Gli abitanti del bosco possono essere chi vogliono

Il libro Il segreto del Bosco Vecchio è stato scritto dal celebre autore italiano che scrive per tutte le età, Dino Buzzati (nato nel 1906 a Belluno). Il segreto del Bosco Vecchio è un libro totalmente “fantastico”, che si immerge e che immerge i lettori che possono essere di tutte le età in questa storia, in questo mondo totalmente fuori dal comune.

Questa storia racconta di questo bosco che si chiama Bosco Vecchio che è una vera e propria città dove abitano delle persone che vivono dentro gli alberi di questo bosco, i cittadini di questa strana “città” composta solamente da una “normale” vegetazione possono decidere di trasformarsi in varie forme di vita, dagli animali agli uomini, da alberi a piante.

Questo libro ci immerge totalmente dentro il mondo del “fantastico” e ci fa scoprire il “magnifico”, il paranormale che si immagina l’autore di questo libro Dino Buzzati.

Questo libro composto da 151 pagine ci mostra la vita che fanno questi strani esseri, ma anche qualche storiella qua e là di qualche abitante “fantastico”.

Questi strani esseri viventi hanno una vera e propria vita come noi ogni giorno con la differenza che si possono trasformare in esseri che vogliono.

 

Zerocalcare riesce a ritrovare se stesso per diventare adulto tra le “macerie prime”

C’ è chi passa una vita in analisi per accettare i propri limiti e trovare uno spazio nel mondo e chi, come Zerocalcare, disegna fumetti. Esce ora per Bao la seconda parte di Macerie prime e – come per Loro di Paolo Sorrentino – è soltanto con l’opera completa che si capisce davvero il senso, lo scopo. Nel primo volume Zerocalcare doveva rassegnarsi al fatto che, se tutti gli altri erano ormai adulti con problemi da adulti, anche lui doveva rassegnarsi a non rimanere eterno adolescente. L’amico Cinghiale si sposa, aspetta una figlia, il gruppo di compagni di una vita di centri sociali e marginalità esplode perché anche gli irregolari, prima o poi, cercano la normalità, in questo caso grazie all’opportunità offerta da un bando per avere fondi europei. Il secondo tomo si apre con Zerocalcare tra le macerie di una vita di cui ha perso il controllo: la sua coscienza abituale, raffigurata come un armadillo nobile e generoso, ha lasciato il posto al panda dell’egoismo. Ma Zerocalcare – alias Michele Rech – riesce faticosamente a ritrovare un equilibrio, anche le sue paturnie da troppo successo, si capisce ora, erano parte del tentativo di negare la complessità di una fase della vita in cui, a 35 anni, bisogna accettare che non tutto è andato come doveva, che gli amici non si cambiano più ma vanno capiti, coltivati e accompagnati. Anche le abituali digressioni comiche e nostalgiche che hanno determinato il successo di Zerocalcare qui vengono spinte ai margini da una narrazione autentica, perché sofferta, che pur con uno stile molto diverso ricorda la traiettoria narrativa dell’altro grande talento del fumetto italiano, Gianni “Gipi” Pacinotti. Il miglior libro di Zerocalcare da molto tempo.

Meglio non avere tatuaggi: ecco come uccide lo scuoiatore di Brighton, Sussex

Incuriositi dal nono posto nella top ten generale e dal terzo nella narrativa straniera (dati dell’ultimo numero della Lettura del Corriere della Sera), da queste parti si è compulsato con la dovuta attenzione Il tatuatore dell’esordiente Alison Belsham, britannica, ambientato sulla nota costa di Brighton, nel Sussex.

