Fuksas a Milano: “Prestateci Sala per sei mesi a Roma”

“Prestateci Salaper sei-sette mesi”. L’architetto Massimiliano Fuksas chiede il sindaco di Milano per la sua Roma e lo fa in apertura dell’Arch Week. È solo una battuta, come ha detto lo stesso Sala, ma è accompagnata da altre dichiarazioni che al Campidoglio non devono essere piaciute: “Milano è una città civile, con le strade pulite, io stimo tantissimo Sala perché – ha detto l’architetto – una città deve funzionare ogni giorno”.

“La Raggi a Roma è quanto di peggio si possa immaginare – ha aggiunto – con alberi che cascano, autobus che prendono fuoco, buche che ormai sono voragini.”

“I problemi di Roma – ha detto Sala – dipendono in larga misura dal deterioramento dei sui servizi di base prima ancora che dal ruolo del sindaco. Con la Raggi – ha aggiunto il sindaco milanese – cercheremo, vista anche la fase delicata del Paese, di lavorare insieme su alcuni punti. A giugno avremo un incontro a Milano per parlare di energia, ambiente e trasporti, è il momento di passare dalla teoria ai fatti e i sindaci devono stare vicini e lavorare insieme”.

Renzi in fuga dal Pd: il nuovo partito lo farà con Forza Italia

“Dobbiamo andare avanti con il modello Val d’Aosta”. Così ragionava ieri Matteo Salvini con i suoi parlamentari prima che Giuseppe Conte andasse al Quirinale a ricevere l’incarico per il governo giallo-verde. Lì la Lega si è presentata da sola, senza coalizione. È in questa battuta che c’è la chiave delle valutazioni e dei movimenti dell’altro Matteo, ovvero l’ex premier, Renzi. In un panorama proporzionale, più si rafforza l’asse Lega-Cinque Stelle (qualcuno già parla di Pup, partito unico dei populisti), più i partiti di opposizione, ovvero Forza Italia e Pd, si scompongono e si ricompongono.

Ieri lo staff di Renzi ha smentito l’ennesimo retroscena (su Il Giornale) in cui si raccontava che il suo progetto per fare un nuovo partito sarebbe ormai pronto. L’autore, Augusto Minzolini, ha confermato tutto. Ma quel che conta è che le persone più vicine a Renzi lo considerano ormai “inevitabile”.

Il piano è nel cassetto da anni. A consigliarglielo ai tempi d’oro sono stati un po’ tutti, da Denis Verdini in poi, all’epoca del patto del Nazareno. Molti treni sono passati, anche quello di fare un partito vincente alla Macron. Ma a questo punto Renzi è costretto ad accelerare. Deve essere pronto per le elezioni e prima del congresso Pd. Il segretario dimissionario pensa che il governo, anche se parte, non durerà troppo. E poi, deve poter uscire prima che entri in campo Nicola Zingaretti, considerato da quel che resta del Pd non renziano una specie di Messia. Il governatore del Lazio non ha ancora sciolto la riserva ufficialmente, ma ci sta pensando. Lui e Renzi si sono visti tre volte negli ultimi tempi. Non certo perché il Governatore cerchi un’investitura da parte del segretario uscente. Ma in un sistema proporzionale, come quello attuale, sarebbe paradossalmente più utile per entrambi “un attacco a due punte”. Con Zingaretti che copre il centrosinistra. E Renzi che eredita la parte di Forza Italia che non va con Salvini. D’altra parte il suo rapporto con Silvio Berlusconi è più forte di quello del leader leghista e si potrà consolidare nei mesi prossimi di opposizione. Pronti a passare in un nuovo partito sarebbero già in molti, a partire da Renato Brunetta e soprattutto Paolo Romani, che ha fortissimi legami con Luca Lotti e Maria Elena Boschi.

Ci sono due linee politiche opposte dentro ai dem: una che guarda alla tradizione della sinistra, l’altra che, invece, guarda all’europeismo alla Macron (gli interessi del proprio paese prima di tutto) e cerca di conquistare il voto “moderato”.

Il simbolo Renzi lo sta cercando da mesi. C’è anche chi racconta di aver visto delle prove. Il problema è che il nuovo partito lo sta anche testando: un sondaggio riservato commissionato qualche settimana fa avrebbe stimato una formazione renziana al 3%. Ma lui non si è fermato neanche di fronte a questo, convinto com’è che in questa fase sia difficile sondare qualsiasi cosa. E poi, c’è il dato caratteriale: preferisce guidare un partito del 3% che fare il secondo, il terzo, il quarto in uno del 15%.

