Conte si presenta ai partiti. E si fa benedire da Visco

Almeno ai professori come lui dà del tu. Cerimonie ridotte al minimo, il contratto gialloverde poggiato sul tavolo, un funzionario seduto accanto per prendere appunti. L’incaricato Giuseppe Conte ha imparato presto l’arte dell’arrangiarsi nei palazzi della politica: dice a tutti quello che più o meno vogliono sentirsi dire. Così, ieri, nei resoconti delle consultazioni con i partiti, si è versato un gran miele. “Determinato, ma non impositivo”, “giurista che non sale in cattedra”, “consapevole delle architetture nazionali e sovranazionali”. Insomma, per dirla con il capogruppo di LeU alla Camera, Federico Fornaro, “era più grillino Renzi di lui”.

Sarà che come rappresentante dei “barbari” il professor Conte è parecchio distante dall’identikit previsto. Così, una volta fatte le presentazioni, tutti hanno voluto esprimergli solidarietà per la campagna sul curriculum “gonfiato”. Lui, raccontano, è apparso rammaricato, ma non teso. Ha parlato poco Conte, anche perché – esclusi i Fratelli d’Italia – nessuno si è avventurato troppo in domande. La delegazione guidata da Giorgia Meloni se n’è andata delusa: “Ha rimandato troppe risposte – dice il capogruppo alla Camera Fabio Rampelli –. Non ha alcuna autonomia”. I rappresentanti del Pd, invece, raccontano di avergli contestato che sulla green economy, che lui elogiava, “nel contratto c’è solo un titolo…”.

Ha ascoltato, il premier incaricato. E la maggior parte degli appunti è dedicata a tre questioni, sollevate da più fronti: la riforma della prescrizione e il vincolo di mandato, su cui però Conte si sarebbe limitato a prendere nota, e poi la flat tax. Solo qui, si apprende, Conte avrebbe annuito a chi sollevava dubbi di costituzionalità: “Dovremo tenerne conto, quando scriveremo il testo”. Indizi che fanno dire, ancora alla Meloni, che il governo nasce con “una forte impronta M5S”. Berlusconi, al termine del colloquio, non ha parlato. Si è chiuso prima in una stanza con il leader della Lega e poi a palazzo Grazioli con i maggiorenti di Forza Italia (che hanno ribadito il no alla fiducia). Per lui, ha parlato Salvini: “Penso abbia avuto una impressione positiva”.

Di certo c’è che Giuseppe Conte chiude la giornata con quattro voti in più di quelli con cui l’aveva cominciata. Ha incassato il sì di due ex M5S (Maurizio Buccarella e Carlo Martelli), di due del Maie (Riccardo Merlo e Adriano Cario) e anche l’apprezzamento degli autonomisti: al Senato, dove la maggioranza assoluta era solo di sei parlamentari, non si buttano via.

Tra oggi e domani, l’incaricato, salirà al Quirinale con la lista dei ministri, non prima di aver visto i due firmatari del contratto, che ieri sera erano ancora alle prese con le caselle dell’esecutivo. L’equilibrista marcia dritto: dopo le vittime di Etruria & C., stamattina vedrà Ignazio Visco. Forte dello standing positivo che gli garantirà il governatore di Bankitalia (ieri è già arrivato quello del commissario Ue Pierre Moscovici), dovrà mediare tra Di Maio, Salvini e Mattarella. Tesoro, Esteri, Difesa e Infrastrutture sono ancora in bilico. L’economista Paolo Savona pare un limite invalicabile per il Colle (ma chissà), il diplomatico Giampiero Massolo non convince ancora tutti i 5Stelle, mentre la partita delle opere pubbliche è oggetto di contesa. Ieri Salvini ha ribadito che vuole “farle, non smontarle”. Nella corsa della grillina Laura Castelli sarebbe caduto l’ostacolo più pesante della Lega, il solito Giancarlo Giorgetti.

Il 5S Spadafora, storia di un “balduccino” convertito a Di Maio

Nel governo gialloverde potrebbe entrare anche un sedicente “balduccino” che chiamava ironicamente “Papi” Angelo Balducci ed esultava per Bertolaso ministro. Il “balduccino”, quasi 10 anni fa, sponsorizzò all’Unicef il figlio del suo mentore dopo avere chiesto lavoro per sé ad Angelo Balducci. Vincenzo Spadafora è un deputato del M5S, noto come braccio destro di Luigi Di Maio. Il suo presente appare molto distante dalle telefonate e dagli sms scambiati dal 2008 al 2010 con l’ex presidente del consiglio dei lavori pubblici Balducci, sintetizzati nei brogliacci del Ros che indagava sulla Cricca. Il Fatto ha visionato il materiale che, pur di nessuna rilevanza penale (Spadafora non è mai stato indagato), è utile per conoscere la storia di un protagonista del nuovo corso.

