“Sintomi simili a quelli di Cuba”. Un funzionario rimpatriato

Un dipendente americano del consolato Usa a Guangzhou, nel sud della Cina è tornato negli Stati Uniti per ulteriori valutazioni dopo aver riportato sintomi simili a quelli di una commozione cerebrale o di una lieve lesione al cervello. Lo rende noto il dipartimento di stato Usa, dopo aver allertato tutto il suo staff in Cina sull’incidente, che è stato descritto come una “sottile e vaga ma anormale sensazione sonora e di pressione”. Mike Pompeo, segretario di Stato Usa ha ricordato che diversi casi simili erano accaduti all’ambasciata Usa a Cuba.

Russiagate, ora tocca al “re dei taxi”

Il Russiagate è un’inchiesta Grand Hotel: gente che va, gente che viene. L’ultimo a entrarci, attraverso le porte girevoli del procuratore speciale Robert Muller, il ‘re dei taxi’ di New York, socio in affari di Michael Cohen, l’avvocato personale di Donald Trump. Ma che c’entrano i taxi con l’inchiesta sulle collusioni tra il Cremlino e la campagna del magnate futuro presidente? Nulla, se non che Evgeny A. Freidman, di origini russe, indagato per frodi fiscali e non solo, ha deciso di collaborare con gli inquirenti locali e federali. Le testimonianze di Freidman potrebbero ‘inguaiare’ pure l’avvocato Cohen, quello che pagava sotto banco, per conto di Trump, il silenzio della pornostar Stormy Daniels, E Cohen, a sua volta, potrebbe ‘cantare’, in cambio d’una qualche benevolenza nei suoi confronti.

Potenzialmente, è una pessima notizia per il magnate presidente. I legali di Trump stanno già tentando di limitare l’ambito della domande che il procuratore potrà porre al presidente, se e quando lo incontrerà, insistendo in particolare che l’interrogatorio resti circoscritto al periodo precedente all’elezione alla Casa Bianca. Un conto è violare la legge da candidato, un conto ben diverso farlo da presidente.

Rudolph Giuliani, onnipresente sui media da quando è nel team di legali del Russiagate, è categorico su un punto: Mueller, non potrà sentire Trump fino a quando il presidente non avrà avuto tutte le informazioni che chiede sul presunto informatore dell’Fbi che avrebbe avuto contatti con alcuni esponenti della sua campagna. “Non possiamo lasciarlo andare a farsi interrogare senza sapere”, dice Giuliani, dopo un incontro alla Casa Bianca fra Trump, il viceministro della Giustizia Rod Rosenstein e il numero uno dell’Fbi Chris Wray.

La mossa di Giuliani è nel segno dall’offensiva mediatica lanciata da Trump e dal suo staff. “Se avessero spiato la mia campagna per fini politici, sarebbe una vergogna, sarebbe illegale e senza precedenti nella storia del nostro Paese”: dice il presidente, che chiede al Dipartimento di Giustizia di indagare se l’Fbi abbia infiltrato il suo comitato elettorale.

La mossa ha innescato duri editoriali del New York Times e del Washington Post, con critiche pure ai dirigenti del Dipartimento per averla accettata: il segretario Jeff Sessions e il suo vice Rosenberg si trovano, a questo punto, fra due fuochi, senza la fiducia del presidente, che appena può li schernisce, e sotto tiro dall’opposizione.

“Questo assalto egoista sta facendo danni incalcolabili all’integrità delle forze dell’ordine … Sta a persone che hanno dedicato la loro vita all’Unione e al rispetto della legge, come Rosenstein e Wray – entrambi repubblicani e nominati da Trump, non dimentichiamolo – resistere al presidente e difendere le istituzioni.

Il WP evoca una “crisi costituzionale”. “Il gioco di potere di Trump è un evidente abuso dell’autorità presidenziale e un allontanamento pericoloso da norme di lunga data”, scrive

Eugene Robinson. “La giustizia tenta di rabbonire il presidente dandogli almeno apparentemente ciò che vuole. La leadership repubblicana in Congresso é stata silenziosa come un topo. Questo significa aver superato linee invalicabili … Niente di questo è normale o accettabile: uno dei principi fondamentali del nostro sistema è che nessuno è al di sopra della legge, neppure il presidente”.