Poi, c’è la questione soldi: il Pd ha ormai le casse vuote e i dipendenti in Cassa integrazione. Ma Renzi sta facendo una serie di viaggi all’estero: è stato in Qatar ad aprile, ieri era in Kazakistan. Poi, proseguirà i suoi impegni all’estero, a partire da un viaggio già programmato negli Stati Uniti. “Fa il lobbista e cerca fondi”, raccontano i ben informati.

Ha anche in testa la data di lancio della formazione: la prossima Leopolda, già convocata in autunno. Non è chiaro, però, chi lo seguirà. L’unica certezza sono i fedelissimi, ovvero Boschi, Lotti, e poi figure come Sandro Gozi, Dario Parrini, Alessia Morani, Tommaso Cerno. Anche dirigenti dem a lui legati, come Lorenzo Guerini e Graziano Delrio, in questa fase sembrano più vicini a Franceschini e Maurizio Martina di quanto sembra. E poi, c’è il capitolo Paolo Gentiloni e Carlo Calenda.

Ieri erano entrambi all’assemblea annuale di Confindustria, che ha tributato una standing ovation al premier uscente. I due stanno riflettendo da tempo su un partito europeista, ma l’operazione viene bloccata dalla presenza di Renzi: considerano la sua partecipazione una via sicura per il fallimento. Ecco dunque che i partiti nel Pd diventano già tre. E gli ostacoli sulla strada del sogno nel cassetto di Renzi più di uno.

Juncker e le sobrie parole sull’Africa

Quando si parladi Jean Claude Juncker è quasi d’obbligo ricordare la battuta con cui Humphrey Bogart descriveva la sua compagnia di amici, il primo rat pack: “Abbiamo un cocktail di vantaggio sul mondo”. Il presidente della Commissione Ue, infatti, anche se non sappiamo perché, è molto avanti anche lui, parecchio, certe volte perfino in fuorigioco. Ieri, per dire, si è presentato allegro (nel senso di felice) in conferenza stampa col suo omologo dell’Unione africana Moussa Faki Mahamat. Era in uno di quei giorni in cui è palesemente molto in vantaggio sul resto del mondo e ha buttato lì questo: “Non giudichiamo i governi su quello che annunciano, ma su quel che fanno. Ma restiamo vigili per salvaguardare interamente i diritti degli africani che si trovano in Italia”. Ora, questa può apparire una frase irrispettosa da parte del capo di un’istituzione che ha lasciato sola l’Italia durante un’emergenza umanitaria e sociale, ridicola in un continente in cui certi Paesi fanno morire donne incinte durante i respingimenti (Francia) o sparano ai clandestini (Spagna), ma non è così: Juncker è così avanti che già vede gli inevitabili, futuri campi di concentramento per africani a Bari o Milano. È un veggente e ci rifiutiamo dunque di liquidare la cosa nella maniera sbrigativa di Giorgia Meloni: “Bevi di meno”. Anche se, certo, aiuta.

Dov’erano gli analisti di curricula per la Madia?

Paginate di cronache ed editoriali sul curriculum del professor Giuseppe Conte. Giusto, anche qui sul Fatto

abbiamo sviscerato le sue affiliazioni accademiche elencate in un Cv un po’ ridondante. Eppure quei giornali che così attentamente hanno raccontato il caso di Conte (per la verità senza contro-verificare le affermazioni del New York Times

sui soggiorni alla New York University che si sono rivelate lacunose) hanno taciuto sul caso di Marianna Madia. Il Fatto

ha contestato irregolarità nella tesi di dottorato del ministro uscente che sono state confermate da una commissione indipendente nominata dall’ateneo, l’Imt di Lucca. L’Imt poi le ha giudicate irrilevanti, con il bizzarro argomento che in economia copiano tutti, il Fatto

continua a considerarle gravi e la Madia, dopo molti mesi, in campagna elettorale ha ritenuto di chiedere i danni per gli articoli con una causa civile. Per fare i nomi: Repubblica

ha ospitato vari commenti nel complesso indulgenti del professor Roberto Perotti, ma nessuna cronaca del caso. Il Corriere

ha dato molto spazio alle repliche di Madia, Imt e professori vari e poco ai fatti. Speriamo che il caso Conte segni l’inizio di un più costante monitoraggio sulle disinvolture della classe dirigente. E che la differenza di trattamento non dipenda dalla diversa appartenenza politica di Conte e Madia.