Il 29 gennaio 2010 Spadafora scrive un sms entusiastico: “Evviva, abbiamo un nuovo ministro!”. Il ministro è Guido Bertolaso, poi processato e assolto per lo scandalo dei grandi eventi. Il destinatario è Balducci. Altri tempi. Il Fatto, quel giorno, pubblicava un’inchiesta di Antonio Massari dal titolo “Sprecopoli italiana” che metteva nel mirino proprio la Protezione civile di Bertolaso, neo ministro del governo Berlusconi.

Balducci, condannato in primo grado nel 2018 a 6 anni e mezzo per lo scandalo degli appalti della Cricca, era molto amico di Spadafora. Proprio a lui l’attuale esponente M5S chiese più volte un lavoro nel 2008. All’inizio dell’anno Spadafora è nella segreteria di Francesco Rutelli, vicepresidente del Consiglio di Prodi e ministro dei Beni Culturali. Balducci è il capo della struttura di missione che gestisce i grandi eventi. Quando Berlusconi vince le elezioni – annota il Ros – “Spadafora chiede (scherzando) a Balducci se è già ad Arcore. Vincenzo dice che finalmente si sono liberati di questo governo”. Pochi giorni dopo, Rutelli perde pure il ballottaggio con Alemanno per la carica di sindaco di Roma. Spadafora vede nero. Il 1° maggio chiama Balducci e gli racconta che “ieri sera l’ha chiamato Rutelli e gli ha detto che ha sentito Figliolia (Ettore, capo gabinetto di Rutelli, ndr) per cercare di sistemare gli amici più cari tra i quali lui Vincenzo”. A 34 anni, rischia di restare a spasso.

Il 9 maggio scrive a Balducci: “Se da te contratto ci può essere parliamone molto concretamente. Altrimenti in queste ore faccio in tempo a parlarne con Rut e Donato (Mosella, capo della segreteria politica di Rutelli appena eletto deputato Pd, ndr) per altre situazioni (…). Ti prego. V”.

Sono giorni di fibrillazione per tutti. Barbara Palombelli, moglie di Rutelli, scrive a Spadafora: “Il famoso contratto di Luca Imperiali non è stato ancora mai firmato. Ci dobbiamo preocc?”. Il 14 maggio 2008 Spadafora gira l’sms a Balducci. Ma anche Balducci è in ansia per la sua poltrona. Il 20 maggio scrive a Spadafora che sta parlando con Mauro Masi, segretario generale di Palazzo Chigi. E Spadafora: “Digli che se non ti tratta bene, organizzo un presidio di balduccini sotto Palazzo Chigi in forma di protesta. Spiegagli che siamo tanti, ma proprio tanti!!”.

Il termine ‘balduccino’ è usato anche in altri sms con tono ironico. Per esempio un anno dopo, quando esplode il caso Noemi, ironicamente Spadafora scrive a Balducci: “Ciao Papi, incontreresti un tuo giovane balduccino?”. Il 22 giugno 2008 Spadafora è nominato presidente dell’Unicef in Italia, senza alcuna spinta di Balducci. Evidentemente quella carica all’Unicef non basta per vivere bene a Roma. Il 2 settembre 2008 Spadafora va al sodo: “Giov devo vedere Rut che torna dagli Stati Uniti. Devo sapere se devo chiedergli un aiuto su altri fronti o se si chiude la cosa con te. Mentre tu giochi con me, IO NON POSSO PIU PERMETTERMI DI NON LAVORARE. V”. L’8 settembre 2008 Balducci chiama un funzionario e gli chiede di dire a Spadafora che il contratto è pronto. Il 9 settembre una collaboratrice di Balducci gli riferisce dei colloqui con Spadafora per la firma del contratto.

Però c’è ancora qualcosa che non va. Il 19 ottobre Spadafora disperato scrive a Balducci a tarda ora: “Tra tre settimane sono letteralmente in mezzo ad una strada. Ti prego chiamami”. Il Ros, nelle informative, riporterà poi il curriculum pubblicato sul sito Unicef, nel quale Spadafora vantava una consulenza dalla struttura di missione per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Un anno dopo proprio l’Unicef, presieduto da Spadafora, firma un contratto a Filippo Balducci, figlio di Angelo. Balducci jr. descrive così il trattamento ricevuto al suo commercialista Stefano Gazzani, il 19 ottobre 2009: “Un part time a tempo determinato per 18 mesi, terzo livello, 32 ore settimanali”.

Ieri abbiamo cercato Spadafora al telefono. Avremmo voluto chiedergli la sua versione dei fatti, compresi i particolari dei contratti e dei rapporti tra lui e la famiglia Balducci. Gli avremmo domandato anche se non si ravvisasse un conflitto di interessi tra le richieste di lavoro al padre Angelo e il lavoro offerto dall’Unicef al figlio Filippo. Il deputato M5S non ci ha risposto: a suo tempo sostenne di non aver ricevuto favori da Balducci.

