per il cattolicesimo oltranzista – il famoso schiaffo alla signora scollata – ma poi si è stra-riscattato respingendo le leggi vergogna quando è diventato Presidente.

Nella prefazione parla del suo narcisismo: come l’ha tenuto sotto controllo?

In me coesistono la pulsione verso il compiacimento e quella all’auto-svalutazione.

Tutte le volte che si paragona a qualche grande premette un “si parva licet”, ma poi lo fa.

Non mi censuro, però prendo delle precauzioni.

Calvino voleva essere ricordato come il più grande tra gli scrittori minori del Novecento.

Bella definizione. Io preferirei il più piccolo tra i grandi del Novecento.

Chi sono i grandi giornalisti del Novecento?

Malaparte su tutti. Poi Bocca e Montanelli, gradini sotto Biagi e la Fallaci. Ho avuto dei direttori grandissimi, ma spesso accade che siano sconosciuti perché erano persone che si realizzavano rendendo grandi gli altri. Di Scalfari non posso dire che sia stato un grande giornalista, ma un ottimo imprenditore dell’editoria. Oggi è bollito: in lui non sopporto la prosopopea.

All’inizio del De sectute Cicerone fa notare che tutti desiderano raggiungere la vecchiaia salvo poi lamentarsene. Lei non fa eccezione.

La vecchiaia è crudele e non è vero che l’alternativa è peggio. Caro agli dei chi muore giovane, dice Menandro. Mi meraviglio di aver raggiunto quest’età: mi sono parecchio strapazzato. Non vorrei raggiungere gli ottant’anni.

Qual è stata l’età dell’oro?

I quaranta. Avevo una donna con cui m’intendevo alla perfezione, il lavoro andava bene. L’età più faticosa sono i trenta, i venti sono ancora anni di spensieratezza. Il tempo è il padrone inesorabile delle nostre vite. A settant’anni tutto cambia. E non solo per le limitazioni fisiche. Il siparietto di Berlusconi 82enne con la ragazzina di Aosta fa pensare: a una certa età certe cose non si fanno e non si dicono, è di cattivo gusto. Ci sono delle cose che non ti senti più fare.

Affermazione sorprendente, fatta da lei.

Glielo dico così. La mia ex moglie mi ha rimproverato: tu sei sempre stato trasandato, ma adesso se vai in giro sciatto sembri solo un vecchio male in arnese. A me non è mai fregato nulla del vestire, ma ha ragione lei.

Non possiamo non parlare del Dizionario erotico. Quasi vent’anni dopo è ancora attuale?

Quel libro è un divertissment ma è anche più serio. Il dato di fondo non è cambiato, cioè che la donna è la grande protagonista della vita. Una consapevolezza che donne e uomini hanno perso. Ero a un evento del Salone del mobile e seduti vicino a me c’erano quattro ragazzi omosessuali. Li ascoltavo ed erano totalmente privi di forza virile, che ci può benissimo essere anche in un gay. Ma questo è il mood della società occidentale oggi. Una cosa che aggiungerei al Dizionario è che le donne non trovano uomini all’altezza.

Che vuol dire?

Che gli uomini sono infantili, non sanno fare scelte. L’uomo è fatto per prendere decisioni. Io ho provato un’esperienza omosessuale quando avevo 24 anni. Era un sollievo che decidesse tutto lui, da che film andare a vedere a dove andare in vacanza.

E poi?

È finita quasi subito perché non mi riuscivo a eccitare con il corpo di un uomo. Ma volevo togliermi quella curiosità. Sono sempre stato curioso di tutti i mondi borderline, e allora gli omosessuali erano ghettizzati.

“Catturate Riina!”: l’arresto raccontato da “Ultimo” e i suoi

Venticinque anni fa, a Palermo, fu arrestato Totò Riina dal capitano Ultimo e dai suoi uomini dei Reparti operativi speciali dei carabinieri. Come andò quella caccia segreta, durata 6 mesi, iniziata dopo i boati di Capaci e via D’Amelio? Come andò quel giorno cruciale a Palermo e i giorni a seguire? Cosa è accaduto a Ultimo e ai suoi uomini negli anni successivi?