Referendum per sapere se Podemos avere la villa

L’acquisto di un villino con piscina, in una zona bene fuori Madrid, da parte della coppia antisistema della sinistra spagnola, sta diventando un caso mediatico, con conseguenze politiche tutte da definire. Dalla metà della scorsa settimana, infatti, il segretario di Podemos Pablo Iglesias e la portavoce del gruppo parlamentare Irene Montero sono sotto i riflettori accusati di essersi imborghesiti per aver comprato una casa per il valore di 600.000 euro con l’accensione di un mutuo a 30 anni. In particolare, a Iglesias si rinfaccia di essersi pronunciato, anni fa, contro un ministro per l’acquisto di un attico di pari importo, ma loro dicono di aver comprato una casa per abitarci, non per speculare.

Iglesias e Montero, che vivono con due cani e sono in attesa di due figli gemelli, spiegano che da tempo stavano cercando una casa in campagna per costruire un progetto di vita familiare che garantisse loro un minimo d’intimità. Quella di cui ora non dispongono, inseguiti ovunque dai paparazzi fin dentro gli ospedali, con foto delle ecografie vendute per 15.000 euro a mezzi d’informazione senza scrupoli. Riconoscono di potersi permettere di pagare un mutuo di 800 euro ciascuno, grazie agli stipendi di deputati che corrispondono a tre volte il salario minimo, così come dettano le regole del codice etico del partito. Denunciano la persecuzione mediatica sofferta in seguito all’acquisto della casa di cui sono state pubblicate le foto dell’interno, l’aggressione di gruppi d’estrema destra che hanno appeso sulla facciata uno striscione di benvenuto a rifugiati ed occupanti abusivi e ne starebbero organizzando, via Facebook, un’inaugurazione pubblica. E passano all’attacco promuovendo una consultazione interna. Perché se l’accanimento è mediatico, la critica che più brucia è quella che viene dall’interno del partito, dall’area anticapitalista andalusa in particolare e dal sindaco di Cadice José María González, detto Kichi, che rivendica di essere rimasto a vivere in un appartamento di gente normale che lavora.

Convinti che una decisione personale abbia ingenerato un problema sulla loro credibilità politica, Iglesias e Montero hanno chiesto alla base di pronunciarsi sul fatto se debbano rimanere ai loro posti di guida del partito o dare le dimissioni e la consultazione, in atto da un paio di giorni, si concluderà domenica.

Una consultazione sostenuta dall’Esecutivo di Podemos, ma criticata da una sua parte, alcuni hanno dichiarato che non vi parteciperanno. Il cui risultato perciò dipenderà dalla partecipazione, se prevarrà la considerazione che si tratti di una questione privata o dell’esempio di una nuova politica. Perché se questa sarà bassa, ha dichiarato ieri Iglesias, corrisponderà a un fallimento, obbligando lui e la sua compagna alle dimissioni.

In una lettera pubblica a uno dei fondatori di Podemos Juan Carlos Monedero, Kichi afferma che la gente non perdonerà quei dirigenti di Podemos che scelgano la parte sbagliata. La sindaca di Barcelona Colau considera l’acquisto del tutto legittimo e la consultazione una risposta eccessiva. Attonita, la sinistra spagnola si gioca il suo futuro sulla compera di una casa di prima abitazione dal valore di 600.000 euro.

Calcio&chimica, nozze d’oro: in dote lo stadio da 55 milioni

Bianco, avveniristico, immerso nel verde, con tanto di ristoranti, hotel e piscina affacciata sul golfo degli Angeli. Con il Cagliari Arena, la nuova casa dei tifosi rossoblu affidata per la progettazione al consorzio Sportium e all’archistar David Manica, Tommaso Giulini perpetua il tradizionale intreccio tra chimica e circenses.

Sessant’anni fa, con il piano di Rinascita, l’industria lumbard ha portato in Sardegna posti di lavoro e inquinamento e per farsi amare ha regalato all’isola l’epopea dello scudetto di Gigi Riva nel 1970. Milanese quarantenne, Giulini prova a reincarnare quel sogno nel 2014, quando compra il Cagliari dopo gli alterni 22 anni di Massimo Cellino. Il suo nome è praticamente sconosciuto alle cronache ma è ben noto negli ambienti calcistici e nei giri che contano in Sardegna. La sua famiglia ha avuto a lungo una partecipazione azionaria nell’Inter di Moratti, lui stesso è stato nel Cda nerazzurro per otto anni ai tempi del triplete di Mourinho (2010).

