L’Ue rinvia la procedura anti-Italia a ottobre, ma il conto raddoppia

La Commissioneeuropea sceglie di rimandare l’apertura del fronte italiano all’autunno, quando il governo si sarà insediato già da qualche mese. Per questo ieri Bruxelles ha deciso di non procedere alla apertura di una procedura di infrazione sul debito eccessivo per l’anno 2017, anche perché grazie ad una crescita migliore e al rinvio degli aumenti degli stipendi degli statali, la deviazione in quell’anno è quasi del tutto rientrata. L’attenzione, però si è solo spostata sul 2018: il bilancio – l’ultimo di Gentiloni – secondo Bruxelles è “inadeguato” e quindi si prcederà ad un riesamine della situazione con i dati definitivi, cioè nella primavera del 2019. Niente manovrina correttiva in corso d’opera, insomma, però il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha già provveduto a raddoppiare il “conto” per il 2019: l’aggiustamento del deficit strutturale (cioè non corretto per il ciclo economico), secondo lui, l’anno prossimo dovrà essere dello 0,6% del Pil, cioè oltre 10 miliardi di euro, dopo le correzioni nulle di 2017 e 2018. Insomma, questo “è un messaggio politico chiaro: l’Italia deve continuare a ridurre il debito pubblico”. E a farlo nei modi descritti nell’accordo suicida detto Fiscal compact.

Il taxi, gli allenatori e la mani sul contratto. Il primo giorno da “avvocato del popolo”

Il legale e professore col curriculum un po’ così parte con lo slogan: “Mi propongo come avvocato difensore del popolo italiano”. E dopo quasi due ore di esame con Sergio Mattarella, giura che “la collocazione dell’Italia nell’Unione europea non si tocca”. Da europeista, come il Colle esige.

Ciuffo, inflessione pugliese e vestito da professionista di alto censo, ecco il premier incaricato a 5Stelle Giuseppe Conte dentro il Quirinale. Non esattamente l’uomo che sognava il M5S, ossia Luigi Di Maio. Ma dentro un altro Palazzo, Montecitorio, i deputati si abbracciano ed esultano lo stesso, perché il più per l’assalto al cielo, o meglio al governo, pare fatto. E pazienza se per ore hanno sparato contro Mattarella, con Alessandro Di Battista primo fuciliere.

Facendo infuriare il Colle, tanto che ha dovuto riparare l’altro presidente grillino, quello della Camera Roberto Fico: “Mattarella sta svolgendo il proprio ruolo in maniera inappuntabile, in queste settimane sta agendo in modo accorto e imparziale”. Nel frattempo Conte si prepara all’incontro con Mattarella passando un paio d’ore con lo staff della comunicazione a 5Stelle, in una casa nel centro di Roma. Gli spiegano come respirare e scandire le parole davanti ai microfoni. Discutono del discorso da fare dopo il colloquio al Colle. Perfino del look. Mentre fuori è la guerra tra 5Stelle e Quirinale. E Di Battista ci mette moltissimo del suo: “Mattarella ha prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica ovvero ai cittadini ai quali appartiene la sovranità…Non è un notaio delle forze politiche ma neppure l’avvocato difensore di chi si oppone al cambiamento (sapeva già del discorso di Conte? ndr). Anche perché si tratterebbe di una causa persa, meglio non difenderla”. Segue post scriptum: “Invito i cittadini a farsi sentire”.

Il padre Vittorio supera l’argine: “Mister Allegria (Mattarella, ndr), fai il tuo dovere e non avrai seccature”. E morde anche la deputata Fabiana Dadone: “Mattarella che riflette dopo aver dato l’ok a ministri come Fedeli o Lorenzin…La pazienza è al limite!”. Così dal Quirinale arrivano telefonate roventi al M5S. Mentre il Pd parla di “toni eversivi e intimidatori”.

A complicare le cose, la Confindustria che pone il veto alla deputata nov Tav Laura Castelli alle Infrastrutture. E lo fa sapere anche in via ufficiosa al Colle. Così dal M5S cessano il fuoco. E Fico ci mette una pezza. Nel cuore del pomeriggio, Conte entra al Colle. Ce lo ha portato un tassista, fermato così dallo staff a 5Stelleo: “Lo sa che porterà il futuro premier?”. Mentre Conte si raccomanda: “Ce la farò a stare in sei minuti al Colle?”. Il tassista promette e mantiene. E l’avvocato entra per il colloquio con Mattarella. Ne riemerge con un sorriso un po’ stanco, e inizia: “Se riuscirò a portare a compimento l’incarico esporrò alle Camere un programma basato sulle intese tra le forze politiche di maggioranza”. Imperniato sul contratto di governo, “che ho contribuito a scrivere”. Tradotto, assicura che come premier, colui che “dirige la politica generale del governo” secondo la Carta, porterà avanti un programma anche suo. Ma Conte parla soprattutto di Europa: “Sono consapevole di confermare la collocazione internazionale ed europea dell’Italia. ll governo dovrà cimentarsi con i negoziati sul bilancio europeo, sulla riforma del diritto d’asilo e sul completamento dell’unione bancaria: voglio impegnare l’esecutivo su questo terreno costruendo le alleanze opportune”.