Lo raccontano – per la prima volta – i protagonisti di quella impresa, in una lunga intervista-reportage (“Catturate Riina!”, scritto da Pino Corrias e Renato Pezzini, in onda stasera alle 24.20 su Rai1) : Ultimo, Arciere, Aspide, Omar, Vichingo. Sergio De Caprio, ex Capitano Ultimo, ora colonnello, è allenato a vivere mimetizzato da quando Cosa Nostra lo ha condannato a morte. Dal giorno in cui con la sua dozzina di uomini, dopo duecento giorni di indagini bloccarono dentro al traffico di Palermo l’auto su cui viaggiava Toto Riina, il capo dei capi, gli spalancarono la portiera, lo stesero sull’asfalto a faccia in giù, gli dissero “Carabinieri! Sei in arresto” e gli serrarono le manette ai polsi, sigillando l’ultimo giorno di libertà di Riina, dopo 23 anni, 6 mesi e 8 giorni di latitanza. Era il 15 gennaio 1993. Ore 9.01.

Csm, “Area” all’attacco: anche “A&I” fa lottizzazioni

È deflagrata la battaglia dentro la magistratura sul sistema nomine al Csm, in vista del voto a luglio per il rinnovo del Consiglio. I magistrati di Area (sinistra) non ci stanno a passare per meri lottizzati o lottizzatori e rispondono ad Autonomia e Indipendenza, il gruppo di Davigo che giorni fa ha scritto un documento in cui ha denunciato il “sistema nomine”, frutto del “super potere” delle correnti e del crescente peso della politica al Csm. Ma secondo Area “nessun gruppo può pretendere di presentarsi come l’unico estraneo al ‘sistema’. Ci sembra una tesi stucchevole, prim’ancora che falsa”. E puntualizza: “Abbiamo più volte ribadito la necessità di un deciso cambio di passo, di un’inversione di tendenza, in particolare nella gestione delle nomine, come condizione necessaria per restituire autorevolezza e credibilità all’istituzione consiliare. Lo diciamo, però, senza addurre una pretesa superiorità morale, nella consapevolezza che per cambiare un sistema che tutti abbiamo contribuito a creare vi è la necessità di una assunzione di responsabilità condivisa, in chiave critica e autocritica”. I togati di Area al Csm hanno anche scritto un loro comunicato in cui denunciano un voto per loro, evidentemente, inaccettabile e cioè il sì di Galoppi e Pontecorvo (MI), Morgigni (AeI) e il laico Leone alla positiva valutazione professionale a favore di un magistrato in pensione, Riccardo Romagnoli, ex massone, condannato in sede disciplinare e pure in sede penale per aver distratto 179 milioni delle vecchie lire da un banca, versandoli sul conto della moglie (reato amnistiato). I togati di Area Aprile, Ardituro, Aschettino, Clivio, Fracassi, Morosini e Napoleone, insieme a Spina (Unicost) e ai laici Balduzzi e Zaccaria hanno votato contro questo “premio” che, dunque, non è passato. Si sono astenuti il presidente e il Pg della Cassazione, Mammone e Fuzio, i togati Forciniti e San Giorgio (Unicost), i laici Balducci e Fanfani.

Crescent, chiesti due anni e dieci mesi per De Luca (con la condanna rischia)

Si rimaterializza per Vincenzo De Luca l’incubo della legge Severino. Al processo Crescent i pm di Salerno Valenti e Alfano hanno chiesto la condanna in primo grado a due anni e dieci mesi per il Governatore Pd della Campania, all’epoca dei fatti sindaco di Salerno, imputato di abuso d’ufficio, falso ideologico e lottizzazione abusiva. Anche secondo i pm gran parte delle ipotesi di abuso d’ufficio, come ci conferma uno degli avvocati di De Luca, Felice Lentini, sono cadute in prescrizione, ma resta in piedi un’accusa di abuso d’ufficio per i permessi a costruire nella manovra di pianificazione. Se il Tribunale dovesse accoglierla, De Luca verrebbe sospeso dalla carica. E non potrebbe più ricorrere al salvagente del ricorso alla Corte costituzionale, che tre anni fa gli consentì di insediarsi nonostante una condanna per il termovalizzatore. La Consulta ha ormai sancito la costituzionalità della Severino, respingendo i ricorsi presentati dalle due illustri ‘vittime’ della legge, De Luca e il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Rimasti in carica grazie alle assoluzioni piene nei successivi gradi di giudizio.