Quando la sua Fluorsid, azienda chimica con lo stabilimento proprio a Cagliari, nella zona industriale di Macchiareddu, rileva il 100 per cento del club rossoblu, per i sardi è subito amarcord: impossibile non pensare ai fasti della stagione targata Manlio Scopigno, generosamente supportata dalle mani invisibili di Angelo Moratti, gran patron della raffineria Saras a due passi dalla città, e Nino Rovelli, che aveva lì la sua Sir-Rumianca.

A rafforzare l’effetto revival arriva come vicepresidente un nome di primo piano della casa nerazzurra: Stefano Filucchi, già vicedirettore generale e dell’Inter e assistente del presidente Massimo Moratti, nonché direttore delle relazioni esterne Saras. Tommaso Giulini lo chiama a ricoprire l’incarico di vicepresidente del Cagliari Calcio. Con il suo ferreo riserbo, eredità degli anni ormai lontani trascorsi a fianco dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro, è un riferimento prezioso per Giulini, alle prese con i risultati deludenti di un Cagliari salvo per miracolo e con una pesante inchiesta per inquinamento sulla Fluorsid.

Esattamente un anno fa il pm cagliaritano Marco Cocco, ha chiesto e ottenuto l’arresto di Michele Lavanga, direttore dello stabilimento di Macchiareddu e del responsabile per la sicurezza Sandro Cossu più altri accusati di associazione a delinquere, inquinamento e disastro ambientale. Si è così trovata decapitata l’azienda leader mondiale dei fluoroderivati.

Le contestazioni mosse dalla Procura comprendono la “grave contaminazione dell’aria, del suolo e delle falde acquifere, per effetto della dispersione delle polveri nocive e dello sversamento di metalli pesanti e composti inorganici, con valori anche tremila volte superiori al consentito”, in un’area che peraltro si trova nelle immediate vicinanze del fragile ecosistema della laguna di Santa Gilla.

L’inchiesta è ancora in corso e si è recentemente allargata alla dirigenza dell’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente. Giulini, azionista ma senza cariche societarie, oppone alle accuse certificazioni e controlli che avrebbero sempre attestato il rispetto delle normative sull’ambiente. Il binomio “calcio-affari” è un riflettore potente. Attira le simpatie dei tifosi, ma spesso anche la curiosità delle procure.

Il nuovo tempio del pallone potrebbe risultare prezioso per restaurare il feeling con la città. Il progetto è ambizioso. Non un semplice stadio, ma un vero e proprio polo sportivo multifunzionale e multiservizi, con approccio modulare – da 24 a 30 mila posti – pensato per grandi competizioni internazionali. E con un museo dedicato ai cent’anni di storia della casacca rossoblu. L’impianto sorgerà al posto del glorioso Sant’Elia, lo stadio costruito per Gigi Riva proprio nel 1970. Costerà 55 milioni di euro suddivisi fra Cagliari Calcio, banche, Regione Sardegna (attraverso la finanziaria Sfirs) e il Comune, che si accollerà per suo conto una spesa di dieci milioni. Per il sindaco Massimo Zedda è una scommessa importante. L’area in cui ricade lo stadio – poco distante dal grigio dei palazzoni popolari e dal lungo mare in via di riqualificazione, a due passi dal salotto buono della via Roma – è un tassello fondamentale nella visione di città che l’ex pupillo di Nichi Vendola intende realizzare da qui alla fine del suo secondo mandato, nel 2021. La stessa data entro cui dovrebbe essere inaugurato il Cagliari Arena. A cinquant’anni dall’epopea di Rombo di tuono, Cagliari affida ancora al calcio il sogno di riscatto che vuole tornare a vivere da “capitale del Mediterraneo” quale in fondo si sente.

La tedesca Rwm: fate le bombe per i sauditi o vi licenziamo

Il regalo di Natale ai lavoratori della Rwm di Domusnovas, a pochi chilometri da Cagliari, gliel’ha fatto il New York Times pubblicando alla fine dello scorso dicembre un video inequivocabile: immagini dei villaggi dello Yemen bombardati illegalmente dall’Arabia Saudita con spezzoni di bombe contrassegnati dalla sigla A4447. La firma dei lavoratori sardi della Rwm. Il classico conflitto ambiente-lavoro a Domusnovas diventa drammatico. E i giornalisti americani finiscono sotto accusa: “Con le loro inchieste rischiano di farci perdere il lavoro”.

