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Renzi si costituisce parte civile e fa da avversario ai cittadini

Il prof. Conte ha sentito l’esigenza di proclamarsi nostro avvocato. Il già deposto capo del governo e segretario dimissionario del Pd Renzi non ha resistito, gli piace troppo fare il simpatico e ha detto: “E io mi costituisco parte civile!”.

Ecco bravo… qualcuno spieghi al pover’uomo che la parte civile è l’avversario processuale dell’assistito (che in questo caso sarebbero gli italiani), non dell’avvocato difensore (che è il professor Conte). Qualcuno dica inoltre a Renzi che esistono anche le cause civili, alle quali evidentemente alludeva il prof. Conte essendo lui docente di Diritto Privato. Ma il fatto che Renzi associ il termine “avvocato” al processo penale la dice lunga.

Insomma, senatore Renzi, compri una vocale, giri la ruota, lasci o raddoppi… ma per favore eviti le battute, che proprio non le riescono. Lasci fare al vecchio satiro che, come uomo di spettacolo, le è ancora superiore.

Elias Vacca

 

Il “Lei non sa chi sono io” rimane un tipico vezzo italico

La polemica sul curriculum bacato del candidato premier Giuseppe Conte, oltre che sorprendente e vagamente inquietante, fa riemergere un vezzo italico: il “lei non sa chi sono io.”

Mentre all’estero per due pagine copiate in una tesi di laurea si dimettono seduta stante ministri e presidenti, in Italia, da Oscar Giannino bilaureato inesistente, alla ministra Madia mai specializzata con dottorato fasullo nei Paesi Bassi, alla ministra Fedeli neppure diplomata, molti, per giustificare e dare sostanza alla loro posizione pubblica, si attribuiscono professionalità che non possiedono, o si atteggiano a persone che vorrebbero essere e non sono, e si attaccano al detto citato prima.

Il fatto è che il “lei non sa chi sono io”, per loro porta a una triste scoperta: non erano nessuno.

Enrico Costantini

 

Ecco la mia lista di richieste per il presidente del Consiglio

Caro presidente incaricato Conte, ho ascoltato le sue dichiarazioni e spero che presto diventi a tutti gli effetti presidente del Consiglio dei ministri, come recita la Costituzione e non accetti di essere chiamato premier, cancelliere o altro come spesso giornalisti neghittosi e politici spocchiosi fanno senza sapere bene cosa vogliano dire. Parlare in italiano agli italiani, magari in maniera comprensibile sarà una riforma a costo zero che porterà i propri frutti. Poi spero che saprà fare scelte, sempre a favore di questa nostra Italia e vorrei modestamente fare un elenco che credo anche altri connazionali condivideranno: il nostro Paese è soggetto a terremoti dunque bisogna cominciare a riqualificare, prima di un nuovo sisma, l’edilizia in molte parti d’Italia a cominciare da quella scolastica.

Costruire nuove carceri più umane e far rispettare le sentenze e la loro durata, perché è intollerabile che brigatisti neri, rossi e stragisti come i fratelli Savi offendano la memoria delle vittime che lo sono doppiamente non potendo i loro parenti avere la visibilità loro concessa sui media.

Il doloroso capitolo del lavoro, ovviamente, dovrebbe essere la priorità assoluta, come chiede la Carta costituzionale e dovrebbe essere un lavoro degno di questo nome e non un sotterfugio pagato in maniera decorosa e non una prestazione con nomi fantasiosi che nascondono, magari sotto il nome di cooperativa, qualcos’altro.

L’elenco sarebbe lungo perciò concludo che dovrebbe tener conto anche del parere dei cittadini sul voler più giustizia e sicurezza. Un po’ più ce lo chiede l’Italia e un po’ meno ce lo chiede l’Europa. Nei limiti del possibile, certamente.

Franco Novembrini

 

La passione civile mi ha salvata. Mi sento una cittadina

La mia è una passione civile. Prima ero una no global, oggi sono un’attivista dei cinquestelle. Questo ha dato alla mia vita di donna sola, inferma e vecchia, un senso e uno scopo.

Non importa se sono nessuno, non importa se non sono ricca, bella, giovane o potente. “Io sono un cittadino”, e lo dico con l’orgoglio e la fierezza di chi ama la politica della giustizia, della democrazia e della liberazione. Credere in una speranza di popolo e lottare per quella può fare di ognuno di noi una forza e una bellezza. Il M5S mi ha dato questo: un motivo per vivere.

