C’è un guaio che complica la corsa di uno dei potenziali ministri del governo Conte: Laura Castelli, unica donna seduta al tavolo tecnico in cui è stato scritto il programma, ieri è finita nel mirino dopo la pubblicazione di un articolo su Repubblica in cui si racconta che la Castelli – un tempo “dissidente”, oggi dimaiana di ferro – sarebbe una delle fonti del libro Supernova, scritto da due ex collaboratori dei Cinque Stelle, Nicola Biondo e Marco Canestrari. Esisterebbe un “carteggio via mail”, risalente al 2015, tra Castelli e i due autori del libro, in cui la ministra in pectore usa parole di fuoco contro i suoi colleghi parlamentari (“lobotomizzati”), parla di un “metodo Di Maio” (“qualunque informazione viene filtrata da lui”) e accusa la Casaleggio associati di fare “richieste deliranti”. La notizia, come prevedibile, ha alimentato i malumori di chi già non vedeva di buon occhio l’ascesa della deputata No-Tav. Qualcuno avrebbe addirittura scomodato l’ipotesi di un ricorso ai probiviri, visto il danno di immagine portato al Movimento dai “suggerimenti” della Castelli. Il suo nome, in ogni caso, era nella lista portata ieri da Conte al Quirinale.
Stretta bancaria, nuova sberla all’Italia
Il segnale è pessimo anche per il futuro governo. Ieri l’Ecofin, la riunione dei ministri dell’Economia dell’Ue, ha dato il via alla riforma delle regole sul capitale bancario. Il pacchetto proposto dalla presidenza di turno bulgara è stato appoggiato da Francia e Germania, solo Italia e Grecia si sono astenute (equivale a voto contrario). “Purtroppo il pacchetto bancario continua sulla strada della riduzione del rischio senza fare progressi sulla condivisione”, ha fatto sapere il Tesoro. Ora parte il negoziato con il Parlamento Ue, servirà un secondo passaggio all’Ecofin per l’approvazione definitiva.
Il punto di scontro riguarda l’introduzione del livello minimo di capacità di assorbimento delle perdite (cosiddetto “Tlac”) che consentirà alle grandi banche di andare in “risoluzione” (un fallimento concordato) senza creare scossoni. Oggi le regole Ue del bail-in impongono di accollare i costi dei salvataggi bancari in primis ai creditori delle banche ma, lo si è visto in italia, creano un terremoto. Il nuovo requisito impone di dotarsi di un “cuscinetto” di capitale (Mrel) – minimo pari all’8% della passività e dei fondi propri – azzerabile. Significa che le banche dovranno emettere dei bond pensati proprio per coprire le perdite in caso di bail-in. Simili strumenti avrebbero un costo elevato per gli istituti, specie italiani, il cui mercato, in teoria riservato a clienti istituzionali non bancari (ma non c’è divieto rigido di piazzarli alle famiglie) è assai ristretto. Secondo una simulazione fatta da Francesco Lenzi su Lavoce.info il possibile “cuscinetto” di capitale, così come emerso dalle ultime proposte di modifica, potrebbe richiedere uno sforzo da 30 miliardi alle prime 10 banche italiane.
Il pacchetto bancario era stato proposto a novembre 2016. Dopo 18 mesi di negoziati l’ha spuntata la solita posizione tedesca. La Germania si oppone a una condivisione dei rischi senza prima una loro riduzione. E così solo i due pilastri dell’Unione bancaria (vigilanza unica e bail-in) sono operativi. Il terzo – l’assicurazione comune sui depositi – è bloccata da 5 anni dal no di Berlino. “In questi anni sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio mentre non sono stati mossi passi sufficienti per condividerlo”, si è lamentato ieri il dicastero di Pier Carlo Padoan.
La norma approvata è l’ennesimo passo in direzione opposta. Il Tlac, che il pacchetto introdurrebbe nella legislazione Ue, è uno standard internazionale relativo alle 30 maggiori banche sistemiche, ma l’obiettivo della proposta è di estenderlo anche agli istituti maggiori con attivi pari a 100 miliardi (e la vigilanza potrebbe fissare un tetto anche superiore all’8%). Insomma, l’Ue inasprisce ancora i requisiti di capitale per le banche mentre gli Usa si muovono in direzione opposta riducendo gli oneri regolamentari.
