“Montante, un destino nel nome” è il motto che campeggia sul sito. Ma il destino dell’ex numero uno di Confindustria Sicilia – paladino farlocco dell’antimafia arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione – e della fabbrica di bici di famiglia rischia di scadere dal mito alla farsa. Perché della “Montante cicli” fondata dal patriarca Calogero nel 1908 (finita nel libro La volata di Calò dello scrittore e giornalista Gaetano Savatteri in cui si narra anche che Andrea Camilleri avrebbe usato una bici Montante da Porto Empedocle a Serradifalco per cercare il padre durante la guerra) le tracce reali faticano a trovarsi. “Ma quale fabbrica? Qui a Serradifalco all’epoca potevano esserci sì e no dieci bici”, ha detto all’agenzia Ansa Salvatore, 92 anni. L’ex sindaco rincara: “La fabbrica? Non c’è mai stata, ho abitato a neanche 10 metri da quel civico. Lì c’era un deposito”. Angelo, 88 anni, aggiunge: “Qui Calogero Montante esponeva le bici e riparava ammortizzatori, non costruiva nulla”. Uno dei maggiori produttori di bici in Sicilia – riferisce ancora l’Ansa – afferma: “Non ricordo alcuna fabbrica in quegli anni, posso dire che oggi Montante compra le bici da altri fornitori, le ha chieste anche a noi ma ci siamo rifiutati, le modifica, mette il suo marchio e le vende a un prezzo maggiore rispetto a quello d’acquisto”. Che destino.
Montante in carcere: “Dai domiciliari inquinava le prove”
Era ai domiciliari da dieci giorni ma nella sua villa di Serradifalco (Caltanissetta) continuava a ricevere persone non autorizzate in violazione degli obblighi della magistratura e ora la procura vuole scoprire perché. Per questa ragione Antonello Montante è stato trasferito nel carcere di Malaspina dopo che i pm hanno chiesto e ottenuto l’inasprimento della misura cautelare.
È l’ultimo capitolo della vicenda giudiziaria che ha travolto il responsabile legalità di Confindustria arrestato a Milano il 14 maggio scorso con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine. Secondo il procuratore Amedeo Bertone, e i sostituti Gabriele Paci, Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, l’indagato avrebbe messo in piedi una rete di spionaggio per accaparrarsi informazioni riservate sull’indagine per mafia che era stata avviata negli anni precedenti a suo carico: tra i suoi “informatori”, uomini degli apparati investigativi e dei servizi segreti. Tra i nomi eccellenti sotto indagine, anche l’ex presidente del Senato Renato Schifani e l’ex capo dell’Aisi Arturo Esposito, che saranno interrogati stamane a Roma.
Le motivazioni che ieri hanno indotto il gip Maria Carmela Giannazzo a disporre d’urgenza il provvedimento di custodia cautelare in carcere per Montante sono riconducibili – si legge nel provvedimento – alle “gravi condotte di inquinamento delle prove” che sarebbero state messe in atto dall’imprenditore soprattutto negli ultimi giorni: nella villa di contrada Altarello, a Serradifalco, il luogo di esecuzione della misura dei domiciliari da lui stesso prescelto, si sarebbero infatti introdotte persone non autorizzate. Con quale obiettivo? La procura ha delegato alla Squadra Mobile nuovi accertamenti per scoprirlo.
Ma già al momento dell’arresto, Montante aveva messo in atto una condotta tesa, secondo gli inquirenti, ad inquinare le prove: l’imprenditore si era barricato in casa per circa due ore, rifiutandosi di aprire la porta alla polizia, e aveva provato a distruggere documenti e una trentina di pen drive: materiale che era stato poi recuperato dai poliziotti in un cortile della palazzina e nel balcone di un vicino. “Ero terrorizzato – è stata la sua giustificazione durante il primo interrogatorio – pensavo all’irruzione di uomini della mafia che volevano uccidermi”.