E comunque lui sarà il premier di “un governo del cambiamento”. Impaziente: “Non vedo l’ora di iniziare a lavorare sul serio”. Poi saluta e va alla Camera e in Senato per gli incontri di rito con i presidenti Fico e Casellati. In tarda serata, vede Di Maio e Salvini, per parlare dei ministri. Ossia dei primi nodi. O guai.

“Veti? Il Quirinale non può imporre indirizzi politici”

La necessità di formare un governo politico è spesso filtrata dal più autorevole Colle romano. Richiesta sacrosanta di cui però, forse, è utile chiarire il perimetro, rispondendo a una domanda che solo apparentemente sembra ovvia: “La politica di chi?”. Lo abbiamo chiesto a Massimo Villone – professore emerito di Diritto costituzionale a Napoli, presidente del Coordinamento democrazia costituzionale, master alla Harvard Law School (curriculum verificato) nonché ex senatore Pds-Ds per 4 legislature – che subito premette: “Il governo giallo-verde a me non piace affatto. Sono un uomo di sinistra e questo è un governo di destra”.

Professore, quali sono i margini di manovra del Presidente Mattarella?

Limitati. L’architettura costituzionale si fonda sull’art. 92 (potere di nomina) e sull’art. 94 (voto di fiducia). L’equilibrio è dato dal sistema politico: se i partiti si accordano su una maggioranza che può garantire la fiducia, lo spazio del presidente della Repubblica si riduce. Non può rifiutare la nomina di un primo ministro perché non gli piace, né imporre un suo indirizzo politico. E dunque bene ha fatto a conferire a Conte l’incarico.

E i suoi poteri sulla scelta dei ministri? Si dice non gradisca Paolo Savona, naturalmente non per questioni di curriculum, ma di sostanza politica. Però una figura alla Cottarelli, forse più apprezzata al Quirinale, sarebbe espressione di un’altra maggioranza politica.

Sarebbe espressione di un indirizzo politico almeno parzialmente diverso, in specie sull’Europa. Se fossi Mattarella, non cercherei di imporre una mia scelta. Siamo di fronte a una novità anche radicale, che però arriva dal popolo sovrano con la chiara bocciatura delle politiche precedenti. Mi sento di sconsigliare affettuosamente al Presidente di fare argine per recuperare quanto respinto dai cittadini. E non è certo casuale che il presidente incaricato abbia nel suo discorso citato insieme sia la collocazione europea e internazionale dell’Italia, sia la domanda di cambiamento e le intese tra le forze politiche che lo sostengono. E si è auto-definito “avvocato del popolo”.

Il professor Ugo De Siervo sulla Stampa ha sostenuto la primazia del diritto comunitario su quello italiano. È d’accordo?

Per l’art. 117 della Carta la potestà legislativa è esercitata da Stato e Regioni nel rispetto della Costituzione e dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Ma qui si vuole rispondere a un problema politico sostanziale con un argomento giuridico-formale. Emerge dal voto e dall’accordo di governo una posizione per cui le politiche comunitarie non sono conformi ai bisogni e agli interessi degli italiani. Non si può certo pensare che siano compressi per una primazia formale della regola giuridica Ue. Qui il problema da giuridico diventa politico.

L’articolo 81 è da tutti citato in relazione all’obbligo di pareggio di bilancio. Ma esistono anche i diritti garantiti dalla prima parte della Costituzione (lavoro, salute, diritto a una retribuzione dignitosa)…

Certo. La riforma dell’art. 81 è stata un gravissimo errore. Si è voluto introdurre il concetto di equilibrio tra entrate e uscite, statuendo specificamente che solo in caso di eventi eccezionali è consentito l’indebitamento. L’effetto collaterale è, ad esempio, che se lo Stato volesse lanciare un programma di investimenti pubblici per ridurre il divario Nord-Sud e le intollerabili diseguaglianze, non potrebbe scaricarne in parte il peso sulle generazioni future attraverso il debito, pur essendo i benefici ovviamente anche a vantaggio di quelle stesse generazioni. Non è un principio puramente contabile, ma un vincolo alle politiche. Va peraltro detto che il futuro governo dovrà davvero prestare attenzione ai problemi di finanza pubblica.