Sul fronte della condivisione del rischio l’Italia spera nel consiglio Ue di giugno che dovrebbe discutere la riforma della governance dell’Eurozona proposta dalla Commissione. Il pacchetto di ieri non menziona l’assicurazione sui depositi. Sarà il primo banco di prova del nuovo governo. “Non ci aspettiamo delusioni dall’Italia”, ha avvisato il ministro delle Finanze bulgaro Vladislav Goranov.
Zampetti, l’eterno burocrate che spacca il Colle di Mattarella
Definire Ugo Zampetti un mandarino o un burocrate di alto rango, seppur inossidabile, è troppo riduttivo. Per quindici anni e cinque presidenti – di destra, di centro e di sinistra, anche estrema, fino al 31 dicembre 2014 – il classe ‘49 Zampetti è segretario generale della Camera. Trascorre un mese in pensione, poi Sergio Mattarella lo chiama al Quirinale per ricoprire la stessa carica e innestare negli uffici che furono del mite Donato Marra – durante il doppio mandato dell’iperattivo Giorgio Napolitano – un sistema di relazioni e di maniere che gli permette di amministrare sottotraccia e diventare indispensabile.
Stavolta, però, Zampetti ha esagerato. Quando s’interpreta con eccessivo protagonismo un ruolo che impone lo stile degli invisibili e non se ne ha il necessario spessore politico, vuol dire che qualcuno si spazientisce. È quello che è accaduto al Quirinale coi consiglieri di Mattarella – da Simone Guerrini a Francesco Garofani – totalmente contrari all’impostazione strategica di Zampetti, considerato il mentore di Luigi Di Maio, non dei Cinque Stelle, presso la presidenza della Repubblica. La rottura s’è consumata con la consegna della lista dei ministri del Movimento in campagna elettorale. Forse Mattarella era al corrente dell’irrituale (termine caro al Colle) operazione a metà strada tra la legittimazione politica e la propaganda elettorale. Di sicuro, l’altro Quirinale – quello che non risponde a Zampetti – ne era ignaro.
E qui è utile tornare ai mesi di aprile e maggio del 2013, all’inizio della scorsa legislatura che ha introdotto i pentastellati in Parlamento. Il posto di Zampetti era in bilico, il Movimento era ostile (chi, più di Ugo, è casta?), la presidente Laura Boldrini dubbiosa. Ma non è semplice, rimuovere il nostro da una poltrona. Ugo è l’archetipo del Nazareno: fu promosso nel 1999 con una maggioranza di centrosinistra (a Montecitorio c’era Luciano Violante) in accordo con Forza Italia, tre anni dopo ottiene una norma su misura in èra Pier Ferdinando Casini col centrosinistra benedicente: viene abolito il limite di permanenza di sette anni al vertice di Montecitorio.
E così Zampetti sopravvive anche al succedersi di Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini e lascia con uno stipendio di 478mila euro – non prima di designare l’erede, Lucia Pagano – nella stagione di Boldrini. È il segretario generale più longevo della Repubblica. Ha superato pure Aldo Rossi Merighi (1930-1944), ma non Camillo Montalcini (1907-1927).
Cos’ha spinto Di Maio nella rete di Zampetti? Il giovane Luigi, nominato vicepresidente di Montecitorio, dismette subito l’abito dell’attivista – che peraltro non gli si addice – e indossa il completo blu con cravatta blu dell’istituzione. Zampetti lo supporta, gli apre il grande libro delle procedure, delle tecniche per gestire l’aula. Il distacco per il pensionamento (accettato malvolentieri) di Zampetti non scalfisce la sintonia e il duo, quando il momento arriva, si ricompone.
Il segretario generale converte l’aspirante premier agli occhi di Mattarella: da europeista scettico a europeista maturo; da atlantista sfiduciato ad atlantista convinto, e via cambiando. È sempre Zampetti, tra l’irritazione dei colleghi del Colle, a perorare la causa dell’avvocato Giuseppe Conte, a tentare di persuadere Mattarella sulla caratura di quella figura. Non c’è assenso unanime al Colle quando il presidente affida l’incarico a Conte, c’è – di certo – la zampata di Zampetti. Il segretario generale, peraltro, non solo ha spinto Conte, ma non ha creduto mai all’asse con il Pd. Quello che sperava l’altro Colle, infarinato di vecchia sinistra Dc (e poi Pd), alla Mattarella.
Il problema dell’altro Colle è che al Colle ormai conta poco. Il buon Ugo non sarà una riserva della Repubblica, nessuno ne ha mai sopravvalutato l’ingegno e i rapporti politici, però è un ottimo gestore del suo potere nella burocrazia: comanda ancora assai in Parlamento e pure il Quirinale ormai s’è fatto “zampettiano”, persino il mobilio e le divise degli “staffieri”, scelti dal nostro e giù fino alle mostre d’arte, affidate alla fida architetta Cristina Mazzantini, già vista all’opera alla Camera.
