Un amore tormentato come in una soap opera. Ma qui non è Hollywood, non si recita, e per certe cose si rischia un processo. Così domattina al tribunale di Torino ci sarà l’udienza preliminare contro Daniel McVicar, 60 anni, attore Usa noto per aver interpretato lo stilista Clarke Garrison in Beautiful. Si dovrà decidere se rinviare a giudizio l’attore accusato di maltrattamenti familiari, lesioni aggravate e violazione degli obblighi di assistenza familiare ai danni della seconda moglie, Virginia De Agostini, sua insegnante di pattinaggio nel programma “Notti sul ghiaccio” del 2007 e poi sposa nel 2011. La relazione si è inclinata dopo la nascita del figlio nel giugno 2012: “McVicar si è trovato in difficoltà economiche – spiega il suo legale, l’avvocato Gianluigi Marino –. Ha avuto un periodo professionale difficile. Dopo la nascita del figlio ha voluto concentrarsi sulla famiglia e si è trasferito qui. Ma Torino non è Hollywood e le offerte di lavoro erano molto inferiori”. Questo ha innescato una crisi matrimoniale culminata con la separazione. L’uomo ha cominciato a tempestare De Agostini con telefonate, messaggi, “ossessive e continue richieste di informazioni sugli spostamenti, insistenti controlli del suo traffico telefonico e della sua corrispondenza telematica, nonché ripetute aggressioni verbali”,, si legge nell’avviso di chiusura indagini citato dall’edizione torinese del Corriere della sera. Per il pm questi comportamenti costituiscono i maltrattamenti familiari contestati a McVicar. Il 12 aprile 2017, inoltre, ha strattonato l’ex moglie per strapparle il figlio dalle braccia, la donna è caduta a terra ferendosi, motivo per cui è accusato anche di lesioni aggravate.. A De Agostini e al bambino, inoltre, avrebbe dovuto versare 500 euro al mese, ma non lo ha fatto. McVicar si difenderà in giudizio ordinario: “Sosterremo la non sussistenza del reato – annuncia l’avvocato Marino –. È vero è stato pressante e insistente, ma non riteniamo che l’esistenza della ex moglie sia stata sconvolta ”.
Emergenza aggressioni negli ospedali. I medici si ribellano: “1.200 casi l’anno”
All’ospedale di Partinico, in Sicilia, un’infermiera è stata presa a calci: aveva abbandonato temporaneamente un malato di influenza per soccorrere uno più grave. A Tivoli un uomo, soccorso per una ferita lieve in codice verde, ha aggredito tre infermieri e un medico, forse perché lo stavano facendo aspettare. A Napoli un infermiere di dermatologia è stato colpito, sembra con un casco, da alcune persone che volevano entrare nel reparto. Sono solo alcuni degli ultimi episodi di violenza negli ospedali italiani.
I medici ora dicono basta. Sul sito del Coas, il sindacato dei medici dirigenti, ci sarà presto un contatore. Si aggiornerà ogni volta che ci sarà un’aggressione: un modo per rendere evidente la portata dell’emergenza. Sempre il Coas aprirà uno sportello virtuale, dove segnalare gli episodi e ottenere supporto. Dal primo marzo al 30 aprile la Simeu – la Società italiana di medicina di emergenza e urgenza – ha tenuto sotto controllo 218 pronto soccorso, in tutta Italia: nel 63% dei casi c’è stata almeno un’aggressione. Fare i medici nelle strutture d’emergenza è pericoloso: ogni anno ci sono circa 1.200 aggressioni, di varia entità. Solo nel 2017, sono almeno 150 i medici e gli infermieri dei pronto soccorso che sono stati curati dopo un’aggressione, con prognosi di vari giorni.