In realtà, il titolo originale è Il ladro di tatuaggi, cioè uno psicotico che si è messo in testa di “rubare” autentiche opere d’arte raffigurate su vari arti umani, compresa la testa. Uno scuoiatore, in pratica: “Lo scalpo di quel ragazzo è ora immerso nel latte di calce per spezzare la cheratina dei capelli e dissolvere i grassi. Puzza, ma è una parte essenziale del processo. E nel frattempo io lavoro un’altra pelle. Con una lama smussata rimuovo peli e cellule morte da un elegante tatuaggio sul braccio. Ricordo ancora la prima donna a cui l’ho preso. La mia prima vittima”. Non è un lavoro facile. Ci vogliono mano fermissima, tanta pazienza e uno stomaco allenato: “Se il cadavere si raffredda, la pelle s’irrigidisce e le membra diventano più dure. Scuoiare un corpo ancora vivo comporta molto più sangue. Ma a me non dà fastidio”. Meno male.

A Brighton, dunque, il serial killer colpisce quando è in corso una sentitissima e affollata fiera del tatuaggio. L’assassino non è solo: risponde a un “Collezionista”. A indagare è un giovane ispettore, Francis Sullivan, che fa coppia (non senza difficoltà) con la bella e misteriosa tatuatrice Marni Mullins. Il risultato è un thriller “onesto” ed efficace (soprattutto il colpo di scena sul “Collezionista”) ma il paragone spregiudicato con Stieg Larsson e Jo Nesbö, sparato sulla copertina, è davvero esagerato e fuorviante.

 

 

Il perdono è la più sottile delle vendette

La capacità di perdonare è la più cristiana delle virtù, il congedo del Cristo dalla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Eppure – in un ribaltamento che il Vangelo non contempla – può diventare anche crudeltà suprema perché il perdono è un atto unilaterale di fronte al quale ci si trova inermi: non si può rifiutare, non si può contraccambiare perché, di solito, i torti stanno più da una parte che dall’altra. È soltanto la vittima che può perdonare il carnefice, mai il contrario.

La cronaca è piena di storie esemplari di figli che perdonano l’omicida dei genitori, o di genitori che abbracciano chi ha sterminato la loro prole. Sono fenomeni incomprensibili a chi non è direttamente coinvolto che vengono di solito osservati con muta ammirazione per chi, grazie a una terribile sofferenza, pare aver raggiunto una saggezza superiore che diventa generosità all’apparenza senza limiti. Il nuovo libro di Eric-Emmanuel Schmitt insinua invece un terribile dubbio: si non di bontà si tratti, ma che la remissione dei peccati nasconda La vendetta del perdono, come da titolo di questa raccolta di quattro racconti appena uscita per le edizioni E/O (elegante traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca). Lo scrittore franco-belga, prolifico ma mai commerciale, costruisce trame diverse che si possono raccontare soltanto in parte senza compromettere l’esperienza del lettore, ma hanno un tratto comune, anzi due. Il primo è quello di prevedere come momento di svolta della trama un gesto di perdono: reale, mancato, auto-concesso, che genera conseguenze sempre differenti dall’attesa pacificazione. L’assoluzione non è, come nella tradizione cattolica, un nuovo inizio bensì un ribaltamento dei ruoli, la restituzione alla vittima di quel potere e di quel controllo di cui era stata privata. Una madre va a trovare in carcere il serial killer che le ha portato via la figlia dopo averla violentata. Non è un gesto caritatevole: soltanto il perdono può restituire umanità. E la condizione umana è la premessa per la sofferenza.

Il secondo tratto comune dei quattro racconti è il loro livello meta-letterario: attingono al canone dell’immaginario occidentale per ribaltarne gli schemi, così come il perdono stravolge i rapporti di forza. C’è il grande classico delle gemelle che si scambiano il fidanzato, c’è Madamina Butterfly, trama simile all’opera di Puccini con esiti diversi ma non meno tragici, c’è Il Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery che diventa lo sfondo della scoperta di un peccato sconosciuto perfino a chi lo aveva commesso.

La struttura narrativa rivela la familiarità di Schmitt con la scrittura teatrale: sono i dialoghi a definire l’azione, tutto passa per la forza delle parole che può essere altrettanto devastante quanto quella delle azioni più violente. E la sola cosa più devastante che rivelare segreti indicibili custoditi troppo a lungo è ricevere parole di perdono. Convivere con l’odio altrui è possibile, molto meno con la consapevolezza della propria inferiorità morale.