Il leghista Bonomi, Mister Grandi Opere dagli aerei all’Expo

Con gli amici si presenta, scherzando, come “il Beppe buono” (qualcuno allora potrebbe pensare che il “Beppe cattivo” dovrebbe essere Giuseppe Sala, ex commissario Expo e poi sindaco di Milano). Giuseppe Bonomi detto Beppe, di Expo ha rilevato l’eredità (pesante): cioè i terreni su cui è sorta l’esposizione universale, pagati salati, ai tempi di Roberto Formigoni e Letizia Moratti, con denaro pubblico che ora deve essere recuperato. Da amministratore delegato di Arexpo (la società pubblica proprietaria dell’area Expo), Bonomi il recupero lo sta facendo, con l’intervento della società australiana Landlease che, dopo aver vinto la gara per gestire per 99 anni i terreni, li dovrà “valorizzare” piazzandoci sopra aziende pharma e hi-tech, oltre alle facoltà scientifiche dell’Università Statale e al centro di ricerca Human Technopole. Se ora sarà chiamato a Roma a fare il ministro, dovrà lasciare Arexpo e anche il consiglio d’amministrazione di Ferrovie Nord Milano (57,5 per cento Regione Lombardia e 14,7 Fs), dove il nuovo presidente lombardo Attilio Fontana lo ha appena inserito per cercare di raddrizzare un’azienda in cui i conti vanno bene ma il servizio (specie per i pendolari) va malissimo, oltretutto con un rapporto difficile con le Ferrovie di Renato Mazzoncini. Dovrebbe lasciare anche l’advisory board di Unicredit, il comitato strategico di sette membri in cui è entrato solo da pochi giorni.

Il ministero che sembrerebbe su misura per lui, visto il curriculum (verificato), è quello alle Infrastrutture e Trasporti. Ma in realtà per quella casella i giochi sono ancora tutti aperti. Potrebbe andare a riempirla un personaggio più “politico”, anche perché Bonomi, da manager, è abituato a valutare il rapporto costi-benefici delle opere, ma poi preferisce fare piuttosto che bloccare, e il mandato per il ministro delle Infrastrutture del governo giallo-verde sembra essere – almeno per il Tav Torino-Lione – più quello di fermare l’opera che non di portarla a compimento.

Beppe Bonomi da Varese, 60 anni il prossimo 8 giugno, si è laureato in giurisprudenza alla Statale di Milano e ha aperto uno studio legale nella sua città. Comincia nel 1993 la sua attività politica: schierato con la Lega Nord, diventa assessore all’urbanistica a Varese, poi nel 1994 deputato. Un paio di anni dopo è assessore ai lavori pubblici a Milano, nella giunta del sindaco leghista Marco Formentini. Poi il Carroccio lo piazza nei posti che il partito comincia a ottenere nelle aziende pubbliche. Entra nel consiglio d’amministrazione di Sea, la società che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa, di cui diventa presidente tra il 1997 e il 1999. Sono gli anni in cui decolla “Malpensa 2000”, il progetto di fare dello scalo più vicino a Varese che a Milano l’hub intercontinentale di Alitalia.

Nel 2003, proprio di Alitalia diventa per un anno presidente, non senza contrasti con l’amministratore delegato Francesco Mengozzi. Passa al vertice di Eurofly, la compagnia aerea di Alitalia specializzata nei voli charter. Entra anche nel consiglio d’amministrazione di Anas. E questo gli costa un’inchiesta della Procura di Milano per turbativa d’asta e abuso d’ufficio per un appalto da 9 milioni di euro, quello della galleria di Maccagno, non lontano da Varese: viene arrestato un suo assistente, Fabio Mangini, che era consulente Anas ma era stato socio di un’impresa, la Cic, che puntava all’appalto Anas di Maccagno. La Cic non vince, Mangini e un paio di funzionari Anas patteggiano la pena, ma Bonomi esce prosciolto dall’indagine.

Nel 2006 torna alla Sea, dove resta fino al 2013 con il doppio incarico di presidente e amministratore delegato. Prima di lasciare l’azienda, manda alla Consob e alla Procura di Milano un esposto che accusa il fondo F2i, allora guidato da Vito Gamberale, di aver fatto fallire la quotazione in Borsa che il Comune di Milano aveva progettato per Sea.

Secondo l’esposto, F2i per far saltare l’ingresso a Piazza Affari avrebbe manipolato il mercato, al fine di riuscire a mantenere il controllo sul proprio pacchetto di azioni Sea e anzi accrescerlo senza bisogno di lanciare un’opa.

Tra il 2015 e il 2016, Bonomi è direttore generale della Regione Lombardia, a fianco del presidente Roberto Maroni, a cui è sempre stato vicino, pur non avendo cattivi rapporti con Matteo Salvini. Nelle prossime ore sarà Salvini a decidere il suo futuro: resterà a Milano, a tentare di sbrogliare la matassa dell’area Expo e delle Ferrovie Nord, oppure dovrà traslocare a Roma, alle prese con le grandi opere da fare o forse no?