Montante, l’ex paladino di un’antimafia di cartapesta, era finito sotto i riflettori della magistratura nel giugno 2014 con l’accusa di concorso in associazione mafiosa: indagine avviata dopo che numerosi pentiti hanno descritto l’imprenditore come vicino a mafiosi della sua provincia e che, al momento, per la Procura nissena non ha raggiunto “la soglia probatoria”. Due anni fa, durante una perquisizione nella sua villa di Serradifalco, i poliziotti trovarono una stanza blindata piena di dossier. Ai pm che gli chiedevano di quelle informazioni accumulate sui suoi avversari, Montante ha fornito risposte vaghe: “Non li leggevo, che me ne frega di quelle persone?”
Renzi: “Ora sono l’establishment. Opposizione dura”
Opposizione dura e rigorosa, ma civile. E rispettosa delle istituzioni, sempre. Adesso loro diventano il potere, loro diventano l’establishment, loro diventano la casta. Non hanno più alibi, non hanno più scuse, non hanno più nessuno cui dare la colpa. È finito il tempo delle urla: tocca governare. Ne saranno capaci? Auguri e in bocca al lupo a tutti noi”. Lo scrive l’ex segretario del Pd Matteo Renzi nella sua e-news. E ancora: “Sarebbe estremamente facile per noi giocare sulle incoerenze che caratterizzano la nuova maggioranza. Ci hanno spesso rinfacciato le mie contraddizioni, a cominciare dal non aver abbandonato la politica dopo il referendum. Tutte cose alle quali ho risposto nel merito ma che i nostri avversari liquidavano con ‘Noi siamo coerenti, voi no’. Da oggi non se lo possono più permettere. Perché devono governare l’Italia, non strillare su Facebook”, sottolinea. E poi: “Mi immagino le istruzioni dal Sacro Blog. Attenzione, attenzione: ciò che prima chiamavamo ‘inciucio’ adesso si chiama ‘terza repubblica’ Ciò che prima chiamavamo ‘spartizione di poltrone’ adesso si chiama ‘governo del cambiamento’”.
Matteo si fa parte civile (contro di noi)
Mercoledì sera, pochi minuti dopo che il presidente del Consiglio con riserva Giuseppe Conte aveva bergoglianamente salutato dal Quirinale, nei cieli della infosfera è risuonato forte e chiaro un pigolìo: “Buon lavoro al Presidente incaricato #Conte. Egli si è proposto come l’avvocato difensore del popolo italiano: noi ci costituiamo parte civile”. Ovviamente, come si evince dalla fatua infantilità e dal blando umorismo dell’immagine, la dichiarazione era di Renzi, che era appena uscito dal tunnel delle metafore calcistiche e molto deve aver “rosicato” (usando l’espressione che l’ha reso famoso, lanciata contro chi secondo lui si rodeva dall’invidia per i suoi numerosi successi) davanti alla metafora leguleica (e telegenica) dell’avvocato Conte.
Ora, se Conte è l’avvocato difensore del popolo italiano in un processo intentato contro di esso, mettiamo, dall’Unione europea, allora è evidente che i soggetti del procedimento sono: il popolo italiano in veste di imputato; l’Europa in quanto accusatore. Chiunque in questo scenario si dichiarasse parte civile lo farebbe denunciando di aver subito un danno dal reato oggetto del processo, cioè dall’imputato. Quindi il Renzi-parte civile starebbe contro il popolo italiano, non a suo favore. Il che peraltro ci risulta da 4 anni, senza che lui stesse a rimarcarlo la sera in cui la sua stella è definitivamente eclissata. Ma lasciando stare queste tecnicalità, che evidentemente al Renzi laureato in legge non sono note, può darsi che l’ex “sindaco d’Italia” volesse viceversa dire che lui sarebbe parte lesa di un danno provocato dall’avvocato difensore al già imputato popolo (?!); in questo caso, Renzi sarebbe egli stesso “popolo”. Il che è semplicemente ridicolo, per 1000 giorni di esaurienti motivi. In effetti, nello stesso tweet, forse rendendosi conto della scemenza appena digitata, Renzi chiarisce: “Parte civile per verificare se realizzeranno le promesse della campagna elettorale. E parte #civile nel modo di fare opposizione”. Da qui si comincia a capire che l’uscita del Nostro di Firenze forse era tutta un gioco di parole per arrivare a dire che lui è civile (con l’hashtag) mentre Conte, noto black bloc, no. Ma letteralmente significa che lui Renzi tiferà e vigilerà affinché siano realizzate le promesse di Lega e 5S (flat tax, reddito di cittadinanza, espulsione degli immigrati etc.), il che cozza con la solenne dichiarazione di voler stare all’opposizione per precisa volontà degli elettori. Non se ne esce.