 

Soleri fa l’ultimo Arlecchino: “Sono fortunato e ho fatto tanta ginnastica”

“Sono un po’ triste, ma d’altronde alla mia età…”: Ferruccio Soleri, classe 1929, si congeda così dal ruolo di Arlecchino che ha interpretato per 58 anni, dopo essere salito sul palco del Piccolo Teatro di Milano per un ultimo cameo il 13 maggio, accolto da una scrosciante standing ovation.

Proprio al Piccolo Arlecchino servitore di due padroni debuttò nel 1947 con la regia di Giorgio Strehler: primo interprete fu Marcello Moretti, di cui Soleri divenne vice nel 1960, pronto a sostituirlo in scena una sera alla settimana. Il battesimo fu a New York, e tre anni dopo il ruolo diventò suo (Moretti morì nel 1961, ndr).

Se lo spettacolo ha macinato quasi tremila repliche e due milioni di spettatori, sparsi in 50 Paesi del mondo, l’attore fiorentino, da par sua, ha all’attivo 2949 recite, di cui quasi 700 all’estero: per questo, nel 2010, è entrato nel Guinness dei Primati per la “più lunga performance di teatro nello stesso ruolo”.

E non è l’unico blasone di Soleri, che ha ricevuto anche il Leone d’Oro alla carriera ed è stato nominato Ambasciatore dell’Unicef e Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana: delle tante e fortunate tournée ricorda, poi, i generosi complimenti ricevuti dagli attori cinesi in adorazione così come da Paul Newman e dalla Regina Elisabetta, che interruppe la cena pur di rendergli omaggio.

“Non so come ho fatto, sicuramente ho un buon dna e sono fortunato, ma ho anche fatto tanta ginnastica”.

Della parte – ha dichiarato – “non sono mai stato stanco”, e infatti, pur smessa la maschera, il suo impegno continua come curatore artistico dell’allestimento, mentre Arlecchino è ora il suo erede, nonché storico vice, Enrico Bonavera. The show must go on: il capolavoro goldoniano ha appena chiuso le repliche all’Argentina di Roma; in autunno volerà in Algeria e tornerà, dal 23 maggio 2019, di nuovo a casa, al Piccolo.

L’inferno di fuoco lascia naufraghi

Lo spettacolo di prosa più bello dell’anno è di danza, cioè è un ibrido tra prosa e danza, cioè è più danza che prosa, cioè è teatro: è opera di un ensemble canadese, ma ha un titolo tedesco – Betroffenheit – ed è appena passato in Italia, per due sole repliche, come anteprima di TorinoDanza.

Il festival, diretto da quest’anno da Anna Cremonini, sarà inaugurato ufficialmente in autunno e la preview, oltre a essere un promettente antipasto, fa da anello di congiunzione tra la stagione di prosa dello Stabile e la prestigiosa rassegna ballerina: “Dance me to the End of Love” sarà il refrain dell’edizione 2018, che ospiterà 18 allestimenti di 16 compagnie e 8 nazioni (Canada, Belgio, Burkina Faso, Francia, Grecia, Israele, Italia, Svezia).

Creato dalla coreografa Crystal Pite e dall’attore e drammaturgo Jonathon Young, Betroffenheit si appella nel titolo alla lingua filosofica per eccellenza, il tedesco, a indicare l’intraducibile – e indicibile – “choc” che ha subito Young anni fa: la morte della figlia e della nipote in un incendio domestico, a cui lui è sopravvissuto.

L’incipit è folgorante: una stanza bianca, ingombra di cavi elettrici pronti a scatenare l’inferno, come serpenti di un Eden qualunque. È in questo spazio squallido e freddo che si muove il protagonista – lo stesso Young –, prigioniero della casa del trauma, ma soprattutto della propria psiche.