Così nel Veneto i medici hanno deciso di armarsi, non con pistole o manganelli ma con i più innocui fischietti: sono 200 quelli già ordinati, per ora saranno usati in via sperimentale per sei mesi. “Il fischietto sarà utilizzato dall’operatore in caso di pericolo. Potrà richiamare l’attenzione dei colleghi o di altre persone che lo potranno aiutare” spiega Carlo Bramezza, direttore dell’Azienda sanitaria del Veneto orientale.
Ma per Francesco Rocco Pugliese, presidente della Simeu, non basta: “Servono misure concrete e si deve partire da una revisione delle norme vigenti”. Fino alla misura più estrema: “Bisogna togliere l’assistenza sanitaria ordinaria, esclusa l’emergenza, agli aggressori recidivi. Per di più, se non si superano i venti giorni di prognosi, oggi è necessaria la denuncia del medico aggredito. Chiediamo che si possa intervenire sempre d’ufficio, come succede con i pubblici ufficiali”.
Non ci sono solo gli episodi più gravi di violenza. Le spinte, le aggressioni verbali e le intimidazioni sono all’ordine del giorno: “Nell’ultimo anno, in base alle testimonianze raccolte, la situazione è sensibilmente peggiorata in tutte le regioni, dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia, passando per il Lazio – dicono i responsabili della Simeu – Nel 50% dei casi le aggressioni si sono verificate dove il problema sovraffollamento risulta più grave”.
E allora si muovono anche le prefetture. Questo pomeriggio a Roma ci sarà una riunione con il prefetto Paola Basilone, il locale presidente dell’Ordine dei medici, Antonio Magi, e l’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato. Saranno potenziate le misure di sicurezza nei pronto soccorso e negli ambulatori, verificando anche l’effettiva presenza delle forze dell’ordine nei presidi sanitari. Se non si riesce davvero a porre fine alle aggressioni, almeno si cerca di intervenire per reprimerle.
Fuest, Gramsci, Conte e l’eterna (pessima) media cultura italiana
No, per carità, Giuseppe Conte ha abbellito un suo curriculum del 2013: anche se, va detto, quel testo è assai meno scorretto delle migliaia di pezzi e commenti (eccetto un paio) che gli sono stati dedicati ignorando persino le risposte delle università straniere citate dal quasi premier. Ora mettere un (grande o piccolo) tecnico alla guida di un Paese non è mai una buona idea: troppi amici, troppi conoscenti, troppe parcelle, troppi beni al sole. Ma la reazione della stampa a questo travet che avrebbe potuto essere ministro con Monti segnala un inquietante cambio di fase dei media mainstream: da cane di compagnia del potere a rabbioso difensore dello status quo conto terzi. Ora questo non è preoccupante per Conte, di cui c’importa il giusto, ma per il futuro. Ieri l’influente economista tedesco Clemens Fuest, membro degli esperti Cdu, ha detto questo: “La Bce dovrebbe verificare se sia possibile comprare ancora titoli di Stato italiani”. È una minaccia “greca” che ha anche il pregio di svelare quale ruolo assegnino gli amici di Berlino alla mitica Bce indipendente. Ora, quando si passerà dalle minacce ai fatti, avere questo livoroso e antiscientifico sistema dei media sarà, oltre che un brutto spettacolo, un grosso problema. Nulla di nuovo, eh, siamo sempre a Gramsci e alle “cattive tradizioni della media cultura italiana”. Queste: “L’improvvisazione, il ‘talentismo’, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato, la mancanza di disciplina intellettuale, l’irresponsabilità, la slealtà morale e intellettuale”. Qualcuno riconosce qualcuno?
