Vittime dei preti pedofili uniti: l’incubo della Santa Sede

Giudicato colpevole, rischia fino a 2 anni di carcere per aver coperto abusi sui minori. Fa rumore la decisione del tribunale di Newcastle in Australia contro l’attuale arcivescovo di Adelaide, il 67enne Philip Wilson, condannato per aver insabbiato le violenze commesse da un collega sacerdote negli anni ’70 nella diocesi di Maitland, 130 chilometri a nord di Sidney.

La decisione della corte australiana è significativa, non solo perché Wilson diventa il più alto prelato al momento condannato per questo tipo di reati da un tribunale ordinario. Ma soprattutto perché per chi ha subito violenza, ottenere giustizia è tutt’altro che scontato. Per almeno due ragioni: da un lato i responsabili vengono spesso pensionati o trasferiti – come nel caso del cardinal Bernard Law di Boston nell’apripista caso Spotlight, emerso nel 2003, che fu mandato a Roma. Dall’altro perché alcune Chiese, come quella Usa, scelgono la strada del risarcimento economico nei confronti delle vittime.

Dopo il lavoro della magistratura in Usa, l’Australia è uno dei Paesi al mondo che più è spesi per far emergere i reati di pedofilia da parte del clero cattolico. Nel 2012 l’allora primo ministro laburista Julia Gillard istituì una commissione d’inchiesta (la Royal Commission), che avrebbe lavorato per oltre di cinque anni, raccogliendo migliaia di testimonianze. Il rapporto finale, pubblicato lo scorso dicembre, documenta più di 40.000 casi di violenza, risalenti agli anni ’80 e ’90, 2500 dei quali sono stati comunicati alle autorità competenti. L’attuale premier australiano Malcom Turnbull, commentando la relazione finale della commissione, l’ha definita senza mezzi termini una “tragedia nazionale”.

Chiamato in causa nello scandalo, anche il cardinale George Pell, già arcivescovo di Sidney e primate della chiesa australiana, oggi responsabile del dicastero economico della Santa Sede – in sostanza una dei più alti in grado nella gerarchia vaticana.

Il 1° maggio un tribunale ha rinviato a giudizio il porporato con l’accusa di abusi sessuali commessi sia durante il suo ministero a Melbourne, che prima, nella sua città natale, Ballart. Quello del 76enne Pell, cardinale già in età di pensione ma non ancora dimissionato da Papa Francesco, causa grande imbarazzo entro le mura vaticane.

Un imbarazzo che almeno in un altro caso recente non ha potuto non generare conseguenze. Solo venerdì scorso, tutti i 34 vescovi cileni hanno rassegnato le dimissioni a Papa Francesco, dopo che nel Paese latinoamericano sono emersi anni di violenze e coperture. La conferenza episcopale ha invocato il “perdono per il dolore causato alle vittime per i nostri gravi errori e omissioni”. Il caso clamoroso da cui la Chiesa cilena è stata scossa è quello di padre Ferdinando Karadima, responsabile negli anni ’70 e ’80 di numerose violenze e “condannato” a “seguire una vita di preghiere e penitenze” dalle stesse gerarchie ecclesiastiche nel 2011.

E in Italia? “Al contrario di quello australiano, il nostro governo è inadempiente rispetto alle convezioni internazionali di protezione dei minori”, afferma Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso – associazione italiana di vittime del clero. “Lo scorso anno grazie al deputato Matteo Mantero (M5S), abbiamo depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere quella tutela per la vittime che oggi manca. E dal 4 all’ 8 giugno saremo all’Onu a Ginevra per manifestare insieme a tutte le associazioni di vittime del mondo”.

Il bravo scolaretto Zuckerberg passa l’esame anche in Europa

La domanda migliore rivolta al fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, ieri in audizione al Parlamento europeo a Bruxelles, ha più il sapore di una ramanzina e arriva dal leader di Alde, Guy Verhofstadt: “Signor Zuckerberg, vuole essere ricordato insieme a Bill Gates e Steve Jobs come un uomo che ha rivoluzionato il mondo o come colui che ha creato un mostro tecnologico che distrugge la nostra democrazia?”.

