Iliad, lo sbarco in Italia aiuta gli utenti e spaventa il settore

“Noi ci guadagniamo anche solo con 2 euro, vi state facendo fregare”. L’industriale Xavier Niel aveva spiegato così ai francesi che la telefonia mobile d’Oltralpe era davvero troppo cara. Era il gennaio 2012 e la sua Iliad, dopo aver rivoluzionato il mercato dell’Adsl, entrava nella telefonia mobile. Quella frase torna d’attualità ora che l’azienda transalpina si appresta a sbarcare in Italia entro il 21 giugno. Con quali promesse? Abbattere i costi e rendere più trasparente il mercato. Inutile dire che i propositi di Iliad sono musica per le orecchie delle associazioni dei consumatori sul piede di guerra contro gli attuali operatori, Tim, Vodafone e Wind-Tre, per la fatturazione a 28 giorni e gli sconti vincolati a clausole e postille di ogni genere. Servirà però ancora qualche giorno per vedere poi effettivamente come Iliad declinerà le sue promesse: al momento, le offerte commerciali del futuro quarto operatore italiano sono ancora top secret.

Per avere un’idea del potenziale di aggressività di Iliad basti pensare che nel 2012, ad appena due mesi dall’ingresso sul mercato francese, le tariffe della telefonia mobile scesero dell’8% per arrivare a perdere l’11% sull’intero anno e il 27% nel 2013. Rispetto a sei anni fa, però, il mercato della telefonia si è sgonfiato perfino nell’ingessata Italia e i margini per abbattere i prezzi non sono più così ampi: secondo gli ultimi dati dell’Agcom, l’authority delle telecomunicazioni, tra il 2012 e il 2016 in Italia le tariffe sono già scese del 22%. Per Iliad, però, possono ancora essere ridotte, erodendo i margini degli operatori che, come accaduto in Francia, saranno poi probabilmente obbligati a tagliare spese e personale (cioè esuberi). “Se si considerano tutti gli extra-costi generati da contratti opachi, c’è spazio per ridurre i prezzi”, spiega al Fatto l’amministratore delegato di Iliad in Italia, Benedetto Levi.

Per questo, con un sito ad hoc, Iliad ha invitato gli utenti italiani a “cambiare il mondo della telefonia”, come in Francia dove le offerte Free (il suo marchio) sono ancora oggi a prezzi stracciati. A Parigi bastano appena due euro per avere due ore di conversazione, sms e mms senza limiti e 50 Giga di navigazione Internet. Ce ne vogliono invece 19,99 per un tutto compreso senza limiti voce e dati. Offerte così aggressive suonano come una dichiarazione di guerra per gli altri operatori che da anni in Italia si spartiscono un mercato da 16 miliardi. Nell’aria c’è un certo nervosismo, come testimonia il fatto che Vodafone si sia premurata di registrare in Italia il marchio Free, per sfilarlo al rivale. O ancora che Tim abbia deciso di lanciare l’operatore low cost Kena Mobile per “prevenire” le offerte a buon mercato di Iliad, il cui proprietario, a un certo punto, aveva anche fatto capolino nel capitale dell’ex monopolista presidiato a suo tempo dalla Vivendi di Vincent Bolloré. Dal canto suo, Iliad mantiene il massimo riserbo non solo sulle future offerte commerciali, ma anche sugli obiettivi della campagna d’Italia. Per ora il Gruppo ha svelato solo che punta a rientrare dei costi con una quota di mercato inferiore al 10%. Ma in Francia, ha riferito l’agenzia Afp, corre voce che il gruppo di Niel punti al 15% nel giro di un paio di anni e al 25% sul medio termine.

Intanto, si legge nel bilancio di Iliad, “nel quadro dello sviluppo del suo progetto italiano, il gruppo ha investito 314 milioni nel 2017 di cui 50 per l’acquisto delle frequenze da Wind/Tre e 220 versati allo Stato per il rinnovo delle frequenze 1800 MHz fino al 2029”. L’investimento, che ha fatto scattare oltre 150 assunzioni in Italia, è destinato a salire nella fase di start-up pesando sul gruppo che, in occasione della presentazione dei conti del primo trimestre 2018, ha subito una pesante batosta in Borsa (-18%) per via di una performance inferiore alle attese. Ma a Parigi l’impressione è che si tratti di un incidente di percorso che non frenerà il progetto di internazionalizzazione. Un piano che in Italia partirebbe dalla telefonia mobile per poi allargarsi a quella fissa e toccare infine i contenuti, segmento che Oltralpe Niel, assieme all’ex banchiere di Lazard, Matthieu Pigasse, presidia non solo con una consistente quota nel quotidiano Le Monde (attivo nel rivelare i guai del rivale Bollorè) e nel settimanale L’Obs, ma anche con il fondo d’investimento Mediawan.