Quando è morto mio marito cinque anni fa volevo morire. Molte volte nella mia vita ho rischiato la depressione e ho pensato che era meglio per me morire. Non è stata esattamente una bella vita, come tanti attorno a me non hanno una bella vita.

Ma chi vive oltre se stesso, chi lotta per qualcosa che riguarda tutti, ha un motivo in più per vivere, una fede civile collettiva dà alla sua vita un colore e una qualità che questa da sola non potrebbe avere.

Ma immagino che superare i propri personalismi e accedere a un sentire collettivo sia anch’esso un dono di cui si debba rendere grazie. Un dono che riabilita il concetto di politica e che innalza ognuno di noi come un potere che la politica non la subisce ma la crea.

Spero che il premier incaricato Giuseppe Conte riesca a comprendere quanta passione e quanto amore ci sono in tutto questo.

Viviana Vivarelli

Esilio. Gli incubi della sinistra da salotto: urgono voli “low casta” per espatriare

 

Riporto a caso alcune dichiarazioni rilasciate da personalità del mondo della politica, del giornalismo e dello spettacolo che, per non disonorare le rispettive categorie già svilite a sufficienza, dovrebbero semplicemente prendere atto della situazione esistente e, come promesso, dar seguito coi fatti alle parole. Il più famoso di loro, Silvio Berlusconi, disse che se avessero governato i 5stelle sarebbe andato a vivere in Russia; Giuliano Cazzola ha dichiarato che meglio dell’Italia pentastellata ci sono i campi di concentramento, la clandestinità e l’eutanasia, e noi, pazienti, aspettiamo che prenda la giusta decisione; l’esimia politologa (sic) Elisabetta Gualmini prometteva di andare a vivere a Timbuctù nel malaugurato caso di un governo coi 5stelle, ma è ancora qui, forse in attesa del primo volo low cost per il Mali. Tra i giornalisti è simpatico ricordare le sobrie parole della firma di Repubblica Natalia Aspesi: “Se vinceranno i 5stelle mi sparo”. Queste signore e signori, esempi illuminati di onestà intellettuale, ora che faranno?

Paolo Sanna

 

Gentile Paolo, per cercare di allinearmi al suo tono ironico, aggiungo subito che se avessi un’agenzia di viaggi organizzerei dei voli “low casta”, non cost, per agevolare l’espatrio. Ché tutti i politici o i giornalisti che lei cita hanno sperato in una conservazione del Sistema con relativi privilegi. Da berlusconiani (compreso lo stesso ex Cavaliere) e renziani era normale aspettarsi una promessa del genere. Tra le due categorie, chiamiamole pure così, c’è però una differenza. Chi a sinistra – dinnanzi alla prospettiva di un governo grillino – si consola dolorosamente con l’idea di un salvifico esilio compie un atto di grande arroganza e superbia. Gualmini e Aspesi, per esempio, dovrebbero interrogarsi, rispettivamente, su quanti elettori e lettori hanno perso il Pd e “Repubblica” perché diventati grillini. Dovrebbero chiedersi, come ha fatto Susanna Camusso sul “Fatto”, perché questo governo nascente parla anche alla “nostra gente”. Se poi loro, rispondendosi da soli, diranno che il futuro del Pd è un’altra cosa rispetto ai diritti sociali e al lavoro e alle diseguaglianze, e che il futuro è una spruzzatina centrista di Macron con l’aggiunta dei diritti civili (come se la sinistra dovesse limitarsi solo a rinverdire il pannellismo radicale), allora il consiglio è un altro. Anziché espatriare, basta rimanere arroccati nei salotti.

Fabrizio d’Esposito

Follow Falcone e il metodo della memoria antimafia

Maggio 1980. Da poco in forze alla Procura di Palermo, Giovanni Falcone indaga sul costruttore Rosario Spatola e capisce che quelle imprese edili fungono da lavatrice del denaro di Cosa Nostra. Nasce così, sul campo, “il metodo Falcone” traducibile nel motto Follow the money: non inseguire la droga, ma il denaro riconducibile al suo traffico. Only connect: entrare nei consigli di amministrazione, nelle finanziarie, permeare la più insospettabile e impenetrabile delle omertà: il segreto bancario. Un’intuizione destinata a spiazzare le mafie, tanto da doversi scontare con la morte. Follow the money è il titolo del documentario realizzato da Stefano Pistolini e Massimo Salvucci trasmesso martedì su SkyTg24, che ogni scuola dovrebbe proporre ai suoi studenti. Con parole pacate e afflitte, l’orgoglio malinconico del reduce, Giuseppe Ayala rievoca la ricostruzione della Pizza connection, la collaborazione con Rudolph Giuliani, la creazione del pool, la celebrazione del maxi-processo e la costruzione dell’aula bunker “in soli sei mesi, perché quando lo Stato vuole esserci è più forte” (finché volle esserci). La visione di Follow the money ha la forza quieta dei suoi protagonisti che è fuorviante considerare eroi: “Falcone e Borsellino non erano due eroi. Erano due uomini veri, e da uomini hanno agito come si crede debbano agire gli eroi.” Per questo la loro eredità più preziosa è quella umana. C’è un metodo certo per portare a compimento la loro battaglia: seguirne la memoria.