Mauro Meggiolaro della Fondazione Finanza Etica è andato alle ultime due assemblee di bilancio della Rheinmetall, il colosso tedesco che controlla la Rwm. E ha avuto la conferma. L’Arabia Saudita nel 2016 ha ordinato 20 mila bombe, per un valore di 411 milioni di euro, direttamente allo stabilimento sardo per non mettere in imbarazzo il governo tedesco. L’esportazione di armi estranea alle regole delle Nazioni Unite è stata così autorizzata dal governo Gentiloni. Ogni giorno l’Arabia Saudita bombarda i civili dello Yemen con le bombe costruite in Sardegna. Il sindaco di Domusnovas Massimo Ventura non ha dubbi: “Io difendo i posti di lavoro e gli interessi della mia comunità: la Rwm garantisce 300 occupati, mille con l’indotto. Oggi quello stabilimento fa mangiare tante famiglie nel Sulcis, la provincia più povera d’Italia dove in 10 anni abbiamo perso 30 mila buste paga”. Ventura è polemico soprattutto con chi invoca la riconversione della fabbrica mentre la Rwm ha chiesto l’autorizzazione per un nuovo poligono dove testare gli esplosivi, con un sottinteso: se non arriva il via libera la fabbrica chiude. Ventura è preoccupato: “Riconversione sì, ma di che cosa? Come? Dov’è il progetto? Dove sono i soldi? In tanti anni di politica di progetti di riconversione ne ho vissuto a migliaia e tutti hanno fatto la stessa fine: la gente è rimasta a casa disoccupata. Qui nessuno è a favore della guerra, tutti vogliamo la pace. Quello che non è accettabile è fare proposte generiche quando qui nessuno sa di cosa sta parlando”. L’argomento sottostante è quello che nessuno ha il coraggio di dire a voce alta: “Se le bombe non le facciamo noi le farà qualcun altro”. La qual cosa è talmente vera che recentemente l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha dato notizia del progetto di trasferire direttamente in Arabia Saudita la produzione di bombe Rwm per togliere dall’imbarazzo il governo italiano. Nel dilemma, Ventura ha già scelto: “Se il futuro si chiama cassa integrazione, meglio tenersi la fabbrica di bombe”.

A Massonopoli le logge hanno più iscritti del Pd

“Spero non se ne abbiano a male gli amici massoni se dico che in passato il loro peso era evidente, oggi mi sembra scarsuccio”. Maurizio De Pascale, costruttore e presidente della Confindustria di Cagliari, non gliele manda a dire ai concittadini con il grembiulino. Ma Michele Pietrangeli, cardiochirurgo e Gran Segretario del Grande Oriente d’Italia (Goi), di fatto il braccio destro del Gran Maestro Stefano Bisi, non se la prende: “Dire che la massoneria esercita un forte potere su Cagliari è dire il falso. Dire che non conta più niente è falso, ma un po’ meno”. Trent’anni fa Cagliari era la capitale massonica, c’era il Gran Maestro Armando Corona (politico, medico e proprietario di cliniche) che in città coordinava da par suo le tre M (massoni, mattoni e medici) mentre a Roma dirigeva la guerra contro il fratello deviato Licio Gelli. Sono rimasti fortissimi: in Sardegna ci sono 46 logge per un totale di oltre 1400 affiliati, la metà concentrati su Cagliari dove la massoneria ha in pratica più iscritti veri del Pd. Forse sono troppi: se tutti i concorrenti a un primariato ospedaliero si iscrivono a una loggia, le loro speranze di aiuto fraterno si elidono. Sarà per questo che la gestione di Bisi e Pietrangeli si concentra sulle pratiche esoteriche, lasciando alla libera iniziativa dei singoli fratelli più intraprendenti o più millantatori il traffico di influenze massoniche. Giorgio Todde, chirurgo oculista, giallista di successo, ambientalista e polemista corrosivo, li sfotte: “Oggi a Cagliari i fenicotteri rosa sono molto più numerosi dei massoni, dei medici e dei costruttori, ma non è sempre stato così. I massoni continuano a nidificare, e pure loro valgono un viaggio per vederli quando si radunano in stormi la sera”.