Qui inizia il viaggio nella sua mente devastata, verosimilmente affetta da Ptsd, il disturbo da stress post-traumatico: qui va in scena il cabaret infernale, non privo di poesia felliniana, clown aggraziati, personaggi grotteschi ma rassicuranti. Ogni tanto il carnevale degenera in incubo; la salsa e il tip-tap si deformano in allucinazioni; la stand-up comedy scema in un crogiuolo di voci schizofreniche; le canzoni romantiche scolorano in marionette; l’Io si sdoppia e la stanza si fa claustrofobica, restringendosi al punto da diventare la scatoletta magica dentro cui l’illusionista sparisce per sempre.

Le scene di Jay Gower Taylor sono chirurgiche e potentissime, così come le luci di Tom Visser: se nel primo tempo assistiamo alla progressiva apertura della stanza, nel secondo lo spazio è nudo, a parte il palo al centro del palco. La casa è ridotta a fragile fondale di tela; gli artisti riappaiono struccati, senza la biacca né i costumi rutilanti o le scarpe ticchettanti; le parole, cedendo il passo alla danza, si fanno rare, liriche: “Non sono io la vittima! Sono gli altri che hanno bisogno di aiuto!”, ripete il primattore in preda alle crisi psicotiche. “No, quello è successo anni fa. Gli altri sono scomparsi. Ora sei tu”.

Gli interpreti sono superlativi: oltre a Young, Christopher Hernandez, David Raymond, Cindy Salgado, Jermaine Spivey e Tiffany Tregarthen. Il sorriso con cui escono agli applausi vale la recita. E poi quell’incendio, quell’incendio che qui è tempesta, che qui non lascia polvere, ma naufraghi – cioè vivi.

 

Igort regista: la sua Napoli avrà il volto di Toni Servillo

Toni Servillo interpreterà un anziano guappo in pensione nella Napoli degli anni 70 in “5 è il numero perfetto”, trasposizione per il cinema dell’omonima graphic novel noir del fumettista Igort (al secolo Igor Tuveri) al suo debutto dietro la cinepresa. Nella coproduzione italo-franco-belga allestita da giugno in poi da Propaganda Italia e Jean Vigo Italia reciteranno anche Valeria Golino e Lorenzo Lancellotti.

Attiva da anni con la sua Good Film come produttrice e distributrice, Ginevra Elkann dirigerà dopo l’estate per Wildside il suo primo lungometraggio intitolato “Magari” di cui è anche autrice della sceneggiatura insieme a Chiara Barzini. La storia vedrà in scena figli di genitori divorziati che vivono a Parigi e vanno a visitare il loro padre a Roma.

Celebre per il suo indimenticabile Mister Bean, il grande comico inglese Rowan Atkinson ha ultimato le riprese di “Johnny English Strikes Again”, terzo capitolo delle avventure del suo personaggio più recente, un catastrofico agente speciale dell’MI7. Un Mister English ormai in pensione nel nuovo film diretto da David Kerr e interpretato anche da Olga Kurylenko e Emma Thompson sarà costretto a tornare in azione in seguito ad un grande cyber-attacco che svela le identità segrete di tutti gli agenti britannici.

Nino Frassica reciterà con Lucia Ocone, Sarah Felberbaum e Pietro Sermonti nella commedia di Alessio Maria Federici “Uno di famiglia” e sarà il protagonista di una nuova serie tv in 4 serate per Canale 5.

Vittoria Puccini, Giuseppe Zeno e Flavio Parenti saranno i protagonisti della nuova serie tv in 4 puntate “Mentre ero via” che verrà diretta a partire dalla prossima settimana tra Veneto e Lazio da Michele Soavi per Endemol e Rai Fiction.