Piuttosto, degno di esame è l’atteggiamento della grande stampa di fronte al cortocircuito. Allarmatissima per il fatto che i barbari populisti stiano facendo un governo dopo essere stata allarmatissima per il fatto che non lo stavano facendo, oggi sfodera gli artigli contro questo “Signor Nessuno” (Repubblica), “abbastanza debole e grigio”, che “colpisce per la sua aria vagamente dimessa” (Rep.), ma davanti alle cui parole, che chiaramente “parlano alla pancia” (Rep.) di chi si sente vittima dell’Europa e delle banche (ma quando mai?), “viene da domandarsi… chi sono gli accusatori” (Rep.), o se addirittura “preludano a uno strappo antieuropeo” (Corriere), o se Conte si trasformerà da “difensore dei deboli a oppressore dei molti”, come Robespierre (La Stampa).
Bei tempi, quando non era parlare alla pancia ma “narrazione”, la promessa di andare “a battere i pugni sul tavolo” in Europa da parte di quello che toglieva istericamente la bandiera europea dal set delle conferenze stampa. Quando a rassicurare il Sistema c’era quello che era talmente parte #civile da regalare miliardi alle imprese, sperperare soldi pubblici a scopi elettorali, eliminare l’art.18 e far pagare al popolo 208 esami clinici prima gratuiti, giudicati “inutili” dalla ministra diplomata classica Lorenzin. Insomma, magari Conte si rivelerà un fantoccio, ma intanto, e non è poco, almeno non è Renzi.
Quanto è davvero di destra il contratto del governo Conte
“È un contratto di destra, altro che post ideologico”, ha detto qualche giorno fa Maurizio Martina, segretario reggente del Pd. Si sa poco di Giuseppe Conte, presidente del Consiglio incaricato, ma tutto quel poco racconta un intellettuale cresciuto nel mondo della sinistra. Ora “l’avvocato del popolo” dovrà attuare un programma di destra? Secondo l’Istituto Cattaneo non proprio.
Il centro studi di Bologna ha pubblicato un’analisi a cura di Macro Valbruzzi che ridimensiona i timori di Martina: “Sull’asse sinistra-destra il programma elaborato congiuntamente da M5S e Lega si situa al centro dello spazio politico, più vicino alle posizioni del partito di Di Maio che non a quelle, più estreme della Lega”. La misurazione del colore politico del contratto di governo si basa sugli standard del Comparative Manifesto Project: un elenco di 26 categorie di politiche pubbliche, 13 di destra e 13 di sinistra, e su altre due polarizzazioni, quella tra progressisti e conservatori sui diritti civili e quella tra europeisti ed euro-scettici.
Come si vede dal grafico in pagina, il contratto di governo si piazza al centro dello spettro politico destra-sinistra. Per ragioni che non sono però tutte rassicuranti per gli elettori di sinistra del Movimento 5 Stelle. L’Istituto Cattaneo ha analizzato con gli stessi parametri i programmi dei partiti alle elezioni del 4 marzo e ha confrontato il loro posizionamento con quello del contratto di governo: si scopre che la Lega di Matteo Salvini è riuscita a piazzare nel documento di compromesso gran parte delle sue priorità su sicurezza e immigrazione (che rappresentavano il 40 per cento delle proposte elettorali, contro l’11,3 nel programma M5S). I Cinque Stelle invece hanno ottenuto di inserire nel contratto praticamente tutte le loro istanze su welfare e istruzione: erano il 20,1 per cento delle proposte nel programma del Movimento, sono il 27,6 in quello del governo Conte perché anche la Lega aveva le sue e sono state inglobate.