Tutti i veleni che volano nell’aria di Milano
In oltre la metà delle scuole, degli asili e dei parchi di Milano si respira una quantità di biossido d’azoto fuori norma, sopra le soglie di legge. Lo ha dimostrato una ricerca fatta dai genitori dei bambini milanesi e coordinata dall’associazione “Cittadini per l’aria”. Una analisi fai-da-te, ma con tutto il rigore scientifico garantito dai laboratori della Società chimica italiana. “Scienza partecipata”, la chiamano, cioè un mix di volontariato civico e contributo di esperti. Vi hanno partecipato 277 mamme e papà che nei mesi scorsi si sono iscritti all’associazione pagando i 30 euro necessari a finanziare l’operazione, poi sono andati in un negozio di corso Garibaldi, Patagonia, dove hanno ritirato il kit: una piccola provetta da piazzare su un palo della luce o di un segnale stradale, a 2 o 3 metri d’altezza, davanti alla scuola, asilo o giardino frequentati dai propri figli. Tolto il tappo inferiore, le provette hanno assorbito per un mese l’aria cittadina. Poi sono state ritirate e portate in laboratorio, per l’analisi scientifica della concentrazione di biossido d’azoto (No2) catturato nel mese di esposizione, tra il 2 febbraio e il 2 marzo 2018.
Risultati preoccupanti: la metà delle provette documenta una presenza di No2 superiore ai 40 microgrammi per metro cubo, che è la soglia considerata dannosa per la salute. Le provette sono state esposte davanti a 157 scuole e asili; a 39 parchi, giardini e aree giochi; e ad altri 81 luoghi di Milano. Fuorilegge le concentrazioni di No2 nel 55 per cento dei casi: il 50 per cento di scuole e asili di Milano e addirittura il 56 per cento di parchi e giardini dove i bambini vanno a giocare.
L’associazione “Cittadini per l’aria” aveva promosso una rilevazione simile anche nel 2017, con risultati peggiori: era risultato sopra la soglia l’84 per cento delle provette analizzate. Aria migliorata in un anno? No, spiegano i promotori: quest’anno la ricerca ha avuto come target specifico i luoghi frequentati da bambini e ragazzi e le provette sono state piazzate in luoghi scelti, scuole, asili, giardini; mentre lo scorso anno i luoghi erano soprattutto incroci e strade trafficate, dove l’inquinamento è certamente maggiore. Resta confermata la cattiva qualità dell’aria a Milano, avvelenata dagli ossidi d’azoto, tra cui l’No2. Origine principale di questo inquinante sono i motori diesel: il 73 per cento delle emissioni di queste sostanze nell’area metropolitana di Milano proviene infatti dai mezzi di trasporto. Anche i diesel di ultima generazione, gli Euro 6, su strada violano i limiti Ue alle emissioni in nove casi su dieci e producono ossidi di azoto in quantità fortemente superiori a quanto dichiarato, dal doppio fino a 13 volte di più. Secondo gli esperti epidemiologi che hanno analizzato i dati del 2017, è possibile stimare a Milano 594 decessi aggiuntivi ogni anno dovuti all’inquinamento da No2. I livelli di biossido d’azoto oltre la soglia di legge sarebbero dunque responsabili di un decesso ogni 15 ore. Ma l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) registra effetti negativi sulla salute già al di sotto della soglia di legge, per concentrazioni superiori ai 20 microgrammi per metro cubo. Secondo l’Oms, il biossido di azoto aumenta la frequenza dei sintomi di bronchite nei bambini asmatici e dei ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie. Ed è soltanto uno dei tanti veleni presenti nell’aria di Milano. Negli stessi giorni in cui i “Cittadini per l’aria” hanno reso noti i risultati della loro ricerca, l’Arpa regionale ha comunicato che dall’inizio dell’anno a oggi un altro pericoloso inquinante, il Pm10, è stato oltre le soglie per 31 giorni: quasi già raggiunto il limite di 35 giorni previsto dall’Unione europea prima di far scattare le mute, la procedura d’infrazione e il rinvio per inquinamento davanti alla Corte di giustizia europea.