È stato molto criticato il passaggio del contratto di governo in cui si parla del ritorno allo spirito originario di Maastricht: i trattati sono modificabili?

In principio, si recede da un trattato secondo le modalità a tal fine previste. Diversamente, i trattati non avrebbero cogenza giuridica. Quando un trattato va contro gli interessi di uno Stato contraente si apre di solito un confronto politico, e qui entra in gioco il peso che l’Italia potrebbe anche tentare di avere. Certo è più difficile se un pezzo di classe dirigente in partenza sostiene le ragioni degli altri.

Come spiega il clima di generale ostilità attorno al nascituro governo?

C’è una rivolta di una parte dell’establishment: lor signori difendono i loro interessi, come hanno sempre fatto.

Il Colle cede e incarica Conte ma resta il “niet” su Savona

Le presentazioni, innanzitutto. “Piacere, Giuseppe Conte”. Alle cinque e mezzo del pomeriggio.

Dopo quasi 48 ore trascorse sulle montagne russe – tra polemiche e veleni sul curriculum e perplessità e timori del Quirinale sul suo annunciato ruolo di “mero esecutore” – il professore avvocato Giuseppe Conte è arrivato al Colle in taxi. Una mossa grillina che ha confermato le prime impressioni a caldo del capo dello Stato: in due ore di colloquio, il Signor Nessuno dei Cinquestelle ha tentato di demolire la sua immagine di “marionetta tecnica” per accreditarsi come un “politico” che ha contribuito alla stesura del contratto gialloverde.

Un politico grillino, ovviamente. Non quindi un professore neutrale e “terzo” posto sotto la tutela di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma questo solo il futuro lo dirà.

Al Quirinale la svolta sull’incarico è maturata nella tarda mattinata di ieri. E sino a quel momento filtravano ancora cupi e densi dubbi sull’ipotesi di convocare il “nome” indicato dai due leader grilloleghisti. A imprimere una direzione “positiva” per il “governo del cambiamento” è stata una doppia telefonata fatta dal segretario generale del Colle, Ugo Zampetti. Una a Di Maio, l’altra a Salvini. A entrambi, e per conto del presidente della Repubblica, Zampetti ha rivolto la stessa domanda: “Confermate il nome di Conte anche dopo le polemiche sul suo curriculum?”. La risposta di tutti e due è stata secca: “Sì”. A quel punto il capo dello Stato ha preso della volontù gialloverde e ha convocato Conte.

Poi c’è il colloquio. Mattarella fino a qualche mese fa ignorava l’esistenza di Conte e così l’incontro è stato anche, in una prima fase, di conoscenza. E nonostante l’evidente smania di presentarsi come un “politico grillino”, il professore pugliese è apparso comunque lontano dall’idealtipo dell’antipolitica populista. Anzi. L’eloquio, le cose dette, finanche la postura hanno dato la percezione di una figura dell’establishment, non il contrario. A lui il capo dello Stato ha rivolto varie e preoccupate domande sul tema cruciale di queste ore: la collocazione “europea” dell’Italia nel programma del primo governo populista o sovranista di un Paese fondatore dell’attuale Unione.

Ed è per questo che Conte, come raccontano dal Colle, è entrato con un foglietto e ne è uscito con due. Sul primo tutte le prescrizioni dei due leader che lo hanno “promosso” a Palazzo Chigi. Su quello aggiunto, “integrativo”, la parte europeista che Mattarella ha chiesto e ottenuto dal professore, ricordandogli che in base alla Costituzione il presidente del Consiglio sarà l’unico interlocutore del capo dello Stato, non altri. Una raccomandazione che poi è stata allargata al fatidico nodo della lista dei ministri.

Qui, ormai è noto da domenica scorsa, il problema per il Colle si chiama Paolo Savona, l’anziano studioso che la Lega vuole a tutti i costi all’Economia e ritenuto da Mattarella un “pericoloso economista anti-euro”. Al momento il Quirinale si manifesta pervicacemente contrario.

Non a caso, Mattarella ha specificato a Conte che la lista sarà “aperta” e che saranno esaminate con attenzione le caselle chiave: Interno, Difesa, Economia ed Esteri. Su Salvini al Viminale nessun problema. “I due leader sanno da tempo che non ci sarà alcun veto su di loro”.

La questione, appunto, resta quella di Savona. Il capo dello Stato al giurista incaricato ha fatto presente i poteri che la Carta riserva al presidente della Repubblica nella nomina dei ministri.