I peculiari intrecci del potere cagliaritano, con lo storico miscuglio di energia e pigrizia, li ha ben assaggiati Fausto Martino, architetto salernitano, soprintendente alle belle arti e al paesaggio. L’anno scorso l’assessore regionale all’Urbanistica Cristiano Erriu si è rivolto al ministro Dario Franceschini perché lo fermasse. L’accusa era di criticare pubblicamente il suo disegno di legge urbanistica. Erriu ne ha fatto una questione costituzionale in nome dell’autonomia regionale, il Pd ha anche proposto una mozione al consiglio regionale, mai discussa, alla fine Franceschini ha difeso il suo dirigente mandando al diavolo Erriu. Martino intanto si prepara alla pensione (tra un mese) e capta sorridendo la soddisfazione per la sua uscita del partito del cemento, che non l’ha mai affrontato direttamente, ignorandolo come un prefetto ostile ed estraneo alla città. “In realtà negli ultimi dieci anni il consumo di suolo si è fermato perché è scoppiata la bolla immobiliare”, dice e racconta di una città diversa dalla sua Salerno: “Sarà perché qui non ho amici d’infanzia o parenti, ma nessuno mi è mai venuto a chiedere niente”. Protagonista del lungo scontro sulla cementificazione della necropoli di Tuvixeddu, rivela per esempio di non aver mai incontrato il protagonista, il costruttore Gualtiero Cualbu. Martino se ne va da Cagliari lasciando un riconoscimento: “In questa città e nell’isola una reazione ambientalista c’è. La mia Campania invece è narcotizzata”.

Città metropolitana. Quegli affari sotterranei con il treno di superficie

In Sardegna la mafia non c’è anche se ogni tanto, per dirla alla cagliaritana, “si avvicina”. Il sindaco di Cagliari Massimo Zedda ha dunque bestemmiato in Chiesa: “L’unico precedente simile è l’autostrada di Capaci, che doveva sfiorare i terreni dei mafiosi”. Così ha fulminato la nuova metropolitana di superficie che deve collegare Cagliari con Quartu S. Elena. Anziché farla correre dritta tra il viale Marconi e lo stagno di Molentargius, i progettisti dell’Arst (l’azienda di trasporto pubblico della Regione) hanno disegnato un arabesco fatto per lambire le poche aree non ancora edificate tra Monserrato, Selargius e Quartucciu. Il procuratore della Repubblica Alessandra Pelagatti ha sentito le parole del sindaco (“Il più grande progetto di speculazione in corso a Cagliari”) e ha aperto un fascicolo.

Mai nella storia un sindaco aveva sfidato gli interessi. Coraggio? Sicuramente. Ma forse lo aiuta il fatto che a Cagliari il partito del mattone è in declino come gli storici alleati, la massoneria e i partiti. I costruttori, dopo dieci anni di crisi, se la passano male. Dipendenti e fatturati sono dimezzati. Soffre la potente Pellegrini del presidente di Confindustria e Camera di Commercio Maurizio De Pascale. Patisce Sergio Zuncheddu, editore dell’Unione Sarda. Tragedia vera per Gualtiero Cualbu. Dieci anni fa aveva la più grande azienda di costruzioni della Sardegna, con 80 milioni di fatturato, e un accordo di programma con il Comune per costruire sopra Tuvixeddu. È la più grande necropoli fenicio-punica del Mediterraneo e si trova in piena città con le sue tombe scavate nella roccia del colle affacciato verso lo stagno di Santa Gilla e il mare. Cualbu doveva costruire un quartiere residenziale da 260 mila metri cubi, con affaccio sulla necropoli. Fu il governatore Renato Soru a fermarlo nel 2006 in base al Codice Urbani, e subito dopo con il primo Piano paesaggistico regionale approvato in Italia sulla base del Codice nazionale del Paesaggio. Da allora è iniziata la battaglia legale. Cualbu aveva ottenuto da un lodo arbitrale un risarcimento di quasi 80 milioni di euro dalla Regione, ma un mese fa la Corte d’appello di Roma ha ordinato la restituzione quasi integrale delle somme e soprattutto il definitivo stop alla cementificazione del colle. “Attenzione però, l’accordo del 2000 rimane in parte valido, sarà una partita difficile”, ammonisce Stefano Deliperi del Gruppo d’Intervento Giuridico, attivissimo insieme a Italia Nostra sulla vicenda Tuvixeddu.