Il sessismo ignaro dei giornalisti

Dove sono le donne? Se arrivassero gli alieni domattina e cercassero di farsi un’idea del genere umano guardando ai luoghi della rappresentazione pubblica, probabilmente penserebbero che un virus misterioso abbia colpito tutte le persone di sesso femminile d’Italia, rendendole mute o incapaci di intendere e volere.

La salita delle delegazioni politiche al colle è stata una sfilata di maniche di camicia e completi gessati, come se metà del paese non avesse capacità di partecipazione alle decisioni pubbliche. Le lunghe sedute per l’accordo di governo hanno visto intorno al tavolo solo uomini, gli unici degni di disegnare il futuro del paese. I dibattiti televisivi e le prime pagine dei quotidiani traboccano di firme e foto maschili, perché anche i mezzi di informazione sembrano contagiati dall’assenza di biodiversità sociale. Le donne non esistono e se esistono parlano a se stesse di se stesse.

Da qualche settimana – aiutandomi con l’hashtag #tuttimaschi – ho cominciato a studiare le prime pagine dei due principali quotidiani italiani, La Repubblica e il Corriere della sera, per cercare di capire perché le donne non ci scrivono quasi mai. Le fotografo e evidenzio le firme in calce a ogni articolo per mostrare il dato macroscopico dell’onnipresenza maschile. In entrambi i quotidiani i pezzi sulle prime pagine sono quasi tutti scritti da uomini, con percentuali del 100 per cento in quelli di opinionismo politico. Altrettanto costante è la natura del contenuto. Gli uomini in prima pagina occupano gli editoriali, cioè gli spazi della massima autorevolezza: esprimono pareri sul futuro, leggono la complessità della situazione politica italiana e internazionale, fanno analisi e tengono rubriche di commento alla cronaca e al costume. Ci spiegano la realtà. Le pochissime giornaliste la cui firma viene richiamata in prima pagina fanno per lo più interviste (quasi sempre a uomini che ci spiegheranno la realtà ancora meglio) o articoli su temi riconducibili a questioni percepite come femminili, confermando l’idea che le donne siano esperte soprattutto di “donnismo”. Questo semplice lavoro di documentazione quotidiana sta causando sui social media reazioni di segno vario, da chi dice che è una battaglia giusta a chi la chiama lotta pretestuosa. Quest’ultima posizione fa ricorso sempre agli stessi argomenti e a forza di sentirli ne ho fatto una raccolta. Potrei intitolarla: “piccolo frasario del sessismo ignaro” e pressappoco contiene queste frasi.

Non è vero che ci sono poche donne. Il primo passo è la negazione dell’evidenza. Basterebbe contare, ma il fatto che l’assenza delle donne non sia percepita come un problema è la parte principale del problema.

Contano le idee e non chi le porta. Se fosse vero, dalle firme in prima dovremmo dedurre che le idee in questo Paese ce le abbiano soprattutto i maschi.

Mi rifiuto di far scrivere le donne solo in quanto donne. Ovviamente nessuna donna vuole scrivere solo in quanto donna. Quelle che hanno qualcosa di interessante da dire pensano però che quel qualcosa non valga meno di quello che ha da dire un uomo. Se nove volte su dieci a dire quella cosa viene chiamato un uomo, le possibilità sono due: o gli uomini sono più bravi a scrivere, o chi decide i loro spazi ne è convinto.

Allora anche le quote gay, le quote stranieri, le quote per tutto. C’è un errore di fondo in questo ragionamento: le donne non sono una categoria socioculturale, ma più della metà del genere umano. Il fatto che si pensi alle donne come a una variante della cosiddetta normalità è il cuore stesso del sessismo, per il quale il femminile è un’eccezione e rappresenta se stesso, mentre il maschile è la norma e rappresenta tutti.