Conte ritornerà probabilmente domani mattina al Colle con la lista completa. Mattarella spera che il pressing grillino e anche di qualche frondista della Lega porti al nome di Giancarlo Giorgetti, numero due di Salvini, in quella casella. E se non accadrà? Dopo i vari colpi di scena di questi giorni, il Quirinale terrà il punto e cambierà Savona o cederà di nuovo ai due alleati?

Anche perché nel pacchetto leghista per il governo, Giorgetti è già previsto in un altro ministero “ricco”: quello delle Infrastrutture. Una nomina che peraltro non dovrebbe dispiacere neanche a Silvio Berlusconi, che sarà sì arrabbiato nero con Salvini ma con Giorgetti ha un rapporto antico e consolidato. E spostare Giorgetti dalle Infrastrutture non è semplice, ché lì vorrebbe andare anche la grillina Laura Castelli, convinta No Tav.

Hanno la faccia come il curriculum

Forse Giuseppe Conte sarà un premier pessimo, o forse buono, o eventualmente discreto. Lo giudicheremo giorno per giorno dagli atti. L’unica cosa che possiamo dire ora, salvo smentite, è che nulla di ciò che viene scritto su e contro di lui è un impedimento o un ostacolo a fare il premier. Si tratta di un misto di falsità, suggestioni, allusioni, smentite ad affermazioni mai fatte, notizie neutre spacciate per negative e notizie dubbie potenzialmente negative che solo lui può chiarire (e farà meglio a chiarire).

Il curriculum. Non c’è giornale o tg che l’altroieri e ieri non aprisse sul “curriculum taroccato” da Conte (sono gli stessi cani da compagnia travestiti da cani da guardia che da oltre un anno tacciono sulla tesi di dottorato copiata da Marianna Madia, ministra dei governi Renzi e Gentiloni). “Conte tradito dal curriculum”, “Curriculum, Stamina e fisco”, titola Repubblica, citando le università che assicurano “Mai studiato qui”, mentre Sergio Rizzo parla di “invenzioni” del candidato premier. Corriere: “Si apre il caso del curriculum. Conte in bilico. Titoli gonfiati”, “La New York University: non lo conosciamo. Dubbi sul prof anche da Malta e Vienna”. La Stampa: “Bufera su Conte. Gli errori nella biografia e l’appoggio a Stamina diventano un caso”, “Curriculum taroccato”, “Pare non sia mai stato alla Sorbona, alla New York University e a Cambridge né in altri 3 o 4 siderali atenei, come dichiarato in autoesaltazione” (Mattia Feltri). “Il caso curriculum frena Conte. Le smentite di alcuni atenei stranieri imbarazzano il prof”, “Gli atenei stranieri citati da Conte: non ha studiato qui”, “Quando da avvocato difendeva Stamina”, titola il Messaggero sul “curriculum più pazzo del mondo”. Poi c’è la stampa umoristica. Il Giornale: “Il falso Conte. Dieci tarocchi nel curriculum del premier indicato da M5S”, definito “falsario” da Sallusti, noto esperto del ramo. Il Foglio: “La patacca nel curriculum è la cifra di una repubblica populista”. Libero: “Un laureato così non lo merita neppure l’Italia”, segue lista dei “politici finti dottori, da Giannino al ministro Fedeli”. Bene: è tutto falso, tutto patacca, tutto menzogna, tutto ignoranza: gli unici tarocchi sul curriculum di Conte sono gli articoli sul curriculum di Conte. Che non ha mai scritto nel curriculum di aver “studiato” in quelle università estere, per la semplice ragione che era già professore. Dunque gli atenei che negano di averlo avuto studente rispondono alla domanda sbagliata e non possono smentire ciò che lui non ha mai detto.

Cos’ha scritto Conte? Di avere “perfezionato e aggiornato gli studi” alla New York University e in altri atenei. Il corrispondente del già autorevole New York Times credeva di averlo preso in castagna, riportando la smentita-che-non-smentisce della NYU di avere il suo nome nei registri: ora questo cacciatore di fake news targate M5S-Lega-Putin dovrebbe scusarsi per aver diffuso una colossale fake news contro il nuovo premier italiano. Alcuni colleghi di Conte hanno già spiegato a questi somari cosa sono i soggiorni di aggiornamento e perfezionamento dei cattedratici all’estero. Oggi pubblichiamo anche la testimonianza del prof. Andrea Mora, segretario dell’Associazione civilisti italiani: era anche lui a New York nelle estati 2008 e 2009, quando Conte passava le giornate alla Library della School of Law della NYU per approfondire il diritto nordamericano su pubblicazioni non disponibili in Italia: “Andava a studiare sui testi della biblioteca dell’università come fa ogni professore, cercando cose che in Italia non trovava”. Lo dimostrano pure gli scambi di email – pubblicati dall’AdnKronos – fra Conte e Mark Geistfeld, civilista della NYU, e fra Conte e l’ex responsabile servizi informatici della biblioteca dell’ateneo, Radu Popa, che gli garantiva accesso, password wi-fi e postazione per ultimare un libro. La Sorbona, dove dice di avere svolto attività di ricerca, non dà informazioni personali protette dalla privacy e una delle sue biblioteche cancella ogni anno i database dei visitatori. Bocche cucite per la privacy anche al Girton College della Cambridge University e alla Sapienza. Yale non risponde ancora. L’Università di Malta non esclude “una docenza durante i corsi brevi dell’estate ’97”, come dichiarato da Conte. Gli atenei italiani citati da Conte – Sassari, Lumsa e Luiss – confermano il curriculum. Al momento, dunque, zero smentite: solo conferme o non risposte per motivi di privacy o di tempo.