“Oggi siamo concentrati sul lancio dei servizi di telefonia mobile per portare trasparenza in un mercato in cui i tre principali operatori si dividono la torta e non hanno interesse a smuovere lo status quo – conclude Levi –. Siamo interessati al 5G nell’ambito del nostro progetto di sviluppo. Nella seconda fase penseremo al fisso, ma al momento è prematuro parlare d’altro benché sia nel dna dell’azienda”.

Tim si abbellisce il bilancio con l’aiuto pubblico: cassa integrazione ma senza crisi

Può cambiare l’assetto proprietario, possono cambiare i rapporti di forza ma la Telecom Italia, che come vedremo mostra una delle redditività industriali tre la più alte tra i suoi concorrenti europei, non smette le cattive abitudini di sempre. Tagliare costi, annunciare esuberi, ricorrere alla cassa integrazione pur con bilanci floridi. È quanto ha fatto ancora pochi giorni fa annunciando l’ennesimo piano di ristrutturazione del personale. Cassa integrazione a rotazione per 29 mila dipendenti per 29 giorni nell’arco di 12 mesi. Una manovra che equivale a 2.800 unità di costo del personale abbattute. L’azienda ha anche quantificato che l’operazione taglia-costi del lavoro consentirà un risparmio di 100 milioni. I grandi giornali hanno dato la notizia senza nessun approfondimento. Come se fosse normale varare l’ennesimo piano di taglio dei costi del personale. Nessuno si è preso la briga di chiedersi quanto il ricorso alla Cigs (il cui onere non dimentichiamolo cade in parte sulle casse pubbliche via Inps) sia motivato da eventuali difficoltà del Gruppo telefonico. I numeri del colosso delle Tlc, impegnato nell’ennesima battaglia per il controllo, dicono il contrario. Telecom nel 2017 ha prodotto ricavi per 19,8 miliardi con un margine industriale lordo di ben 7,8 miliardi pari al 39,3%. Invidiabile se confrontato con altri operatori europei. Quel margine (alto) sconta già la sottrazione del costo del lavoro. È una variabile così critica tale da giustificare la richiesta al ministero degli ammortizzatori sociali? Alzerebbe ulteriormente una profittabilità industriale già elevata? La risposta è no. I 59 mila dipendenti del gruppo a livello globale sono costati nel 2017 alle casse di Tim 3,6 miliardi pari a solo il 18% del monte ricavi. Un numero assolutamente in linea con le gestioni più efficienti. Basta scorrere l’ultimo rapporto sulle Tlc europee dell’Ufficio studi di Mediobanca per scoprire che la produttività e il costo del lavoro non sono certo una zavorra per Telecom Italia. Anzi. Nel 2016 Tim vantava una delle produttività del lavoro tra le più alte in Europa. Il valore aggiunto prodotto pro-capite si collocava a 118 mila euro a fronte di un costo del lavoro pro-capite di 51 mila euro. Peggio fanno società come Deutsche Telekom, Vodafone, Orange, Bt e Telefonica. E dal 2016 poco è cambiato. L’ufficio studi di Mediobanca ci ricorda che l’azienda telefonica italiana ha un primato in Europa quanto a redditività. Il margine operativo netto si colloca al 20% dei ricavi. I big della telefonia europea stanno tutti sotto questa performance. Del resto i numeri del 2017 e del primo trimestre del 2018 confermano lo stato di ottima salute del Gruppo. Tim continua ad avere un rapporto MOL sui ricavi al 39%. Nel 2017 ha prodotto utili netti per 1,27 miliardi: vale a dire che ogni 100 euro incassati 6,4 euro si trasformano in ricchezza netta. C’è da chiedersi di fronte a questi numeri del bilancio dove sia l’urgenza e la necessità improrogabile di operare un altro snellimento del personale. Il dimagrimento degli organici però pare essere un chiodo fisso, una sorta di totem indiscutibile dei manager che si susseguono sulla tolda di comando del Gruppo. Nel 2013 i dipendenti erano 65 mila oggi sono scesi a 59 mila, ma come visto, il loro peso sui conti non appare affatto fuori controllo. Ogni 100 euro di fatturato il personale ne costa solo 18. Per un’azienda di servizi non è un parametro fuori mercato. Eppure si perservera. Si chiama il ministero del Lavoro per ottenere ammortizzatori sociali per una crisi che non c’è. Piuttosto occorrerebbe ricordare che solo di liquidazione l’ex amministratore delegato Flavio Cattaneo ha ottenuto 25 milioni per 15 mesi di lavoro in Tim. Un costo di un quarto dell’intera manovra di Cigs attuale che riguarda però ben 29 mila dipendenti. Un abisso di valutazioni. Oppure andrebbe chiesto all’amministratore Genish, espressione del socio forte francese Vivendi, a cosa servano e soprattutto cosa producono di valore aggiunto quei 223 milioni che la società ha speso nel solo 2017 a livello consolidato sotto la voce consulenze e prestazioni professionali. Un costo che è più del doppio del risparmio che si otterrà dall’operazione cassa integrazione. Tra l’altro quei costi per le consulenze sono addirittura aumentati. Nel 2016 la spesa era stata di 186 milioni. Anche in questo caso ben superiore ai risparmi della manovra taglia-costi del lavoro. Se si cerca efficienza à go-go forse non è su salari e stipendi che i manager di Tim dovrebbero guardare, ma invece su altri costi, più opachi e sulla cui opportunità andrebbe fatta luce. Nel bilancio del 2017 a livello di gruppo c’è una voce che vale ben un terzo del totale dei costi del lavoro. È la voce “altri costi operativi” che è ammontata in quell’anno alla cifra di 1,2 miliardi. Non pochi (per essere rubricati sotto la voce altri costi) e tra l’altro in aumento di oltre 100 milioni sull’esercizio 2016. Proprio quei 100 milioni che ora si vogliono recuperare intervenendo, chiamando in causa gli ammortizzatori pubblici, sul costo dei dipendenti. O forse il risparmio sui lavoratori recupera in parte la maxi-sanzione da 74 milioni comminata da Calenda per aver omesso di comunicare il cambio di controllo nell’era Vivendi. Sarà. Ma si sa, tagliare sul personale è sempre la strada più agevole. E più sfruttata dai manager multimilionari che devono presentare trimestre su trimestre conti sempre più brillanti. Ne va dei loro ricchi bonus come la storia di Tim e non solo dimostra. La società, però, non ci sta: spiega che si è arrivati a questa conclusione per l’ostracismo dei sindacati, “avevamo proposto la solidarietà espansiva a dicembre. E ci è stato risposto picche”.