Il Colle: “Fuori Savona”. Ma Salvini non cede

Alla pugna finale contro Paolo Savona all’Economia. E la nota del Quirinale che trapela ufficiosamente nel pomeriggio mostra la prima novità del parto di governo. Un’innovazione della prassi costituzionale, che nel caso diventa soprattutto sostanza politica. Ché il capo dello Stato non solo ribalta la vulgata corrente sull’anziano economista, a suo giudizio imposta dalla Lega: “Il Colle non mette presunti veti”, al contrario “non può subire inammissibili diktat”. Cioè la quotidiana difesa di Savona da parte di Matteo Salvini e dell’intero Carroccio. Ma rivendica, il Quirinale, le prerogative costituzionali per sé e, questa la novità, per il presidente del Consiglio.

Un unicum, mai visto. Il presidente della Repubblica che difende l’autonomia del premier: non sono ammissibili, quindi, diktat “nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti due”. È la plastica conferma che, dopo l’incarico di mercoledì scorso, il professore Giuseppe Conte condivide le valutazioni negative del Colle sulla nomina di Savona in un dicastero chiave agli occhi dell’Unione europea. Una sorta di cartina di tornasole per verificare l’affidabilità del primo governo sovranista nel cuore dell’Europa occidentale.

Contro le “due prerogative” si è però subito alzata di nuovo la voce di Salvini: “Nessun diktat, ma Savona è il nome migliore”.

L’obiettivo vero della nota del Colle è quello di aumentare il pressing su Luigi Di Maio per convincerlo a isolare il leader leghista e ottenere una lista dei ministri (oggi, ma più probabilmente domani) senza il fatidico nome.

La soluzione ideale per il presidente della Repubblica sarebbe una lista con il nome di Giancarlo Giorgetti, lo sherpa salviniano, al posto di Savona. E se non dovesse accadere? A quel punto la sfida tra Mattarella e Salvini è da tripla. Tre possibili scenari. Il primo decisamente hard, conseguenza dell’indurimento mostrato ieri con la nota.

Questo: il Quirinale riceve Conte, legge la lista con Savona e mette il premier incaricato dinnanzi a un bivio: o ti prendi tu l’interim oppure rimetti il mandato. È la strada della rottura dell’intesa gialloverde, peraltro tornata a circolare ieri dopo il breve colloquio tra Salvini e Berlusconi, incrociatisi durante le consultazioni del professore. È la tesi, questa, di quanti dentro la Lega sperano che Salvini usi la questione Savona per tirarsi indietro all’ultimo minuto e ritornare nel centrodestra a pieno titolo. In ogni caso, a Salvini, B. avrebbe chiesto garanzie sui nomi alla Giustizia e allo Sviluppo economico (a dire il vero destinato a Di Maio) che ha in pancia le amate Comunicazioni.

Il secondo risultato vira su un esito mediamente soft. Ché è vero che al momento non è previsto “alcun cedimento” al Colle sull’economista. Ma la politica è “l’arte del compromesso” e magari un’abiura pubblica di Savona sulle “sue posizioni anti-euro” chiuderebbe la vicenda.

Non solo, e questa è la terza e ultima possibilità. Cioè un compromesso ancora più indolore basato sull’incontro che oggi Conte avrà con Ignazio Visco, il governatore della Banca d’Italia. Una mossa che sarebbe stata ispirata proprio da Mattarella.

Ecco: alla fine del colloquio, Conte potrebbe farebbe (un po’ come l’altro giorno nella prima parte delle sue dichiarazioni alla stampa dopo l’incarico) una solenne professione di fede nell’eurozona, giurando che il suo governo non parlerà mai dell’uscita dalla moneta unica dell’Ue. In questo caso, il premier diventerebbe il garante di Savona ministro dell’Economia e il tormentone finirebbe, senza più altre complicazioni e tensioni tra Mattarella e la Lega.

Queste tre ipotesi sono al centro delle riflessioni di Mattarella. La sua speranza è che il nome venga tolto da Conte (e Di Maio) prima di salire al Quirinale. In caso contrario, la decisione è tutta da prendere. Anche perché non è la prima volta che al Colle si paventa il peggio per poi andare nella direzione opposta. È successo alla vigilia dell’incarico a Conte. La sera prima gravi dubbi e timori sulla figura politica e la biografia del premier. Il giorno dopo tutto svanito, con la convocazione di Conte.