Ditelo chiaro: non volete il M5S al governo
Ci si può girare intorno quanto si vuole ma se da più di settanta giorni siamo in questa situazione di stallo è perché, con i pretesti più vari, non si vuole che i Cinque Stelle, “los grillinos” come li chiamano in Spagna, vadano al governo. Non si vuole cioè rispettare la volontà di 11 milioni e mezzo di cittadini cui si aggiungono 5 milioni e passa di elettori della Lega, in totale più di 17 milioni di persone. Non si vuole cioè rispettare la tanto e sempre strombazzata Democrazia.
Contro i Cinque Stelle sono tutti coloro che finora sono stati ben incistati nel sistema, partiti, poteri economici, ricchi, intellettuali, giornalisti. Fra chi cerca di mettere i bastoni fra le ruote il più importante, per il ruolo che ricopre, non certo per la sua autorevolezza, è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il quale, scoprendo improvvisamente d’esser Luigi Einaudi, si arroga diritti che non ha, come quello di decidere da solo i ministri o di escludere da questo ruolo le persone che non gli garbano. Purtroppo per Mattarella noi non siamo una Repubblica presidenziale, ma parlamentare. Ed è il Parlamento, e solo il Parlamento, che può sfiduciare i ministri, in pectore o già in carica, o dar loro credito. Matteo Salvini ha detto, a mio parere giustamente, che quello che è in atto oggi non è uno scontro fra destra e sinistra, categorie che dopo due secoli e mezzo di vita sono divenute obsolete, ma fra popolo ed élite (è lo stesso scontro che c’è in America fra Donald Trump, comunque lo si voglia giudicare, e i suoi avversari). Alla trasmissione radiofonica Tutta la città ne parla il giornalista di Repubblica Paolo Griseri obiettava che le élite sono sempre esistite e sempre esisteranno. È vero, ma bisogna vedere a favore di chi queste élite governano od operano. Possono operare a favore della cittadinanza o invece a favore di se stesse e dei propri amici come in Italia è avvenuto perlomeno negli ultimi trent’anni. La questione non è nuova. Il mitizzato Ottaviano Augusto governò “in nome del popolo” ma a favore delle élite senatoriali, latifondiste e nullafacenti. L’imperatore Nerone, maledetto e dannato in saecula saeculorum, che pur di quelle élite faceva parte al più alto livello, governò invece in favore della plebe e di quelli che oggi chiameremmo i “ceti emergenti”, cioè produttivi e contro l’aristocrazia parassitaria. E per questo alla fine fu costretto al suicidio.
La storia si ripete incessantemente, c’è sempre qualcuno che si illude di scardinare un sistema prevaricatore: o fa una brutta fine o, arrivato al potere, diventa a sua volta prevaricatore (è stato il destino di molte Rivoluzioni, a cominciare da quella russa) o, ed è la cosa più subdola, i vecchi poteri, specialisti nel trasformismo, “fingono di cambiare perché nulla cambi”.
Scendendo molto di categoria uno di questi potrebbe essere il destino dei Cinque Stelle. Speriamo di no, perché sognare non è ancora proibito, almeno ufficialmente.
Ma scendiamo ancora di più, nell’infimo e nel ridicolo. Ieri Libero, diretto da Vittorio Feltri, titolava “Un laureato così non lo merita neppure l’Italia”. Naturalmente l’editoriale dello stesso Feltri era tutto un fare le pulci al candidato premier che lui, speranzosamente, chiama già ex, Giuseppe Conte. Da quale “vergine dai candidi manti” vien la predica. Il libertario Feltri è stato sospeso per sei mesi dall’Ordine dei giornalisti per aver pubblicato sul suo giornale articoli in cui si definiva il direttore dell’Avvenire Dino Boffo un “noto omosessuale attenzionato dalla polizia”. Già l’accusa rivolta a Boffo era di un moralismo ributtante e da vecchia zia – essere omosessuali non è una colpa – ma per soprammercato era anche falsa. Però a Boffo costò la carriera. “Un giornalista così non lo merita neppure l’Italia”.