Alla presidenza della Repubblica ha replicato il modello di potere già sperimentato a Montecitorio: una falange di fedelissimi, peraltro presi proprio in Parlamento, a fargli da scudo a partire dalla segretaria Enza De Leo, omaggiata da Mattarella addirittura da una presenza alla festa di compleanno; struttura decisionale verticale in modo che tutto passi e torni alle sue esperte mani. E così il Colle si fa Ugo e l’altro Colle perde peso. A coadiuvare il nostro, per dire, doveva essere il capo dell’ufficio della segreteria generale Daniele Cabras, voluto da Mattarella. Zampetti, però, l’ha presto disinnescato nominandosi, novità assoluta, un proprio gabinetto e, in pieno agosto, pure due vicesegretari generali. Messe le mani saldamente sulla macchina s’è trovato pure Luigino Di Maio da svezzare: una sponda politica solida era l’unica caratteristica del potere che ancora davvero gli mancava.
La querela vien di notte: il presidente e l’intervento anti-Messora su Youtube
Il commentoè comparso intorno alle 2, giovedì notte. La firma è inusuale, non solo per l’orario: che ci fa l’ufficio stampa del Quirinale sul canale YouTube del blog byoblu.com? Il messaggio non è certo della buonanotte: il Colle annuncia querela, perché si sente diffamato dal video diffuso dalla piattaforma fondata da Claudio Messora (ex capo comunicazione M5S al Senato e a Bruxelles). Nella sua controrassegna stampa quotidiana, Byoblu ha notato alcune incongruenze tra il discorso del premier incaricato Conte al termine del colloquio con il presidente Mattarella e le dichiarazioni riportate dalla stampa. Per esempio, una frase riportata da Repubblica parla della “necessità di rispettare i principi della Costituzione, compreso l’articolo 81 sui vincoli di bilancio”, mentre sull’Ansa si giura fedeltà “all’Ue”. Visto che Conte non ha pronunciato quelle parole, Messora ipotizza sia circolata una versione del discorso diversa da quella poi letta dal premier incaricato. Più probabile è che si tratti di sintesi giornalistiche (quello dell’agenzia è un elemento del titolo) o di frasi che riflettono il pensiero del Quirinale, che avrebbe così tentato di aggiustare il tiro di alcune delle dichiarazioni di Conte.
Fatto sta che la presidenza della Repubblica non ha gradito e annuncia che si “attiverà in tutte le sedi per tutelare la sua immagine e il suo prestigio”. Non solo perché non è stato “distribuito alcun testo del Prof. Conte ai giornalisti”, ma anche perché l’articolo di Repubblica.it riporta in realtà solo “una libera ricostruzione giornalistica” dei consigli dati da Mattarella a Conte.
La disintermediazione dei riti politici: le consultazioni sui social col “mi piace”
“Sono davvero arrabbiato.” Matteo Salvini scrive un manuale di comunicazione politica e istituzionale in tre parole. Le pubblica su Facebook alle 20 e 40, le replica su Twitter un quarto d’ora dopo. La linea politica è sui social network: la notizia del giorno è uno status di 24 caratteri, il suo messaggio per Mattarella salta ogni mediazione giornalistica e finisce sulla timeline
di 2milioni e 245mila persone (tanti sono i suoi fan su Facebook). Nei primi 60 minuti colleziona quasi mille condivisioni (ovvero persone reali che a loro volta ripubblicano il post sulla propria bacheca), 3.300 commenti (quasi tutti di sostegno) e oltre 5mila likes
. Uno dei quali è clamoroso quanto il messaggio originale: quello di Luigi Di Maio. In una fase straordinariamente delicata, i due vincitori delle elezioni scrivono la cronaca delle consultazioni su Facebook, con un messaggio sibillino quanto ostile chiaramente rivolto al Capo dello Stato. Sembra una puntata di Black Mirror
, la serie distopica di Netflix sui cambiamenti vertiginosi imposti dalle nuove tecnologie: ieri la comunicazione politica italiana è entrata nel futuro. Matteo Renzi era stato tra i primi a capirlo ma aveva usato il mezzo con leggerezza clownesca (il messaggio “Arrivo, arrivo” su Twitter nelle ore dell’incarico ricevuto da Napolitano, o la foto della playstation con Orfini dopo una sconfitta elettorale). Di Maio e soprattutto Salvini invece hanno stabilito un nuovo standard. È immaginabile che un esercito di editorialisti scandalizzati si stia già esercitando per censurare questo modo di fare politica: si evidenzierà la mancanza di garbo istituzionale, l’assenza di contenuti, si parlerà di deriva democratica. Il messaggio di Salvini scavalca tutti. Irride i giornali, ignora i commentatori, scansa le domande, arriva nella stessa forma a Mattarella come all’ultimo dei suoi elettori. È tremendamente efficace.