L’encomioltraggio

Avviso ai rosicanti: decidetevi. O servo encomio o codardo oltraggio, non tutti e due insieme contemporaneamente, sennò non si capisce una mazza. I direttori di giornale dovrebbero sincronizzare le lingue nelle rispettive redazioni, perché l’effetto baraonda dei commenti in prima pagina e i ritratti nelle pagine interne sul premier Conte è straniante. Se, puta caso, lo si dipinge come un “Signor Nessuno” e un impostore specializzato in curriculum taroccati, conviene tenere il punto, evitando di riportare le frasi strappalacrime degli amici d’infanzia, tipo “studiava tantissimo ed era di una riservatezza assoluta”, o di slurparlo come “un secchione che non alzava mai la testa dai libri” (Repubblica). Se lo si ritiene un bugiardo matricolato negli studi e col fisco, è meglio sorvolare sul “ragazzo che tiene alla sua famiglia” (e alla famiglia di chi se no?). Se lo si reputa un pericolo pubblico per noi e i nostri risparmi, che l’amico magnifichi le sue virtù calcistiche di “regista alla Fabio Capello” e che sia “uno sgobbone sempre elegantissimo” (Stampa) è un filino secondario, nel contesto generale.

Così come altri particolari essenziali, tipo che per andare e tornare dal Quirinale ha preso il taxi e – udite udite – sedeva “sul sedile posteriore” (si temeva fosse uso montare in braccio al tassinaro), “ha pagato e ha ripagato lui” (Messaggero), però “poteva risparmiarsi in tutti i sensi la seconda corsa e approfittare di un passaggio della scorta”, anche se resta encomiabile che “saldasse il conto, lasciasse la mancia, e chissà se ha preteso pure la ricevuta, per poi finalmente scendere dall’auto” (Giornale) anziché tuffarsi a pesce dal finestrino. O la vicinanza della natìa Volturara Appula al “colle di Castel Fiorentino dove morì l’imperatore Federico II, che tanto ebbe a cuore quella terra”. O la prodigiosa nascita “come si faceva una volta, in casa, grazie a un’ostetrica marchigiana” e il suo essere “molto religioso e devotissimo di San Pio” (Corriere). Se poi si pensa che sia un burattino di Di Maio e Salvini, il fatto che un collega confidi che “ama ascoltare, non è mai sguaiato, ha garbo e grande forza nelle sue convinzioni” (Corriere) e addirittura “la sua immagine sembra quella della ‘Resurrezione di Cristo’ di Mantegna” (Messaggero) è forse secondario. Se si attende ad horas che sfasci i conti notoriamente in ordine dell’Italia, precisare che è “severo ma disponibile” (Repubblica) potrebbe incrinare l’aspettativa. E contraddire la domanda posta a un prof che lo dipinge come un millantatore di studi a Cambridge per correr dietro a una bionda.

Testuale da Repubblica: “Ha coraggio a smentire il premier incaricato: non teme ritorsioni?” (perché Conte sarà pure disponibile, ma basta un niente e ti spacca il grugno).

Certo, doversi convertire in quattro e quattr’otto da giornalisti governativi per definizione a oppositori per partito preso dev’essere complicato. Dopo aver leccato i piedi a tutti i premier che Dio (o chi per lui) mandava in terra, ritrovarsi di botto a far le pulci a un curriculum (senza capirlo) o a scartabellare in luoghi sconosciuti e inospitali come il Catasto o Equitalia dev’essere seccante. Però via, bisogna decidersi. Se prima essere cattolici era titolo di merito, infatti lo vantavano tutti i premier, inclusi massoni e comunisti, ora per Conte è roba sospetta: era meglio un testimone di Geova o un avventista del Settimo Giorno. La Costituzione non era mai fregata niente a nessuno, infatti la volevano devastare tutti. Ora le fanno dire financo ciò che non dice: e cioè che un premier indicato dalla maggioranza non dev’essere incaricato perché non garba a Ferrara, che accusa Mattarella di averla “cancellata”. Questo a pag. 1 del Foglio. A pag. 4 il rag. Cerasa trova che un privato cittadino come Di Battista, se osa criticare il Quirinale, è “eversivo”. Libero ci spiega da anni quanto perbene siano B. (4 anni di galera) e la sua banda: ora, per la penna di Renato Farina (6 mesi per favoreggiamento nel sequestro di Abu Omar, 2 anni e 8 mesi in primo grado per falso in atto pubblico), ci spiega che Conte è “la mela guasta” (infatti è incensurato). Il Corriere scrive che Conte & C. “fanno di tutto per far apparire al mondo l’Italia come un problema… un Paese da cui prendere le distanze”: vedi “la soglia di 200 punti dello spread… limite oltre il quale la discesa potrebbe essere difficile da arrestare”. E pazienza se la terribile soglia 200, detta anche “soglia Conte”, l’avevamo toccata già un anno fa, quando governavano il conte Gentiloni & C., cioè i buoni. Ieri le Borse dovevano crollare: Marcello Sorgi festeggiava su La Stampa perché “la vera opposizione la faranno i mercati, allarmati da quel che potrà accadere” (speculatori di tutto il mondo, unitevi!) e Repubblica vaticinava il boom del “rischio Italia” con un anonimo operatore che attribuiva il tutto allo “sconosciuto avvocato Conte” e prevedeva “escalation” da “film della Grecia”. Invece purtroppo ieri mattina Piazza Affari è partita in rialzo e poi è andata su e giù per tutt’altri fattori nazionali e internazionali. Ma pazienza, andrà peggio un’altra volta.

