“Findom”: umiliati, derubati e felici (ma senza esagerare)

Bonifici di nemmeno cento euro in cambio di qualche insulto. Oppure di niente, dipende. Nell’apoteosi del rapporto di dominazione, se lo schiavo paga, la Mistress risponde umiliando a dovere chi ha usato il suo iban. In un caso arrivato alla Procura di Torino in udienza preliminare i micro pagamenti di un trentenne alla sua dominatrice le hanno fatto guadagnare, nell’arco del tempo, 10 mila euro. Fin quando lui non ha deciso di trascinarla in tribunale.

Si chiama Financial Domination, “findom” per gli amici. Una delle pratiche feticiste che abdica all’incontro de visu, perché l’umiliazione va già benissimo così, a farsi rosicchiare il conto in banca. “Il fattore di eccitazione deriva dal pensiero dell’invasione dello spazio personale, rappresentato dalle tue finanze – ha raccontato uno dei “cash-pig” a The Independent in un articolo del marzo del 2017 –. Le persone misurano il proprio valore con i propri soldi e quindi lo utilizzano come metodo di autolesionismo psicologico”.

E per quanto, o fino a quando, lo decide una delle due parti in gioco. Chissà quale. Dal racconto emerso dalle pagine di Repubblica Torino, la storia arrivata davanti al gup di Torino Ambra Cerabona con l’avvocato della vittima, padre di famiglia, che si costituisce parte civile, è durata fin tanto che i due si sono reciprocamente protetti da nickname su Facebook. La ragazza, una studentessa, a un certo punto fa capire di aver scoperto la vera identità del suo money slave (così si chiamano gli schiavi del bonifico) e conseguenti contatti della consorte, indirizzo di casa incluso. Lui, già vacillante davanti ai conti che continuano ad abbassarsi, ravvisa la minaccia e va nel panico. La moglie lo scopre, prende in mano la situazione e si sostituisce a lui dietro la tastiera, per interrompere la relazione. La dominatrice neanche lo capisce, ma abbozza. Poi, arriva la querela e via, si inizi il processo.

“È un giochino che esiste già da anni e sempre ci sarà, ma online succedono cose marce”: così commenta D. S., dominatrice in carne e ossa da più di un lustro. Lei lo fa di persona e risponde secca quando le si chiede se lo giudichi o meno un lavoro: “No, assolutamente no”. Perché non solo “il sadomaso non è sesso, ma erotismo spinto che ti fa andare prima ‘in tiro’ il cervello, poi il resto”, ma anche perché “esiste una differenza tra le Pro-Domme e le mercenarie”. Lei, quando uno dei suoi schiavi le confessa qualcosa che non ritiene né etico, né facente parte del gioco dei ruoli, li manda “da uno bravo” (cioè consiglia loro di consultare uno psicoterapeuta).

“La Pro-domme ti dà un servizio e non vuole vederti rovinato. Alcune di queste ragazze non hanno mai letto un libro di De Sade, né sanno come si usa una frusta. La dominazione è un rapporto, serve tempo per costruirlo. Il sadomaso non è manipolazione”.

Spiega che nella versione esclusivamente virtuale ci sono diverse pratiche, da quelli che si fanno insultare via webcam, o via telefono a quelli che, come nel caso della coppia torinese, non si conoscono nemmeno. E la macchina dei soldi veloci “sta creando anche figure di schiavi che per queste giovani ragazze diventano papponi”. Un triplo-carpiato, insomma: lo schiavo aggancia la ragazza, gli procura nuovi clienti e poi magari si fa umiliare gratis, o chissà, prendendo una percentuale.