Non ci sono nomi di donne prestigiosi come quelli degli uomini. L’assunto sarebbe vero se il prestigio fosse un dato di natura, ma nessuno nasce già autorevole. L’autorevolezza non deriva solo da quanto è interessante quello che dici, ma dalla possibilità che quello che dici possa influenzare molte persone. Il prestigio delle firme maschili si è costruito attraverso decine di occasioni di visibilità che nel tempo alle donne non sono state offerte. Continuare a invitare solo uomini a esprimere il proprio pensiero è un modo per consolidare il pregiudizio che gli unici pensieri prestigiosi siano quelli maschili.

Sapessi quanti rifiuti di donne ho ricevuto! È vero. Molti studi comportamentali dimostrano che le donne prendono così sul serio il rischio dell’incompetenza che quando non si sentono all’altezza possono rifiutare un’esposizione che invece un uomo accetterebbe con molti meno scrupoli. Se però è lui a declinare se ne cerca un altro senza troppe storie e nessuno pensa che a rifiutarsi sia un intero genere.

Le donne che si occupano di questi temi sono poche. È falso: le donne competenti che scrivono, pensano, studiano e che interverrebbero non sono meno degli uomini. Sono però molte meno nei luoghi del potere culturale, quello dove si sceglie a chi attribuire gli spazi di parola pubblica. La loro rilevanza e visibilità dipende da quanto si accorge di loro chi controlla i processi di riconoscimento e legittimazione.

Le donne sono meno competenti. Chi ha il coraggio di affermarlo sta ammettendo che esiste una discriminazione nel suo modo di giudicare il lavoro intellettuale delle donne. Solo che, anziché attribuire la colpa di questa discriminazione al suo maschilismo, la attribuisce alle donne stesse, il che è un po’ come dire: “Non sono io che sono razzista, sono loro che sono negri”.

Correre appresso alle quote rosa fa perdere un sacco di tempo. Certo che si perde tempo se prima si fa la pagina e dopo ci si chiede “quante donne ho messo?”. Significa che le firme femminili eventualmente inserite non rispondono a un bisogno di rappresentazione del pensiero, ma solo di rappresentazione di sé in quanto donne. Questa idea le renderà un fastidioso pedaggio da pagare al politicamente corretto. Progettare un giornale in questo modo è faticoso di sicuro, ma la colpa non è nell’esistenza delle donne: è nell’esistenza del maschilismo. Se è complicato per un direttore costringersi a ricordare che le persone di sesso femminile esistono e fanno pensiero, lo è ben di più per le donne, costrette a combattere ogni giorno contro i tentativi di essere cancellate dagli spazi dove quel pensiero può essere espresso.

Ma se abbiamo anche un vicedirettore donna! Questa è la scusa più maschilista di tutte. Si spera infatti che la vicedirettrice sia diventata tale per i suoi meriti e non per una concessione fatta al suo essere donna. Nello svolgere il suo lavoro rappresenta quindi sé stessa, non il suo genere. L’esistenza di vicedirettrici o caporedattrici dimostra solo che quelle donne erano capaci, non che chi le ha nominate non sia sessista, soprattutto se poi usa la loro presenza per giustificare l’assenza di tutte le altre.

Non si può cambiare la realtà da un giorno all’altro, ma nessuna realtà comincerà mai a cambiare se la necessità del cambiamento non diventa evidente a tutti. Per questo la campagna #tuttimaschi andrà avanti per un anno: finché le donne non potranno esserci per contare, è essenziale che continuino a contare per esserci.

Non cambia nulla: sempre #tuttimaschi

Mentre si lavora al governo del se e ma (“se Conte non farà il semplice ‘esecutore’”; “ma come la mettiamo con Ue e mercati”; “ma il contratto è più di destra o di sinistra?”) e un commento politico invecchia che manco Ciribiribì Kodak – tempo di mandarlo e non c’è più né il papabile ministro né la poltrona – ecco l’àncora di salvezza per noi povere scribacchine: una bella polemica sulle donne! Sessismo, maschilismo, emarginazione al femminile, sono evergreen come il tormentone dell’estate e la morsa del gelo: se ne discute un po’, si prendono posizioni meritevoli – vieppiù in Italia, dove sessismo, maschilismo, emarginazione al femminile sono problemi veri – e poi non cambia nulla.