Primo problema per gli elettori di sinistra: le misure “legge e ordine” sulla sicurezza e contro gli immigrati sono a costo zero o quasi, quindi hanno buone probabilità di essere realizzate. La lista della spesa sul welfare – dal reddito di cittadinanza agli aiuti alle famiglie – è virtuale finché non si trovano le coperture (o finché non si decide di violare i vincoli di bilancio). “Non si è trattato di una soluzione di compromesso che ha moderato le punte più estreme dei programmi elettorali dei due partiti, piuttosto si è osservato un allargamento dell’azione del governo dove le posizioni securitarie più estreme della Lega hanno un peso inferiore rispetto alle misure sociali avanzate congiuntamente dai due partiti”, è la sintesi di Marco Valbruzzi. Nella lunga marcia verso il contratto, ciascuno dei due partner ha sacrificato qualcosa: dall’analisi dell’Istituto Cattaneo risulta che la Lega ha smussato i suoi toni euro-critici e abbandonato (per ora) i propositi di uscita dalla moneta unica, mentre Luigi Di Maio ha lasciato cadere ogni pretesa nel campo dei diritti civili, che invece erano citati (di striscio) nel programma elettorale.
L’equilibrio raggiunto sui programmi si riverbera nella spartizione dei ministeri: Salvini si prenderà quello dell’Interno, per gestire la questione immigrazione. Di Maio vorrebbe un super dicastero che accorpi Sviluppo e Lavoro. Il fatto che però anche il ministero del Tesoro sia destinato a un leghista (pare il contestato Paolo Savona) lascia al partito di Salvini l’ultima parola anche sulle proposte di welfare, quelle su cui si misurerà il successo dell’esperienza governativa dei Cinque Stelle. Perché i ministeri dello Sviluppo e del Lavoro possono decidere quanto spendere, ma è il Tesoro a stabilire se possono farlo o meno.
La prima volta di Crimi al circolo
Mentre al Quirinale proseguono le consultazioni per la formazione del governo, al Circolo Canottieri Aniene, termometro del posizionamento del “generone romano”, il padrone di casa Giovanni Malagò ha aperto le porte del salotto buono della città ai nuovi partiti di maggioranza. Per la presentazione dell’ultimo libro del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, il circolo ricreativo dell’imprenditoria cittadina è pieno e i relatori più attesi sono della Lega e del 5Stelle. Il renziano Luigi Marattin del Pd è relegato al ruolo di sparring partner. Apre l’immarcescibile Gianni Letta, poi spazio al senatore del Movimento Vito Crimi e a Barbara Saltamartini, esponente romana della Lega. Malagò, come di consueto, parla di se stesso (“Mio padre non credo avesse mai votato Pci ma mi parlava spesso con rispetto di Berlinguer”) per ammorbidire la platea. Poi arriva Crimi, ruvido, se la prende con la “classe dirigente rottamata dal voto del Paese”. In sala si sente qualche brusio, allora il senatore M5S cambia approccio: “Forse sto parlando con troppa veemenza, non è il caso di fronte a questo consesso”. In fondo, buona la prima.
M5S, guerra per il simbolo: Grillo vince (ma solo a metà)
Beppe Grillo dovrà consegnare l’elenco degli iscritti all’associazione Movimento Cinque Stelle fondata nel 2009. Pena: 3 mila euro per ogni giorno di ritardo. E potrebbe non avere l’esclusiva dell’utilizzo del nome Movimento Cinque Stelle.
La disputa infinita tra gli iscritti all’associazione “originaria” e il fondatore del Movimento segna un’ulteriore puntata. Ricordiamo che negli anni sono nate ben tre associazioni: nel 2009, nel 2012 e infine nel 2017.