È il solito destino di Kechiche: non vedi il cinema

Abdellatif Kechiche non è Hitchcock. Innanzitutto, non crede che la durata di un film debba essere commisurata alla capacità di resistenza della vescica, giacché anche quest’ultima prova – dura quasi tre ore (175 minuti) – è dichiaratamente sfidante. Poi, non reputa che il cinema sia la vita liberata dai momenti di noia, ma più ambiziosamente che il cinema sia la vita liberata dai momenti di cinema. Mektoub, My Love: Canto Uno è il suo ennesimo capolavoro, e non c’è spiaggia che tenga, fatevene una ragione: non andarlo a vedere sarebbe colpevole.

Come, e però diversamente da, Lars von Trier, il cui cannense The House that Jack Built mai smetteremo di lodare, Kechiche è un pazzo per immagini e suoni: per annichilire quel corpo intermedio tra noi spettatori e l’esperienza che è il cinema stesso, affastella di corpi femminili, anzi, ultracorpi femminili – e preponderanti sederi – il film, affinché il nostro voyeurismo, la nostra, ehm, scopofilia annulli la distanza tra il guardare e il guardato e dunque eluda il dispositivo cinematografico.

Sarebbe fraintendibile per porno, in fondo, se non ci fosse l’intenzione esplicita e iterata di estinguere il diaframma portandolo per assurdo alle sue estreme conseguenze: durata fluviale, predominanza del pianosequenza, strapotere del montaggio (più selezione che combinazione delle scene, derivanti dalla moltiplicazione delle macchine da presa). Rimarrebbe porno, nondimeno, se l’alter ego che Kechiche s’è scelto, alla stregua dell’Antoine Doinel di François Truffaut, non si privasse di questi corpi, non si astenesse, meglio, non si contenesse: piccina domanda di fronte a straripante offerta, quella di Amin (Shaïn Boumédine, bello come un dio) è un’educazione sentimentale e professionale e quindi esistenziale giocata all’insegna della deflazione sessuale. Insomma, Amin è il regista o come, secondo Kechiche, dovrebbe essere un regista. A Sete, cittadina balneare non distante da Montpellier, lo vediamo per la prima volta circonfuso di luce, quella che in esergo il Nostro prende da Vangelo e Corano, e di ritorno per l’estate: sceneggiatore in erba a Parigi, ritrova la famiglia e gli amici, tutti d’origine maghrebina, tra cui la lussureggiante Ophélie (Ophélie Bau) e il dionisiaco cugino, di lui, Tony (Salim Kechiouche). Ma più dell’amore, più di tutto, conta il destino (Mektoub in arabo) che s’è scelto: essere artista nella città delle donne, trascenderne i corpi e trasgredire il corpo intermedio del cinema. Anche se è tutto scritto, pianificato e perfezionato, ovvero il precipitato di “prove, controprove, dibattiti e nessuna improvvisazione”, il cinema in Mektoub, My Love non lo sentiamo: Amin se ne sta insonne per catturare il parto di una pecora, e il parto non cancella forse ogni altra cosa, in primis la ripresa del parto stesso? Se è così, ogni film di Kechiche è il film di una nascita, anzi, è una nascita senza film.

Ammaniti: “Crediamo al Miracolo se risolve i nostri dubbi”

“Una manifestazione così plateale dell’esistenza di Dio dovrebbe muovere grandi pensieri. E invece i miei personaggi la usano per risolvere mancanze personali, incertezze, dubbi sul futuro. È questo che rende la storia interessante”. Niccolò Ammaniti ha un carattere schivo, poco propenso alla mondanità, “ma il cinema mi sta aiutando”. Con un passato da romanziere (“e forse un futuro, a settembre deciderò”), si è messo per la prima volta dietro la macchina da presa e ha girato, con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini, Il Miracolo, la serie originale Sky prodotta da Mario Gianani e Lorenzo Mieli per Wildside. È la storia di una Madonnina che piange sangue, apparentemente senza spiegazione scientifica, e questo presunto miracolo turba le vite di tutti coloro che hanno a che fare con lei. Un po’ thriller, un po’ noir, tanto racconto, con l’atmosfera sospesa e rarefatta di un romanzo. Martedì prossimo, su Sky Atlantic Hd, il finale di stagione. Ma visto il successo che sta registrando, è tempo di fare un primo bilancio.