Ps. Il figlio di babbo Tiziano, poveraccio, con tutto quel che avrebbe da fare (soprattutto sparire, come promesso due anni fa), si occupa di me per darmi dell’incoerente: “Travaglio aveva detto due mesi fa che se Di Maio avesse fatto l’accordo con la Lega l’avrebbero linciato in piazza”. Certo che l’ho detto. Poi Di Maio ha provato a fare un governo col Pd ed è stato respinto da lui, che ha posto l’Italia dinanzi a due alternative: o il governo M5S-Lega o nuove elezioni (con la sua legge da schifo) che riprodurrebbero l’esito del 4 marzo o uno peggiore (la vittoria del centrodestra). Gli sia lieve la terra.

Tutte le volte che… alla fine ha vinto un altro

Per oltre un decennio l’Accademia di Svezia che assegna i Nobel ha dovuto subire attacchi d’ogni tipo per aver negato il massimo riconoscimento alla letteratura a Philip Roth e mentre lo scalzavano – scegliendo nomi talvolta discutibili – avranno pur pensato “almeno una volta: prima o poi passerà a miglior vita! ci sarà un’altra occasione”. E invece a 85 anni si è spento Philip Roth, maestro indiscusso della letteratura e campione di stile.

Dobbiamo fare un grande sforzo per immaginarlo intento a sprecare il proprio tempo davanti allo schermo leggendo le bacheche social, ma l’ultimo decennio dev’essere stato un piccolo martirio per l’autore di Newark. Ogni edizione sembrava l’appuntamento perfetto per rimediare, invece, forse con la complicità delle quotazioni stracciate dei bookmaker che lo davano sempre fra i preferiti, abbiamo assistito ad una sequenza di rinvii. Ogni anno era il favorito, costantemente deluso e tradito dall’esito finale.

Quando nel 2011 vinse il Man Booker International Prize alla carriera, Rick Gekoski, presidente della giuria, venne invitato dagli amici intimi dell’autore a non parlare mai del tema Nobel. Era l’unico argomento che lo irritava. Roth vinse tutti i premi importanti in carriera ma il Nobel rimase “il grande innominabile”. Pare che a Stoccolma non abbiamo mai gradito il suo lavoro, considerato – semplicemente – troppo americano per gli augusti membri del comitato Nobel, troppo focalizzato sul contesto americano. Chiaramente sono sciocchezze e gli accademici sembrano da tempo fin troppo attenti a scoprire poeti sconosciuti ad ogni latitudine anziché premiare chi lo meriterebbe.

Al danno la beffa. Abbiamo di recente scoperto che a Stoccolma non erano solo miopi. I premiati erano decisi da una cerchia di persone di cui faceva parte anche Katarina Frostenson, moglie del discusso fotografo Jean-Claude Arnault, accusato da decine di donne di molestie sessuali. Uno scandalo che macchia quell’autoproclamato altare della purezza culturale, tanto che quest’anno il Nobel per la Letteratura non sarà assegnato. In ogni caso non avrebbero premiato Roth.

Non tutti lo presero sul serio. Come dimenticare il suo scontro tragicomico con Wikipedia? Secondo la piattaforma online, Philip Roth non poteva esigere una correzione alla propria pagina. Semplicemente non era considerato “una fonte credibile” e questo scontro divenne un geniale monologo per il New Yorker.

Noi lettori lo sappiamo, è lui il più importante romanziere della sua generazione e la Library of America lo ha celebrato con la pubblicazione di un’edizione in più volumi delle sue opere complete. Dunque, cosa ci resta da fare? Leggerlo e rileggerlo ancora.

“Il viaggio in Italia e Primo Levi. Così si sbloccò la sua penna”

“La visita di Philip Roth a Torino a Primo Levi, nell’ottobre del 1986, fu certamente uno degli ultimi momenti felici nella vita di Primo, che di lì a pochi mesi, nel 1987, si sarebbe ucciso. E rappresentò inoltre una sua rilevante consacrazione internazionale, grazie all’intervista che lo scrittore americano gli fece e poi pubblicò in tre puntate sul New York Times, ripresa quindi da La Stampa. Ma anche per Roth, credo, fu un incontro di notevole importanza. In quel periodo stava vivendo una sorta di crisi creativa; la visita a Levi, che lui considerava un genio della letteratura, coincise un po’ con l’inizio della sua seconda e formidabile stagione letteraria”.