Subito dopo, va in scena la tappa europea del tour delle scuse di Mark, dopo quelle al Congresso americano. La conclusione è che Zuckerberg se la cava e l’Ue resta senza grandi risposte. Il copione è il seguente: Zuckerberg chiede scusa (“Non abbiamo fatto abbastanza per impedire che gli strumenti fossero usati nel modo sbagliato”) e gli europarlamentari fanno le loro domande (molte, una dietro l’altra), Zuckerberg è lì per rispondere sulle questioni legate all’uso dei dati degli utenti e allo scandalo Cambridge Analytica e gli europarlamentari – non tutti, certo – chiedono invece delucidazioni su bullismo, hate speech, elezioni e fake news.

E quindi si procede con gli annunci: lotta contro tutto il male, via i bulli da Facebook, benvenuti nuovi strumenti per le fake news, implementazione dell’Intelligenza Artificiale per la lotta al terrorismo, agli account fasulli e per moderare post e discussioni, maggiore attenzione per evitare quell’interferenza russa di cui non si sono accorti con sufficiente anticipo. Solo alla fine, nel calderone, arriva la privacy.

“Ha detto che applicherete gli standard europei sulla privacy, ma ci sta dicendo la verità? – chiede ancora Verhofstadt – perché dallo scoppio di Cambridge Analytica, lei ha trasferito in massa dati europei di cittadini non europei in server fuori dall’Europa”.

Zuckerberg si limita a ribadire più volte che Facebook si adeguerà al nuovo regolamento europeo (il Gdpr) a partire dal 25 maggio, spiega che si stanno analizzando migliaia di applicazioni per verificare che i dati siano raccolti e utilizzati correttamente e spiega che il social non aspetterà più le segnalazioni degli utenti ma indagherà “proattivamente” per cercare le violazioni. “Abbiamo ottenuto le scuse di Zuckerberg – ha detto il presidente del Parlamento Ue , antonio Tajani – . Non bastano ovviamente, lui ci ha fornito alcune rassicurazioni, vigileremo perché siano rispettate”.

“Falsi raid col gas, jihadisti cinesi, mine italiane”

Un attacco con armi chimiche non si affronta certo a mani nude e con acqua di rubinetto, come stessi facendo una doccia in giardino. I video e le immagini che hanno fatto il giro del web, sono davvero un’offesa all’intelligenza.”

Il dottor Gigi Sigona, neurochirurgo dell’equipe di Emergenza Sorrisi Ong, cura i bimbi affetti dal “labbro leporino”, malformazione causata spesso da problemi di malnutrizione durante la gravidanza. Capitanata dal chirurgo Fabio M. Abenavoli, l’equipe opera in Centrafrica, Iraq, Afghanistan e, dal 2017 ha compiuto missioni in Siria.

“Benché la Siria non sia un paese sottosviluppato, anzi ricco di giacimenti di petrolio e gas, esiste un’altissima emergenza sanitaria. Causa l’embargo imposto dall’Onu non arrivano più i ricambi per le attrezzature sanitarie, i farmaci scarseggiano”.

L’embargo Onu è contro il regime autoritario di Assad.

La Siria è un Paese profondamente laico: le donne sono libere di scegliere tra minigonne e chador, il burka non esiste. Istruzione garantita e gratuita per tutti. Il popolo sostiene Assad perché vuole che il Paese rimanga laico.

Anche sulle armi chimiche ci sono versioni contrastanti.

È singolare le vittime degli attacchi col gas siano sempre e solo bambini e civili indifesi, e guarda caso a favore di telecamere. Quando l’esercito liberò Aleppo un collega di Damasco mi disse: ‘Vedrai che ora diranno che Assad sta usando i gas’. La missione stava finendo e non gli diedi peso. Pochi giorni dopo sentii in tv che i famigerati “berretti bianchi” sostenevano che Assad stesse utilizzando armi chimiche e poi scattò il raid occidentale. Stesso copione non appena l’esercito liberò Ghouta.

Trump s’affrettò a dichiarare ‘missione compiuta’, compiacendosi dell’assoluta precisione dei raid.

Non è stata documentata in tutta Damasco una sola esplosione compatibile con quella di un deposito di gas, che avrebbe generato una nube e prodotto un massacro in una città di 7 milioni di abitanti.