“Dovevo occupare la Rai a Genova”

In Italia si deve sempre avere un piano B: in economia certo, ma anche per difendere lo Stato contro “i ribelli”, a costo di impugnare le armi o praticando “atti illeciti per fini leciti”. Una modalità in cui rientrerebbe anche la Gladio e il Piano OP, di difesa dell’ordine pubblico, a cui ha partecipato di persona, da giovane sottotenente nel lontano 1963, Paolo Savona.

Siamo nell’ottobre 2015 e l’economista è il principale relatore a un convegno organizzato da Scenari Economici. “L’economia italiana non è uscita dal pantano in cui si è collocata aderendo prematuramente e senza preparazione all’euro e disfacendosi dei classici strumenti di aggiustamento (svalutazioni, credito per lo sviluppo e spesa pubblica), sommando alle sue ‘eresie’ di politica economica e ai suoi ‘esorcismi’ per correggerne gli effetti, quelli dell’Unione europea” tuona Savona, rivendicando di aver invitato le autorità italiane a preparare un piano B fin dal luglio 2011. “Che un paese debba avere più ‘Piani B’ in casi di crisi è noto in letteratura e nella pratica e anche su questa moltitudine di esigenze ho avuto una qualche esperienza” narra il (ex?) candidato a ministro dell’Economia che, va ricordato, è stato anche, tra i suoi innumerevoli incarichi, membro delle Commissioni Ortona e Jucci per la riforma dei Servizi di sicurezza. “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” osserva amaro Savona, che poi rivela con orgoglio un paio di aneddoti di gioventù.

“Nel 1963 – racconta Savona – in qualità di sottotenente di complemento nel Reggimento Leoni di Liguria a Sturla, Genova, zona politica calda, ho svolto esercitazioni nell’ambito del Piano OP (Ordine Pubblico), nell’ipotesi in cui lo Stato fosse stato attaccato da forze eversive”. Il compito assegnato al sottotenente Savona era quello di occupare, o di liberare nel caso in cui fosse stata occupata dai “ribelli”, la sede Rai di Genova. Sono trascorsi meno di tre anni dai moti di piazza antifascisti contro l’ingresso del Msi nella maggioranza che portarono alle dimissioni del governo Tambroni e che videro proprio a Genova l’aperta rivolta di camalli e operai. Solo pochi mesi dopo, nel 1964, verrà sventato il Piano Solo, un tentativo di colpo di Stato elaborato dal comandante dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo, che prevedeva l’occupazione dei centri di potere dello Stato e di imprigionare gli oppositori politici considerati “sovversivi” secondo le valutazioni del Sifar, il disciolto servizio di intelligence delle forze armate.

“Nel 1992 – prosegue Savona – appresi direttamente da Francesco Cossiga i motivi dell’esistenza dell’organizzazione Gladio, i cui compiti si spingevano anche oltre il Piano OP, ma che aveva lo stesso scopo del mio Piano B: prepararsi al peggio per tutelare la sicurezza della Stato, dovere minimo di ogni appartenente ai gruppi dirigenti di un Paese per difenderne i principi costituzionali”. Tra questi compiti “vi sono anche quelli dei servizi informativi e dei compiti operativi dell’intelligence che comprendono la materia delicata degli ‘atti illeciti per fini leciti’ da me analizzati e discussi con fior di giuristi nelle due commissioni di indagine sui Servizi ai quali ho partecipato”.

Tasse dimenticate e ipoteca: la storia della casa di Conte

Negli archivi della Conservatoria è riassunta l’intera vicenda della casa del presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte in via Giulia a Roma – una delle strade più prestigiose – ipotecata nel marzo 2011 da Equitalia per un “importo capitale di 24.600 euro a garanzia del proprio credito di 49.200”. Conte ha rimosso l’iscrizione pagando nel novembre 2011.

