Trump, Kim e il nucleare: stupido è chi lo stupido fa

Se avete già comprato la medaglia commemorativa del Vertice di Singapore tra Donald Trump e Kim Jong-un, tenetevela stretta, chè, di qui a qualche anno, rischia di valere una fortuna. Coniata prematuramente, la medaglia, infatti, celebra un evento che non si farà ed è destinata a diventare una rarità numismatica. La ‘pace coreana’ non doveva essere la ‘storia di successo’ della presidenza Trump?

Doveva essere così, ma i toni si sono alzati: quando, ieri, i nord-coreani facevano sapere di essere desiderosi a sedersi al tavolo dei negoziati, ma pure pronti ad affrontare gli americani sul campo di battaglia, il dado del fallimento del Vertice era ormai tratto.

E, dunque, Trump ha scritto a Kim e ha annullato il Vertice del 12 giugno a Singapore: “Sono triste per la grande opportunità persa… Se cambi idea chiamami”. Forse c’è spazio per un ulteriore colpo di scena. Ma, al momento, la ‘pace coreana’ è compromessa.

Perplessità pure a Seul, dove ci s’interroga sull’accelerazione americana, 48 ore dopo l’incontro a Washington tra Trump e il presidente sud-coreano Moon Jae-in, il gran tessitore dei contatti Trump – Kim (e probabilmente l’uomo più deluso in questo momento). La Casa Bianca e l’Amministrazione statunitense addossano la responsabilità del Vertice abortito a Kim e alla Corea del Nord, ma anche a Xi Jinping e alla Cina. Ma il magnate presidente e la sua diplomazia muscolare affidata ai modi rozzi di Mike Pompeo non potevano attendersi che la strada di Singapore fosse lastricata di concessioni nord-coreane senza contropartite americane: la rinuncia al nucleare, lo smantellamento delle installazioni – ieri, era possibile assistervi, a Punggye-ri, pagando 30 mila dollari -, il ridimensionamento dei programmi missilistici. E in cambio? A guastare le cose, a due riprese, l’evocazione, da parte del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e del vice-presidente Mike Pence, d’una “soluzione libica” per il regime nord-coreano: nulla di che tranquillizzare Kim, vista la fine fatta dal colonnello Gheddafi. Dichiarazioni che hanno scatenato i collaboratori di Kim: Pence fa dichiarazioni “stupide e ignoranti”

A Washington, c’è chi sospetta che il cambio d’atteggiamento di Kim, emerso la scorsa settimana, sia stato in qualche misura innescato dalla Cina, più o meno in coincidenza con il secondo Vertice tra Kim e Xi: Pechino avrebbe ripreso a foraggiare Pyongyang, allentando la presa delle sanzioni sul regime e incoraggiando Pyongyang ad alzare la barra delle richieste.

Ma la tattica di Trump, di aprire di continuo contenziosi con amici e nemici, alleati e controparti, non semplifica lo scacchiere della diplomazia internazionale: rompe con l’Iran sul nucleare e ripristina le sanzioni dettando condizioni capestro per la loro levata; non tiene conto degli europei né sull’Iran né sul trasferimento dell’ambasciata degli Usa in Israele a Gerusalemme; fa una tregua sui dazi con la Cina, ma la critica per la Corea; mentre tiene l’Ue sul filo di negoziati commerciali sul carbone e l’acciaio, prospetta di colpire le auto; riceve Moon alla Casa Bianca, ma ne manda all’aria il disegno di pace. C’è un filo conduttore? Forse, ma è difficile trovarlo. Seul sollecita un “dialogo diretto” tra Trump e Kim e, intanto, si preoccupa della sicurezza nazionale. Il clima del Vertice tra Moon e Kim, a Panmunjom, lungo il confine tra le due Coree, pare già storia: era solo il 27 aprile.

Trump afferma che lo stop al Vertice di Singapore è una battuta d’arresto terribile, che la colpa è di Kim, che lui intende continuare a mantenere la massima pressione sul regime nordcoreano e che è pronto a parare azioni avventate: il linguaggio è di nuovo tornato quello di prima della distensione olimpica, siano tornati a inizio 2018, quando Trump e Kim litigavano sulle dimensioni dei rispettivi bottoni nucleari.