Anche sull’Isis si sa poco.

Un mistero che si infittisce quando in obitorio arrivano cadaveri cinesi… Come si spiega siano dotati di armi più moderne di quelle obsolete dei soldati siriani? Visto che sono terroristi, chi li rifornisce? E chi gli procura le mine italiane, le cui schegge con inequivocabili scritte, ho ritrovato nelle gambe di tanti soldati operati a Damasco?”

Il tramonto senza eredità del “vecchio” Mr. Palestine

Il presidente palestinese Abu Mazen, ancora sofferente di polmonite, resta ricoverato in ospedale a Ramallah. “Sta bene, ma deve fare attenzione”, fa sapere il portavoce dell’istituto medico Istishari alla periferia della città. Le foto del presidente che cammina in vestaglia nei corridoi e legge un giornale in poltrona mentre si trova in compagnia dei figli Yasser e Tareq, sono state diffuse dallo staff ieri mattina presto, con la chiara intenzione di fermare le voci secondo le quali le condizioni erano più grave di quanto ufficialmente riportato.

Il presidente dell’Anp è stato ricoverato in ospedale domenica con la febbre alta, per la terza volta in 7 giorni. La settimana scorsa, ha subito un lieve intervento all’orecchio. I sintomi sono stati inizialmente presentati come complicazioni dell’operazione, prima che il direttore dell’ospedale Saed Sarahna affermasse che il leader soffriva di una seria “infezione polmonare”.

Lo stato di salute di Mr. Palestine è regolarmente oggetto di voci e speculazioni. Abu Mazen, 82 anni, ha sofferto di vari disturbi – compreso un tumore alla prostata e un problema serio a un rene – e rimane un forte fumatore. Anche se viaggia ancora spesso all’estero, la parola d’ordine a Ramallah è che quando il raìs si trova in Cisgiordania, il programma giornaliero deve essere ridotto. Spesso mostra segni di impazienza e comportamenti descritti dai suoi collaboratori come capricciosi e arrabbiati.

L’età avanzata e la salute di Abbas potrebbero aver contribuito ad alcune delle sue recenti affermazioni. Ad aprile nel suo intervento davanti al Consiglio nazionale palestinese ha accennato al fatto che gli ebrei erano parzialmente responsabili di ciò che accadde loro nell’Olocausto, salvo poi scusarsi il giorno dopo. Si è fatto rieleggere per acclamazione, senza un voto fra i delegati. L’intera scena è sembrata è un ritorno a Castro o Ceausescu e ha lasciato molti osservatori palestinesi nella disperazione.

Per i funzionari della sicurezza israeliani questo è l’inizio della fine dell’era di Abu Mazen, anche se non è chiaro quanto tempo prenderà l’intero processo. Perché fra l’altro se la sua salute lo costringesse a ritirarsi, l’identità del suo erede non è evidente. Il presidente dell’Anp non ha nominato alcun successore e ha nelle sue mani tre diverse cariche: è presidente dell’Anp, presidente dell’Olp e capo di Fatah. A Gerusalemme si ritiene che sia più probabile che se venisse a mancare Abu Mazen verrebbe sostituito, almeno temporaneamente, da un gruppo che potrebbe includere alti dirigenti di Fatah, funzionari con esperienza diplomatica e rappresentanti delle agenzie di sicurezza.

I nomi includono Jibril Rajoub, ex capo della Preventive Security dell’Anp che neha diretto la Federcalcio palestinese. Nasser Al Kidqa, ex ministro degli Esteri e nipote di Arafat. Un altro contendente è Mahmoud al-Aloul, ex governatore di Nablus ora vice di Abu Mazen dentro Fatah. Majid Faraj, il capo dell’intelligence della Cisgiordania, uomo forte vicino al presidente, ma con poche possibilità. I futuri leader verranno dalle file di Fatah, ma avranno bisogno di anni per consolidare il potere.