Stamina. Additato come sostenitore del metodo Stamina, dichiarato truffaldino dai magistrati, Conte non ha mai pronunciato una sillaba sul tema, né ha mai avuto rapporti col promotore Davide Vannoni: semplicemente, nel 2013 ha assistito da avvocato la famiglia di Sofia Ceccuti, la bimba malata i cui genitori avevano perso la causa per l’accesso a cure compassionevoli regolarmente somministrate da un ospedale pubblico. Definirlo perciò supporter di Stamina è come dire che gli avvocati degli imputati di corruzione tifano per le tangenti e i difensori degli imputati di stupro sono stupratori.

Casa ed Equitalia. Qualcuno insinuava che la sua casa romana in via Giulia, acquistata nel 1999, Conte non l’avesse pagata: invece, per ora, nulla fa pensare che non l’abbia pagata. Restano le cartelle esattoriali di Equitalia (che – assicurano i siti – “spuntano”), che innescarono anche un’ipoteca, poi estinta pagando il dovuto. Si tratta di debiti col fisco (per la dichiarazione Irpef) e con la Cassa forense, poi saldati. Ieri Conte aveva altro da fare, ma oggi farebbe bene a chiarire tutto alla stampa. Com’è doveroso per un presidente del Consiglio.

Mantegna risorto: era rimasto in magazzino

Un esilio negli archivi dell’Accademia Carrara durato oltre un secolo, e un’esigua assicurazione di circa 30 mila euro. Ma poi la Resurrezione di Cristo è stata attribuita ufficialmente alla mano di Andrea Mantegna. A darne la notizia in esclusiva il Wall Street Journal. Il quotidiano Usa ha fatto sapere ieri che il quadro “ha l’avallo di Keith Christiansen del Metropolitan Museum of Art di New York, il più importante esperto al mondo sull’artista”. L’opera, dunque, ha acquisito valore e la sua quotazione si aggirerebbe ora tra i 25 e i 30 milioni di dollari. La tavola, di proprietà dell’Accademia dal 1866, nel corso degli anni era stata considerata – da storici dell’arte e studiosi – un surrogato del Mantegna originale, eseguito probabilmente per mano del figlio dell’artista. In virtù di errate valutazioni, il dipinto non era riuscito a trovare spazio tra le altre opere del pittore esposte in galleria, come la Madonna col bambino. Per fortuna l’analisi e il lavoro d’archivio di un museo non si arresta mai. Così Giovanni Valagussa, storico dell’arte e conservatore della collezione ha trovato un indizio da cui, poi, la scoperta: “L’attenta osservazione diretta dell’opera ha permesso di riconoscere il livello qualitativo della pittura, riconducibile al Maestro. Ma soprattutto, una piccola croce sul margine inferiore, sotto l’arco di pietra, non poteva non trovare una corrispondenza in una porzione di dipinto mancante”. Quella in possesso dell’Accademia è, secondo la ricerca, la parte superiore della Discesa al Limbo di Mantegna, un’opera del 1492 oggi appartenente a una collezione privata.

Johannes Brahms, il genio ateo che scrisse un’opera corale

Con questo articolo concludo la serie dedicata ai rapporti fra la Riforma e la musica, per il quinto centenario delle tesi di Lutero. Abbiamo visto il caso di un zelante adepto del Protestantesimo, Mendelssohn, il quale, seguendo Goethe, fu capace di cantare altrettanto bene il mondo pagano. Vediamo adesso il caso di un ateo, Johannes Brahms, che con la sua alta arte canta del pari il mondo pagano e quello della Riforma.