Ammaniti, nessuno tra i protagonisti è soltanto buono o cattivo. La vita sta irrompendo nelle serie?

Il motore che spinge i miei personaggi non è mai stato etico, essi non vengono costruiti perché rappresentano il bene e il male. La Madonna funziona da catalizzatore, li muove tra le loro paure, passioni, sensi di colpa. Sono come denudati di fronte all’incomprensibile. Proprio come ognuno di noi.

Persino il premier (Fabrizio Pietromarchi, un bravissimo Guido Caprino), la cui figura sembrava essere la più integra, viene scalfito da ciò che non riesce a spiegare.

Mi interessava mettere in luce un aspetto: a lui, come accade spesso a tutti, viene rimproverato di voler fare qualcosa per gli altri soltanto per essere riconosciuto come un buono. È un aspetto che la moglie (Sole, cioè Elena Lietti, rivelazione, ndr), ormai disillusa, smaschera.

Ma ognuno di noi ha bisogno di credere in qualcosa…

Per come si è ridotta la vita nelle azioni quotidiane, releghiamo l’alto ai ruoli istituzionali, alle messe della domenica. Invece la chiave della serie, ciò che la rende interessante, è che una manifestazione così plateale dell’esistenza di Dio, come una Madonna che lacrima sangue, non smuove grandi pensieri – nessuno dice ‘portiamola a San Pietro’ –, ma le singole vite.

Il suo premier afferma: “Viviamo in un Paese con tendenze suicide. C’è qualcosa di masochistico che spinge gli italiani a fare sempre le cose peggiori”. Pietromarchi assomiglia a un politico in particolare?

Credo che la tendenza suicida sia generalizzata e si manifesti a ogni elezione. Da qualche decennio – non prima, la Dc era come la Juve – gli italiani tendono a votare all’opposizione. L’idea di interrompere un percorso perché non sei soddisfatto è tipico di questo Paese, ma non produce cose buone. È una reazione istintiva, l’Italia è come una donna troppo sensibile che appena la tocchi reagisce. La sensazione è che adesso siamo particolarmente confusi, non solo con i 5 Stelle, ma anche con quella che fu l’ascesa rapidissima di Renzi.

Parliamo di fiction. Finalmente abbiamo smesso di vedere periferie, sparatorie, mafia e carabinieri buoni?

L’idea nuova è quella di pensare alla serialità come a una narrazione chiusa, forte di per sé. È una serie, ma potrebbe essere un libro. Siamo usciti – e questo già con Gomorra – dalla mentalità che la serie arriva mentre le famiglie sono a tavola e quindi i personaggi devono essere rassicuranti. Il Miracolo non lo è affatto. Anzi, pone domande.

La tv porta più soldi della letteratura?

Non nel mio caso. E poi, indipendentemente dall’aspetto economico, rifletta su una cosa: intorno a una tavola la gente parla dell’ultima serie vista, non dei libri letti. È come se la forza narrativa, le storie, si siano trasferite nelle serie. A me piace stare dove si raccontano le cose.

L’altro giorno è morto Philip Roth. Come romanziere, ha imparato qualcosa da lui?

Non l’ho mai conosciuto, ma è uno di quegli autori che ho amato, che mi hanno avvicinato di più a un certo modo di descrivere i piccoli desideri delle persone, che diventano immensi e universali quando vengono raccontati. L’unico dolore è che avrebbe meritato il Nobel molto più di tanti altri. Però consoliamoci dicendo che un premio passa, la scrittura resta.

Abbiamo parlato di finale di stagione. Quindi ce ne sarà un’altra?

Non lo so ancora. Aspetto di finire la serie e tiro le somme, magari dopo l’estate.

Però il finale resta aperto…

Il finale lo scrive il pubblico.