Ieri l’undicesima sezione del Tribunale Civile di Genova, presieduta da Francesco Mazza Galanti, ha emesso un’ordinanza. Che in parte soddisfa i membri dell’associazione originaria e in parte invece Grillo: “Si ordina a Giuseppe Piero Grillo di consegnare entro trenta giorni alla reclamante Associazione MoVimento 5 Stelle, costituita nel 2009, l’elenco dei dati essenziali degli iscritti, costituiti da nome, cognome, indirizzo email, eventuale numero di telefono ed indirizzo cartaceo se forniti…”. Non solo: Grillo “dovrà versare 3 mila euro per ogni giorno di ritardo nell’attuazione del presente provvedimento”.
Ma il nocciolo della questione è un altro e resta da definire: l’utilizzo del nome e del simbolo. Da questo punto di vista l’ordinanza di ieri può essere letta come una mezza vittoria per entrambe le parti. Il giudice rimette la decisione definitiva della questione alla sentenza di merito. Ci vorrà tempo, quindi.
Si lascia comunque intendere che la pretesa della vecchia associazione di utilizzare in maniera esclusiva simbolo e nome potrebbe non essere fondata.
Ecco il punto: l’associazione del 2009 non è detentrice esclusiva. Ma, par di capire, può utilizzare il nome insieme con le altre (quella nata nel 2012 e l’ultima del 2017). Si apre uno scenario che, in vista di future elezioni, potrebbe riservare molte sorprese. E ulteriori strascichi legali.
Quei 17 milioni di italiani che i media non vedono
Un tg dell’altro giorno, dopo ampi servizi dedicati al curriculum “gonfiato” del premier non ancora incaricato Giuseppe Conte, informava sul concorso svoltosi a Torino per 5 (cinque) infermieri a cui hanno partecipato 3000 (tremila) persone giunte da tutta Italia, perlopiù giovani disoccupati. Ci veniva detto che superata la prima selezione i candidati superstiti ne affronteranno altre due o tre (con altri viaggi anche notturni e altre spese). Finché, come in certi fantasy dell’orrore, in un’arena colma di sangue e di speranze perdute ne resteranno solo 5 (cinque).
A quel punto chi scrive questo diario, in preda a un attacco acuto di demagogia, ha pensato: sai quanto gliene potrà fregare ai milioni di nostri concittadini in lotta per uno straccio di lavoro se Conte abbia frequentato oppure no quel determinato corso alla New York University o alla Sorbona. Sicuramente non ci dormiranno la notte, magari dopo aver trascorso il giorno a inviare CV (non imbellettati) senza ricevere risposta alcuna.
Ho avuto già occasione di scrivere che i giornalisti, grosso modo, s’interessano di ciò che è “eccezionale per loro”, come conferma il sociologo Pierre Bordieu affidandosi alla metafora degli occhiali attraverso cui i cronisti vedono certe cose e non altre. Spinti non solo dalle propensioni inerenti al loro mestiere, alla loro visione del mondo, alla loro formazione e alla logica della professione, selezionano la realtà decidendo che cosa sia interessante e cosa invece non lo sia. Operano, insomma, una cernita di ciò che poi verrà dato alle stampe. Una scala di valori che, nel caso in questione, dedica ai presunti tarocchi del professor Conte titoloni indignati, dolenti editorialesse, pagine e pagine. Mentre sui tremila sfigati (chissenefrega) se va bene basta un trafiletto in cronaca.
Eppure, tremila sfigati di qua e tremila sfigati di là, può succedere che alla fine undici milioni di sfigati diano la maggioranza del 32% a un Movimento 5 Stelle guidato, signora mia, da gente che sbaglia i congiuntivi. Ma che, purtuttavia, alla soluzione dei problemi degli sfigati ha dedicato una qualche attenzione.