Milano, caso Maugeri: chiesti in appello 7 anni per Formigoni

Una condanna a 7 anni e 6 mesi di carcere per l’ex presidente della Lombardia Roberto Formigoni è stata chiesta ieri al processo d’appello per il caso Maugeri e San Raffaele. L’ex governatore, che in primo grado è stato condannato a 6 anni, è tra gli imputati per corruzione. Il pg ha chiesto “il massimo della pena”, ritenendo i fatti “gravissimi” e non meritevoli di alcuna attenuante. Il pm Pedio ha sottolineato che Formigoni “era il presidente della Regione Lombardia e che c’è la prova di pagamenti costanti di utilità per 6 milioni e 600 mila euro per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio. E poiché si tratta di fatti gravissimi questa accusa ritiene debba essere applicato il massimo della pena”. Utilità in termini di viaggi, cene, vacanze e villa in Sardegna, per i pg, pagate con i circa 70 milioni e dai circa 8-9 milioni usciti dalle casse della Fondazione Maugeri e dal San Raffaele “a fronte di vantaggi economici in termini di delibere, legge no profit e funzioni tariffabili” per oltre 100 milioni. In più l’accusa ha messo in luce il comportamento processuale dell’ex governatore che “non ha reso esame” davanti ai pm e “non si è confrontato” in aula, quindi “non è meritevole” di attenuanti bensì “un aumento” della pena.

Producevano energie rinnovabili invece che ortaggi pregiati. Indagato anche Valerio Veltroni

C’è anche ’Valerio Veltroni, fratello del più noto Walter, tra i sei indagati per la maxinchiesta “Eclisse” che ha portato alla luce una presunta truffa legata al settore delle energie rinnovabili in Sardegna. Nel mirino degli inquirenti sono finite due aziende agricole “gemelle”, la Enervitabio San Nicola e la Enervitabio San Giovanni, con sede a Santadi e San Giovanni Suergiu nel Sulcis che sulla carta avrebbero dovuto produrre aloe ed alcune linee di ortaggi pregiati. In realtà però il business delle due società era un altro, legato alla produzione di energia elettrica generata dai due impianti realizzati a supporto dell’attività agricola ed ora posti sotto sequestro insieme a 280 tra cassette di sicurezza, conti correnti e quote societarie per un valore complessivo di 16 milioni di euro.

I reati contestati dal Nucleo investigativo del Corpo Forestale e dalla Guardia di Finanza, vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni del Gestore dei servizi energetici (GSE) di Roma, alla lottizzazione abusiva, per aver realizzato un progetto totalmente difforme da quanto a suo tempo approvato dai rispettivi comuni. Le Fiamme Gialle hanno anche analizzato il quadro economico-finanziario delle due imprese che si erano attribuite impropriamente la qualifica di “aziende agricole”, beneficiando così del regime tributario agevolato, quando in realtà avrebbero dovuto avere un carico fiscale ben più pesante. In questo modo i finanzieri hanno scoperto che non erano stati dichiarati ricavi per 21 milioni di euro e inseriti in bilancio costi non deducibili per altri 2,1 milioni.

Insieme a Veltroni sono indagati l’imprenditore Paolo Magnani (61) originario di Ravenna, ma da anni residente in Sardegna, Efisio Muntoni (58) di Villacidro, Giovanbattista Masia (52) di San Giovanni Suergiu, Paolo Franco Balia (64) di Sant’Antioco e Roberto Bachis (54) di Carbonia.