Ironia della sorte, poche ore prima era stata proprio la presidenza della Repubblica a compiere un’operazione altrettanto avveniristica: una smentita – con minaccia di querela – a un video di Claudio Messora (in arte Byoblu
) scritta dall’ufficio stampa di Mattarella direttamente tra i commenti di YouTube, e peraltro pubblicata alle 2 di notte. Il Colle ha scoperto i social network. Salvini, che li usa da tempo e con estremo profitto, ha dato il suo benvenuto.
“Bilanci taroccati e metodi censurabili”. L’economista e l’indagine su Impregilo
Previsioni economiche “dettate a braccio”, ipotesi “azzardate”, mancato rispetto per “i risparmiatori”. Sono alcuni dei passaggi con cui il giudice di Milano descrive il reato di aggiotaggio per il quale Paolo Savona, “candidato” al ministero dell’Economia, fu mandato a giudizio. Era il novembre 2009. Il reato, secondo la Procura, fu compiuto quando Savona era presidente di Impregilo, in concorso con l’allora amministratore delegato Piergiorgio Romiti.
Per loro il giudice dispose l’imputazione coatta. Pochi mesi dopo il reato viene estinto per prescrizione. Cosa resta allora di quella vicenda? Per capirla è utile sfogliare la sentenza con cui il gip di Milano, Enrico Manzi, sempre nel 2009, proscioglie Impregilo dall’aver avuto una responsabilità “negli illeciti commessi dai suoi vertici”. Il giudice, spiegando come Impregilo si sia adeguata per tempo ai dettami della legge 231 che regola la responsabilità amministrativa delle società, mette in fila una serie di considerazioni molto gravi sull’operato di Savona. Al centro ci sono false comunicazioni al mercato e alla Consob. La vicenda riguarda, in parte, “la liquidazione della controllata Imprepar e i riflessi di tale operazione rispetto agli effetti economici sulla capogruppo”. Su questo pesano due comunicati di febbraio e marzo 2003 fatti dai due vertici di Impregilo. Qui si legge, scrive il gip, “che il bilancio di Imprepar, già in liquidazione, si sarebbe chiuso in pareggio”. Entrambe le note “erano false in quanto contenenti una stima di pareggio del bilancio di liquidazione contrastante con le stime del liquidatore”. Ma non solo: vengono “falsati” anche i crediti della società che passano da “466 milioni” ai 497 comunicati alla Consob da Savona. “Da notare poi – scrive il giudice – la sopravvalutazione dei crediti verso lo Stato iracheno: 120 milioni nel 2003, mentre l’anno precedente, causa embargo, la posta era stata valutata solo 60 milioni”. Risultato: “Le previsioni rese al mercato erano veramente basate su ipotesi azzardate”. E che i dati non fossero attendibili, lo dimostra un carteggio tra Savona e un dirigente di Borsa italiana, dopo che la stessa ha chiesto delucidazioni per una comunicazione fatta dall’ad che parlava di “una crescita del 15% sui ricavi”. Scrive Savona: “La realtà è che noi lavoriamo con l’unico operatore di mercato, lo Stato, che può permettersi il lusso di violare i contratti e pagare quando vuole. Nonostante ciò ce lo teniamo stretto, ma i nostri ricavi sono ballerini”. Conclude il giudice: “La vicenda dimostra che gli uffici interni di Impregilo erano esclusi da una effettiva partecipazione alla elaborazione dei dati da fornire all’esterno, essendo questi rimessi alla discrezione dei vertici i quali diffondevano previsioni a braccio con il chiaro intento di fornire al mercato una immagine più favorevole del gruppo”.
In via generale, si legge in sentenza, il modo di operare di Savona (e Romiti) “è assolutamente censurabile”. Inoltre “si è in presenza di un metodo di formazione della contabilità e delle informazioni esterne affidato alla pura e semplice convenienza di immagine”. Tanto che “l’informazione esterna non tiene conto del vero dato: lo trasforma, lo manipola, diventa frutto di un desiderio e non di un riscontro oggettivo, nel rispetto delle regole del mercato e della trasparenza verso i risparmiatori”.