Tutta la partita urbanistica è difficile per Zedda. Con i suoi 154 mila abitanti, Cagliari è il sole intorno a cui girano i 16 comuni di una città metropolitana da 450 mila anime: un sardo su tre vive nell’hinterland di Casteddu.

“Lo spostamento verso la periferia e i comuni vicini ha causato il progressivo esodo dal centro storico che nell’ultimo ventennio del Novecento ha perso quasi totalmente l’antica vitalità”, spiega Antonello Angioni, direttore dell’Istituto Gramsci della Sardegna che alla città metropolitana ha appena dedicato un libro. Zedda vuole frenare il consumo di suolo e ripopolare il centro con il recupero degli immobili in disuso (tra cui molte caserme). Per ora ha riportato alla Marina, l’angiporto dietro via Roma, una frizzante movida serale, battezzata dai critici “urbanistica della birretta”. Il sindaco ha un forte consenso popolare e il vuoto politico intorno. Il M5S, che ha preso il 42 per cento alle Politiche del 4 marzo, nel 2016 lo ha sfidato con la sconosciuta Maria Antonietta Martinez che ha preso il 9,2 per cento dei voti, mentre il sindaco è stato rieletto al primo turno. La parabola di Zedda illustra quella della città. Nel 2011 aveva preso l’onda arancione di Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris superando clamorosamente alle primarie il ras del Pd, il navigatissimo ex socialista Antonello Cabras. Lo sconfitto è stato risarcito con la Fondazione Banco di Sardegna, che già gli voleva bene, avendo affidato al suo “Studio professionisti associati” la ristrutturazione della sede che Cabras ha completato come presidente. La corrente Pd che guida con l’ex democristiano Paolo Fadda sostiene Zedda. Ma lui, con l’onestà cristallina e l’ancor più marcata furbizia che tutti gli riconoscono, ha capito che nel declino di mattoni & massoni il nuovo potere che lo tallona è quello di burocrati e ingegneri. Perciò non declina la stella di Cabras, al cui studio di ingegneria è collegato Aldo Vanini, storico consulente dell’associazione dei costruttori prima di andare a ispirare all’assessore regionale all’Urbanistica Cristiano Erriu la controversa legge accusata di aprire la strada a una nuova cementificazione delle coste. È ingegnere Gabriele Asunis, ex assessore di Cappellacci in Regione e oggi assessore all’Urbanistica al Comune di Monserrato. “È lui l’ispiratore di quel tracciato della metropolitana”, accusa Zedda. E chi doveva essere? Non certo il presidente dell’Arst, il pidino Chicco Porcu, ingegnere anche lui, però meccanico. È stato dieci anni in consiglio regionale come uomo di Soru prima di essere folgorato sulla via di Rignano. Una settimana fa si è preso il rinvio a giudizio per peculato (173 mila euro di spese pazze, stile Barracciu) e dovrà ottimizzare il calendario delle udienze anziché la mobilità urbana. Intanto darà impulso all’azienda più florida della Cagliari di oggi, gli avvocati.

Trovata la madre del bimbo di 10 giorni abbandonato in strada

È arrivata in Italia proprio per lasciare qui il suo neonato (di 7, al massimo 10 giorni di vita) ed è ripartita subito dopo per la Francia, dove risiede. La mamma che lunedì sera ha abbandonato il suo bambino in via delle Nottole, nel quartiere Carmine di Brescia, è una donna di 42 anni, di origine marocchina, già residente in provincia di Brescia, ma attualmente domiciliata in Francia. L’analisi dei filmati delle telecamere cittadine e della stazione ferroviaria, insieme a un’etichetta sul passeggino con cognome e numero della stanza dell’ospedale, ha permesso alla polizia di Brescia di identificarla e rintracciarla. La Procura di Brescia ora dovrà valutare la posizione della donna, indagata per il reato di abbandono di minore, e la Procura dei Minori si dovrà occupare degli aspetti relativi all’affidamento del piccolo. Secondo quanto ricostruito dalla squadra mobile, a indurre la donna ad abbandonare il bambino potrebbe essere stato il fatto che è già madre di cinque figli, insieme ai quali, tra il 2017 e l’inizio del 2018, ha trascorso un periodo in una comunità di accoglienza sulle sponde del lago di Garda. Sarebbe stata proprio la nuova gravidanza, inizialmente nascosta al marito, ad indurla a lasciare l’Italia.