Tangente da 600 mila euro e bus mai consegnati: 5 anni a Mancini per estorsione

Cinque anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici. È la condanna inflitta dal tribunale di Roma nel processo a Riccardo Mancini, ex amministratore delegato dell’Ente Eur spa, accusato di estorsione, che dovrà risarcire il Comune di Roma per i danni arrecati alla città. Nel processo è stato condannato a quattro anni anche il commercialista Marco Iannilli, accusato dello stesso reato. La vicenda ruota attorno alla fornitura di 45 bus e alla tangente da 600 mila euro che sarebbe stata pagata dall’azienda vincitrice del bando per aggiudicarsi la gara.
Le vetture, fornite dalla Breda Menarini a seguito del bando del 2008, di fatto non sono mai entrate in servizio nonostante l’azienda avesse vinto il bando. In base a quanto ricostruito dalla procura di Roma, nel 2009, poco dopo l’aggiudicazione della gara, 500 mila euro finirono nelle tasche di Riccardo Mancini e centomila a Marco Iannilli. Per questo, oltre alle condanne, i giudici hanno stabilito che i due dovranno risarcire, in sede civile, il Comune di Roma. Il pm Paolo Ielo, durante la requisitoria il 25 ottobre scorso, aveva chiesto condanne a cinque e quattro anni per i due imputati sottolineando la ‘forza intimidatoria’ di Riccardo Mancini, amico di gioventù dell’ex nar Massimo Carminati.

“Non vogliono ricordare la vittima del femminicidio”. E il sindaco si dimette

Il sindaco di Tenno, in Trentino, si è dimesso. Siamo nello stesso piccolo paese dell’Alto Garda sconvolto quasi un anno fa da un femminicidio. E il sindaco ha lasciato come segno di protesta, contro chi nella sua comunità non vuole dedicare una lapide alla giovane vittima: “Mi dimetto perché non posso più rappresentare la comunità nella sua interezza”.

Era fine luglio del 2017. Matteo Stanga, prima di suicidarsi, uccise a colpi di pistola Alba Chiara Baroni. Lei voleva solo porre fine alla loro relazione. Il sindaco, Gianluca Frizzi, è il primo in Italia a dimettersi come segno di protesta perché – sostiene – la sua comunità non ha dato un segno univoco di condanna al femminicidio. Un fatto di sangue come questo, che ha squarciato un’intera comunità, va ricordato o è meglio dimenticare? Frizzi non ha dubbi: vorrebbe dare un segnale alla famiglia di Alba Chiara che ha chiesto una lapide in ricordo di loro figlia.

Ma il sindaco ha trovato resistenze ne suo stesso paese. Anche perché lo stesso omicida era di Tenno, dove fra l’altro era volontario dei Vigili del fuoco. C’è chi ricorda che le famiglie distrutte dal dolore, un anno fa, furono due. Uno zio di Stanga è fra l’altro consigliere comunale. D’accordo con il sindaco, mercoledì sera è uscito dall’aula prima che fosse affrontato l’argomento.

“A noi è toccata questa tragedia – ha detto il sindaco, dimettendosi – La domanda che dopo mesi di tira e molla mi sono posto è semplice: questa vicenda va ricordata o dimenticata? Siamo in una tempesta, e il capitano della nave ha deciso: questa tragedia va ricordata. E va messo un punto: quanto accaduto è inaccettabile e inqualificabile”.

Così ha chiesto ai suoi consiglieri una risposta: “Volete ricordare o dimenticare?”. Come ultimo atto, il sindaco ha lasciato un documento. Gli amministratori avranno qualche giorno di tempo per decidere. Dovranno firmare nella colonna del sì o del no, a favore o contro la lapide. Il sindaco, prima di dimettersi, ha messo per primo la firma sotto al sì.

“Sapevo della camorra, ma credevo fosse cambiato”

Pepe Reina sapevadi avere un amico in odore di clan. “Sapevo della condanna (per camorra, ndr) di Gabriele Esposito, ma pensavo fosse cambiato”. L’ormai ex portiere del Napoli (ingaggiato dal Milan) non rinnega i rapporti coi fratelli Gabriele, Giuseppe e Francesco Esposito, gli imprenditori finiti in carcere il 9 maggio con l’accusa di aver ripulito i proventi del clan Sarno e Contini (il Riesame ha poi annullato la misura contro Francesco). Gli Esposito sono habituè dei calciatori azzurri, come provano le molte foto con Paolo Cannavaro, Reina, Higuain. Lo spagnolo ammette di averli frequentati anche dopo il loro primo arresto del 22 giugno 2017. “Per me erano persone normali. Erano amici e quando furono scarcerati, ebbi a concedere loro il dubbio che non fossero persone cattive”.