Brahms nacque nel 1833. Vent’anni dopo di Wagner. Questi proveniva da una famiglia cattolica, caso non infrequente in Sassonia, giacché la famiglia reale era adepta di questa religione. Ma i motivi politici forti del Wagner maturo, ossia l’adesione all’idea della Germania imperiale, lo fecero convertire, insieme con la terribile moglie Cosima, al Protestantesimo. Fra i progetti drammatici non realizzati Wagner aveva abbozzato la sceneggiatura di un’opera dedicata alle Nozze di Lutero. Del Corale luterano egli fa una glorificazione impareggiabile ne I Maestri Cantori di Norimberga, l’Ouverture dei quali è un pezzo di una rifinitura contrappuntistica tale da esser degna di Bach. Ben vero, l’ultimo capolavoro, il Parsifal, è un’appropriazione – e insieme stravolgimento – del dogma eucaristico che torna al cattolicesimo: la forza dell’arte prevale su quella dell’ideologia.

Brahms e Wagner si odiavano; ma la rifinitura contrappuntistica delle opere di Brahms, uno dei più grandi cultori di Bach che la musica abbia, è pari. A Brahms non piaceva il Dramma Musicale, pur riconoscendo la superiore statura artistica del collega. Wagner amava molto le opere pianistiche dell’Amburghese; diede uno sprezzante giudizio di Un Requiem Tedesco, dicendo che questo così dotato compositore aveva indossato la parrucca dell’Alleluja. E ciò, per certe Fughe corali ispirate insieme a Bach e a Händel, proprio come quelle di Mendelssohn.

Brahms, dice Furtwängler, “compone con la rassegnazione di chi ha il culto dei classici”. Così si spiega che un ateo scriva questa monumentale, e meravigliosa, opera corale, facendo una silloge di testi scritturali contenenti la promessa della vita eterna. Il motivo è ancora una volta politico: Brahms, pangermanista più di Wagner, vuole aderire al Protestantesimo per fare un manifesto ideologico. Infatti, Un Requiem Tedesco non è un’opera liturgica. Siccome le ragioni dell’arte sono anche qui più forti, esso è un capolavoro a onta del motivo che ne ha provocato la creazione; e la sensibilità dell’ateo si sente tutta, perché il brano più ispirato è quello che canta che “la carne è come l’erba, e tutta la gloria dell’uomo è come il fiore dell’erba”.

Brahms era, come Mendelssohn, un cultore di Goethe. Così ha lasciato opere corali di spirito, o protestante in senso manierista, come la Rapsodia per contralto, o francamente pagane, come il Canto delle Parche; e così è il Canto del destino, su versi di Hölderlin. Ma il suo rapporto con il Protestantesimo non va circoscritto alla politica. È anche un omaggio struggente, di un Maestro che si sentiva un postumo rispetto a quelli che considerava i veri grandi, alla tradizione dei polifonisti, da Schütz in poi, degli organisti, da Buxtehude in poi, del sommo Bach. Nei tardi anni scrisse Mottetti per coro su testi liturgici; e l’ultima sua opera, un omaggio a Bach, sono gli undici Preludi-corali per organo. L’ultimo è O Welt, ich muss dich lassen: O mondo, debbo abbandonarti. Non possono ascoltarsi, questi Preludi, senza commuoversi.

 

“Noi, generazione ’90: capaci di adattarci a ogni musica”

“È successo come per il lavoro. Avevamo immaginato magari di seguire le orme dei nostri genitori e invece una volta arrivato il momento ci hanno detto che non era più possibile. Diciamo che questa instabilità ha fortificato il nostro spirito di adattamento”. Il paragone è con i supporti musicali, e il soggetto è la generazione nata tra la fine degli anni ‘70 gli ‘80. Quella che ha vissuto tutti i passaggi: “dal vinile di mamma e papà al formato mp3”. A formulare questo parallelo è Isabella Ragonese, “adattabile” per definizione. Attrice, drammaturga, regista e ora anche autrice e conduttrice del programma in onda su Sky dal 16 maggio Retromania: un viaggio attraverso i vari modi di ascoltare la musica. Stasera in prima serata la seconda puntata dedicata alla musicassetta.

Perché questo programma?

La musica è la mia altra passione dopo la recitazione. Ma non sono certo un’esperta, e neanche una presentatrice. Da qui è nata l’idea di una serie di incontri con persone che potessero raccontare il loro personale modo di ascoltarla e spiegarne le peculiarità.

Si dice che la sua generazione sia quella che sa usare tutti i supporti…

E quindi siamo la generazione più sveglia (ride). Diciamo che abbiamo vissuto passaggi epocali. Come quello dal telefono fisso al cellulare. Noi possiamo ancora ricordarci le file in casa con i fratelli aspettando il nostro turno per parlare. Stessa cosa che succede con la musicassetta arrivata dopo il vinile.