Stavolta il Quirinale non cede: l’avvocato rimetterà il mandato?
Aquesto punto, da qui a domani, domenica 27, le soluzioni sono due. O il governo Conte parte con Giancarlo Giorgetti all’Economia, o comunque con un altro leghista “politico” in questa fondamentale casella. Oppure il premier incaricato, sempre domani, se non oggi, potrebbe rimettere clamorosamente il mandato. Ipotesi terze non ce ne sono, allo stato.
Sempre che stavolta il capo dello Stato mantenga la sua posizione sino alla fine. La questione è quella che si trascina da domenica scorsa, precedente all’incarico arrivato mercoledì per il professore avvocato indicato dal M5S per Palazzo Chigi. Il Colle non vuole l’ottantenne Paolo Savona in via XX Settembre, sede del Mef. La nuova crisi di questo stallo infinito è maturata alle sei di ieri sera. A quell’ora, Conte è salito al Quirinale per un colloquio informale con Sergio Mattarella. L’ennesimo strappo (o innovazione) della prassi costituzionale. Sinora non era mai accaduto. Sul tavolo c’è l’intera lista dei ministri, ma oggetto della discussione sono soprattutto le quattro indicazioni “pesanti” su cui da tempo il capo dello Stato aveva fatto sapere di volere garanzie. Interno, Esteri, Difesa, Economia. Nell’ordine: Matteo Salvini; l’ambasciatore Luca Giansanti; la “militare” Elisabetta Trenta, grillina, alla Difesa; il famigerato Savona all’Economia.
Quando il presidente ha visto il nome di Savona ha comunicato subito il suo no. Secco. Ha visto svanire la speranza che Conte potesse arrivare con una lista senza il nome dell’economista che spaventa l’establishment con un piano B per uscire dall’euro. Mattarella ha confidato invano nel professore senza storia politica, conosciuto appena pochi giorni prima, al momento dell’incarico. Per sostenerlo, giovedì, ha pure diramato una nota ufficiosa per ribadire, contro i diktat salviniani su Savona, l’autonomia non solo del capo dello Stato ma anche del presidente del Consiglio sulla scelta e sulla nomina dei ministri.
Nulla da fare.
E così il povero Conte è rimasto stritolato nello scontro tra Colle e i due alleati vincitori, Di Maio e Salvini, che sono rimasti uniti senza dividersi. Un’altra delusione per il presidente della Repubblica, che ha tentato di convincere il capo dei grillini a non morire per Savona.
Dopo l’incontro informale con Conte, il Quirinale tramite i suoi consiglieri ha imposto un “riserbo assoluto”, a conferma della gravità della situazione. Se infatti le cose fossero andate diversamente, in senso positivo, oggi il premier incaricato avrebbe consegnato ufficialmente la lista, per poi forse giurare, con l’intero governo, nel pomeriggio. Non solo. Altri due dettagli completano la scena tragica di ieri.
Mattarella avrebbe chiesto anche di parlare con Salvini, fanno filtrare dalla Lega, ma per tutta risposta il leader leghista è tornato a Milano per il compleanno della figlia. Il secondo particolare, invece, fa a salire a due le perplessità sulla lista presentata da Conte. Oltre a Savona, ci sono stati seri dubbi sulla designazione dell’ambasciatore Luca Giansanti agli Esteri, considerata troppo “debole”. Un’erta salita, dunque, quella del Colle per il povero Conte. Arrivato a Borse chiuse, con lo spread in rialzo e Piazza Affari in calo, con una importante sofferenza dei “bancari”.
Cosa accadrà nelle prossime quarantott’ore? Il primo indizio è riconducibile a una sensazione formatasi da giorni al Quirinale e che ieri è diventata quasi una certezza. Si tratta innanzitutto di un interrogativo che rimbalza ossessivamente, ormai.
“Perché Salvini vuole a tutti i costi Savona e non indica Giorgetti? Per lui non sarebbe mica una sconfitta”. Appunto.
La risposta non può essere che una. Forse la Lega vuole tirarsi fuori all’ultimo minuto e per farlo usa come scudo il nome di Savona. E il banco salterebbe per la paura di governare più che per un calcolo politico di convenienze. Al Colle hanno colto questi timori già lunedì scorso, nel secondo giro delle consultazioni riservate solo a M5S e Lega. In ogni caso, quest’ultima crisi è diventata una sfida tra Mattarella e Salvini. E se salta tutto, ritorna in pista l’esecutivo neutrale del presidente per andare al voto anticipato in autunno.