Il 21 maggio Reina è stato sentito come teste dai pm di Napoli Enrica Parascandolo e Francesco De Falco. La Procura guidata da Giovanni Melillo lo ha convocato proprio nel giorno in cui è stata battuta la notizia del suo deferimento davanti alla giustizia sportiva per aver frequentato “pregiudicati” (Reina ai pm dice di non aver mai letto il codice etico della Ssc Napoli). In procura desideravano chiarimenti sulla natura dei rapporti con i fratelli Esposito e perché ha scelto la discoteca di Coroglio ‘Club Partenopeo’ per l’addio al Napoli. La festa si è svolta il 2 maggio e Gabriele Esposito, condannato in primo grado a 7 anni come affiliato al clan Sarno-Palazzo, sarebbe il proprietario di fatto del locale.

Il calciatore ammette di aver pagato solo dopo gli arresti e “spontaneamente, e non perché lo avessi concordato con Gabriele, del resto non ho avuto modo di parlargli visto che è stato arrestato”. Il bonifico è datato 14 maggio, 7.200 euro, si produce la fattura scritta a penna. I pm vorrebbero spiegazioni anche su un bonifico di 15.000 euro del 20 aprile 2016. “Non ricordo. Forse qualche altra festa, ricordo nel maggio 2017 la festa per mio figlio, 200 persone, pagai solo lo champagne, delle feste si è sempre occupata mia moglie”. Reina dice di avere conosciuto gli Esposito “a una cena, me li presentò Paolo Cannavaro come suoi amici”. Dopo la cessione di Cannavaro nel gennaio 2014 “il rapporto divenne più stretto, in particolare con Gabriele. Erano sponsor del Napoli”.

Dopo il primo arresto “le frequentazioni diminuirono per riprendere nell’ultimo periodo in considerazione del fatto che stavo lasciando il Napoli”. Reina conosce la mappa degli interessi dei fratelli. “Ho considerato Giuseppe come colui a cui faceva capo l’agenzia di scommesse, Gabriele si occupava di un pub e della discoteca, Francesco dei giocattoli. Una volta sono stato in piazza Mercato dove si trova l’agenzia. Ci andai con Gabriele. Rimasi nella sua auto. Lui doveva parlare con qualcuno”. Mai entrato in affari con loro? “Mai ritenuto di partecipare alle loro attività, mai mi è stato proposto. Per quanto so non hanno interessi economici fuori Napoli. Gabriele mi ha solo parlato di un progetto di aprire un locale a Ibiza quest’estate”. C’erano già andati in vacanza insieme.

Diritti tv: Mr. Lega calcio e quel figlio che lavora per Sky

È l’arbitro della partita dei diritti tv della Serie A. Insieme al commissario Malagò, anche Gaetano Miccichè sembra preferire le certezze di Sky alle promesse (mancate) di MediaPro. Gli spagnoli non li conosce nessuno (e non presentano le garanzie finanziarie previste dal contratto), l’emittente di Murdoch invece è nota a tutti. Soprattutto al presidente designato della Lega calcio: suo figlio Gerlando (stesso nome del nonno, storico dirigente del Banco di Sicilia) lavora da 15 anni per Sky, di cui cura la raccolta pubblicitaria (non da dipendente), dopo essere transitato a inizio carriera anche dal gruppo di Urbano Cairo (altra conoscenza di Miccichè sr., che siede nel Cda di Rcs). Sul suo curriculum si legge che è stato a capo del portafoglio Grandi clienti e responsabile commerciale di Sky Arte: nonostante la tradizione di famiglia, non si occupa di pallone. Ma quando si ritrovano a cena dopo una giornata di lavoro a Santa Giulia o negli uffici della Lega, chissà se padre e figlio parlano anche di diritti tv.