Poi ci sono altri 6 milioni di nostri concittadini che hanno votato Lega: tutte brave persone, per carità, che tuttavia si sentono indifese se un rapinatore gli entra in casa e che nei loro quartieri si sentono assediate dagli spacciatori di colore. Costoro sognano a occhi aperti il primo Consiglio dei ministri gialloverde. Quando il nuovo ministro degli Interni, Sua Eccellenza Matteo Salvini, presenterà un provvedimento urgente che (come da contratto) consente “l’estensione della legittima difesa domiciliare eliminando gli elementi di incertezza interpretativa con riferimento alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa”. In altre parole: licenza di uccidere e una pistola per tutti. Una realtà che, osservata da a me giornalista attraverso le lenti di Bordieu, fa ribrezzo. Mi chiedo: milioni di razzisti, xenofobi, sparatori ma che diavolo succede? Dove siamo finiti? Il fatto è che molti di noi hanno la fortuna di vivere, forniti di speciali occhialini, in quartieri residenziali e comunque protetti. Non hanno campi Rom nei dintorni e non sono deliziati a ogni ora dal profumo di cibi esotici fortemente speziati. E se, per dire, vogliono farsi una canna si andranno a rifornire un po’ più lontano.
Sì, siamo portati a selezionare la realtà in base alla nostra visione del mondo, alla nostra cultura di riferimento, al nostro ambiente. Perciò messi di fronte a quei 17 milioni di voti, che non riconosciamo, e che forse neppure ci piacciono, abbiamo tre possibili soluzioni.
A) Possiamo continuare a considerarli espressione dell’Italia peggiore degli sfigati e dei razzisti. Poco male: avremo un ulteriore calo delle vendite dei giornali già in caduta libera per manifesto disinteresse dei lettori. Fino a quando anche l’ultima edicola chiuderà i battenti, nel corso di una toccante cerimonia. Così le nostre opinioni, signora mia, potremo scambiarcele al bar sotto casa. Con calma perché di tempo libero ne avremo parecchio.
B) Possiamo batterci per una limitazione del diritto di voto, riservato solo a laureati e diplomati (previo CV non taroccato) e con esclusione di sfigati e razzisti. Per il Pd di Renzi un’occasione ghiotta per tornare a vincere.
C) Oppure impegnarci ogni giorno a fare un giornale ancorato ai fatti, guardando al governo che nasce senza tesi precostituite o di comodo. Lo ha scritto ieri Marco Travaglio sulla prima pagina del Fatto: “Forse Giuseppe Conte sarà un premier pessimo, o forse buono, o eventualmente discreto. Lo giudicheremo giorno per giorno dagli atti”. Giorno per giorno. Atto per atto. Senza fare sconti a nessuno. Guardando la realtà per ciò che è. Con particolare attenzione alle fondamentali scelte economiche. “Alla collocazione europea del nostro Paese”, confermata dal premier incaricato. Avendo a cuore “la stabilità finanziaria e i risparmi della nostra gente”, come richiesto dal presidente Mattarella (Corriere della Sera). Le fiction le lasciamo volentieri agli altri. E anche le lenti deformanti. Buon Fatto a tutti.
Salvini vede Silvio, il centrodestra non esiste (quasi) più
I suoi accompagnatori, le capogruppo di Camera e Senato di Forza Italia, Mariastella Gelmini e Annamaria Bernini, le ha lasciate fuori dalla porta: “Aspettate qui”. Appena uscito dalle consultazioni con il premier incaricato Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi si chiude in una stanza di Montecitorio con Matteo Salvini. Non dice una parola pubblicamente. Di certo si sa che è il primo colloquio in due settimane tra il centrodestra che ha scelto di andare al governo (la Lega) e quello che resterà all’opposizione (Forza Italia). Al posto suo parla Matteo Salvini: “È stato un incontro utile e positivo. Una chiacchierata interessante”. Sembra che il silenzio di Berlusconi sia condizionato alla squadra dei ministri: aspetta che si riempiano le caselle che più gli interessano, Giustizia e delega alle Telecomunicazioni. La posizione ufficiale – confermata anche dal vertice serale che si è tenuto a palazzo Grazioli con i vertici di Forza Italia – resta la sfiducia al governo. Di certo, però, non con gli stessi toni usati dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: “Salvini? Non ho mai usato la parola traditore finora. Non escludo di usarla”.