Col digitale ritorna l’imprenditore dopo il secolo dei manager

 

Nei testi fondativi dell’economia politica l’imprenditore non esiste: all’inizio in inglese non c’è neppure il termine, bisogna usare il francese “entrapreneur”. Da Adam Smith a David Ricardo, i pensatori delle origini cercano di cogliere le leggi profonde che regolano l’economia con un approccio che, pur considerando anche le pulsioni degli individui, finisce per essere deterministico. Conta il capitale, non l’imprenditore. Nel suo saggio breve ma denso Giuseppe Berta, prolifico e sempre acuto storico di quell’economia che passa dalle fabbriche, indaga “L’enigma dell’imprenditore”: la scoperta del suo ruolo come forza motrice dell’economia e poi la sua eclissi, nel lungo “secolo dei manager”, cioè il Novecento, con il mito dell’impresa a proprietà diffusa affidata a un professionista della gestione. L’imprenditore deve farsi da parte, accontentarsi di fare il padrone. Poi arriva il digitale, l’economia della conoscenza: sulla copertina campeggia Steve Jobs, il più famoso tra gli imprenditori che rottamano i manager perché non cercano di gestire, ma di innovare, di conquistare territori inesplorati anziché usare l’accortezza del buon padre di famiglia che amministra beni altrui. È la rivincita di Joseph Schumpeter e della distruzione creatrice.

L’economia però è fluida, l’equilibrio di oggi è pronto a rompersi domani: il ventennio degli startupper che diventano miliardari sta già lasciando posto a un mondo di pochi, ricchissimi e capricciosi signori degli algoritmi e una pletora di sedicenti imprenditori che in realtà sono semplicemente autisti, fattorini, traduttori o cuochi senza contratti e tutele.

Coldiretti rivuole i voucher: persi 50 mila posti. I sindacati: falso

“Senza i voucher dobbiamo dire addio a 50 mila posti nell’agricoltura”. Torna alla carica la Coldiretti e chiede la reintroduzione dei buoni lavoro, quelli che fino all’anno scorso hanno permesso alle imprese di servirsi di lavoratori (senza diritti) per 7,5 euro all’ora.

Ripristinare qualcosa che assomigli ai ticket aboliti nel 2017 è un’idea contenuta nel contratto di governo “penta-leghista”, anche se ancora in fase embrionale. Intanto, la sponda dell’associazione agricola non si è fatta attendere, visto anche l’approssimarsi dell’estate. “Questo è il periodo di maggior impiego di lavoro nelle campagne – spiegano – a partire dalle attività di raccolta di verdura e frutta come ciliegie, albicocche o pesche, fino ad arrivare alla vendemmia di settembre. Secondo un sondaggio di Coldiretti e Ixè, il 68% dei giovani italiani sarebbe disponibile a partecipare alla vendemmia o alla raccolta della frutta”. Insomma, l’esercito di braccianti è pronto ma mancherebbe uno strumento per assumerli. Alla Coldiretti non bastano nemmeno i PrestO, introdotti dal governo Gentiloni nell’estate 2017 proprio per sostituire i vecchi voucher. Il salario netto orario di questo nuovo sistema, in agricoltura, è addirittura più basso dei precedenti 7,5 euro: “La nuova normativa – fanno tuttavia notare – è stata un vero flop nel nostro settore, ha fatto crollare del 98% in valore l’uso dei buoni lavoro per effetto di un eccesso di inutile burocrazia”. “I voucher – insistono dall’associazione – hanno aiutato ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti e a mantenere attivi molti anziani pensionati nelle campagne, senza gli abusi che si sono verificati in altri settori”. Posizioni quindi molto vicine a quelle assunte da Lega e Movimento Cinque Stelle nell’accordo raggiunto per il nascituro governo: “La sostituzione dei voucher con il contratto di prestazione occasionale ha solo reso più complesso il ricorso al lavoro accessorio – si legge nel documento – col rischio di un aumento del sommerso. Occorre introdurre un nuovo strumento chiaro e semplice che non si presti ad abusi”.

Il sindacato degli agricoli Cgil, la Flai, la pensa esattamente all’opposto. “In questo settore – spiega Umberto Franciosi – di fatto si viene già pagati alla giornata. Funziona così: le imprese comunicano preventivamente all’Inps un numero presunto di giornate e poi di fatto chiamano i braccianti solo quando hanno bisogno”. Insomma, esiste già un grado di flessibilità che permette alle aziende di cautelarsi in caso di intemperie o ritardo nella maturazione. “Reintrodurre i voucher – conclude Franciosi – servirebbe solo a pagare di meno i lavoratori”.