Esiste anche la “blackmail”, il fenomeno del ricatto consensuale, come spiegò una cam-girl in un’intervista a Kudos: lo schiavo mette nelle mani della dominatrice il materiale più sensibile che ha, i propri dati veri, e paga per farsi ricattare. D.S. queste cose le considera una macchina spenna-polli: lei i suoi schiavi li conosce tutti e anzi, è stata vittima a parti invertite. Hanno perseguitato lei, minacciandola. Sarà per questo che, mentre parla, alza il telefono e dice: “Richiama con il numero in chiaro, grazie”. Nei mille rivoli delle pratiche, tra chi rivendica una cultura della dominazione e chi ne approfitta per mettere da parte la pensione, il sesso resta pura idealizzazione, lontano anni luce dall’incontro reale.

“Non c’è sesso, non sono escort – risponde un money slave a Federica Cacciola, in una puntata di Nemo. E nemmeno vorrebbe: “Per andarci dovrei magari conoscerla, innamorarmi”, risponde. Per il momento va bene così, continua, “è una sorta di palliativo, visto che non sono fidanzato, faccio sempre qualcosa per una donna”. E parte il bonifico.

Aiutarono la mafia. Due ex sindaci sono ora “incandidabili”

Il Tribunale di Crotone ha dichiarato l’incandidabilità politica di Gianluca Bruno e Carolina Girasole, ex sindaci di Isola Capo Rizzuto, Comune sciolto per infiltrazioni mafiose nel novembre 2017. La sentenza del Tribunale riguarda anche l’ex vicesindaco Carmela Mariolo, l’ex assessore Francesco Pullano e gli ex consiglieri Giovanni Astorino, Carmelina Bruno, Carmine Antonio Timpa, Pasquale Poerio, Antonio Frustaglia.

Secondo i giudici, Bruno, Girasole e gli altri ex amministratori avrebbero “agevolato l’operatività della cosca Arena, uno dei più potenti gruppi criminali della ‘ndrangheta. L’amministrazione comunale non ha avuto alcuna attenzione alla titolarità dei beni confiscati e al loro possesso, atteso che gli Arena continuano in gran misura a utilizzarli, con larga acquiescenza dell’apparato comunale”. La Girasole prima e Bruno poi, “nonostante tentassero di rendere all’esterno l’impressione di utilizzare in maniera fattiva i cespiti assegnati all’ente, di fatto li avevano abbandonati alla loro sorte”. Tra questi anche il grande parco eolico, confiscato alla cosca Arena.

A Sant’Ambrogio benedicono l’aperi-messa

Ora c’è anche l’aperi-messa. Si sa che Milano, capitale dell’aperitivo, ha inventato l’aperi-cena. La parola è disgustosa, ma ormai anche la Treccani l’ha accettata, definendola così: “Aperitivo, servito insieme con una ricca serie di stuzzichini e accompagnato da assaggi di piatti differenti, salati e dolci, che può essere consumato al posto della cena”.

L’aperi-cena, con o senza trattino, è quel rito in cui migliaia di fighetti in camicia bianca e blazer blu si aggirano in centinaia di locali milanesi, tra le sei e le nove della sera, sorseggiando uno spritz o un Moscow Mule e riempiendo instabili piattini di carta con paste fredde scotte, verdure scondite e altri oggetti gastronomici misteriosi. L’aperi-cena è la fiera campionaria, anzi il festival di Cannes del milanese imbruttito, ma anche a Roma non scherzano, visto che in un locale della capitale, a Prati, una lavagna propone non un aperi-cena, ma addirittura un aperi-dinner.

Lasciamo stare i locali dei Navigli, di Brera, dell’Isola o degli altri mille nuovi distretti del food&drink milanese che hanno occupato la città (si salvano, per fortuna, Quarto Oggiaro e le periferie) e concentriamoci invece su Sant’Ambrogio. Intesa non come zona della città, ma proprio come basilica, una delle più belle e antiche di Milano. Qui, la domenica, c’è l’aperi-messa.