All’avvocato civilista, guida designata del governo gialloverde di Lega e Cinque Stelle, Equitalia ha recapitato una doppia cartella esattoriale con insolvenze di origine diversa: una da 26.000 euro del 2009 e una da 24.600 del 2011. Nel complesso, il debito fiscale più cospicuo riguardava versamenti Iva per 17.000 euro (riferiti al 2006) e 18.000 euro di Irpef (per il triennio 2001-2003). Poi ci sono 12.700 euro di contributi per la pensione richiesti dalla Cassa di previdenza e assistenza forense dal 2002 al 2008.

Per il commercialista e i collaboratori di Conte, sentiti dall’Espresso che martedì ha sollevato la questione, il professore ha subìto l’ipoteca perché non ha ricevuto mai i documenti spediti per posta. Il palazzo in cui abita è sprovvisto di portiere, precisano. Ma i documenti – che coprono un arco di tempo di almeno sette anni – sono parecchi.

Dalle carte ufficiali che il Fatto Quotidiano ha consultato si può soltanto desumere che la Cassa degli avvocati e l’Agenzia delle Entrate hanno inviato le comunicazioni a Conte sempre all’indirizzo romano.

Il futuro premier ha acquistato la casa tra il Vaticano e corso Vittorio Emanuele II nel lontano 1999, all’epoca c’era ancora la lira e Conte era un avvocato di 34 anni con un curriculum già abbastanza folto. Il professore ha firmato il rogito di un immobile – allora classificato come “popolare” e poi riqualificato – di proprietà della società Michele Amari srl. In prospettiva, un affare. All’atto notarile, un investimento.

Michele Amari srl, proprio in quel periodo, passò dall’imprenditore romano Alfio Marchini – candidato al Campidoglio per due volte – al casertano Giuseppe Statuto. Quest’ultimo sarà ricordato, anni dopo, per le spericolate avventure dei “furbetti del quartierino”, anche se con una traiettoria differente rispetto a Stefano Ricucci e Danilo Coppola. Conte si fa carico dei lavori di ristrutturazione e Statuto gli installa un ascensore prima di salutare.

Il prezzo è di 450 milioni di lire per un appartamento al primo piano di 130 metri quadri: 140 milioni sono la caparra, gli altri 310 vengono saldati all’estinzione del mutuo di Statuto con la banca Mps. Davanti al notaio, non è specificata la modalità di pagamento: non si segnalano assegni, prestiti o mutui.

Il palazzo di via Giulia è di interesse storico e artistico, perciò è vincolato, come viene specificato durante la compravendita: “In relazione a tale situazione l’atto in trascrizione verrà notificato al ministero dei Beni culturali e ambientali e, pertanto, esso è sospensivamente condizionato al mancato esercizio del diritto di prelazione da parte del ministero stesso”. Il ministero approva l’operazione, il professore Conte liquida Statuto e, quasi vent’anni dopo, la casa può valere un milione di euro. Il Fatto ha chiesto una replica a Conte tramite l’ufficio stampa dei Cinque Stelle. Nessuna risposta.

Crosetto si dimette: “Motivi personali”. Deciderà la Camera

Guido Crosettonon vuole che ci siano speculazioni: il motivo è “esclusivamente personale”. Il parlamentare di Fratelli d’Italia la scorsa settimana ha rassegnato le dimissioni da parlamentare. “Ma ribadisco che è una scelta dovuta solo a questioni personali – spiega Crosetto – così evitiamo interpretazioni politiche o retroscena fantasiosi”. E, per essere ancora più chiaro, aggiunge: “Ho condiviso con Giorgia Meloni tutti i passaggi e le scelte fatte da Fratelli d’Italia, dalla fondazione a oggi, comprese quelle delle ultime settimane”.

Sarà ora il neo-Parlamento a dover eventualmente accettare le sue dimissioni: cosa che storicamente non succede quasi mai in Parlamento. Nella scorsa legislatura il parlamentare Cinque Stelle Giuseppe Vacciano era rimasto ostaggio del Senato, con le sue dimissioni che venivano costantemente respinte.

Il nome di Crosetto era circolato nelle scorse settimane come possibile ministro, in caso di adesione di Fratelli d’Italia alla coalizione con Lega e Cinque Stelle. Voce smentita dallo stesso Crosetto: “Non si può essere ministro senza essere al governo”.