L’ultimo strale contro la discriminazione delle donne l’ha lanciato la scrittrice Michela Murgia: “Su @Repubblica e @Corriere anche oggi i commentatori politici sono solo maschi. Le donne fanno interviste (a uomini), pezzi di costume, rubriche fisse (sotto rubriche di uomini) e un’inchiesta da Kabul, lontano dagli occhi lontano dal cuore #neancheinarabiasaudita”, ha scritto il primo maggio su Twitter. E da quel giorno, in una sorta di crociata per la liberazione delle opinioniste politiche, ha spulciato le prime pagine dei due “giornaloni”, evidenziando come il salotto del Palazzo sia riservato a #tuttimaschi, mentre le donne sono relegate nelle “cucine” dell’informazione.

La Murgia ha ragione: la politica nei media sembra un “club per soli uomini”, con poche eccezioni, come questo giornale, che annovera firme autorevoli (presenti esclusi ovviamente) anche tra il gentil sesso. E aggiungo che è significativo che se in tv due uomini discutono animatamente di politica è “un confronto”, al peggio “uno scontro”, se sono due donne è subito “bagarre”, “battibecco”, al peggio “pollaio”.

Detto ciò, cara Murgia, chi l’ha detto che inseguire Di Maio, Salvini, Renzi, sgomitare nella schiera di cronisti parlamentari per elemosinare una battuta (poi smentita) nella buvette della Camera, prestarsi a giochi di potere, che contano più dei lettori, in editoriali, retroscena, interviste in ginocchio, sia meglio di “un’inchiesta da Kabul” o, perché no, di una rubrica di costume fatta bene? E come mai – le ho chiesto in un tweet – quando a condurre programmi politici in tv sono donne, la situazione non cambia? Sempre #tuttimaschi.

Due esempi concreti nelle due reti – Rai3 e La7 – che hanno (meritevolmente) molte donne al timone di approfondimenti politici: non me ne vogliano tutte le altre ineccepibili giornaliste-conduttrici, ma ho considerato, solo a titolo di esempio, Bianca Berlinguer e Lilli Gruber.

Nel mese dal 27 febbraio al 27 marzo – quindi nel clou del pre e post elezioni – qual è stato il rapporto ospiti uomini/ospiti donne? A #Cartabianca (prima serata) 41 maschi contro la bellezza di 9 femmine; a Otto e mezzo 56 uomini e ben (!) 5 donne.

Ci centellinano per non sciuparci? È un modo per dire che ogni donna vale 10? Perché quando arriviamo – faticosamente – all’apice ci circondiamo pure noi (vale anche per caporedattori, autori, vicedirettori) di maschi?

Ps. La Murgia mi ha risposto: “Per praticare una visione maschilista non è indispensabile essere maschi. Il modello di potere o è messo in discussione o si replica identico”.

Pienamente d’accordo. Cambieremo mai?

I nomi non mutano le cose: Savona o no, resta la politica

Cos’è mai un nome? Dispiace scomodare Shakespeare in faccende così poco poetiche, ma il punto è tutto qui. E la risposta è appunto che il problema non sono i nomi dei ministri, o più precisamente il nome del ministro dell’Economia. Ieri il Colle ha fatto trapelare una nota ufficiosa grazie alla quale abbiamo potuto fare un ripassino di diritto costituzionale: “Il tema all’ordine del giorno non è quello di presunti veti ma, al contrario, quello dell’inammissibilità di diktat nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti due”. I ministri sono nominati dal Capo dello Stato (nelle cui mani giurano) su proposta del premier, il quale poi va in Parlamento a chiedere la fiducia. Questo accade perché siamo una Repubblica parlamentare, dunque il governo è espressione di una maggioranza parlamentare. Il Presidente Mattarella, nei consueti modi riservati, in questi ottanta giorni ha più volte fatto trapelare la sua contrarietà (condivisibilissima) a un governo tecnico. E un esecutivo politico – con la non trascurabile anomalia di un presidente del Consiglio non politico, non eletto – sta cercando di nascere in un clima di infastidita ostilità. C’è un dettaglio: le forze che hanno siglato l’accordo di governo (impropriamente chiamato contratto, ma vabbè) esprimono una visione in netta discontinuità con il passato. Non si può immaginare di imporre o forzare un indirizzo diverso: l’asse politico si è già spostato con il voto del 4 marzo. E allora è inutile nascondersi dietro il balletto dei veti o dei diktat, come se in passato i presidenti del Consiglio incaricati non avessero proposto ministri concordati con le forze di maggioranza.