Qual è il supporto che piace di più?

Sicuramente la musicassetta. Pensavo di avere dei ricordi tutti miei al riguardo, invece mi sono ritrovata insieme a tanta altra gente che parlava di come riavvolgeva il nastro con la matita, ad esempio.

L’oggetto porta con sé una storia?

Non soltanto quella. Retromania non vuole essere un programma nostalgico. Ci sono anche ragazzi di 20 anni appassionati di musicassette. Anche se quelli che l’hanno usata ti possono raccontare dei viaggi di famiglia ascoltando la musica dall’autoradio o del passaggio – se vuoi – all’ascolto solipsistico con il walkman e le cuffie, contro il ‘vieni a casa mia che ti faccio vedere i miei vinili’.

Come il regalo della compilation su cassetta. Ora ci sono le playlist da condividere su Internet o whatsapp.

Certo. Per questo dico, non voglio fare la nostalgica o parlare di feticci. Ma è chiaro che quando qualcuno ti fa una cassetta fotocopiando la copertina o inventandone una personalizzata, è chiaro che ci ha passato almeno un pomeriggio su quel regalo. Ancora conservo delle cassette con su scritto ‘I love Isa’.

Sentimenti a parte, il supporto cambia anche l’ascolto?

Non è detto che lo migliori. Anzi, uno degli inventori dell’mp3 nella puntata su questo supporto spiega che in realtà l’ascolto è soggettivo. Solo un orecchio assoluto distinguerebbe la differenza. E di orecchi assoluti ce ne sono un paio al mondo. Quindi è una questione di piacere personale più che altro.

E anche di legami emotivi. Nell’incontro con lo scrittore Nicola Lagioia iniziate parlando di musicassetta e arrivate al primo concerto di Vasco Rossi.

Sì, è vero. Avendo la stessa età con Lagioia ci siamo trovati a condividere ricordi che non sempre erano strettamente legati all’audiocassetta. Ma sono tutti legati a quella sensazione di sentirsi dei carbonari della musica. Il proprietario del mio negozio di dischi di fiducia me ne dava una ventina da ascoltare e poi io ne compravo chessò, cinque. Ora le dinamiche sono diverse. Certamente è più semplice. Se qualcuno ti consiglia di ascoltare un brano, puoi farlo immediatamente su Internet. Pagando, spero!

L’ultimo report globale sulla musica dice che i supporti non fisici hanno superato il fatturato di quelli fisici. È questo il futuro.

Il futuro non lo si può fermare. Ma con questo programma vogliamo ricordare a chi l’ha rimosso e a chi non lo sa che ci sono anche altre possibilità e fare in modo che non si dimentichi il passato. Perché il vinile saltava, ma dentro c’era un’umanità.

Soldato Indro, il “ribelle” alla retorica antifascista

Antifascista per i fascisti, fascista per gli antifascisti, Indro Montanelli – il più italiano dei giornalisti, il più giornalista tra gli italiani – fece tesoro dell’eredità di Benito Mussolini quando il 2 giugno 1977, a Milano, uscendo dalla redazione de Il Giornale veniva beccato alle gambe con otto colpi di 7,65 sparati dalle Brigate Rosse. Trafitto nelle carni, rischiava di morire dissanguato ma – facendosi forza – s’aggrappava a un’inferriata e così, dritto, rallentava l’emorragia: “Fu la mia educazione di Balilla a salvarmi la vita, in quel frangente mi ricordai il primo insegnamento dato ai piccoli italiani, morire in piedi!”. Così racconterà lui stesso dopo, in ospedale, ai due lugubri “ometti” suoi colleghi, imbarazzati e comunque giunti in visita al suo capezzale.

Uno era Piero Ottone, direttore del Corriere della Sera, l’altro Arrigo Levi, direttore de La Stampa “che dopo consulto telefonico con Ottone”, annotava Montanelli nei suoi Diari, “aveva a sua volta evitato, nel titolo, il mio nome; due ometti”.

Grande com’è suo solito, Eugenio Scalfari, per la prima pagina di Repubblica commissionava invece una vignetta a Giorgio Forattini facendosi ritrarre nel momento in cui da solo si tirava una pistolettata al piede temendo il dilagare della popolarità di Montanelli, il fascista per eccellenza nella percezione dell’antifascismo conclamato in ogni ordine e rango della società italiana.