Ernesto Ferrero, 80 anni, romanziere, saggista e a lungo direttore del Salone del Libro torinese, ricorda con commozione quell’incontro con i due mostri sacri, peraltro entrambi ebrei, della scena letteraria del Novecento, anche perché ne fu l’organizzatore e il Virgilio subalpino. Due attese emozioni, però, precedettero in Ferrero l’arrivo del- l’autore di Pastorale americana: la conoscenza fra Roth e Levi, certamente, ma pure il pensiero di “vedere da vicino Claire Bloom, la seconda moglie dello scrittore statunitense, che avevo amato alla follia per la sua interpretazione della ballerina Teresa in Luci della ribalta di Charlie Chaplin”. Invece, racconta Ferrero, “provai una enorme delusione quando la incontrai: davanti a me non c’era la meravigliosa attrice che aveva interpretato Teresa, bensì una normale donna americana di una certa età, anche se l’età c’entra poco: una qualunque, insomma, che parlava poco e che sembrava la segretaria aziendale di un manager, una che aveva accompagnato il capo nel viaggio in Italia”.

Eppure era stata proprio lei, la Bloom, a far leggere Levi a suo marito. “Sì, è verissimo”, continua Ferrero, “fu lei a dirgli di leggere La tregua, che aveva finito da poco e che le era piaciuto molto. Piacque moltissimo anche a Roth, al punto di volere incontrare di persona l’autore”.

Roth arrivò a Torino in autunno, “volle vedere tutto ciò che aveva a che fare con Primo: dalla sua casa di corso Re Umberto fino alla fabbrica di vernici di Settimo Torinese, la Siva, in cui Levi aveva lavorato per tanti anni come chimico. E questa doppia personalità, il letterato e il chimico, oltre naturalmente alla terribile esperienza del lager nazista, fu quello che impressionò di più Roth. Di Levi lo colpì il fatto che avesse un radicamento forte nella realtà, nel mondo del lavoro. E gli diceva: ‘Io conosco invece solo il mondo dell’Università, sono solo un professore’. Un incontro, il loro, in sostanza, che servì a Roth per sbloccarsi a livello letterario, e che per Levi significò qualche momento di vita ancora fuori dal disagio che lo avrebbe portato alla morte”. La visita di Roth, dice ancora Ernesto Ferrero, “fu davvero l’ultima grande soddisfazione della vita di Primo. Lui lo portò a vedere la sua fabbrica di Settimo e gli aprì le porte di casa sua. Accompagnato dalla silenziosa Claire Bloom, Roth era davvero entusiasta del suo nuovo amico torinese. Avrebbe poi descritto con tenerezza lo studio di corso Re Umberto, arredato con la semplicità degli anni Cinquanta, con il vecchio divano a fiori, una sedia bella comoda, la scrivania con il Macintosh coperto da un panno come la gabbia di un canarino, i dizionari sugli scaffali della libreria, le sculture giocattolo che Primo aveva modellato con dei fili di rame poi verniciati nel suo laboratorio”

E rammentando quelle ore torinesi, un pranzo al ristorante del Cambio, dove andava Giacomo Casanova, le conversazioni sulle leggi razziali, sul lager, sul mondo, Roth definirà Primo “un genio della letteratura”. Come ha scritto lo stesso Ferrero, tempo fa, in virtù pure di Roth “la crescente fama planetaria di Primo tornerà a passare per l’America, come già negli anni 80, quando Saul Bellow s’era incantato per Il sistema periodico. “Negli Stati Uniti sarebbe uscita l’edizione delle opere complete presso Norton Liveright. La prima impresa del genere”, aveva commentato Ferrero, “dedicata a un autore italiano”, che contribuì “a restituire al prigioniero n. 174517 il posto che gli spetta anche fuori d’Italia”.

3 domande a

La giornalista Paola Zanuttini incontrò Philip Roth nel 2016. Lo intervistò per “Repubblica”, nella sua casa di New York, quando uscì il suo trentesimo libro: “L’Umiliazione”. Il penultimo.

Cosa le è rimasto impresso di quell’incontro?

Appena lo vidi mi sorprese. Mi chiese di raccontargli il suo libro. Mi disse: ‘Non me lo ricordo, ne sto scrivendo un altro, non vorrei confondermi’. Pensai fosse una defaillance dovuta all’età. Solo tempo dopo, parlando con Ian McEwan, mi disse che era una cosa che Roth faceva spesso. Giocava a fare lo smemorato, in realtà era molto furbo: era un esame per capire se i giornalisti avevano letto il libro. Chi non superava l’esame veniva cacciato.

A lei andò bene.

Mi preparai come si fa per una tesi di laurea, avevo tutti i bigliettini. In realtà con me fu molto gentile, persino simpatico. Lo ricordo come una persona intelligente, arguta. Parlammo di sesso e fu divertente, non era per niente imbarazzato, ci prendemmo in giro. Ma quello che mi colpì fu il suo atteggiamento quando me ne andai. Era una giornata di brutto tempo, c’era la neve. Mi disse: ‘Poveretta, come fa con questo tempo?’. Come se fosse mio zio. Ma era Philip Roth.

Com’era la sua casa di New York?