Lo spiega una cartolina postmoderna in cui sulla foto della chiesa dedicata al santo vescovo patrono della città campeggia la scritta “Urban Catholics”. Che diventa un hashtag Instagram, #urbancatholics, sotto il classico simbolo drink del bicchiere da Martini. E con le spiegazioni del caso: “Ore 19, Santa Messa. Segue sosta non vietata nel portico di Ansperto. Talk & drink”.

Il portico di Ansperto, che prende il nome da un arcivescovo morto nell’882, è il luogo davanti alla basilica in cui si celebra, dopo la messa, il rito dell’aperitivo. L’invito è sul retro della cartolina, stampata a bande grigie e verde acido: “Sosta non vietata. Chi lo dice? I preti di Sant’Ambrogio. Dove? In Sant’Ambrogio, nel portico davanti alla basilica. Quando? Per tre domeniche, dopo la messa delle 19. Perché? Per conoscersi, con una promessa: nessuna predica, nessuna conferenza, nessun relatore”. Per finire, in anglo-meneghino: “Me racumandi, save the date”.

I primi tre appuntamenti hanno come temi: “Parlarsi” il primo, “Rivedersi” il seconto, “Incontrarsi” il terzo. Per parlarsi, rivedersi e incontrarsi, ecco apparecchiati alcuni tavoli con bevande e cibi, patatine e crodini, vino fermo e frizzante. Ha funzionato? Il nuovo abate di Sant’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini, sorride. “È un’iniziativa che noi preti di Sant’Ambrogio abbiamo preso per riuscire a parlare con i giovani e le persone che vengono a messa e per farle incontrare e parlare tra di loro: la comunione è incontro tra persone”.

Confesso: io all’aperi-cena milanese preferisco prima l’aperitivo e poi la cena, senza trattino e ben staccati tra loro, seduti comodi a chiacchierare gustando piatti buoni e non pastoni freddi con pizzette stantie in locali molto glam. Alla fine, meglio il portico di Ansperto, meglio l’aperi-messa, dove chi vuole riesce almeno a guardare negli occhi i suoi interlocutori, a parlare e a sorridere.

Pessina porta l’Unità un giorno in edicola (per poterla vendere)

Al cimitero acattolico del Testaccio, a Roma, una brezza fastidiosa tormenta la tomba di Antonio Gramsci. Dipenderà dalle sorti de l’Unità, giornale che dovrebbe essere patrimonio nazionale o quantomeno della sinistra, purtroppo ancora una volta sotto scacco. Fuori dalle edicole dal giugno 2017, con un archivio online sottratto agli utenti del web, adesso la proprietà – la Pessina Costruzioni – rimanda il fu quotidiano in edicola per un giorno: domani.

Alla guida della redazione (ridotta a tre giornalisti e un grafico convocati per l’occasione) il nuovo direttore Luca Falcone, già addetto stampa della Pessina, nonché in passato al lavoro per il Partito democratico nella fallimentare campagna elettorale di Roberto Giachetti contro Virginia Raggi a Roma. Pd che è uscito dalla compagine azionaria dell’editrice. Luca Falcone è il quinto direttore dell’era Pessina dopo Erasmo D’Angelis (giugno 2015-settembre 2016), Sergio Staino (settembre 2016-aprile 2017 e maggio-giugno 2017), Andrea Romano (con Staino da settembre a marzo 2017) e Marco Bucciantini (aprile-maggio 2017). Domani, questa edizione straordinaria, sarà distribuita nelle edicole di Milano e Roma in duemila copie. Serve semplicemente a evitare che la testata decada: la legge sulla stampa, la 47/1948, prevede infatti che “l’efficacia della registrazione cessa qualora si sia verificata nella pubblicazione una interruzione di oltre un anno”. Quindi, onde evitare che qualcun altro registri il marchio l’Unità la Pessina torna in edicola con otto pagine che eventualmente consentiranno la vendita della testata se qualche imprenditore si facesse avanti. Difficile, invece, si tratti dell’antipasto di un rilancio. Purtroppo, ieri, né il neo direttore né l’amministratore delegato Guido Stefanelli, hanno risposto a telefonate e messaggi.