La rappresentanza è responsabilità
Pubblichiamo uno stralcio dell’intervento di Gianfranco Pasquino “Rappresentanza, competenza, responsabilità” in memoria di Giovanni Sartori che si terrà oggi alle 15:30 alla Biblioteca del Senato a Roma.
“Qual è la sanzione che viene temuta di più: quella dell’elettorato, dell’apparato di partito, o di terzi gruppi di sostegno? Molte cose dipendono e discendono da questo antefatto” (G. Sartori 1969, p. 375). Fortemente critico del direttismo, Giovanni Sartori ha variamente e brillantemente analizzato la natura e le modalità di funzionamento della rappresentanza politica indicandone punti essenziali, problematicità e rischi. Non è detto che le nuove tecnologie comunicative consentano forme di rappresentanza più efficaci, meglio rispondenti alle preferenze dei rappresentati andando oltre tutti gli stadi della rappresentanza classica, come l’abbiamo conosciuta, utilizzata, criticata e posta in atto. È sicuro, invece, che la rappresentanza politica e parlamentare costituisce il tramite cruciale fra i cittadini elettori e i detentori del potere in Parlamento e, indirettamente, nel governo.
Sartori non ha mai avuto dubbi sulla necessità di una buona legge elettorale. Senza cedere alle banalità di coloro che affermano l’inesistenza di una legge elettorale “perfetta” per giustificare la scrittura di leggi molto imperfette, ha costantemente sottolineato la possibilità di formulare leggi elettorali buone, anche ottime, che attribuissero potere agli elettori, che costruissero un sistema dei partiti solido e competitivo e che creassero le condizioni di una efficace rappresentanza politica. Efficace non può (e non potrà) mai essere la rappresentanza, se ancora la si vorrà definire tale, che contempli un vincolo di mandato. Quale vincolo e quale mandato sono possibili nelle situazioni contemporanee caratterizzate da complessità e da emergenze? Quali elettori sono in grado di vincolare i loro eletti a comportamenti di voto su tematiche che compaiano improvvisamente riguardanti emergenze: disastri ecologici, epidemie, conflitti bellici, situazioni di insicurezza personale? E con quali modalità si troveranno a potere e dovere agire rappresentanti vincolati a preferenze che gli elettori non hanno avuto modo di esprimere? Per Sartori, la rappresentanza si esprime nella opportunità e nella volontà per i rappresentanti di decidere con competenza. Il tanto spesso rivendicato, magari fuori luogo, voto di coscienza, deve essere accompagnato, giustificato, esercitato con scienza, con competenza, con conoscenza di cause e effetti che lo rendano comprensibile e valutabile dagli elettori.
Ubi rappresentanza politica ibi responsabilità. Non c’è rappresentanza politica in assenza di elezioni libere, competitive, periodiche che rendano possibile agli elettori valutare i comportamenti dei loro rappresentanti. Dunque, i rappresentanti eletti, consapevoli che la loro carica dipende degli elettori, cercheranno di rispondere alle preferenze, agli interessi, alle aspettative, agli ideali degli elettori. O, forse, no. Se la loro elezione dipende dai dirigenti dei partiti che li scelgono e, laddove non esistono né i collegi uninominali né il voto di preferenza, praticamente ne determinano la possibilità di essere eletti, è del tutto comprensibile che i rappresentanti rispondano a quei dirigenti, nelle parole di Sartori, agli apparati di partito, molto di più, se non esclusivamente, a scapito degli elettori.
Potrebbe anche essere che la presenza di alcuni o molti candidati nelle liste dei vari partiti sia debitrice della richiesta di potenti “gruppi di sostegno”, lobby e simili. Allora, è molto probabile che quei rappresentanti terranno in grande considerazione nelle loro votazioni i “desideri” di quei gruppi a tutto scapito delle preferenze degli elettori.