Caro Petrolio, una macchia nera sulla strada per le vacanze

Se esistesse l’equivalente del punto G nell’immaginario degli operatori sul mercato mondiale del petrolio, probabilmente sarebbe posizionato poco sopra gli 80 dollari al barile. Dai primi anni di questo secolo i maggiori produttori e intermediari globali ritengono che tale livello costituisca un punto di equilibrio. In pratica stimano che possa essere un prezzo sostenibile per le economie energivore – sia quelle sviluppate che quelle emergenti come Cina e India – ma conveniente anche per le società petrolifere private o pubbliche. Inoltre il barile a 80 dollari remunera adeguatamente gli enormi investimenti per l’esplorazione dei giacimenti e la messa in opera dei nuovi campi petroliferi. Quindi se il prezzo del greggio rimanesse sopra gli 80 dollari, la strategia dei tagli alla produzione Opec architettata dall’Arabia Saudita (e sposata dalla Russia) per invertire la caduta dei prezzi energetici avrebbe successo.

Ma il concetto di equilibrio nel mercato del petrolio, da due secoli, cozza contro una realtà complessa. È vero che il trend al rialzo dei mesi passati ha subito un’accelerazione dopo che Donald Trump ha ripudiato l’accordo sul nucleare con l’Iran e si appresta a imporre di nuovo sanzioni draconiane. Ma è ipotizzabile che si tratti di un fattore temporaneo e che l’impennata dei prezzi si arresti una volta toccato il punto G? Purtroppo per i consumatori, la risposta è no. Le tensioni geopolitiche non si placheranno presto e le forze di mercato sono in fibrillazione. Sui libri si impara che il prezzo non lo fissa il produttore maggiore, bensì il produttore marginale, cioè l’ultimo che trova un consumatore disposto a sborsare un ammontare pari al suo (alto) costo di estrazione. Però quando si tratta di mercato del petrolio i libri e i modelli predittivi non aiutano per due motivi spesso trascurati da economisti ciarlieri e trader dalla memoria ittica:

1) Il costo di estrazione relativo ad un pozzo di petrolio si conosce solo ex post, vale a dire quando il giacimento è esaurito. A quel punto si contano i barili estratti, si sommano tutti i costi sostenuti e si calcola il rapporto. Ex ante le dimensioni del giacimento sono incerte e se il prezzo del petrolio scende troppo, il pozzo viene tappato prematuramente.

2) Le oscillazioni di prezzo dipendono dalla elasticità di lungo periodo delle curve di domanda e offerta. Tradotto: dipende da chi ha più potere di mercato tra consumatore e produttore, o se preferite, chi ha il coltello dalla parte del manico.

Questo secondo fenomeno è esaminato nel classico Modello della Ragnatela. In pratica quando per aumentare la produzione in un settore occorrono diversi anni (per la costruzione degli impianti o per la messa a coltura dei terreni), si innescano delle oscillazioni virulente che nel migliore dei casi si attenuano solo dopo molti anni e nel peggiore persistono e si inaspriscono indefinitamente. In parole povere, quando la domanda è fiacca o l’offerta eccessiva, pochi investono e molti chiudono. Quando poi la domanda si riprende occorre tempo per installare nuova capacità produttiva. In questo periodo di transizione i prezzi si impennano. Ed è esattamente quello che sta verificandosi nel mercato del petrolio. Tra inizio 2008 e aprile 2018 l’output di petrolio negli Usa è raddoppiato raggiungendo i 10,62 milioni di barili al giorno grazie al contributo dei giacimenti non convenzionali (in gergo shale oil o tight oil). Ciò ha determinato il crollo dei prezzi mondiali dal 2014 al 2017 (e un aumento mostruoso delle scorte). Ma come effetto collaterale, gli investimenti nella ricerca di giacimenti convenzionali si sono arenati e il tasso di esaurimento dei pozzi convenzionali ha causato l’esaurimento graduale delle scorte.