Ritorna al “Fuori Orario” la festa del Fatto coi lettori

Dopo qualche anno di assenza torna una delle storiche occasioni di incontro per la comunità del Fatto Quotidiano: la festa di primavera al Fuori Orario, il circolo Arci di Taneto di Gattatico, in provincia di Reggio Emilia, a una decina di chilometri da Parma. Musica, incontri e dibattiti, a partire da questa sera alle 22, quando la festa inizierà con lo spettacolo teatrale Terza Repubblica di e con Andrea Scanzi. Cos’è successo il 4 marzo? Come ha fatto Matteo Renzi a distruggere così tanto, e così bene, il centrosinistra? Lo spettacolo è il seguito di Renzusconi che già ha riempito i teatri di tutta Italia.

Il Fuori Orario non è un locale come gli altri. Lo chiamano la “stazione dei desideri”. Lo hanno aperto nei primi anni Novanta un gruppo di amici che nel giro di vent’anni lo hanno fatto diventare una fucina culturale: un capannone vicino alla ferrovia, che si trasforma in un luogo di musica e cultura. È il posto ideale per mettere insieme i lettori e le firme del Fatto Quotidiano con i protagonisti del cinema, della politica e della letteratura in tre giorni di incontri, condotti da Silvia D’Onghia, sui temi dell’attualità politica, del giornalismo e della cultura (per l’occasione non c’è obbligo di tessera Arci).

Domani si parte alle 11:30. Il direttore del Fatto Marco Travaglio si confronta con il magistrato Piercamillo Davigo sul tema: “Delinquere conviene?”. Nel pomeriggio al Fuori Orario saranno proposti dal vivo due dei format di maggiore successo della piattaforma tv Loft. La scrittrice Barbara Alberti risponde – con il suo stile inimitabile – alle lettere d’amore assieme a Diletta Parlangeli. E poi Alessandro Di Battista – ex deputato dei 5Stelle, in uno dei suoi primi incontri pubblici dopo le elezioni – si confessa con il direttore del Fattoquotidiano.it Peter Gomez.

Si passa quindi al dibattito sollevato dalla scrittrice Michela Murgia (potete leggere la pagina qui a fianco) per discutere se “La stampa è femmina”. A gestire la conversazione ci sarà Silvia Truzzi e a confrontarsi, oltre alla stessa Murgia, il direttore del tg La7 Enrico Mentana, la conduttrice di CartaBianca Bianca Berlinguer e la conduttrice di Omnibus Alessandra Sardoni.

Il sabato del Fuori Orario si chiude alle 21 con lo spettacolo di Marco Travaglio B. come basta!: tutti i fatti e i misfatti del Caimano raccontati nell’omonimo libro edito da Paper First. A seguire, il dj set, con musica anni Ottanta, di Matteo Barchi.

“Stato e mafie, trattare o convivere?”: inizia con questo incontro la domenica della festa del Fatto. Con la conduzione di Mario Portanova, ne discutono Marco Lillo e Franco Roberti, magistrato e già procuratore nazionale antimafia dal 2013 al 2017. Si torna quindi a parlare di attualità politica con il fondatore – e primo direttore – del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro e l’ex direttore del Corriere Paolo Mieli. Conduce Edoardo Novella, si parla della coalizione gialloverde: “La strana coppia al governo”. Dopo la grigliata con i giornalisti, nel pomeriggio Selvaggia Lucarelli intervista “il signore in giallo”, ovvero lo scrittore Maurizio De Giovanni. Spazio poi all’economia con il “Reddito di cittadinanza, questo sconosciuto”, con il vicedirettore Stefano Feltri, l’economista Maria Cecilia Guerra e Pasquale Tridico, designato come ministro del Welfare da Di Maio prima delle elezioni.

Giovanna Trinchella parla del film del momento. “Dogman: da Roma a Cannes” è l’incontro con gli attori Marcello Fonte ed Edoardo Pesce, protagonisti della pellicola diretta da Matteo Garrone. E poi Alessandro Ferrucci presenta il docu-ritratto della serie Cani sciolti su Omar Pedrini, che con il suo concerto chiude la festa.