A inizio anno i giornalisti, a cui non erano ancora stati pagati gli ultimi due stipendi a distanza di mesi, avevano presentato istanza di pignoramento e così la testata l’Unità era finita all’asta con base 300 mila euro. Quindi, finalmente, il pagamento degli arretrati ai lavoratori e il conseguente ritiro dall’asta. Adesso il nuovo corso, seppur di un giorno.

Così il comitato di redazione (il sindacato interno dei giornalisti): “Siamo ovviamente lieti che l’azienda abbia provveduto a non far decadere la testata e la redazione si è messa a disposizione per confezionare questo numero speciale. Tuttavia il ritorno in edicola, per un giorno solo, non fuga in nessun modo i nostri dubbi sul futuro del giornale e dei suoi lavoratori, che da un anno sono in cassa integrazione e hanno dovuto rivolgersi a un tribunale per vedersi pagati gli stipendi che non gli erano stati corrisposti. In questo anno – spiegano i giornalisti del cdr – l’azienda è sostanzialmente sparita e di fantomatici piani di rilancio per garantire un futuro a l’Unità e ai suoi lavoratori abbiamo soltanto letto vaghe enunciazioni a mezzo stampa. Troppo poco. Nel frattempo, però, i giornalisti vantano ancora crediti arretrati e ci sono poligrafici che da mesi non ricevono neanche la cassintegrazione a causa di ritardi negli adempimenti burocratici”.

Anche il garante italiano bacchetta il decreto privacy

È arrivatoieri allq commissione speciale del Senato il parere del Garante Privacy italiano, Antonello Soro, allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale nuovo Regolamento europeo sulla privacy. Con diverse osservazioni su temi già sollevati dal Fatto e che, si spera, vengano recepite. La prima: il parere suggerisce modifiche alla data retention, la conservazione dei metadatai telefonici per sei anni per ristabilire “la proporzionalità tra esigenze investigative e limitazioni del diritto della protezione dei dati dei cittadini”. Viene anche osservata la neccessità di reintrodurre le sanzioni penali in caso di trattamento illecito dei dati personali anche ‘per danno’ e non solo ‘per profitto’. Per applicarle, in pratica, si dovrebbe valutare anche il danno d’immagine e reputazionale della vittima (si pensi al cyberbullismo o al revenge porn) e non solo il profitto economico. Inoltre, il Garante Privacy fissa a 14 anni (e non a 16) l’età minima per iscriversi ad un social network mentre solleva alcuni dubbi sul la definizione di “riutilizzo” dei dati per la ricerca e i fini statistici e suggerisce, per essere più chiari, di sostituire il termine “riutilizzo” con quello di “trattamento ulteriore da parte di terzi”.

La Consulta stronca i mega-tagli alle Regioni

Non si possono tagliare a tempo indefinito i fondi alle Regioni. Lo ha stabilito ieri la Corte costituzionale con una sentenza (relatore Nicolò Zanon) a suo modo storica, visto che ribadisce il principio che questi tagli così prolungati ledono i servizi essenziali, come quello sanitario. La Consulta, accogliendo il ricorso della Regione Veneto, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’estensione al 2020 del contributo a carico delle Regioni.