La richiesta è stata formulata al termine della 50esima udienza sulla costruzione del colosso di cemento a mezzaluna sul lungomare. Alla sbarra tecnici, imprenditori e gli assessori della giunta De Luca che approvarono le delibere propedeutiche al Crescent. Anche per loro i pm hanno chiesto diverse condanne. E la confisca dell’immobile. La sentenza è prevista in autunno.

De Magistris si fa partito, a sinistra e contro la Lega

Non c’è ancora il governo ma il cosiddetto “contratto” M5S-Lega basta e avanza a Luigi De Magistris per candidarsi a leader dell’opposizione: “Rassegnatevi, vi verremo a prendere. E dico grazie a Di Maio e a Salvini perché senza di loro forse la nascita di questo progetto avrebbe ritardato un po’”. Così il sindaco di Napoli, ieri sera, ha chiuso la giornata del dibattito all’assemblea congressuale del suo movimento, Dema (Democrazia e autonomia). Un’assemblea che più movimentista non si può, in una sala del cinema Modernissimo, nel centro di Napoli, mentre al piano di sopra c’era chi andava a vedere “Dogman”.

Almeno 60 interventi dal mattino alla sera, nessun imbarazzo a chiamarsi “compagne” e “compagni” e gli assessori in giacca e cravatta che si alternavano al microfono con i ragazzi – si fa per dire – dei centri sociali, l’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena che è stato il primo ad abbracciare “Giggino ’o sindaco” appena sceso dal palco, i leader di Potere al Popolo, l’eurodeputato della Sinistra unita Curzio Maltese, Anna Falcone senza Tomaso Montanari, il sindaco di Messina Renato Accorinti e quelli di Latina e Cerveteri anche in rappresentanza del parmense Federico Pizzarotti, Enric Bacenà di “Barcelona en Comù” che è l’organizzazione della sindaca Ada Colau e ambasciatori ed emissari della sinistra italiana dispersa o ridotta ai minimi termini, venuti a farsi due conti per capire dove può arrivare De Magistris. Pure un videomessaggio di Laura Boldrini, ex presidente della Camera. Quasi nessuno degli ospiti aderisce a Dema, che apre il suo percorso congressuale destinato a concludersi in autunno. “Una fase costituente”, dice il sindaco ex pm. Dal Modernissimo inizia però la prima fase di un confronto che De Magistris vorrebbe traghettare in una nuova forza politica, magari chiamata Demos, popolo, guardando fin da ora alle Europee dell’anno prossimo e alle Regionali campane del 2020.

Obiettivo del sindaco di Napoli è costruire “un’alternativa – dice – al governo più di destra della storia repubblicana e alla finta opposizione di Renzi e Berlusconi”, il governo giallo-verde che qualcuno al Modernissimo chiamava “giallo-nero”. Toni durissimi contro i 5stelle “che hanno vinto al Sud per allearsi con la Lega”. E soprattutto contro la Lega: “Ricordiamo cosa diceva Salvini dei meridionali – arringa De Magistris dal palco –, parlava di ruspe contro gli immigrati, governa nelle Regioni con Berlusconi e con persone legate alla mafia, dialogava con CasaPound”. Poi per carità, ci mancherebbe, il sindaco della terza metropoli italiana è naturalmente pronto a “cooperare con il premier Conte se avrà la fiducia in Parlamento ma il nostro – ribadisce – è un progetto alternativo”. E un punto fermo lo mette sul debito di Napoli, oggetto di scontri nei mesi scorsi con il governo di Paolo Gentiloni: “Non firmerò mai il dissesto di Napoli, sono disposto a firmare una delibera che cancella il debito e anche ad andare in galera: mi porterete delle arance, portatemele buone”.