Chi guadagna dalle tensioni sui mercati

Prevale in questi giorni una lettura ingenua delle reazioni dei mercati finanziari alle trattative sul governo: i cattivi populisti annunciano qualcosa di dirompente, gli investitori li puniscono, come se i cali della Borsa o gli aumenti dello spread fossero bacchettate sulle mani. In finanza l’ingenuità di qualcuno è semplicemente la condizione perché qualcun altro più furbo faccia profitti. Cinque giorni fa Claudio Borghi (Lega) ha detto che Monte Paschi, controllata dal Tesoro, potrebbe restare pubblica cambiando anche funzione: il titolo è precipitato non perché gli attuali, pochi, azionisti privati si sono precipitati a vendere ma perché molti trader hanno “shortato”, hanno cioè venduto azioni che non possedevano scommettendo sul crollo per poi comprarle a prezzo ribassato. Quando in tanti scommettono nella stessa direzione, la Borsa si adegua. Lo stesso vale per lo spread: la fuga di notizie sul programma di governo che prevedeva la fuga dall’euro ha fatto rialzare dello 0,5 per cento i rendimenti della parte “a breve” della curva, cioè dei titoli fino a tre anni di scadenza. È salito il rischio che l’Italia vada in bancarotta nei prossimi tre anni? Forse, ma di sicuro c’è stata la vendita allo scoperto – tramite contratti future – da parte di hedge fund che hanno scommesso sul crollo del prezzo dei titoli di Stato italiani (che equivale a un aumento del rendimento pagato). Le oscillazioni dei mercati non sono punizioni divine, sono occasioni di potenziale profitto. E anche intorno a Lega e Cinque Stelle, a parole così ostili alla finanza, ci sono tanti soggetti che sanno come profittare di dichiarazioni incendiarie. Meglio che i gialloverdi ne siano consapevoli. O tra qualche tempo potremmo trovarci a leggere storie non troppo diverse da quella della plusvalenza realizzata da Carlo De Benedetti grazie alle informazioni riservate carpite a Matteo Renzi in un colloquio privato.