Queste dinamiche non erano state contemplate da quasi tutti gli istituti di previsioni, dagli economisti di mercato e dalle organizzazioni internazionali che si ostinano a utilizzare i modelli obsoleti degli anni 70 basati su equazioni lineari, appresi nei corsi di econometria per poeti.

Fino a poche settimane fa, cotali ineffabili soloni propagavano la loro convinzione che solo nel prossimo decennio il prezzo del barile avrebbe riguadagnato quota 80 dollari. Questa fola ha anestetizzato la percezione del rischio in tutti i gangli vitali dell’economia mondiale: il settore industriale si è illuso di poter contare su energia a basso costo, i consumatori hanno ripreso a comprare Suv e i policy makers si sono addormentati persuasi che l’inflazione era stata debellata e i tassi di interesse sarebbero rimasti assurdamente bassi.

Per l’Italia il risveglio sarà brutalmente crudele: i consumatori in estate al distributore potrebbero pagare la benzina intorno a 2 euro al litro e di conseguenza la domanda di altri beni e servizi si ridurrà. Inoltre i prezzi energetici spingeranno tutta la filiera del valore con un impatto sostanziale sui salari reali. Infine, il governo dovrà fronteggiare un’ulteriore spinta al rialzo dei tassi di interesse sul debito pubblico proprio in concomitanza con la fine della droga monetaria della Bce. Insomma, per fare il pieno non contate sul reddito di cittadinanza.

Dopo Tim, Thyssenkrupp: il fondo Elliott rastrella le azioni

Il fondo degli Stati Uniti Elliott starebbe accumulando una quota nel capitale nel gruppo tedesco Thyssenkrupp con l’idea di cambiare l’attuale amministratore delegato, Heinrich Hiesinger. Lo scrive l’agenzia Bloomberg citando fonti vicine alla vicenda.

In linea con la solita strategia – vista di recente in Italia con la scalata di Tim e in Corea con Hyundai – il fondo attivista di Paul Singer potrebbe superare nelle prossime settimane le soglie rilevanti del 3 o del 5 per cento, che dovrà comunicare al mercato. Sulle indiscrezioni di Bloomberg il titolo del gruppo Thyssenkrupp guadagna alla Borsa di Francoforte il 6,9 per cento, dopo aver toccato rialzi dell’8 per cento.

Il fondo Elliott nelle scorse settimane ha vinto la battaglia con i francesi di Vincent Bollorè. Elliott prima ha rastrellato quote di Tim, poi, forte dell’appoggio del governo, ha scalzato gli uomini di Vivendi, piazzando i suoi manager nel cda.

 

Confindustria, il Sole azzoppa il bilancio. In uscita l’ad Moscetti

Il bilancio 2017 di Confindustria chiude in rosso, azzoppato dai conti del Sole 24 Ore. Proprio al quotidiano della confindustria, peraltro, è in vista un ribaltone al vertice: l’amministratore delegato e direttore generale di Ansa, Giuseppe Cerbone – rivela LaPresse – sarebbe pronto a lasciare l’incarico per diventare a.d. del Gruppo Sole 24 Ore al posto di Franco Moscetti. Cerbone, nato a Napoli nel 1958, aveva già ricoperto due volte gli incarichi di amministratore delegato e direttore generale all’interno del Gruppo Sole 24 Ore. Il quotidiano ha dovuto varare un aumento di capitale da 50 milioni per evitare il dissesto (gli ex vertici sono indagati per falso in bilancio dalla procura di Milano), chiuso a novembre scorso.

Ieri intanto Confindustria ha approvato il bilancio 2017, che registra “un disavanzo della gestione operativa e finanziaria di euro 696.344”. “Il risultato negativo – spiega una nota – è principalmente attribuito a spese non correnti evidenziate nella voce consulenze per attività correlate al Sole 24 Ore, nonché per la riduzione dei proventi finanziari conseguenti al disinvestimento di una significativa parte del patrimonio per la raccolta di liquidità destinata all’aumento di capitale realizzato nel mese di novembre” per evitare il crac del quotidiano.

Via dell’Astronomia sottolinea che, “dal punto di vista patrimoniale, Confindustria è finanziariamente solida. Ha un patrimonio netto di 208 milioni di euro con una ‘riserva attività istituzionali’ di 51,5 milioni di euro.