De Magistris rivendica i suoi sette anni alla guida di una città tra le più complicate d’Europa e del mondo: “Siamo una realtà italiana che resiste, che non ha ceduto al compromesso morale, non ha privatizzato i servizi di rilevanza costituzionale e ha rotto il rapporto tra politica e camorra”. Il sindaco ex pm vuol coniugare la “rivoluzione come rottura del sistema” e “l’affidabilità di governo”. Nel contenitore che immagina non troveranno posto “tutti quelli che non stanno a destra”, ma “militanti, amministratori, associazioni, comitati, persone che con la propria storia hanno dimostrato di non cedere mai al compromesso morale, di essere credibili, coerenti, di voler fare la rivoluzione che non è una suonata di violino al Teatro San Carlo”. Uno dei suoi commenta: “Nella sinistra sono rimaste organizzazioni senza leader, noi non abbiamo l’organizzazione ma il leader sì”. Chissà se basterà.

Oggi, intanto, Dema elegge il suo coordinamento e il segretario che sarà Enrico Panini, reggiano, ex sindacalista della Cgil Scuola, voluto a Napoli da De Magistris per il delicato assessorato al Bilancio, al Lavoro e alle Attività economiche. Poi per i mille iscritti dichiarati inizierà il congresso, a tesi, destinato a chiudersi dopo l’estate.

“La corruzione non ‘spuzza’, profuma di salotto”

Doppio binarioè il titolo del legal thriller scritto dal suo avvocato, Bruno Larosa, che lo ha difeso nell’inchiesta di Roma sulla fuga di notizie del caso Consip conclusa con l’archiviazione. E secondo Henry John Woodcock, che ieri era ad Avellino a presentarlo su invito dalla Camera penale irpina, anche la giustizia ha un doppio binario: veloce e inflessibile per i piccoli criminali, “dalla lentezza tartarughesca” per i colletti bianchi. Perché? Perché, sostiene il pm della Dda di Napoli “la corruzione qualche volta non spuzza (come dice Papa Francesco, ndr): spesso ha invece il profumo dei salotti, dei circoli, degli stabilimenti balneari di lusso”. Dove giudici e imputati eccellenti si incrociano. Woodcock ha ricordato che diversi decenni fa un procuratore invitava i pm ad andarci piano con gli arresti di persone “non abituate al carcere”. Poi ha usato un termine pasoliniano, “staffato”, per descrivere la sensazione che ogni tanto ha provato durante 20 anni di magistratura impiegati esclusivamente in Procura. “Staffato” è il fantino che ha un piede impigliato nella staffa della sella.

Rai, le grandi manovre per la nomina nel Cda

Con il nuovo governo ai nastri di partenza e la scadenza del 31 maggio per presentare i curricula per i candidati al nuovo Cda, iniziano ad animarsi i giochi per il rinnovo dei vertici Rai, uno dei primissimi passaggi che il Parlamento e l’esecutivo dovranno affrontare. I membri del prossimo consiglio di amministrazione, secondo la nuova legge, saranno 7: 4 votati dal Parlamento (2 dalla Camera e 2 dal Senato), altri 2 nominati da Palazzo Chigi tramite il Mef, mentre uno sarà votato tra i dipendenti Rai.

Alcuni volti noti hanno già avanzato la candidatura per le 4 nomine parlamentari. Come Michele Santoro, Giovanni Minoli, due membri del Cda uscente come Arturo Diaconale e Rita Borioni, ma pure, a quanto si apprende, Marco Mele, giornalista del Sole 24 Ore esperto di comunicazione. “La mia è quasi più una provocazione, spero serva ad aprire il dibattito su come risollevare la Rai”, ha detto Santoro. “Se vale la meritocrazia, io qualche titolo ce l’ho. Voglio fare una Raivoluzione”, sono state le parole di Minoli. In Parlamento, però, ancora non si sa quale organismo dovrà vagliare i curricula per stabilire se i candidati abbiano i requisiti.