Ombre sulle nomine dei gestori di M.Slot

“L’avevo detto al prefetto che non sono un commercialista e lui mi aveva ribattuto: per carità, basta solo la presenza”. È la mattina del 12 luglio 2017, la telecamera nascosta installata in ufficio registra una conversazione. A parlare è un ex colonnello della Finanza. È tra i tre amministratori (poi dimessosi in autunno) nominati dalla Prefettura di Lecce per gestire M.Slot, la terza realtà in Italia nel settore del gioco. Una frase che, unita ad altre, solleva dubbi sulla selezione delle persone scelte per guidare una società così complessa. Dubbi mai diradati.

Un anno fa, M.Slot è stata colpita da una seconda interdittiva antimafia, confermata dal Tar di Lecce a febbraio. La società faceva capo ai fratelli Saverio e Pasquale De Lorenzis di Racale (Lecce), rinviati a giudizio perché considerati “capi e promotori, con un ruolo egemone, dell’associazione di tipo mafioso, gravitante nell’area della Sacra Corona Unita”, finalizzata a imporre agli esercenti il noleggio dei loro giochi. Il processo si aprirà a luglio e l’imputazione è rimasta, anche se, nel 2015, Tribunale del Riesame e Cassazione hanno escluso l’accusa di mafia.

Nonostante abbiano trasferito le loro quote a un trust, per i pm M.Slot è ancora sotto l’influenza dei De Lorenzis: per oggi è fissata l’udienza per la confisca di beni per 15 milioni di euro a loro sequestrati l’8 maggio scorso. I sigilli sono arrivati a pochi giorni dalla singolare proposta depositata dal gestore del trust in Tribunale: chiedeva che la società venisse sottoposta al controllo giudiziario più stringente previsto dal Codice antimafia, piuttosto che continuare a essere guidata dagli amministratori di nomina prefettizia. Questi ultimi sono decaduti comunque in seguito al sequestro, lasciando senza risposta l’interrogativo: come sono state fatte le loro nomine? La Prefettura avrebbe dovuto selezionarli in base a “requisiti di professionalità e moralità”, con “criteri di rotazione e trasparenza” e tenendo conto del “background professionale adeguato alla complessità dell’azienda”.

L’avvocato Mario Fantini, cognato di un viceprefetto a Lecce, nella stessa M.Slot aveva già coperto l’incarico di esperto in fase di monitoraggio, firmando la relazione alla base del rinnovo della misura di prevenzione, con presunto conflitto d’interessi. Mario Venceslai era comandante provinciale della Finanza a Rimini quando l’attuale prefetto di Lecce, Claudio Palomba, ricopriva l’incarico lì. Dal suo curriculum non emerge nessun requisito di “esperienza di almeno cinque anni nella gestione di imprese pubbliche o private di dimensioni comparabili” a M.Slot. Antonio Leonzio Ferretti, invece, era a capo della Dia di Lecce quando questa ha prodotto le informazioni antimafia alla base della prima interdittiva. A un mese dal suo pensionamento, nel 2014, venne nominato amministratore straordinario di M.Slot. Dopo tre anni, è tornato a ricoprire nuovamente quel ruolo. Neppure nel suo curriculum c’è riferimento alcuno ai requisiti richiesti.

Poi, c’è la sostanza. Per mesi, da luglio a ottobre 2017, le conversazioni dei tre amministratori prefettizi sono state registrate dalla telecamera installata in ufficio per monitorare il caveau. I filmati sono stati inviati a Procura, Prefettura, Tar e Anac da parte del gestore del trust e costituirebbero, a suo avviso, la prova della presunta incompetenza dei tre nel governo di una società così articolata e di un interesse legato prevalentemente all’incasso del compenso mensile, prima pari a 5.488 euro ciascuno, poi, dopo le dimissioni di Venceslai, di oltre 8 mila.