In sostanza si trattava di un raddoppio surrettizio del taglio di 750 milioni imposto alle Regioni ordinarie con la legge di Bilancio del 2017. Con quella manovra il governo Gentiloni aveva prolungato, per l’ennesima volta, i tagli imposti dall’esecutivo Renzi. La vicenda è emblematica di un modo di gestire la cosa pubblica e insegna molto a chi pensa che l’austerità fiscale sia un qualcosa di sperimentato solo in Grecia. Nell’aprile 2014, Matteo Renzi ha approvato il decreto per dare i famosi 80 euro in busta paga a 10 milioni di dipendenti. Per finanziare la spesa (10 miliardi), la manovra imponeva tagli pesantissimi agli enti locali. Di questi, 750 milioni annui per il triennio 2015-2017 si scaricavano come “contributo” delle Regioni. A partire dal 2015 le leggi di Bilancio hanno poi esteso ogni volta di un anno il taglio. Nel 2016, la Finanziaria del governo Gentiloni ha portato la scadenza al 2020. In questo modo, il taglio inizialmente triennale è stato raddoppiato a sei anni. Secondo i giudici costituzionali questo “è in contrasto con il canone della transitorietà che deve caratterizzare le singole misure di finanza pubblica impositive di risparmi di spesa alle Regioni”. In pratica, i tagli devono presentare il carattere della “temporaneità” e “richiedono che lo Stato definisca di volta in volta, secondo le ordinarie scansioni temporali dei cicli di bilancio, il quadro organico delle relazioni finanziarie con le Regioni e gli Enti locali, per non sottrarre al confronto parlamentare la valutazione degli effetti sistemici”. Il principale dei quali è che i tagli si scaricano sulla sanità, che vale il 70% dei bilanci Regioni.

Secondo la Consulta questo modo di legiferare è illegittimo perché “incide inevitabilmente sul livello del finanziamento del Servizio sanitario nazionale, sicché lo Stato, in una prospettiva di lungo periodo, dovrà scongiurare il rischio dell’impossibilità di assicurare il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza in materia sanitaria e di garanzia del diritto alla salute. Tale rischio dovrà essere evitato, eventualmente, mediante il reperimento di risorse in ambiti diversi”. Tradotto: il diritto alla salute non può sottostare alla finalità di contenere il bilancio pubblico per un lungo arco di tempo, cioè fungere da salvadanaio automatico.

Per il governatore veneto Luca Zaia la sentenza “è una vittoria straordinaria. Quella norma si è tradotta in un taglio lineare che, di fatto, andava a colpire principalmente i finanziamenti alla sanità”.

Il decreto del 2014 ha scaricato tagli per quasi 12 miliardi nel 2014-2020 sulle Regioni. Non è stata solo la sanità a pagarne il conto. Nel 2017 le Regioni si videro costrette a rinunciare a 400 milioni di trasferimenti statali ai fondi per il sociale (disabili, asili nido, centri anti violenza ecc.). Solo dopo polemiche feroci il governo Gentiloni è corso ai ripari recuperando i finanziamenti, ma la storia si sarebbe potuta ripetere quest’anno. Come spesso accade per questo modo di legiferare, il passato è perdonato (le Regioni non riavranno i soldi), ma già in autunno il governo si troverà senza una copertura per la legge di Bilancio. Un “buco” di almeno 750 milioni.

La solitudine di Confindustria tra caso Montante e Salvimaio

Su Antonello Montante, l’ex simbolo della Confindustria antimafia ora arrestato per associazione a delinquere, il giudizio è sospeso: “Stiamo seguendo la vicenda in Sicilia. Per noi la legalità è un punto irrinunciabile. Non siamo giustizialisti né giustifichiamo nessuno”, una frase pronunciata a braccio, assente dal testo della relazione del presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Al nascente governo Lega-M5S il messaggio è un monito: “L’Europa è imprescindibile, no a passi indietro su Tav e Ilva”. Boccia, a nome degli industriali, vuole usare tutta “la determinazione e la volontà che mettiamo nel guidare le nostre imprese”, per diventare l’argine ai populismi. Cioè “per cambiare senza distruggere”.