“Tutti sbagliano, ma sono attacchi politici”

“Il curriculum del professor Conte? Su di lui sono state montate delle polemiche pretestuose e mosse da ragioni politiche”. A difendere il presidente del Consiglio incaricato è una persona che lo conosce bene e che con lui lavora da tanti anni (“almeno otto”).

Paolo Cappellini è il presidente della Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Firenze dove Conte insegna Diritto Privato dal 2001 e, parlando con il Fatto, prova a scagionare il collega dalle accuse di aver “gonfiato” il curriculum sul perfezionamento dei suoi studi all’estero: “Nessuno è infallibile e ogni docente è responsabile del proprio curriculum, però, andando nello specifico, accade spesso anche qui a Firenze che arrivino docenti da tutto il mondo – per esempio dal Brasile o dalla Francia – e non vengano schedati perché magari vanno a studiare in biblioteca o a perfezionare la propria attività scientifica con altri colleghi”.

Cappellini fa poi riferimento alla smentita della New York University, secondo la quale Conte non è mai stato studente o membro di facoltà, come scritto nel curriculum: “Le università americane hanno un sistema di certificazione molto meno burocratico del nostro e comunque se non c’è un incarico ufficiale è normale che il certificato di Conte non risulti. I soggiorni all’estero comunque ci sono sicuramente stati”.

Secondo il “capo” del premier incaricato le accuse sono tutte politiche: “Sia in Italia che dall’estero ci sono spinte e controspinte sulla formazione di questo governo – dice Cappellini – basti pensare a tutte le polemiche di queste ore anche sul professor Paolo Savona, che però ha un grande curriculum e ha fatto parte del governo Ciampi”. Nella giornata di ieri il professor Conte avrebbe dovuto tenere un ricevimento degli studenti e lezione all’università, ma i compiti sono stati svolti dai suoi assistenti.

Racconta Cappellini di aver avuto anche un colloquio telefonico con lui nella mattinata di ieri: “L’ho sentito tranquillo e sereno, avrebbe dovuto fare lezione nel pomeriggio ma mi ha avvertito che non sarebbe potuto venire per ovvie ragioni: a questo punto non credo proprio che domani verrà a lezione”. Poi, parlando dell’uomo, quasi si emoziona: “Siamo molto contenti: è un uomo competente, equilibrato e dalla grande attività scientifica. È la migliore scelta possibile e di certo non sarà eterodiretto da nessuno”.

Alpa e gli amici accademici in difesa del prof “Alto profilo”

Un gruppo di accademici, i quali conoscono da tempo il prof. Giuseppe Conte, di fronte al vilipendio della sua immagine da parte di una politica – che di certo non è in grado di scagliare la prima pietra –, e di un giornalismo – che per la propria sopravvivenza è alla spasmodica ricerca di scoop – sente il bisogno di esprimere solidarietà a uno studioso di elevato livello intellettuale e di indubbie qualità di correttezza comportamentale.

Le notizie apparse sui mezzi di stampa e divulgate dalle televisioni tentano di screditare il prof. Giuseppe Conte, vittima sacrificale di una contestazione mossa alla sua designazione a un ruolo e a una funzione tradizionalmente ricoperti da professionisti della politica. Si contestano al prof. Conte la mancanza di pregresse esperienze in campo politico, gli si addebitano dichiarazioni non veritiere formulate nel C.V., trascurando peraltro le sue doti di equilibrio, di onestà, di capacità d’impegno e di decisione; doti cui fa da supporto una cultura ed una preparazione di primario rilievo.

Prescindendo in questa sede dalla facile possibilità di smentire le asserzioni in ordine alle inesattezze del C.V. del prof. Conte, qui preme sottolineare che la sua possibile nomina a capo del Governo dà sicurezza a quanti al presente nutrono perplessità sul cambiamento di una politica che, negli anni recenti, non è riuscita ad attivare gli interventi necessari per superare adeguatamente la crisi economica e finanziaria e il conseguente disagio sociale.

Guido Alpa, Francesco Capriglione, Marco Sepe, Mirella Pellegrini, Fabio Merusi, Domenico Siclari, Luca Di Donna, Valerio Lemma, Leonardo Dibrina, Antonella Antonucci, Sandro Amorosino, Alberto Urbani, Filippo Sartori, Vanni Pascuzzi, Marilena Rispoli Farina, Raffaele Di Raimo, Matteo De Poli, Vincenzo Donativi, Fabrizio Maimeri, Paolo Efisio Corrias, Claudio Rossano.