Dove c’è il premier, c’è Alpa. E il potere romano
Se sconosciuto vuol dire non essere famoso o visibile, Giuseppe Conte è un perfetto sconosciuto. Negli ambienti romani che ruotano attorno ai governi e li influenzano – avvocati e docenti dai molteplici incarichi, per estremizzare – il presidente gialloverde è tutt’altro che sconosciuto. Non proprio organico, non ancora. Semmai limitrofo a un sistema di relazioni che per il professore pugliese con cattedra a Firenze colloca al centro Guido Alpa.
Classe ‘47, avvocato civilista, esperto di arbitrati, luminare di diritto privato, un’istituzione all’Università La Sapienza, capo per un decennio del Consiglio nazionale forense, Piero Guido Alpa è il mentore e la sorgente della carriera e dei rapporti di Conte.
Alpa è trasversale, frequenta la sinistra e pure la destra, fa l’orazione funebre per la cerimonia laica alla Sapienza di Stefano Rodotà, plana nel Cda di Finmeccanica/Leonardo con la spinta di Gianni Letta, accumula poltrone in svariate commissioni di esperti dentro svariati ministeri dal 1977.
Conte collabora da anni con lo studio di Alpa e negli anni, sempre vicino a Guido, ai convegni e in tribunale, si fa apprezzare da insigni colleghi. Andrea Zoppini stima Conte, lo ritiene una persona perbene. Zoppini insegna diritto privato a Roma Tre e ha un ufficio legale in piazza di Spagna annoverato fra i più pregiati della capitale. Per un breve e disgraziato tempo (si dimise perché indagato, poi l’inchiesta fu archiviata), Zoppini fu sottosegretario alla Giustizia nel governo tecnico di Mario Monti. Per questioni di lavoro e di amicizia, Zoppini rimanda a Giulio Napolitano, il figlio di Giorgio. Anche Giulio ha incrociato Conte per il tramite di Alpa, e lo considera, a buona ragione, un allievo del pluridecorato giurista.
Alpa ha arruolato Conte nell’ufficio di Roma, ma anche per pubblicazioni che accrescono il curriculum. Per esempio, il presidente incaricato ha firmato un capitolo di un manuale del Mulino sul diritto dei consumatori dell’onnipresente Alpa e di Antonio Catricalà, oggi avvocato di primo piano, ex sottosegretario di Monti a palazzo Chigi, ex presidente dell’Antitrust, ex viceministro con Enrico Letta, ex consigliere di Stato e tante altre cose.
Qualche anno fa, invece, Giulio Napolitano ha scoperto il presidente incaricato in veste di ideatore e curatore di una collana di Laterza dedicata ai maestri del diritto: Giuliano Vassalli, Massimo Severo Giannini e Paolo Grossi. Quest’ultimo ha presieduto la Consulta fino al febbraio scorso.
Il vociare indisponente dei palazzi romani, in questi giorni in subbuglio per l’asse tra Lega di Matteo Salvini e Cinque Stelle, tampina sempre il giovane Napolitano. Lui parla di conoscenza superficiale, ma da molti è considerato il possibile suggeritore di Conte per i prossimi capi di gabinetto e componenti delle strutture di governo. Quelli che arginano o facilitano le decisione politiche. Conte non dispone della classe dirigente di un partito, si definisce un uomo di sinistra in orbita Cinque Stelle, ma può scovare i collaboratori da una tradizionale riserva dei governi: il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, i vertici del Tar.
Il futuro premier è un ex vicepresidente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa e adesso può sfruttare il mestiere di Alessandro Pajno, presidente in scadenza di Palazzo Spada. Pajno può aiutare Conte anche a costruire un’alleanza necessaria col Quirinale. Siccome le strade di Roma in centro sono strette e anche quelle del fato, va segnalato che, mentre Conte era a Palazzo Spada, Zoppini nel 2016 e Alpa nel 2017 venivano nominati dai rispettivi atenei – Roma Tre e La Sapienza – membri della commissione esaminatrice per il concorso da consigliere di Stato.
Una coincidenza, nient’altro. Per capire la direzione di Conte, però, va seguita la bussola di Alpa.