La rappresentanza politica è un’attività esigente e impegnativa. Richiede che i rappresentanti conoscano la politica e le istituzioni, la Costituzione e le tecniche parlamentari. Non ci si improvvisa rappresentanti anche se lo si può diventare improvvisamente in situazioni di politica fluida e di destrutturazione dei partiti e del relativo sistema. Quando si affermano rappresentanti attenti e competenti, preparati e rispettati, sarebbe un errore grave e un vero e proprio impoverimento impedirne la rielezione con un meccanismo burocratico e populista che ponga limiti invalicabili al numero dei mandati. I puniti non sarebbero soltanto e neppure principalmente i rappresentanti che riuscirebbero a trovare molte alternative anche occupazionali. Sarebbero soprattutto i cittadini-elettori ai quali si precluderebbe la soddisfazione politica di sconfiggere rappresentanti inadeguati e ancor più la possibilità di rieleggere rappresentanti divenuti nel corso del tempo più competenti e più abili, migliori. Senza una buona rappresentanza politica non si avrà mai nessuna governabilità.
Ecco perché è utile oggi tornare a riflettere, grazie agli essenziali contributi di Sartori, sulla natura della rappresentanza nei regimi democratici e sulle sue trasformazioni, più o meno compatibili e apprezzabili, nelle società contemporanee.
Mail box
Troppe consultazioni al Colle e ancora poche certezze
La formazione di questo governo si è basata, come sappiamo, su consultazioni e rinvii. Ora mi chiedo, dopo tutte le consultazioni fatte, Mattarella avrà capito se fosse fattibile o meno un governo 5Stelle-Lega? E se sì con quali garanzie sarebbe dovuto nascere? Orbene, quando sono saliti al Colle per l’ultima volta Di Maio e Salvini con una alleanza e una maggioranza, addirittura sottoscritte, e con il nome di un premier condiviso, cosa ha detto loro Mattarella: sì, no? Una cosa è certa, all’uscita i due segretari di partito erano ottimisti, facendo pensare che non c’era stata alcuna contrarietà da parte del Presidente. La domanda è: cosa è successo dopo per impedire a Mattarella di concludere la procedura protocollare convocando e dando l’incarico al premier designato. Quello che dicono i giornaloni per spiegare l’ennesimo rinvio di Mattarella, e cioè il curriculum del prof. Giuseppe Conte o il non gradimento di Savona come ministro dell’Economia, mi sembrano spiegazioni insufficienti. E perché, allora, Mattarella non aveva fatto presente direttamente a Di Maio e Salvini le sue perplessità?
Luigi Ferlazzo Natoli
Una vittoria elettorale che gioca a sfavore dei 5 Stelle
Confesso di essere preoccupato per il futuro del M5S. Dopo l’ubriacatura del successo del 4 marzo, mi pare che il leader Di Maio abbia perso ogni capacità di “leggere” la situazione politica italiana, ondeggiando paurosamente tra destra e sinistra, tra rivoluzione e restaurazione, trattando con tutti pur di arrivare al governo. Ma non doveva rifiutare orgogliosamente ogni alleanza? (certo non si chiama più alleanza, ma contratto; ma se non è zuppa è pan bagnato!). I risultati si vedono: nel Molise ha perso (fino alla vigilia era sicuro di piazzare il suo candidato a Governatore), in Friuli il M5S è diventato irrilevante, in Val d’Aosta è stato drasticamente dimezzato nei consensi rispetto al 4 marzo.
Quante altre sconfitte accumulerà prima di capire che non è all’altezza?
Cristiano Urbani
Governo: non è scetticismo, l’Europa ha paura
Molti politici europei non si fidano del nuovo governo italiano ancora prima che di essere eletto, anche se il tutto è avvenuto democraticamente ci avvertono con severità che il nostro debito pubblico è fuori misura, lo dicono dopo il 4 marzo. Come mai non sono intervenuti prima, quando il debito lievitava enormemente e i loro colleghi italiani c’indebitavano incostituzionalmente dilapidando il denaro dei loro elettori ma anche cittadini europei con molti doveri e pochi diritti, in una Europa unita divisa a caste. Forse hanno paura, con l’aria antieuropeista che tira in questo periodo, che i popoli europei seguendo l’esempio del popolo italiano prenda coscienza che un’Europa fondata sul denaro è l’opposto di una vera democrazia, non siamo sudditi siamo sovrani.