Ma se i nomi esterni promettono fuochi d’artificio, ci sarà da divertirsi anche con quello espresso dall’azienda. Da giorni sono in corso trattative per arrivare a un candidato unitario tra le otto sigle sindacali, capeggiate da Usigrai, Cgil, Cisl, Uil e Adrai. La legge stabilisce che ogni candidato può essere espressione di una o più sigle sindacali oppure deve aver raccolto almeno 150 firme tra i dipendenti. I nomi che circolano a Viale Mazzini sono quelli di Roberto Natale, ex presidente della Fnsi, rientrato in azienda dopo essere stato portavoce di Laura Boldrini. Altro nome in circolazione è quello dell’ex direttore del Tg2, Marcello Masi. Infine si parla anche dell’ex direttore di Rai3, Antonio Di Bella. Su un nome unitario l’Usigrai sta cercando di coinvolgere le altre sigle sindacali, tra cui l’Adrai, l’associazione dei dirigenti (circa 300). Arrivare a un accordo sarà difficile. Più probabile che ognuno porti il suo candidato di bandiera, mentre i giochi si faranno dopo la scrematura, prima del voto vero e proprio, a giugno. Tra l’altro da più parti dentro l’azienda si esprimono perplessità sul fatto che in Cda vada un giornalista.

Negli ultimi giorni, intanto, è partita la corsa alla raccolta firme da parte di una decina di personalità interne non appartenenti ai giornalisti (che in Rai sono circa 1.800 su un totale di 13 mila dipendenti), tra cui alcuni dirigenti, ma pure persone appartenenti alla categoria “quadri, impiegati, operai”.

Gli standard richiesti per le candidature sono alti: potrà presentarsi solo chi ha “i requisiti per essere nominato giudice costituzionale” oppure “personalità che si sono distinte in attività economiche, giuridiche e culturali”, settori dove “devono aver ricoperto cariche manageriali”. Difficile che un semplice dipendente passi la selezione, più facile per un dirigente di alta fascia o un giornalista che abbia nel suo carnet almeno una direzione. “Sembra una norma scritta per fare in modo che chi ha i voti non abbia requisiti e chi ha i requisiti non abbia i voti”, commenta il segretario di Adrai, Luigi Meloni. Last but not least, a metà giugno andrà in scena anche il congresso dell’Usigrai per il rinnovo dei vertici. Se la conferma a segretario di Vittorio Di Trapani (terzo mandato) non è in discussione, la novità è la presenza di una lista di giornalisti di centrodestra, “Pluralismo e libertà”, capitanata da Giuseppe Malara, tra i cui ispiratori ci sarebbe un gruppo di vicedirettori – Gennaro Sangiuliano (Tg1), Nicola Rao (Tgr), Susanna Petruni (Rai Parlamento) – che, tramontato lo schema del vecchio centrodestra berlusconiano, ora guardano a Matteo Salvini come nuovo punto di riferimento. Lo stesso leader leghista, del resto, ha messo il cambio dei vertici Rai in cima alla sua agenda. Così a Viale Mazzini ci si muove soprattutto per marcare il territorio. Chi è stato vicino al Pd renziano teme il repulisti, chi ha sempre guardato a destra torna a scalpitare.

Al Copasir e alla Vigilanza pronti Guerini e Gasparri

Primo, organizzarsi per occupare le Commissioni bicamerali, che spettano all’opposizione, ovvero Vigilanza Rai e soprattutto Copasir, con la maggior soddisfazione per entrambi; secondo, tenersi pronti alle elezioni, se dovesse saltare tutto all’ultimo momento.

Pd e Forza Italia un po’ si coordinano, un po’ litigano. Il braccio di ferro va avanti da settimane sul Copasir, il comitato che vigila sui servizi segreti. Renzi l’ha individuato come obiettivo numero uno dal giorno dopo le elezioni. Con l’idea di provare a metterci un fedelissimo, Luca Lotti. Più una speranza che un progetto, a dire la verità. Troppo legato a lui. Dunque, il nome vero su cui si sta lavorando è quello di Lorenzo Guerini, anche lui molto vicino all’ex segretario del Pd, ma meno connotato. Anche lui abile a tessere rapporti a livello trasversale. Per andare ormai alla preistoria, fu la sua faccia quella immortalata in tutte le foto del “patto del Nazareno”, in quanto accompagnatore di Silvio Berlusconi nella sede del Pd. Guerini, dunque, garantisce entrambi.