Il Salvimaio va alla guerra: “Noi e Conte uniti su Savona”
Il Quirinale fa muro, contro il nome che è uno spauracchio. Ma la Lega (ri)batte il tamburo di guerra. E i Cinque Stelle le vanno dietro, forse non potendo fare altro. Così il premier incaricato, “l’avvocato del popolo” Giuseppe Conte, rischia già di cadere in mezzo al fuoco incrociato. Ergo, in un afoso pomeriggio romano il governo gialloverde torna un’ipotesi. Rischia di saltare all’ultimo miglio, l’esecutivo tra M5S e Carroccio. Compatti nel puntare il dito contro Sergio Mattarella, che fino a pochi giorni fa per i 5Stelle era un faro. E ad alzare il tiro per prima è la Lega che ieri, appena Conte esce dal colloquio con Mattarella al Colle, fa trapelare sulle agenzie un messaggio bellico: “La Lega ha preso precisi impegni con gli italiani su tasse, Europa, giustizia, pensioni: non andiamo a Bruxelles con il cappello in mano”.
Tradotto, il nuovo no del Quirinale all’81enne Paolo Savona, il nome del Carroccio per l’Economia, spinge le camicie verdi ad accelerare lo scontro. E in serata Salvini su Facebook conferma con tre parole: “Sono davvero arrabbiato”. Sotto c’è anche il like, il “mi piace”, di Luigi Di Maio. Così, con un pollice alzato, il capo dei 5Stelle si mette in scia al leghista. Ben sapendo che ora staccarsi potrebbe essergli rovinoso, anche se si andasse a nuove urne. Perché per Salvini in campagna elettorale sarebbe facile additare il Movimento come l’ex alleato che si è arreso. E allora i 5Stelle soffiano che “M5S, Lega e Conte sono uniti su Savona”. Quindi, uniti contro il Quirinale.
È la linea decisa nella riunione in mattinata alla Camera tra Conte, Salvini e Di Maio, in cui il leghista ripete che sul nome per il Mef non si può cedere, per nessuna ragione. E il capo del M5S non si frappone. “Non gli abbiamo proposto nomi alternativi, nemmeno quello di Giancarlo Giorgetti” assicurano dal Movimento. Così resta ancora fuori della partita il numero due della Lega, che pure andrebbe bene anche al Quirinale. Ma Giorgetti ha sempre rifiutato quel ruolo. Vuole fare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, consapevole di poter fare il regista a Palazzo Chigi. Per questo neanche Conte fa ipotesi alternative, e si impegna a tenere il punto sull’economista. Poco prima, aveva incontrato a Palazzo Koch il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. “Abbiamo parlato dello stato dell’economia italiana” riassume ai cronisti alla Camera.
Poi scompare nella pancia di Montecitorio, nella sala al piano terra che per ora è la sua base. È lì che incontra Salvini e Di Maio. Mentre ai piani superiori, dove sciamano (pochi) deputati grillini, volano coltelli. Innanzitutto contro Vincenzo Spadafora: deputato campano e ombra di Di Maio, che era dato nella squadra di governo. Ma il pezzo uscito ieri sul Fatto, che racconta tramite intercettazioni il suo legame con l’ex presidente del Consiglio dei lavori Pubblici Angelo Balducci, provoca un sisma. Così nel primo pomeriggio Spadafora si tira fuori: “Non sarò nel governo”. Traballa anche la posizione di Laura Castelli: ieri era ancora nella lista dei ministri, ma il pezzo di Repubblica che la indica come una delle fonti del libro anti-M5S Supernova ha suscitato più di qualche mal di pancia. In giornata cadono anche due nomi per gli Esteri: l’ex direttore del Dis Giampiero Massolo, gradito al Quirinale, e Pasquale Salzano, ambasciatore in Qatar, di Pomigliano d’Arco come Di Maio. La comunanza di origini però non gli basta per reggere il vento contrario di molti parlamentari, con in prima fila l’ex capogruppo in commissione Esteri Manlio Di Stefano, supportato da Alessandro Di Battista.
Nel frattempo Conte esce dalla Camera, beffando i cronisti. Va al Colle. Da dove torna per rinchiudersi fino a tarda sera a Montecitorio. Attorno a lui, la guerra tra Palazzi.