Il presidente Mattarella si è trovato a gestire una situazione complessa – anche grazie a una pessima legge elettorale – in cui ha dovuto fare i conti con una realtà molto distante dai desiderata dell’establishment, lontana anni luce dal recente passato istituzionale. Il risultato del voto ha generato una sorpresa incomprensibile nel sistema dell’informazione, che per mesi si è cullato nell’idea che il +Europa di Emma Bonino avrebbe conquistato gli elettori. I quali invece hanno dato un’indicazione esattamente, nettamente, contraria. Cosa che ha prodotto gravi maldipancia, e in questi giorni fiumi di inchiostro sulla formulazione inesatta di un curriculum (il tutto dopo anni di silenzio su tesi di dottorato copiate e un curriculum non abbellito, ma falsificato da parte di una ministra dell’Istruzione che in un discorso pubblico ha pure fatto incontrare Napoleone e Vittorio Emanuele III, nati a un secolo di distanza). Qui però è già successo tutto e si vorrebbe far finta di niente: la realtà non si può addomesticare, i numeri in Parlamento hanno più forza del supposto buon senso invocato da più parti. Cercando di accontentare cancellerie e mercati si rischia di andare contro il popolo. Che non è il suffisso di un termine spregiativo, populismo, usato contro chiunque metta in dubbio lo status quo, ma il soggetto titolare della sovranità. Vero che la politica – dice Paul Valéry – è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda, ma la democrazia è quel sistema per cui ogni tanto i cittadini sono chiamati a esprimere il loro parere su come vogliono essere governati. E il dissenso rispetto al sistema di potere che abbiamo avuto sino ad ora si è espresso nel più giusto dei modi: attraverso il voto. Se non conta più, si dica chiaramente quel che per ora trapela solo velatamente dai discorsi di rabbiosi editorialisti. Pensare che eliminando Paolo Savona cambi qualcosa, è un’illusione: quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?

Conte, il designato è un “sopravvissuto”

Designated Survivor è una serie Neflix di gran successo. La trama ha un nucleo semplice: a Washington, un attentato fa saltare in aria il Capitol durante una seduta plenaria di Camera e Senato. Muoiono il presidente e il vicepresidente, i senatori e i deputati, tutti i ministri. Salvo uno, un ministro di seconda fila, Tom Kirkman (impersonato da Kiefer Sutherland), che secondo una qualche legge americana (non so se vera), essendo l’unico membro superstite del governo automaticamente diventa presidente degli Stati Uniti.

Molti gli danno addosso perché non ha vera legittimazione popolare, altri gli danno fiducia in attesa di vedere come si comporta. Il successo della serie si basa sulla bravura dell’attore, ma anche sul fatto che Sutherland, lo stesso che nella fortunatissima 24 interpretò il duro e scatenato agente anti-terrorismo Jack Bauer, qui è un mite architetto, buon marito e buon papà. Un presidente per caso che affronta il suo compito malvolentieri ma con assoluta onestà. Altro fattore di successo, il vivo contrasto fra questo presidente timido e ritroso e il vero presidente di oggi, il tracotante Trump.

Certo, gli autori di Designated Survivor, una storia che più americana non si può, non lo hanno pensato come una metafora o una parabola del potere da applicarsi altrove (per esempio in Italia), ma la tentazione è forte. Poco prima del 4 marzo, Di Maio annunciò il suo governo, con tanto di lista di 17 ministri, come fosse sicuro di sfondare abbondantemente il 50% della maggioranza parlamentare. Ma quel “governo” (come parecchi allievi delle scuole materne avevano sagacemente predetto) si è dissolto come neve al sole la mattina del 5 marzo, per non dire di ulteriori consunzioni e agonie durante gli estenuanti mesi di negoziato. Insomma, il “governo” Di Maio è imploso senza esplosivo, senza terroristi, senza nemmeno tanti drammi.

Ma il designated survivor c’è: Giuseppe Conte, inopinatamente promosso da ministro in pectore alla Pubblica amministrazione a presidente del Consiglio designato dai partiti alleati. E, come nella fiction Netflix, c’è chi lo condanna in partenza in quanto prima sconosciuto ai più, e chi vuol vedere come se la caverebbe. Si può trarre una qualche morale della favola da questo confronto? Forse. Per esempio, che chi arriva ai vertici del potere come designated survivor è in una posizione fragilissima, non ha un sufficiente capitale di reputazione su cui contare ma deve conquistarsi sul campo i galloni che nel curriculum proprio non c’erano.