Renzi, in cambio, è pronto a cedere la commissione di Vigilanza Rai, nonostante il palese conflitto d’interessi nel darla a un uomo dell’ex Cavaliere. Il primo candidato individuato era stato Paolo Romani, l’ex capogruppo al Senato di Forza Italia, vicino sia a Lotti che a Maria Elena Boschi. Ma è in rotta con Annamaria Bernini, la nuova capogruppo, da quando lo stesso Berlusconi ha rivelato che sarebbe stata lei la sua vera candidata alla presidenza di Palazzo Madama e non lo stesso Romani che aspirava a quel posto da mesi (comunque i Cinque Stelle non lo avrebbero mai votato).

Dopodiché si è cominciato a pensare a Luigi Zanda, ex capogruppo Pd a Palazzo Madama, molto vicino a Romani. Ma su di lui esiste un veto pesantissimo di Renzi: i due ormai non si rivolgono più la parola. La soluzione individuata sarebbe Maurizio Gasparri. Quello che ha scritto la legge omonima sulle televisioni, ben salvaguardando Mediaset. A proposito di conflitti d’interessi.

Forza Italia, però, in questa fase ostenta distacco. Si colloca all’opposizione sì, ma fino a un certo punto. Infatti, continua a dire che è pronta a votare i provvedimenti che condivide. Non solo. Giovedì è saltato agli occhi di tutti il silenzio di Berlusconi dopo le consultazioni con Giuseppe Conte, il premier incaricato. Ma si moltiplicano le indiscrezioni. “Matteo, se vuoi andare a votare, per me non ci sono problemi”, avrebbe però detto l’ex Cav. a Salvini, impegnato in un braccio di ferro con il Quirinale sul nome di Paolo Savona all’Economia. Il leader azzurro è stato riabilitato da Strasburgo. E soprattutto, la finestra per votare in estate si è chiusa.

A questo punto, tutto il quadro politico si sta riorganizzando. Anche Renzi ha accelerato sulla nascita del suo nuovo soggetto politico (che dovrebbe anche “inglobare” una parte di Forza Italia) proprio in vista di nuove elezioni. Ha bisogno di qualche mese per riorganizzarsi, ma non molto di più. Che il governo salti è una possibilità concreta. E specularmente, verrebbe a saltare pure l’opposizione. Insomma, il piano A, ovvero le presidenze di Copasir e Vigilanza Rai è pronto. Ma si lavora pure al piano B.

Lo spread, il manganello per controllare i governi

Si pensava che gli eventi del 2011 e 2012 avessero vaccinato media e opinione pubblica sul vitello d’oro dello spread, invece no. Occorre, dunque, rimettere in fila fatti e ragioni. Intanto cos’è lo spread: quello di cui parlano tutti è il differenziale di rendimento (gli interessi che si pagano in più) tra i Btp italiani a dieci anni e gli omologhi Bund tedeschi: 100 punti rappresentano un 1% di interessi. Ma lo spread, lo diciamo in modo brutale, è anche uno strumento politico, un grimaldello lasciato a bella posta nelle mani dei famigerati mercati – in sostanza la grande finanza internazionale – per disciplinare i governi “cattivi” via spesa per interessi: oggi viene lasciato salire per mandare un segnale al costituendo esecutivo italiano, anche se per ora a un livello gestibile senza patemi.

In teoria. In teoria in una unione monetaria non dovrebbe esserci spread, ma nell’Ue non funziona così: la Bce, infatti, non garantisce i singoli Stati. All’inizio, in realtà, tutti l’avevano dato per scontato e infatti lo spread quasi non esisteva: col sistema sotto stress per la crisi dei subprime, però, Sarkozy e Merkel sulla spiaggia di Deauville chiarirono a tutti che la Grecia poteva fallire. Da allora gli investitori prezzano la possibile dissoluzione dell’Eurozona: i Trattati Ue, d’altra parte, non prevedono un ruolo di garanzia per la Banca centrale e, anzi, sono scritti per evitarlo.