“Intercettazioni abusive e frasi estrapolate dal contesto”, hanno replicato Ferretti e Fantini, incontrati dal Fatto. Le istituzioni sono rimaste in silenzio. Anzi, a febbraio il Tar di Lecce ha bollato la faccenda come “irrilevante”.

Istruzione, oltre 160 milioni di tagli a scuole e formazione

Trentasei milioni in meno per il 2018, altri 36 nel 2019, poco più di 35 nel 2020. E ancora: 18 milioni in meno per il 2018, 19 in meno per il 2019 e 17,2 milioni in meno per il 2020: l’eredità della spending review lasciata dal ministero dell’Istruzione passa per i tagli al fondo di funzionamento delle scuole e per quello di miglioramento dell’offerta formativa. Il dettaglio della riduzione è contenuto nei decreti interministeriali che perfezionano gli accordi di monitoraggio per la revisione della spesa nei ministeri, sulla scia di quanto deciso nella legge di stabilità.

“Rispetto alle annualità. 2015-2016 e 2017, il cui andamento di spesa (impegnato) è stato crescente anche per effetto dei finanziamenti derivanti dalla legge 107/2015 – si legge – si dovrà procedere a una riduzione significativa di interventi specifici a favore delle istituzioni scolastiche”. E quindi l’elenco: 35.895.240 euro in meno per il 2018 (8,9 milioni per ogni grado, dalla prescolastica alla secondaria di secondo grado); 36 milioni tondi in meno per il 2019 (9 milioni per ogni grado); 35.350.000 in meno nel 2020 (ancora la media di 8,9 milioni per ogni grado). “La riduzione – si legge – comporterà la non attuazione di alcuni interventi specifici a favore delle istituzioni scolastiche”.

“Così – spiega il segretario generale della Uil Scuola, Pino Turi – il Miur dopo aver annunciato che il fondo per il funzionamento era stato appena rifinanziato, interviene proprio nei settori più delicati del sistema nazionale di istruzione: insegnanti e funzionamento delle scuole”. Tra i tagli, infatti, finiscono anche altri 18 milioni del ‘merito’. L’ultimo contratto nazionale aveva previsto l’istituzione di un “Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa” nel quale confluiscono il fondo dell’istituzione scolastica, le risorse destinate ai compensi per le ore eccedenti, agli incarichi specifici, alle funzioni strumentali, ai progetti nelle aree a rischio e alla valorizzazione del merito del personale docente. “Si prevede – si legge nel decreto – di ridurre il fondo per l’anno 2018 di 18.770.000 euro, per l’anno 2019 di euro 18.322.000, per l’anno 2020 di euro 17.200.000. L’individuazione degli istituti contrattuali che saranno affetti da tale riduzione avverrà in sede di contrattazione collettiva nazionale di lavoro”.

Il fondo per il merito, nel 2016 e nel 2017, era di 200 milioni. “Quando la coperta si fa corta – aggiunge Turi – le scelte si ripetono: si interviene direttamente sulle risorse delle scuole e le retribuzioni stesse del personale. Fuori dalle maglie del contratto, e del confronto, assistiamo invece ad atti unilaterali del Miur che procede, senza farsi scrupoli, con il prelievo sulle altre voci, per mettere a posto i conti. Un modo di procedere che ci vede totalmente contrari”.

Limature non indifferenti anche su altri fronti: 860mila euro circa in meno entro il 2020 per i progetti educativi su materie specifiche (si dovrà scegliere tra i progetti contro la dispersione scolastica, per la sicurezza stradale e per l’erogazione di strumenti e servizi didattici agli studenti ricoverati), oltre 5 milioni nel triennio per la formazione del personale docente e dirigente grazie a nuovi programmi che prevedono l’uso delle piattaforme informatiche. Il totale fa oltre 160 milioni di euro.

Invariato, invece, il bonus docenti da 500 euro introdotto con la Buona Scuola destinato alla formazione e all’acquisto di materiale per tutti gli insegnanti di ruolo. Il personale di ruolo che ne beneficia è di circa 752mila unità. Alla carta docenti, ogni anno, si destinano quindi 376 milioni di euro. Non solo: “Un aumento non previsto del personale docente di ruolo in servizio rispetto a quanto stimato – si legge – potrebbe comportare una riduzione dell’importo effettivo della Carta da individuare con successivo provvedimento”.