Un compito tutt’altro che facile. E sarà bene tenere a mente che in quella fiction Tom Kirkman riesce ad aver successo non solo perché è di buon carattere e ha qualità nascoste che emergono alla sfida dei fatti, ma anche perché un nucleo di esperienza di governo ce l’ha (da ministro ha manifestato chiare idee progressiste, tanto da essere in difficoltà proprio per questo), e perché è, si sente e si dichiara il solo responsabile del programma e dell’azione di governo, e non vuol farsi condizionare da nessuno. Tutti, anche i nemici, gli credono. E lo rispettano proprio per questo.

E poi c’è un ma. Il “governo” Di Maio è imploso, questo è vero, ma il palazzo del Quirinale risulta graniticamente al suo posto. E Mattarella gode a quel che pare di ottima memoria, e non ha bisogno di ripassarsi la Costituzione per ricordarsi e ricordarci che il presidente del Consiglio “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l’attività dei ministri” (art. 95). Riuscirà, il designated survivor all’italiana, a vestire panni tanto impegnativi?

“Ustica” ucraina: l’inchiesta punta il dito sul Cremlino

A quattro anni dall’inizio del conflitto nel Donbass, la regione orientale dell’Ucraina al confine con la Federazione russa, tra l’esercito ucraino e i separatisti filorussi, l’inchiesta internazionale condotta dal Joint Investigative Team (Jit) a guida olandese (include specialisti di Australia, Belgio, Malaysia e Ucraina), ha confermato gli esiti delle indagini del team indipendente di ricercatori Bellingcat sulla provenienza del missile Buk che abbatté il volo della Malaysia Airlines il 17 luglio 2014. Secondo gli investigatori il missile proveniva dalla 53ª Brigata missilistica antiaerea delle forze armate russe con sede a Kursk, nella Russia occidentale.

Il volo Mh17, partito da Amsterdam per Kuala Lumpur, fu abbattuto sui cieli del Donbass mentre il conflitto infuriava e aveva già fatto centinaia di morti; a questi si sono aggiunti i 298 passeggeri, la maggior parte di nazionalità olandese.

Nessuno si salvò. Il Jit aveva già confermato nel 2016 che l’aereo era stato abbattuto da un sistema missilistico Buk. Ora ha assicurato che il missile faceva parte della dotazione in uso alla brigata russa che lo portò oltre confine passando per Krasnodon, per poi riportarlo in Russia subito dopo la tragedia. Oggi all’Aia è prevista una conferenza del team di ricercatori Bellingcat per mostrare alla stampa internazionale come sia arrivato a questa conclusione. Lo scorso dicembre Bellingcat aveva dichiarato che la “figura d’interesse” nell’abbattimento del volo è il generale russo in pensione Nikolaj Tkaciov, oggi capo ispettore del Distretto militare centrale, soprannominato nelle comunicazioni intercettate come “Delfino”. Il generale allora negò come, del resto, la Russia e le forze separatiste. La risposta del Cremlino è stata immediata: “Nessun sistema missilistico dell’esercito russo ha mai attraversato il confine fra la Russia e l’Ucraina”. E ancora: “Sono state presentate prove sostanziali che a lanciare il missile Buk fu l’aviazione militare ucraina”.

Il lanciamissili sarebbe stato portato nella zona di Donetsk controllata dai separatisti con quattro missili al seguito. “Tutti i veicoli del convoglio che aveva trasportato il missile facevano parte delle forze armate russe”, ha sostenuto Wilbert Paulissen, a capo degli inquirenti olandesi.

Il conflitto nel Donbass, nonostante gli accordi di Minsk, non è ancora concluso, anche se si è molto ridotto d’intensità. Una condizione che lascia comunque questa importante zona industriale dell’Ucraina destabilizzata e con buona parte delle infrastrutture distrutte. I metalli pesanti estratti nelle tante miniere colpite dai bombardamenti hanno infiltrato numerose falde acquifere. Milioni di persone sono ora senza lavoro e vivono in un ambiente contaminato, sia nella zona del Donbass sotto il controllo ucraino, sia in quella governata dei separatisti.

Weinstein, un copione sulla pelle di Trayvon

Anche la famiglia di Trayvon Martin presenta il conto alla Weinstein Company: le molestie, stavolta, non c’entrano, è una questione ‘solo’ di soldi, brutta da dovunque la si guardi. Trayvon era un adolescente nero, ucciso da una vigilante ispanico in Florida, nel marzo del 2012, uscendo da un negozio dov’era andato a comprare i dolcetti per la nonna: il ragazzo di cui Obama, commosso fino alle lacrime, disse che “poteva essere mio figlio”.