Botte ai bimbi, maestre arrestate. “Telecamere fisse in tutti gli asili”

Una piccola disabile apostrofata come “befana”, e poi un bambino a cui una delle maestre sbatte più volte il braccio contro un tavolo. Sono alcuni degli episodi avvenuti nella scuola dell’infanzia “Belloni” di Colorno (Parma). Ed è dalla denuncia di una mamma che è partita l’inchiesta “Bad teachers”: due le insegnanti arrestate, di 59 e 47 anni. Vittime alcuni bimbi di età compresa fra i 3 e i 5 anni. E vicende simili sono avvenute nel Catanese, a Taranto, a Udine, tanto che in molti invocano le telecamere fisse nelle aule, anche a tutela degli insegnanti.

A Colorno si parla di minacce, insulti, schiaffi e spintoni ai danni dei piccoli che i carabinieri hanno registrato negli ultimi due mesi con videocamere nascoste. “Scemo” era un termine ricorrente come la frase “Mangia col piatto in mano come un animale”. Infine la punizione: chiusi da soli in sgabuzzino anche per ore. Da ieri sera ai domiciliari, le due maestre erano molto conosciute nel paese e il giorno dopo il loro arresto spuntano precedenti. Una mamma parla di “casi sospetti anche cinque anni fa. Mia figlia, tre anni, non voleva mai andare a scuola e quando è stata spostata di sezione mi ha raccontato che la maestra dell’altra classe la strattonava e la metteva chiusa in punizione. Ne ho parlato coi dirigenti che mi hanno rassicurato e nessuno ha fatto nulla”.

Un papà racconta invece episodi avvenuti l’anno scorso “quando una delle due maestre ha picchiato mio figlio. Mi sono lamentato con la collega e mi ha detto che non era vero. Si coprivano a vicenda”. Colorno non è un caso isolato. Una insegnante di scuola elementare di 59 anni di Aci Catena (Catania) è stata sospesa per un anno e indagata per maltrattamenti e lesioni volontarie aggravate. Mentre a Udine un’educatrice di un asilo nido privato, circa 30 anni, è accusata di maltrattamenti nei confronti dei bambini che accudiva, tra i 10 e i 22 mesi.

Professore-consigliere precipita mentre fa lezione in aula: voleva aprire la finestra, è ferito

Faceva un caldo afoso ieri mattina nell’aula di informatica BC1 dell’Istituto commerciale Colombo di Livorno: “Professore può aprire la finestra?”, hanno chiesto gli studenti. E Marco Cannito, insegnante di diritto ed economia, li ha accontentati. A tradirlo però è stato il ballatoio in cartongesso del primo piano: il solaio non ha retto il peso del corpo e il Professore ha fatto un volo di tre metri atterrando al piano inferiore. L’uomo, 62 anni, ha perso molto sangue ed è stato subito assistito dai volontari della Pubblica Assistenza che lo hanno portato all’Ospedale di Livorno in codice giallo. A chiamare i soccorsi sono stati gli stessi studenti, sottochoc per gli urli del loro insegnante. Cannito, consigliere comunale di “Città diversa”, ha riportato fratture alle costole e a una clavicola e un trauma cranico. Le sue condizioni non sono gravi.

L’uomo avrebbe tentato di aprire una finestra con un braccio meccanico solitamente usato dai custodi della scuola. Non riuscendoci ha scavalcato la ringhiera di metallo che lo divideva dalla finestra ma il pannello in cartongesso non ha retto l’urto e Cannito è stato sbalzato al piano di sotto cadendo di schiena. La scuola si è difesa dicendo che quel ballatoio non è praticabile e sarebbe interdetto: “La zona è recintata e sulla porta c’è un divieto di ingresso – ha spiegato la professoressa e collega Antonella Simoncini – per aprire le finestre devono intervenire i custodi”. Imprudenza o meno dell’insegnante, adesso gli ispettori della Provincia dovranno valutare se siano state rispettate tutte le norme di sicurezza: secondo una prima ricostruzione, confermata dalla professoressa Simoncini, l’area sarebbe stata ristrutturata appena due anni fa. Sul posto comunque sono intervenuti subito anche i vigili del fuoco, la polizia e gli ispettori della medicina del lavoro. “L’insegnante ha commesso un’imprudenza”, è il commento del sindaco di Livorno Filippo Nogarin