Omero Muzzu
Disabili: per come è scritta la legge non funziona
Ho apprezzato molto l’articolo di Ranieri Salvadorini del 16 maggio scorso. Mette in luce il problema dell’inserimento nel lavoro delle persone a cui è stata certificata una disabilità uguale o superiore al 46%. Nina Daita, responsabile dell’Ufficio Handicap della Cgil nazionale, critica la modifica introdotta dal Jobs Act che ha esteso dal 60% alla totalità le chiamate nominative. Con il criterio introdotto è lasciata agli imprenditori la scelta, e coloro che hanno una disabilità meno grave la vinceranno su quelli più gravi. Non tutto però è negativo. Il fatto che la scelta sia personalizzata dovrebbe rendere migliore l’inserimento. L’associazione “Tutti nessuno escluso”, non essendo riuscita a convincere i responsabili italiani, ha presentato ricorso all’Unione Europea ma senza successo. Succederà che diverse volte un disabile fisico in carrozzina toglierà il posto di lavoro ad un ritardato mentale. Ma se ciò scandalizza e non dovrebbe perché essi appartengono alla medesima categoria, che dire dell’assunzione, al posto di disabili, persone appartenenti alle categorie protette, ossia vedove e orfani del lavoro, per servizio, di guerra e i profughi italiani, che appartengono ad un’altra categoria e dovrebbero essere contabilizzati secondo un altro criterio, cioè l’1% e non il 7%?
Antonio Fadda
DIRITTO DI REPLICA
Siamo rimasti stupiti nel leggere quanto riferito al dott. Flavio Cattaneo nell’articolo pubblicato ieri, “Tim si abbellisce il bilancio con l’aiuto pubblico: cassa integrazione ma senza crisi”. Il Fatto, infatti, è forse uno dei pochissimi giornali che ha sempre trattato correttamente la vicenda. In questo articolo invece leggiamo nel sottotitolo che “Cattaneo ha preso 25 milioni di liquidazione per 15 mesi di lavoro”. È errato: la somma, escluse qualche centinaia di migliaia di euro a titolo di liquidazione, corrisponde alla percentuale prevista dal contratto a fronte dell’aumento della redditività ottenuto dall’azienda.
Ufficio stampa Italo
Russia e Ucraina. Al conflitto reale si aggiunge anche quello mediatico
La cancelliera tedesca Angela Merkel si sta adoperando con le autorità ucraine e il presidente Poroshenko per l’arresto del giornalista russo di Ria Novosti Ukraina Kirill Vyshinsky. L’uomo è stato arrestato a Kiev il 15 maggio nei pressi della sua abitazione e la notte stessa è stato trasferito a Kherson. Vyshinsky è sospettato di alto tradimento perché ritenuto simpatizzante delle Repubbliche separatiste del Donbass. Sono stati perquisiti gli uffici di diversi giornalisti e le abitazioni dei dipendenti dell’agenzia stampa.
Le incriminazioni prevedono la possibilità di 15 anni di reclusione. Sono state convocate dagli inquirenti per essere interrogate 47 persone. Il Cremlino ha stigmatizzato queste misure repressive e inviato una nota di protesta. Molte le lamentele a livello internazionale per la pesante situazione nel Paese e il clima in cui gli operatori dell’informazione sono costretti a lavorare.