Un fascista percepito, dunque, Montanelli. Il Corriere – che pure è il quotidiano che in lui s’invera – nel sottofondo di quegli otto colpi sparati in via Manin, a Milano, ne prendeva le distanze: “Rappresenta e difende posizioni nelle quali non ci riconosciamo”. Un nuovo libro a cura dello storico Mimmo Franzinelli, Indro Montanelli, Io e il Duce, arriva oggi come a restituire al protagonista del giornalismo post-novecentesco una verginità altrimenti oltraggiata facendone, col sollievo dei posteri – e degli ometti che ne omettevano il nome – un antifascista nell’antifascismo.

In un’antologia che comprende, tra gli scritti, recensioni, articoli e il colloquio del giornalista con i suoi lettori (quando, grazie a Paolo Mieli, Montanelli torna in via Solferino, restituito alla sua Stanza) c’è il lungo viaggio dentro e fuori il fascismo di un uomo inequivocabilmente a-fascista e abbastanza anti-antifascista se il blasone dell’Italia nata dalla Resistenza, poi, reitera il conformismo piccolo-borghese degli italiani sempre a servizio di qualunque retorica.

Il dogma filo-tedesco dell’élite intellettuale italiana in orbace si ripete nell’americanismo obbligatorio dell’Italia di appena ieri, di oggi e anche di domani; i leccaculo di Galeazzo Ciano sono uguali ai lacché di mezzo secolo di democrazia, Farinacci e Pavolini litigano come possono litigare Renzi e Calenda, tutto quel che di bene oggi si legge di Sergio Mattarella – con le stesse parole, dagli stessi giornali – si diceva ieri di Sua Maestà il Re.

Il ritratto “irriverente e schietto della debolezza italiana incarnata dal Duce e dal Fascismo” – per come promette lo strillo di copertina – trova certamente conferma nelle pagine di questo volume. Ma “l’amore di una stagione fatta per l’amore” – e magari in casco coloniale e pantaloncini corti al XX Battaglione eritreo – e quell’impronta che marchiò lo “sperpero di speranze” imparando a morire in piedi, fecero di Montanelli un ribelle giammai ingenuo come tutti gli eroi, ma determinato a dire no, fosse pure all’uomo – il socialista di sempre – di cui disse è “un coglione”, per poi tenere fede non a una tessera, cui rinuncia nel 1938, ma a uno stile.

“La verità ha molte facce tra le quali è sempre facile sbagliare”, scrive Montanelli che ebbe sempre uso di mondo nel riconoscere i propri errori e prestarsi alle cautele. Indro, il cui nome deriva da una divinità guerriera d’India, mai ebbe a staccarsi da se stesso. Le tracce, nella sua vita, sono ben più che indizi: il ritratto con dedica di Ernst Jünger – l’ultima Croce di Ferro, l’autore di Der Arbeiter – alle sue spalle, anche quando accettava l’invito alla Festa dell’Unità. L’avere creato al Giornale la più potente pagina culturale mai immaginata nell’Italia del coccodè salottiero (con Jünger, c’erano Eugene Ionesco, Vintila Horia, Augusto Del Noce e Henry Furst, tra gli altri). E poi, anzi – su tutto – il suo primo passo, mai rinnegato, verso “l’amore di una stagione fatta per l’amore”: Berto Ricci, il fondatore de L’Universale. Il poeta che fece di Montanelli quel che restò poi per sempre: un soldato.

Regali avvelenati e manifestazioni Macron sotto assedio costante

Dopo un interrogatorio di 5 ore al tribunale di Parigi, Muriel Pénicaud ha potuto tirare un respiro di sollievo. La ministra del Lavoro ha evitato (per ora) un’iscrizione al registro degli indagati per favoritismo nella vicenda della trasferta a Las Vegas di Emmanuel Macron, nel 2016, quando era ministro dell’Economia. I magistrati hanno confermato per lei, principale artefice della riforma del Lavoro, lo statuto “intermedio” di testimone assistito. L’affaire imbarazza Macron poiché la vicenda lo riguarda in modo diretto. Al centro dell’indagine, aperta dopo le rivelazioni del Canard Enchainé, l’organizzazione del costoso viaggio dell’allora ministro di Hollande al Consumer Electronics Show, affidata alla società Havas da un’agenzia pubblica, Business France, all’epoca diretta dalla Pénicaud. Il sospetto è che Havas abbia ottenuto l’incarico senza regolare gara d’appalto. La ministra, pur avendo riconosciuto degli errori di procedura, smentisce ogni responsabilità e si dice “serena”. Ma alcune mail rivelate da Le Monde mostrerebbero che era stata informata dei problemi di procedura. L’affaire capita in un momento di difficoltà per il governo e il Paese che vive al ritmo degli scioperi. Ieri nella manifestazione unitaria dei sindacati, è stato bruciato un ritratto di Macron, poi scontri fra polizia e black bloc infiltrati nel corteo: 17 persone fermate.