In pratica. Cosa successe nel 2011 e 2012? Il nervosismo sui mercati rispetto ai debiti dei Paesi dell’euro crebbe: l’Italia finì nel mirino. Lo spread Btp-Bund salì enormemente, aiutato anche dalle vendite di importanti banche tedesche, fino a toccare quota 574 il 9 novembre 2011: tre giorni dopo Silvio Berlusconi rassegnava le dimissioni, una settimana dopo giurava il governo Monti che approvava in tutta fretta una pesante manovra di finanza pubblica (la seconda quell’anno) che mandò l’Italia in recessione per due anni. Lo spread iniziò a scendere all’inizio del 2012 e solo dopo le prime due aste Ltro con cui la Bce “regala” soldi alle banche europee. Troppo tardi e troppo poco: il differenziale coi bund tedeschi risalì oltre quota 500 in estate nonostante riforma delle pensioni, tagli di spesa, liberalizzazioni, privatizzazioni e il resto dell’armamentario ideologico della famosa lettera della Bce. Il 26 luglio 2012 allora Mario Draghi dice: farò “whatever it takes” (tutto quel che serve) per salvare l’Eurozona. Da queste parole nasce un secondo programma per le banche e poi, nel 2015, il Quantitative easing (acquisto di titoli sul mercato) che ha portato i rendimenti al minimo storico nonostante nel frattempo il debito pubblico italiano sia aumentato. Nessun privato, infatti, può speculare contro la Banca centrale di un’economia forte (Ue o Italia che sia).

L’altroieri. Lo spread tra Btp e Bund, in ogni caso, non è mai più tornato al livello zero, neanche col Quantitative easing: all’inizio del 2015 si aggirava a quota 100, ma poi è sempre stato più alto e, per le prime tre settimane di aprile 2017, premier Gentiloni e ministro Padoan, è stato sopra i 200 punti; anche nel giugno scorso superò i 200 punti senza apprezzabili allarmi sui giornali. In questi giorni, peraltro, lo spread coi Bund sale in tutta Europa: ieri quello dei Btp ha chiuso a 205.

Oggi. Non sappiamo, ovviamente, fino a quanto o a quando la Bce lascerà aumentare lo spread italiano. È bene ricordare, però, che l’eventuale aumento dei rendimenti riguarda solo i nuovi titoli emessi: secondo una stima a spanne, ogni punto percentuale di crescita degli interessi costa circa 2 miliardi l’anno (per poi salire un po’ nel tempo). Il debito italiano, peraltro, oggi ha durata media più lunga rispetto al 2011 e questo consente di gestire meglio le aste. Lo spread Btp-Bund, va ricordato, non influenza direttamente il mutuo dei cittadini, che è basato sul tasso Euribor.

Domani. Il premier uscente Paolo Gentiloni, come altri del suo partito, l’ha buttata in politichetta: “Risalire una china per cinque lunghi anni come ha fatto l’Italia non è semplice: ad andare fuori strada servono pochi mesi, a volte poche settimane”. L’agenzia Ansa giovedì ha fatto questo titolo: “Governo, il muro di Salvini su Savona porta tensione sullo spread”. Solo che collegare l’andamento dello spread a questo o quel governo, a questa o a quella dichiarazione, a questa o quella riforma (vedi il grafico) non ha alcun senso: lo spread è, insieme, un difetto di fabbrica dell’Eurozona a livello tecnico e il volto della sua natura antisolidale a livello politico. Se davvero la fine del Qe arriverà, come previsto, entro l’anno e la Bce tornerà inerte, avremo forti tensioni già dal 2019. Va anche detto – per le trattative, anche dure, che verranno – che non bisogna drammatizzare: nessun creditore ha interesse a veder fallire il debitore. Stupisce, al contrario, che un dirigente politico di lungo corso come Gentiloni ritenga normale che le scelte di un Paese siano sottoposte a qualunque desiderio dei mercati, come se la finanza onnipossente fosse uno stato di natura.