Per capire quanto sia spiazzato l’establishment italiano l’assemblea di Confindustria è sempre un buon termometro. Le 26 pagine della relazione di Boccia sono un disperato tentativo di fermare il tempo, di costruire una diga almeno verbale di fronte a cambiamenti che stanno distruggendo la Confindustria dall’interno – l’ultimo è l’addio di Luxottica, oltre all’arresto di Montante – e dall’esterno: il contesto a cui era abituata non esiste più. La relazione si apre con un ringraziamento quasi commosso a Paolo Gentiloni, per la sua “capacità di dialogo sui temi dell’industria italiana” e si chiude con una lunga citazione di Margaret Thatcher. E appellarsi al leader più liberista e – oggi – più anacronistico del mondo occidentale si spiega soltanto con il fatto che in Viale dell’Astronomia devono essersi innamorati di una frase che sintetizza le speranze dell’associazione: “Quello che pensiamo diventiamo”.

Boccia parla come se bastasse la sua convinzione a riportare il calendario ai tempi in cui giornali e tg aspettavano trepidanti le pagelle degli industriali al governo. Ma la Confindustria parla a una platea dove l’unica traccia del terremoto politico del 4 marzo è il solito Claudio Borghi, responsabile economico della Lega che pare divertirsi a seminare terrore a ogni evento ufficiale con le sue dichiarazioni sul debito pubblico irrilevante e il Monte Paschi da nazionalizzare. In platea tanti ministri del Pd.

Dal palco interviene anche Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo che più di ogni altro ha dovuto confrontarsi con gli industriali. E che, da ex dirigente di Confindustria, ne conosce la mentalità: “Il futuro, una volta luogo della speranza, è diventato al contrario per molti il luogo delle paure”, dice. Paure che però vanno comprese. Contesta il “sovranismo anarcoide” ma poi declina a modo suo le stesse parole d’ordine usate dai sovranisti: interesse nazionale, protezione, tutela dell’industria, gestione critica della globalizzazione. Chissà quanto del suo pensiero – traducibile con “noi, l’élite, abbiamo sbagliato e ora ne paghiamo le conseguenze” – è fatto proprio dai partecipanti all’assemblea. Di sicuro il caso Montante è il grande assente. Non è una storia di provincia per la Confindustria, e non è neppure soltanto la perdita irreparabile di uno dei simboli di quello che doveva essere il lato migliore dell’associazione.

L’inchiesta della Procura di Caltanissetta è arrivata al cuore del potere confindustriale. Montante, infatti, era riuscito a far assumere all’amica Emma Marcegaglia, presidente fino al 2008, il poliziotto palermitano Diego Di Simone come capo della sicurezza di Confindustria. A marzo 2016, quando Boccia viene scelto come presidente, Di Simone telefona all’amico Salvatore Calì, fornitore della Confindustria (indagato): “Boccia è bellissimo”. Calì: “Quindi rimaniamo tutti, giusto?”. Di Simone: “Infatti”. Calì: “Ok ufficio tecnico, facciamo ufficio tecnico”. Di Simone è poi stato arrestato nell’inchiesta sulla rete di Montante per controllare le inchieste dei magistrati su di lui.

Ma di tutto questo non si parla. Confindustria va avanti come se niente fosse. Sempre più isolata.

In piazza alla festa Juve con lo spray urticante: arrestato

Si è mescolato ai tifosi della Juventus in festa per rubare, e ha portato con sé anche una bomboletta di spray urticante. L’episodio, che ricorda drammaticamente i fatti di piazza San Carlo del 3 giugno 2017, quando una gang di rapinatori scatenò il panico durante la finale Real Madrid-Juventus causando la morte di una donna e centinaia di feriti, si è verificato in piazza Castello sabato scorso durante i festeggiamenti per il settimo scudetto consecutivo bianconero.

L’autore del gesto è un ragazzo di origine marocchina di 20 anni che è stato arrestato dalla polizia. Il giovane si è avvicinato a un tifoso e, per due volte, lo ha abbracciato tentando di strappargli la collanina. Una volta scoperto ha tentato la fuga ma è stato rapidamente raggiunto e, quindi, bloccato dagli agenti della Questura. Addosso gli è stato trovato uno smartphone rubato nel corso dei festeggiamenti a un altro tifoso è una bomboletta di spray urticante al peperoncino, la stessa usata dalla gang del 3 giugno 2017. È probabile che il ventenne fosse in piazza con un complice.