I genitori, ora, reclamano dai fratelli Weinstein i 150 mila dollari pattuiti per trasformare in serie tv il loro libro Rest in Power: The Enduring Life of Trayvon Martin. Sybrina Fulton e Tracy Martin hanno depositato la loro istanza in un tribunale del Delaware, facendo riferimento a un contratto concluso nel marzo 2017 con la TWC, la società dei Weinstein.

I Martin quei 150 mila dollari non li hanno visti, né la serie è stata prodotta. E l’azienda, finita in bancarotta e passata di mano, ha ben altre priorità in questo momento. La questione legale ha molte sfaccettature e, magari, i Martin, che vogliono capitalizzare la tragedia del figlio, non hanno neppure tutte le ragioni. Il loro libro prende le mosse dall’uccisione, nel marzo del 2012, del loro figliolo di 17 anni, ammazzato da George Zimmerman, che disse di avere agito per legittima difesa sentendosi minacciato – Trayvon era disarmato – e fu assolto.

Il verdetto contribuì a innescare il movimento Black Lives Matter. Doveva essere il rapper e impresario Jay-Z a realizzare la serie su Trayvor. Jay-Z ha già presentato il conto alla Weinstein Company per impegni non rispettati: 240 mila dollari. Il dissesto della società è stato causato dalle accuse rivolte da molte donne ad Harvey Weinstein, potente produttore hollywoodiano, di essere un predatore sessuale ‘seriale’. Dopo negoziati complessi, la società è stata venduta, a inizio maggio, alla Lantern Capital Partners che ha offerto 310 milioni in contanti e s’è accollata debiti per 115 milioni. Sul fronte delle accuse per molestie sessuali, ne arrivano nei confronti dell’attore di colore Morgan Freeman. A rivelarlo è la Cnn che ha parlato con sedici persone, otto delle quali hanno dichiarato di avere assistito a “comportamenti inappropriati”; altre otto hanno affermato di essere state testimoni di comportamenti sgradevoli.

Tra le donne che hanno denunciato gli abusi una giovane assistente del film Going In Style (‘Insospettabili sospetti’); l’attore avrebbe cercato di sollevarle la gonna chiedendole se indossasse biancheria intima. Altre accuse da una donna che nel 2012 aveva lavorato per la produzione del film Now You See Me.

Malasanità alla francese: Naomi e gli altri vittime del 118

Naomi è morta perché, quando si è sentita male e ha chiamato i soccorsi, l’operatrice del 118 non le ha creduto e anzi l’ha sbeffeggiata con un collega. Forse, se le avessero inviato l’ambulanza in tempo, la giovane mamma di 22 anni, che viveva a Strasburgo, ora sarebbe viva. Invece, Naomi è morta poco dopo in sala rianimazione. I fatti risalgono al dicembre scorso ma i francesi li hanno scoperti solo alcuni giorni fa, quando la registrazione della telefonata con la centralinista è stata pubblicata dai media. Poi ieri si è scoperto che un dramma di malasanità come quello di Naomi non è il solo nella Francia di cui si vanta spesso la qualità del sistema sanitario.

Ne sono già stati segnalati “una decina”ma per il ministro della Sanità, Agnès Buzyn, sono molti di più. L’Autority della sanità sta censendo tutti i disfunzionamenti comunicati dalle agenzie sanitarie regionali.

Dopo la morte di Naomi, un’inchiesta è stata aperta ma, a sei mesi di distanza, i suoi genitori sono sempre senza risposta sulle circorstanze della morte della figlia.

Erano le 11 del 29 dicembre quando Naomi Musenga chiamò al telefono il pronto soccorso per i forti dolori. “Mi aiuti signora, sto malissimo”, disse all’operatrice. E quest’ultima: “Se non mi spiega cosa succede, riaggancio”. Naomi: “Sto molto male. Sto per morire”. L’operatrice (che è stata sospesa) la prende in giro, sprezzante: “Sì, un giorno morirà, come tutti”. Naomi: “Mi aiuti, per favore”. “Non posso, non so cosa si sente”.

“Ho male dappertutto”. “Chiami il medico di guardia”. Nella registrazione si sente poi l’operatrice scherzare sulla richiesta di aiuto che nessuno prende sul serio. Intanto Naomi fa il numero della guardia medica, che però la rinvia di nuovo al 118. Sono le 17,30 quando la donna arriva in ospedale, l’autopsia rivelerà “una grave emorragia interna”.