Incidente a Caluso, rimpallo di responsabilità

In mezzo alla campagna di Caluso, tra Torino e Ivrea, ci sono tre vagoni deragliati. La locomotiva del treno regionale Torino-Ivrea, che mercoledì intorno alle 23:20 si è scontrato contro il rimorchio di un tir all’altezza di un passaggio a livello, è ribaltata su un campo e la seconda carrozza si è sovrapposta alla motrice. Alcuni pensionati arrivano a guardare i rottami e a formulare ipotesi, quasi dimenticando che due persone sono morte per l’incidente.

Invece Paolo Artizzu, 72 anni, è stato tra i primi a prestare soccorso: “Stavo mangiando una minestrina quando ho sentito un boato”, racconta l’uomo che abita a pochi metri dal luogo dello scontro. “La casa ha cominciato a tremare”, aggiunge sua moglie Carmela Varesano. Insieme al figlio Giovanni e al genero, Artizzu esce e cerca di dare una mano mentre la donna chiama i soccorsi. “Un ferito ha camminato dal campo verso casa, poi lo abbiamo tirato su – continua l’uomo –. Abbiamo aperto una delle porte dei vagoni e c’era un signore ferito, ma sveglio, e una donna con la gamba rotta”.

In totale i feriti sono 23. La più grave è la capotreno, Morena Gauna, 35 anni: ricoverata all’ospedale Cto di Torino con diversi traumi, è stata operata d’urgenza per stabilizzare una frattura al bacino. Ora è in Rianimazione intubata e in coma farmacologico. Hanno invece perso la vita il macchinista Roberto Madau, 61enne a cui mancavano pochi mesi alla pensione, e Stefan Aureliana, 64enne che guidava il mezzo di scorta al “trasporto eccezionale”. Quest’ultimo aveva preceduto il passaggio del tir sul passaggio a livello che – questa è la dinamica da chiarire – avrebbe attraversato i binari nonostante il lampeggiante rosso che annuncia l’arrivo del treno fosse già in azione. Accortosi di quanto stava accadendo, Aureliana sarebbe sceso per cercare di rimediare, ma è stato travolto. Illeso l’autista del camion, il 39enne lituano Darius Zujis, che – indagato di disastro ferroviario – ieri pomeriggio è stato interrogato dal procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando: “Ha spiegato che seguiva passo passo quello che gli dicevano le tre auto di scorta che gli davano tutte le indicazioni del percorso – ha riassunto il pm, che coordina le indagini della Polizia ferroviaria –. Inoltre ha detto che quando il semaforo è diventato rosso e ha sentito il suono non è riuscito a fare retromarcia. La cabina è passata, mentre la sbarra del passaggio a livello si è incastrata tra il rimorchio e la cabina stessa. Se fosse rimasta sollevata avrebbe inviato un alert al treno, che avrebbe potuto frenato in anticipo”.

Al momento “il punto cruciale da chiarire sono le comunicazioni fatte o non fatte dalla ditta che si occupa delle scorte con la polizia stradale, le Ferrovie, l’Anas e tutti i soggetti che sono chiamati ad organizzare il passaggio di un transito eccezionale”, ha concluso Ferrando. Ieri Anas ha sostenuto che la ditta di trasporto “non ha rispettato le condizioni generali di utilizzo dell’autorizzazione da parte di Anas” con cui era obbligata a “non impegnare attraversamenti di passaggi a livello”. Molti abitanti della zona, però, raccontano che quel passaggio ha dei tempi troppo rapidi: “Tra la chiusura e il passaggio restano 15 o 20 secondi”, racconta Artizzu. Da anni, inoltre, comitati di pendolari e Legambiente denunciano i pericoli di quegli incroci sulla Torino-Ivrea-Aosta. Secondo i primi accertamenti, però, il funzionamento era regolare.