Era in uno di quei grattacieli degli anni Cinquanta, con un portiere latino molto formale. Entravi e c’era un angolo cottura chiuso, forse inutilizzato. E poi una grande sala con un parquet lucido, la finestra che dà su Manhattan e il tappetino per la ginnastica. Qualche suo libro, non tanti. Non era la casa di un riccone, sembrava quella di un qualsiasi professore universitario di passaggio.

Goodbye Mister Roth. Se ne va il dissacratore

Poiché ho vissuto molto in America, e ora che mi chiedono di scrivere di Philip Roth, che è morto due giorni fa, so che sto per scrivere di lui come una persona che ha fatto parte della mia vita. Non è vero, l’ho incontrato (salvo che in pubbliche conferenze) solo due volte. La prima era un invito per Umberto Eco, con il quale ho partecipato alla visita (Roth non invitava nessuno, avrà provveduto l’editore di Eco o di Roth).

Di quella visita ricordo solo la inesorabile mancanza di voglia di conversare del grande scrittore americano, e la bravura di Eco a trattenere ogni possibile battuta. Così uno ha parlato di Newark, la non allegra città del New Jersey in cui Roth era nato, e l’altro di Alessandria, la città piemontese, ma con un di più di affetto e festosità.

Il secondo incontro era stato voluto da Roth. Un comune amico (e mio editore a New York, in quel tempo, Richard Grossman) aveva detto a Roth che io avevo conosciuto Primo Levi. “Voglio parlare di quell’uomo, voglio scriverne”, mi aveva detto senza premesse e senza spiegazioni, indicando luogo, giorno e ora (verso sera, nel caffè di un vecchio albergo che allora esisteva sul Central Park South).

Ormai conoscevo i suoi modi un po’ bruschi, che in un film sarebbero stati più tipici di un esigente istruttore sportivo che di uno scrittore celebre. Avevo chiesto a Susan Sontag (come aveva fatto Eco) di orientarmi sull’umore di Roth, che non sempre era lieto. E puntavo comunque a ricavarne una intervista per La Stampa (il mio giornale di allora), che è uscita infatti due giorni dopo proprio sul tema “vita, tregua e morte” di Primo Levi.

Credo di poter dire che Philip Roth ha contato moltissimo, in America, nello spostare Primo Levi dallo scaffale dei sopravvissuti, per farlo entrare, con grandissima attenzione critica, nella biblioteca dei grandi scrittori del mondo. È stato qui che è nato il progetto di Larry Rivers, un grande della Pop art, di fare i tre ritratti di Primo Levi, con le fotografie che io gli procuravo, avute da La Stampa e dalla famiglia.

Quei quadri sono stati acquistati da Gianni Agnelli e adesso sono al Lingotto a Torino. Eppure non è da questi due incontri, formali e un po’ rigidi, che può essere nata la mia persuasione di una frequentazione stretta e continuata con Philip Roth. Però quella frequentazione c’è stata davvero, perché, una volta identificato l’autore di Goodbye Columbus, del Lamento di Portnoy e il sosia di Roth, Nathan Zuckerman (il personaggio di varie narrazioni letterarie che diventa celebre come un attore, in un Paese come l’America) i media americani non hanno mai spento il faro.

È successo che il lavoro, le trovate, i cambiamenti, i nuovi personaggi di Philip Roth (chiamato Phil dai suoi milioni di lettori, che aspettavano il suo nuovo libro come un tempo si aspettavano gli strilloni dei quotidiani) sono diventati un affare collettivo grande come il popolo abbastanza grande dei lettori di quel Paese.

Ma Philip Roth, il non cordiale interlocutore di cui vi ho parlato, ci metteva del suo. C’era un che di collettivo, un che di cronaca sportiva nel lavoro del miglior scrittore americano del secolo (The New York Review of Books, The New York Times). Agganciava larghi schieramenti di lettori che si aspettavano per lui il Nobel.

Forse è la prima volta che si può dire di un celebre scrittore che ha lasciato soli i critici che lo hanno amato (quasi tutti i grandi d’America), il vasto cerchio dei lettori che gli era legato e che sono persuasi di avere vissuto con lui e accanto ai suoi personaggi. Lascia anche un mare di fan, qualcosa che è tipico più di un campione che di uno scrittore.

La figlia dell’ex spia avvelenata: “Andrò a Mosca ma non adesso”

La 33enne figlia dell’ex spia del Kgb Sergej Skripal, Yulia Skripal, vittima con il padre di un attacco nervino a Salisbury il 4 marzo, intende tornare prima o poi in Russia, ma “per ora” – pur ringraziando l’offerta di assistenza dell’ambasciata di Mosca a Londra – conferma di non volersene avvalere. Nella sua prima intervista, data al Guardian, Yulia dice di aver saputo dopo 20 giorni di coma di essere stata avvelenata, e ringrazia i medici britannici che l’hanno curata, ma non punta il dito contro nessuno.