La Mambro in aula: “Io come una deportata”. I parenti dei caduti di Bologna se ne vanno

Bologna

“Non ho fatto nulla di cui dovermi vergognare qui oggi a Bologna mi sento una deportata in questa città, io non ho mai perduto l’umanità anche quando ho fatto cose malvagie”. Decisa e spavalda nonostante i nove ergastoli, Francesca Mambro ha fatto il suo ingresso nel processo a carico del vecchio sodale Gilberto Cavallini. L’accusa, 38 anni dopo, è quella di aver offerto supporto per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione bolognese a lei, al suo compagno Valerio Fioravanti e a Luigi Ciavardini condannati con sentenza definitiva. Una condanna che gli ex Nar hanno sempre rifiutato.

“Mi sono assunta la responsabilità politica, morale e processuale di tutti gli omicidi e le rapine, ma la strage io non l’ho commessa, sono state dette troppe menzogne e cattiverie, io qui non dovrei esserci né come teste né come condannata” ripete Mambro come fa da decenni, nella sua prima dichiarazione. “Per me – prosegue – è motivo di grande stress ma sono qui perché credo in questo Stato e credo che possa portare la verità a questo Paese”. E scatena i mugugni dei parenti delle 85 vittime presenti in Corte d’Assise. “È una settimana che mi si torcono le budella, il fatto di rivederla arrivare con gli occhiali neri da sole e uno spiegamento di televisioni che la fanno sembrare una diva, una star… beh è deprimente”, si lascia scappare la vicepresidente dell’associazione dei famigliari Anna Pizzirani poco prima di lasciare l’aula per alcuni minuti. Troppo doloroso, molti ieri hanno preferito non venire. Il clima è teso e l’ex terrorista di destra battibecca spesso con i pm Antonello Gustapane e Enrico Cieri ai quali, per difendere alcune incongruenze, risponde: “Non mi sono riletta i verbali, non è un esame”.

Se Ciavardini, come ha raccontato nella scorsa udienza, sceglie la lotta armata dopo la delusione di essere stato cacciato dalla Marina in seguito alla scoperta di alcune rapine, per la Mambro il momento di svolta è il 7 gennaio 1978, l’attentato alla sede del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larentia a Roma nel quale vengono uccisi tre giovani ad opera di, ignoti, militanti di sinistra, forse legati alle Brigate Rosse. “Da quel momento non avremmo più aspettato inermi che ci venissero a sparare o a bruciare vivi, non saremmo più stati prede dei cacciatori ‘rossi’. Eravamo carne da macello, la vita di un ragazzo di destra non aveva alcun valore, per questo decidemmo di difenderci e iniziammo a fare rapine e a rubare armi, non avevamo soldi o chi potesse portarci le armi dall’estero, noi ce le andavamo a prendere”. Nessuna commozione o tentennamento, la donna condannata a 84 anni e 8 mesi ma uscita dal carcere definitivamente nel 2013 con pena estinta non arretra mai e si avvale raramente dei “non ricordo”. Nega qualsiasi rapporto con Licio Gelli, capo della loggia P2 condannato per depistaggio delle indagini sulla strage del 2 agosto 1980. Dice che con Massimo Carminati, ex Nar ed ex Banda della Magliana condannato ma non per mafia nel processo al “mondo di mezzo” a Roma, “non ha mai commesso alcun reato”. E di Renato Vallanzasca racconta: “Pensammo di farlo evadere per scatenare una reazione di solidarietà ed emulazione nei nostri confronti”.