I Signori Qualcuno
Anche noi, come i colleghi dei giornaloni, siamo in ambasce alla sola idea di essere governati da un Signor Nessuno mai sentito prima: il prof. avv. Giuseppe Conte, per giunta accompagnato da una serie di carneadi populisti, giustizialisti, manettari, eversori. Solo, diversamente dai colleghi dei giornaloni, non riusciamo a dimenticare da chi siamo stati governati finora. Il primo che ci viene in mente è Angelino Alfano: ma lo sapete, sì, che Alfano da un anno e mezzo è il nostro ministro degli Esteri, dopo esserlo stato per quattro dell’Interno e per tre della Giustizia? Un’altra che ci sovviene è Valeria Fedeli, quella che vantava una laurea e poi si scoprì che non aveva nemmeno il diploma (però l’asilo l’aveva fatto) e fu perciò nominata de plano al ministero della Pubblica Istruzione, Università e Ricerca scientifica, a riprova del fatto che non è l’America il paese dell’opportunità: è l’Italia. Marianna Madia è da cinque anni la spensierata (nel senso etimologico del termine) ministra della Pubblica amministrazione e Semplificazione anche se nessuno, tantomeno lei, aveva mai sospettato una sua competenza in materia: infatti, appena entrata nel 2008 a Montecitorio, aveva dichiarato orgogliosa: “Porto in dote la mia straordinaria inesperienza”. Tant’è che fu un gran sollievo scoprire che aveva copiato intere pagine della tesi di dottorato da pubblicazioni di gente esperta, scordandosi purtroppo di citarle fra virgolette. Infatti la fecero assistere da due badanti, Giulio Napolitano figlio del più noto Giorgio e Bernardo Mattarella figlio del più noto Sergio, per scrivere (coi piedi) le leggi che i padri dei due badanti non ebbero scrupolo a promulgare (prima che la Consulta e i giudici amministrativi provvedessero a cancellarle).
Le “riforme” istituzionali, un tempo affidate a giuristi (vedi Mattarella per il Mattarellum), furono appaltate alle mani sante di Maria Elena Boschi, avvocaticchia di Laterina (Arezzo) più esperta in banche (soprattutto una) che in altro: i famosi Patti Laterinensi. Poi, tra referendum costituzionale e Consulta sull’Italicum, andò come andò. E, per la nuova legge elettorale, si cambiò superesperto: Ettore Rosato, ragioniere triestino ignoto ai più. Con i risultati che tutti possiamo apprezzare. La demeritocrazia degli attuali, trafelati cultori di curriculum altrui proseguì indefessamente in tutti i rami dello scibile umano. La vigilessa Antonella Manzione capo dell’Ufficio legislativo di Palazzo Chigi (poi spedita al Consiglio di Stato anche se non aveva l’età prevista per legge e rimpiazzata da Roberto Cerreto, filosofo).
Beatrice Lorenzin, diplomata al classico, ministro della Sanità. Andrea Orlando, diplomato allo scientifico, alla Giustizia (al posto del pm Nicola Gratteri, pericolosamente laureato ed esperto, dunque respinto con perdite da Napolitano). Giuliano Poletti, noto cultore di calcetto & coop rosse (in lieve conflitto d’interessi), al Lavoro. Luca Lotti, plurimedagliato alle Olimpiadi Consip, ministro dello Sport. L’imprenditrice della moda Angela D’Onghia viceministra dell’Istruzione. Il dermatologo Antonello Soro garante della Privacy. Tutti degni eredi delle facce come il curriculum targate centrodestra: l’ing. Castelli, esperto in abbattimento di rumori autostradali, ministro della Giustizia; l’avvocato e corruttore di giudici Previti alla Difesa; l’amico dei camorristi Nick Cosentino viceministro dell’Economia con delega al Cipe; il massmediologo Gasparri alle Telecomunicazioni; la calippa Francesca Pascale consigliera provinciale a Napoli; l’igienista dentale e tante altre belle cose Nicole Minetti consigliera regionale in Lombardia; la escort Patrizia D’Addario candidata alle Comunali di Bari e via primeggiando.