Il “totale oneri”, i costi sostenuti nell’anno, è stato pari a 37,6 milioni di euro e “continua comunque ad attestarsi al di sotto dei livelli registrati a partire dal 2000”. Nel periodo 2012-2017 “la riduzione complessiva dei costi gestionali è stata di euro 1.569.826, al fine anche di compensare gli oneri straordinari dell’esercizio”. Confindustria prevede che “l’implementazione del piano strategico 2018-2020 porterà un’ulteriore significativa contrazione degli oneri gestionali grazie ad una riorganizzazione interna della struttura in coerenza e in continuità con l’importante azione già realizzata”.

Mps, lo scontro per rivedere l’uscita dello Stato

Se mai nascerà, il governo M5S-Lega punterà ad aprire un negoziato per rivedere l’uscita dello Stato dal Monte dei Paschi, oggi prevista nel 2021, ma che il Tesoro guidato da Pier Carlo Padoan puntava ad accelerare. È quanto filtra negli ambienti finanziari.

Nei giorni scorsi lo scontro tra Padoan e il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi ha creato scalpore. Il contratto di governo prevede che “lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto in un’ottica di servizio”. Giovedì scorso, Borghi ha parlato di avvicendamento ai vertici e di una conferma nel lungo termine della proprietà pubblica “senza venderla a chissachì”. Il titolo di Mps è sceso in Borsa (-8%). Parole che per Padoan hanno creato una “crisi di fiducia” che “mette a repentaglio l’investimento effettuato con risorse pubbliche (…) tirandosi dietro il risparmio degli italiani”.

Con l’attuale assetto di Borsa, basta poco per creare grosse oscillazioni del titolo. Certo è che da quando si è insediato il governo Renzi (febbraio 2014, Padoan ministro) Mps ha bruciato 15 miliardi di capitalizzazione di Borsa. Il valore del titolo, rettificato per i diversi raggruppamenti, ha perso 455 euro (-99%). Nel 2016 – perso inseguendo l’aumento di capitale “di mercato” affidato a Jp Morgan e conclusosi con il soccorso statale – Mps ha perso 28 miliardi di raccolta.

A giugno 2017 il Tesoro ha speso 5,4 miliardi per salvare Mps, di cui ha il 70%. Oggi la minusvalenza teorica è di quasi 3 miliardi. Il piano di ristrutturazione concordato con Bce e Ue prevede che lo Stato esca nel 2021. Per evitare di perderci dovrebbe rivendere la quota a 6 euro per azione (oggi è a 2,8), valore difficile da raggiungere in Borsa e da spuntare sul mercato visto che l’obbligo Ue mette il venditore in una posizione di debolezza. Dal Tesoro è stata fatta filtrare l’intenzione di avviare l’iter di uscita già nel 2019, una data che non è prevista negli accordi.

Stando a quanto filtra, le intenzioni del futuro esecutivo sono quelle di rinegoziare l’accordo per evitare l’uscita dello Stato. Senza accordo con l’Ue, si rischia una procedura per aiuti di Stato e la Bce potrebbe mandare la banca in “risoluzione”. L’altro obiettivo sarebbe quello di ridurre la chiusura delle filiali. Il consiglio regionale della Tascoana ha votato all’unanimità una mozione per evitare di chiudere quelle “nelle zone montane per garantire un servizio adeguato ai cittadini”. Il guaio è che Mps ha già varato un forte ridimensionamento. Il piano prevede la chiusura del 30% delle fliliali per arrivare a 1.432 nel 2021 (dalle 2.032 del 2016). Oggi sono a già a 1.597. Dovranno poi uscire altri 3mila dipendenti.

Quel che è certo è che le norme Ue prevedono lo slittamento della data per la cessione (è già avvenuto due volte per Etruria & C), ma molto dipenderà anche dall’atteggiamento della nuova Commissone Ue che si insedierà nel 2019. L’ipotesi di cedere la quota statale alla pubblica Cassa depositi e prestiti è invece ostacolata dal fatto che porterebbe Cdp sotto la vigilanza della Bce e imporrebbe un forte aumento di capitale.