Diritti tv: Serie A senza soldi. Lite continua su MediaPro

Aun passo dalla rottura definitiva con MediaPro, non ancora fra le braccia di Sky. La Serie A è nella terra di nessuno, dove non ci sono soldi dei diritti tv, le squadre sono alla canna del gas e i tifosi non sanno se vedranno il campionato. Da una parte gli spagnoli, che si sono aggiudicati i diritti per la cifra record di 1,05 miliardi a stagione ma non hanno depositato la fideiussione, dopo che il tribunale ha sospeso il loro bando per irregolarità varie. Dall’altra la pay-tv di Murdoch, che per un anno ha giocato al ribasso, ha tanti amici potenti fra i club (a partire da Juventus e Roma) e fa guerra spietata a qualsiasi competitor che provi ad intaccare la sua posizione dominante.

In mezzo la Lega calcio, che anche stavolta non è riuscita a decidere. Dovrà farlo però lunedì, quando MediaPro presenterà probabilmente la sua ultima offerta: tutte le garanzie necessarie, a patto di fare il suo canale tematico. Per uscire dallo stallo non sono bastati due giorni d’assemblea e una notte di pressioni: la cordata pro Sky ha fatto di tutto per rompere con gli spagnoli. Tutti d’accordo nel dichiararli inadempienti, meno quando il commissario Giovanni Malagò e il presidente in pectore Gaetano Miccichè hanno forzato la mano per risolvere subito il contratto, così da rientrare in possesso dei diritti e tornare da Sky: servivano 12 voti, la maggioranza si è fermata a 11, grazie all’opposizione del fronte guidato da Claudio Lotito (Lazio, Milan, Udinese, Chievo e il Torino di Urbano Cairo, vero ago della bilancia). La premiata coppia Malagò-Micciché non si è arresa, e ha preteso di replicare la votazione la mattina dopo, ma l’esito non è cambiato.

La resa dei conti è rimandata a lunedì. Gli spagnoli hanno 5 giorni per convincere i presidenti (e magari assicurarsi l’appoggio di partner importanti, come Santander, o lo stesso fondo Elliott che è già dietro il Milan). L’argomento può essere uno solo: i soldi, che servono come ossigeno alle squadre per chiudere il bilancio e fare calciomercato. Oggi il cda di MediaPro si riunirà per deliberare il rilancio: niente fideiussione, ma 186 milioni di euro subito come caparra, più altri 200 vincolati in conto corrente al 1° luglio; più i 64 d’anticipo che sono già stati versati, farebbero in totale 450 milioni, una cifra che potrebbe accontentare la Serie A.

Da quanto trapela da Barcellona, però, quest’offerta sarà legata alla realizzazione del canale della Lega, vero obiettivo del patron Jaume Roures, nonostante l’Antitrust l’abbia vietato. Una mossa da dentro o fuori, in un momento in cui non sembrano esserci i numeri per una scelta così radicale, specie a soli tre mesi dall’inizio del campionato.

Ambigui sul progetto (hanno vinto un bando da semplici intermediari, ma vogliono produrre), confusi nelle comunicazioni, inaffidabili nei pagamenti: c’è chi dice che gli spagnoli accetterebbero anche una risoluzione consensuale, tornando a Barcellona in cambio di riavere la caparra.

Per ora restano in campo perché nessuno offre quanto loro. E non si tratta solo del miliardo promesso, che fa gola agli avidi presidenti della Serie A. In ballo c’è soprattutto l’alternativa al monopolio di Sky: con Mediaset ormai defilata (casualmente dopo l’accordo per lo scambio di canali, del Biscione non si hanno notizie), senza altri soggetti sul mercato, rompere con MediaPro significa consegnarsi alla pay-tv di Murdoch. Che promette sempre “un’offerta importante” (“fidatevi di me”, dice Malagò), ma diventerebbe di fatto padrona della Serie A. Senza contare l’inevitabile contenzioso che si aprirebbe con gli spagnoli, pronti a loro volta a far causa in caso di interruzione unilaterale del rapporto. Ormai è diventata una partita che si può solo perdere.