All’epoca non si faceva gran caso ai curriculum, altrimenti i consigli dei ministri sarebbero andati deserti. Né si andava tanto per il sottile sulle sacre prerogative del capo dello Stato, riscoperte improvvisamente oggi per sbarrare la strada al temibile Paolo Savona: l’ottantaduenne scavezzacollo stava bene a tutti quand’era ministro di Ciampi e ai vertici di quasi tutte le banche e le imprese; ma poi s’è radicalizzato in tarda età nelle madrasse grillo-leghiste e ora minaccia di farsi esplodere nella Bce, nella Cancelleria di Berlino e nella Commissione Ue (altamente infiammabile per la presenza di Juncker). Ergo nessuno osi porre diktat contro i diktat di Mattarella (o chi per lui), che però non si chiamano diktat perché la parola è tedesca e poi la gente chissà cosa va a pensare. Se Conte propone Savona non è autonomo perché ascolta Di Maio e Salvini; se invece lo cassa “è autonomo” perché obbedisce a Mattarella. Com’è noto, tra le prerogative costituzionali del Presidente è scritto espressamente che, se uno non la pensa come lui, Macron, la Merkel e Juncker al quarto whisky, non può fare il ministro. E morta lì. L’importante, per diventare ministri senza problemi, è non pensarla proprio. Per diventare premier, invece, sempre a prescindere dal pensiero, occorre qualche requisito in più. Tipo, per citare solo casi recenti: pulirsi il culo con la Costituzione, parlare l’inglese come Totò e Peppino il tedesco, avere genitori persino peggiori di sé, fare insider con finanzieri ed editori amici. Oppure mettersi in società con Cosa Nostra, finanziarla per 18 anni, avere il braccio destro in galera per corruzione giudiziaria e il sinistro per concorso esterno, essere un “delinquente naturale” con 4 anni di galera per frode fiscale, 9 prescrizioni per corruzioni e falsi in bilancio e 7 processi per simili bazzecole, iscriversi a logge eversive, comprare senatori un tanto al chilo e, volendo, andare a puttane (anche minorenni). Insomma, essere Qualcuno.
La modernità tra orrore e stupore
Il miracolo della Natura, il disastro della Cultura. Da una parte la Genesi, terra e cielo, e poi piante, mari, fiori, animali, noi; dall’altra Auschwitz, Hiroshima, l’11 settembre, le guerre, sempre noi, e poi la tecnica che prende il sopravvento sul senso del mondo, il sopruso sugli animali, sugli uomini ultimi, un mondo sfigurato. C’è tutto il dramma della modernità nella mostra “Il Terzo Giorno” (Parma, Palazzo del Governatore, fino al primo luglio) curata con grande intelligenza da Didi Bozzini. Due piani, uno dello stupore, l’altro dell’orrore: il primo svela tutta l’opulenta bellezza che ci regala la Natura, il secondo tutta la miseria dello sviluppo incontrollato – senza progresso, scriverebbe Pasolini. Il senso delle cose e la sua immediata sottrazione. L’inizio è quello della Genesi, terra e cielo che prendono forma dalla mano incredibile di Serse: la Creazione è su quelle tavole, disegnata in grafite, l’infinita bellezza di questi cieli trascende ogni cosa.
Nella stessa sala un lunghissimo mare – “sia il firmamento in mezzo alle acque” – di Jan Fabre, diciannove metri di biro blu su seta, che se non fossimo dotati di senso del pudore definiremmo emozionante. E poi si va dal firmamento di Gilberto Zorio all’igloo di Mario Merz. Sono tanti e di grande qualità gli artisti che Bozzini ha messo in fila: da Sandra Vásquez de la Horra a Nobuyoshi Araki. Quando si sale al piano superiore il cielo comincia a ottenebrarsi: sopra c’è la mano dell’uomo, non più quella di Dio. E allora compare un gallo, già con sembianze di scheletro, di Koen Vanmechelen; un avvoltoio che domina su ciò che resta del mondo – spazzatura – di John Isaacs; c’è American bag, un sacco dell’immondizia in bronzo, di Gavin Turk; un’umanità disperante e dipinta, quella di Jonas Burgert, e una volatile e altrettanto disperata quella fotografata da Roger Ballen. Didi Bozzini pensa ai “disastri della guerra” e mette una torre di Babele di Jake e Dinos Chapman. Un lavoro più umanista che ecologista – tutto inizia da un “io”, l’uomo appunto – che non dà risposte ma suscita domande. E le due grandi sfere al di fuori di Palazzo del Governatore – una d’oro che libra in cielo, l’altra a terra fatta solo di foglie – ad opera di Anna Ippolito e Marzio Zorio, sembrano indicare il bivio che ha di fronte l’uomo moderno, due postulazioni simultanee: una verso Dio, l’altra verso Satana. Nella prima c’è la spiritualità, il desiderio di salire; nella seconda l’animalità, quella “gioia di scendere” – come la chiamava Baudelaire – che se non teniamo a bada, presto farà di noi solo uno sbiadito ricordo.