Pier Luigi Verrua
Caro Pier Luigi, tra Ucraina e Russia c’è un conflitto che dura da quattro anni e che formalmente si chiama, dalla parte ucraina, “azione antiterroristica”, mentre da quella filorussa viene silenziata, perché per Mosca non ci sono russi che combattono a favore degli indipendentisti russi del Donbass. Una bugia, come dimostra la presenza del celebre scrittore russo Pelevin che è a capo di un gruppo di combattenti. O come testimoniano le foto dei cimiteri militari russi pubblicate sui social network: le tombe di ragazzi sui 18-20 anni con la data recente della morte e spesso il luogo coincide con il territorio delle Repubbliche separatiste. Ci sono anche italiani, circa 160, che si sono offerti volontari al governo di Donetsk. È in questo contesto molto teso che si combatte un’altra guerra, quella dell’informazione. Washington, poco tempo fa, ha varato una serie di iniziative a favore di Kiev: sostegno militare, finanziario, diplomatico, prorogando le sanzioni contro Mosca. Il Cremlino ha accentuato la propaganda mediatica. Costringendo gli ucraini a rispondere in modo speculare al pressing russo. Non a caso, su “Sputnik”, altro media putiniano, circola una notizia significativa: scambiare il regista ucraino Oleg Sentsov, condannato in Russia a 20 anni con l’accusa di aver organizzato un attentato in Crimea, con il giornalista Kyrill Vyshinsky arrestato il 15 maggio. Sentsov da undici giorni sta facendo lo sciopero della fame contro l’accusa falsa, l’arresto ingiusto e soprusi vari. In realtà, il caso Sentsov è una spina nel fianco del Cremlino, alla vigilia dei Mondiali di calcio. Lo scambio risolverebbe il problema. E salverebbe la faccia a Putin e Poroshenko.
Leonardo Coen
Bari, il Palagiustizia cade a pezzi: dichiarato inagibile
Il comune di Bari ha sospeso l’agibilità del Palazzo di Giustizia di via Nazariantz e avviato il procedimento finalizzato alla revoca del certificato di agibilità dell’immobile. La decisione consentirà di utilizzare ancora l’immobile per il tempo necessario al trasferimento di fascicoli, strumenti d’indagine e tutto ciò che è contenuto nel palazzo e che è necessario per la celebrazione delle udienze e per le indagini. Se il Comune avesse ordinato lo sgombero immediato, infatti, non sarebbe stato più possibile alcun accesso all’edificio, neppure per prendere i faldoni.
In una nota scritta al prefetto in cui chiede la convocazione di tutte le amministrazioni coinvolte “affinché si possa congiuntamente definire un cronoprogramma dettagliato delle attività conseguenti”, il sindaco Antonio Decaro parla di un possibile sgombero in tempi brevissimi. Il provvedimento di sospensione tiene conto delle conclusioni della relazione tecnica commissionata dall’Inail, ente proprietario del palazzo, sulle criticità strutturali dell’edificio.
Il Veneto propone una legge per tornare alla leva obbligatoria
Il Veneto vuole ripristinare la ferma obbligatoria per uomini e donne di otto mesi: è stata illustrata ieri, nel corso della seduta della prima commissione permanente del Consiglio regionale del Veneto, la proposta di legge statale di iniziativa consiliare per l’istituzione del servizio civile o militare obbligatorio.
L’intenzione è quella di ripristinare un periodo di ferma obbligatoria di otto mesi, dopo che con la legge del 2000 era stata conferita al governo la delega a emanare la graduale sostituzione dei militari in servizio obbligatorio con volontari di truppa, di fatto sospendendo la leva e conseguentemente anche il servizio civile obbligatorio alternativo.
In base alla proposta, la scelta tra servizio civile o militare, prevista in maniera paritaria per gli uomini e le donne, potrà essere fatta da ciascuno prima dello svolgimento del servizio, da assolversi nel periodo di tempo tra i 18 anni e compimento dei 28 anni. Il servizio civile o militare sarà svolto nel territorio della propria Regione e, relativamente al servizio civile di protezione civile, la formazione sarà programmata secondo modalità stabilite con deliberazione dalla Giunta regionale.