“Ci siamo visti per due anni a New York: di che parlate?”

“Nel 2008 e nel 2009 insieme alla mia famiglia ho passato le vacanze estive a New York e a volte andavamo a cena con Giuseppe Conte e la moglie Valentina. Durante quelle cene Giuseppe riferiva delle sue ricerche giornaliere alla Library della School of Law della New York University dove stava approfondendo tematiche di diritto nordamericano. Non capisco tutto questo caos sul suo curriculum riguardo ai suoi soggiorni a New York”.

Andrea Mora è un insigne avvocato civilista con studi a Milano e Parma, ordinario di Diritto civile all’Università di Modena e Reggio Emilia, segretario generale dell’Associazione civilisti italiani – della quale Conte è membro del direttivo, eletto da più di cento professori ordinari – e, soprattutto, conosce bene il premier in pectore.

Professore, un conto è studiare autonomamente nella biblioteca dell’università, altro mettere nel curriculum “perfezionamento studi giuridici”.

Guardi, i professori italiani che frequentano le università straniere, come del resto accade per i professori stranieri che vengono in Italia, non si iscrivono certo a master o corsi di specializzazione: sono già professori! Semplicemente si aggiornano, studiando autonomamente i temi di loro interesse: ed è esattamente ciò che Giuseppe ha fatto a New York. Di cosa stiamo parlando?

Quando si entra in politica i dettagli sono importanti.

Premetto che io sono politicamente indipendente e non schierato, non sono né dei 5 Stelle né della Lega, però leggere le cose scritte su Conte mi ha dato un certo fastidio. Ma come si fa? Lui è un serio professore universitario, mica un millantatore.

Il New York Times scrive che negli archivi dell’università newyorchese non c’è traccia del suo nome.

E dove dovrebbe figurare? Come ho detto ha studiato in modo indipendente. Guardi, in quel periodo frequentavano New York altri illustri giuristi italiani, tra questi il professor Massimo Proto e il professor Giovanni Iudica, oggi emerito alla Bocconi: tutti potrebbero tranquillamente confermare ciò che dico.

Hanno paragonato Conte a Oscar Giannino…

Appunto, una cosa ridicola. Giuseppe è un bravissimo professore con tante esperienze importanti, Giannino un bravo giornalista che però risulta essersi attribuito un curriculum da economista che non aveva. Sono due storie totalmente diverse.

Dunque la questione di Giuseppe Conte alla New York University è infondata?

Assolutamente. Ribadisco: lui andava a studiare sui testi della biblioteca dell’università come fa ogni professore universitario, cercando cose che in Italia non trovava. Dunque la citazione sul suo curriculum è corretta.

Non sarebbe stato meglio chiarire bene invece di lasciare quell’ambiguità?

Forse sì, ma se fosse un peccato sarebbe davvero veniale, non sostanziale. Ha un ottimo curriculum, punto.

Lo ha sentito di recente?

Sì, una telefonata due giorni fa. Era abbastanza sorpreso di tutto questo clamore, non se ne capacitava. Ho letto che sarebbe amareggiato: io non ho sentito amarezza in lui ma stupore, soprattutto per l’acredine nei suoi confronti.

Come ha preso la nomina da parte di Di Maio e Salvini?

Era molto contento. Lui doveva fare il ministro, ma dopo il risultato elettorale le cose sono cambiate. Quando gli hanno comunicato che la scelta di fare il premier sarebbe ricaduta su di lui era felice.

Del professor Conte si sa pochissimo, chi è?

Una persona che nella vita ha raggiunto molti risultati, estremamente moderata e, soprattutto, molto perbene. È stato allievo di Guido Alpa, che a sua volta era allievo di Stefano Rodotà, dunque siamo nel solco di una importante tradizione di giuristi.

Un conto è essere un bravo giurista, altro gestire un Paese.

Gli altri che lo hanno preceduto hanno fatto poi così bene? Erano tutti preparati a fare i premier? La verità è che fin tanto che uno non va a Palazzo Chigi non si può sapere se sarà all’altezza o no.

Però gestire un Consiglio dei ministri formato da 5Stelle e Lega non sarà cosa facile.

(sorride) Mi consenta una battuta: Giuseppe ha fatto esperienza nei consigli di facoltà, non sarà tanto diverso.