Trenord, il “mostro” bicefalo che fa felici solamente i politici

E se la causa del perenne stato di crisi tecnico-gestionale di Trenord (anche più pesante dopo il terribile incidente di Pioltello) fosse la concentrazione monopolista realizzata 7 anni fa con la fusione paritaria tra Ferrovie Nord Milano e le Fs? Proprio quella ora oggetto di importanti prese di posizione. Da una parte l’ad delle FS Renato Mazzoncini (“la governance paritaria non funziona, le FS devono acquisire il controllo”), dall’altra il governatore lombardo Attilio Fontana (“vogliamo rafforzare la governance regionale: se necessario, acquisendo la maggioranza”).

Molti dei problemi oggi sul tavolo sono nati da quel matrimonio fra Trenitalia e Ferrovie Nord, celebrato allora con il plauso delle forze politiche, dei sindacati, di Regione e ministero dei Trasporti. Qualcuno l’aveva chiamato “mostro ferroviario”. La Fit-Cisl lombarda l’aveva definito “incestuoso” e anticompetitivo, prima di allinearsi dieci anni dopo, con la nuova segreteria, al coro degli entusiasti. La joint venture Trenord nacque nel 2011. La Fit Cisl fu l’unica a opporsi perché avrebbe dato luogo a una concentrazione monopolista sul mercato ferroviario lombardo sommando le attività svolte su 300 km di rete delle Ferrovie Nord e quelle dei 1500 km di rete delle FS per i trasporti regionali. La Regione si sarebbe trovata, come è accaduto, a essere al tempo stesso il programmatore dei servizi, il compratore e il gestore degli stessi con la controllata Ferrovie Nord.

Con un affidamento diretto, senza gara, nel dicembre del 2015 la Regione Lombardia, con il governatore Roberto Maroni aveva rinnovato il contratto di servizio a Trenord per sei anni e stanziato 2,7 miliardi fino al 2020. Roberto Formigoni riteneva che Trenord fosse il toccasana del federalismo ferroviario e che l’unione di due inefficienze avrebbe prodotto un fulgido esempio di efficienza, mentre il passo vero lo aveva già fatto mezza Europa introducendo la concorrenza (correggendo la deregulation inglese con forme di regolazione pubblica) per la gestione dei servizi ferroviari. I risultati si potevano già vedere nella quantità e qualità dei servizi, per non parlare dei pendolari cresciuti esponenzialmente.

Le promesse economie di scala, di scopo e di densità non si sono mai realizzate, vista l’assenza di logiche industriali, anzi. Con la somma di due aziende inefficienti, è avvenuto l’opposto: sono cresciute le diseconomie e sommate le “tare” storiche, quindi costi e inefficienze. Oggi il “mostro lombardo ” ha il più alto costo di esercizio, 21 euro a km, mentre in tutte le altre regioni è della metà. Nel 2001 i contributi a Trenord erano di 233 milioni l’anno, nel 2016 sono passati a 433 milioni (+53%) ma la qualità è rimasta inalterata. Roberto Formigoni e l’ex ad di FS, Mauro Moretti avevano anche promesso un nuovo modello di relazioni industriali. Invece il costo del lavoro ha avuto un’impennata, come la conflittualità (con un picco 13 scioperi nel 2013-14). In queste condizioni di “protezione” politica, derivante dal monopolio, la nuova azienda pubblica si è rivelata come un’aggregazione di potere e di consenso. “Entro 3 anni, due terzi dei treni saranno nuovi”, disse Trenord nel 2011, il giorno del matrimonio. Sono passati 7 anni e la situazione dei treni è peggiorata. Ora Mazzoncini dice che li comprerà se avrà una quota di maggioranza. Promessa che sta facendo in ogni Regione, dove firma i rinnovi di contratto di servizio senza gara.

Fatto sta che il mercato ferroviario più importante d’Italia è stato gravemente “sottovalutato” dalle FS nonostante fosse ben pagata per “soddisfare” i pendolari, ridurre il traffico e mitigare l’inquinamento della Lombardia. Il “mostro” ferroviario lombardo è sprofondato in una Caporetto con il black-out che causò la paralisi di Trenord di sette giorni nel dicembre 2012 (21 milioni di danni). È stata aperta e mai chiusa un’inchiesta dagli stessi responsabili del disastro, con alcuni dei manager coinvolti poi paradossalmente promossi. È poi inciampata nello scandalo degli straordinari pagati e non effettuati ai ferrovieri del 2013. Ogni anno centinaia di soppressioni giornaliere di treni, ritardi e disservizi hanno caratterizzato trasporti di bassa qualità. Le esigenze dei pendolari restano all’ultimo posto: prima ci sono spostamenti e promozioni dei dirigenti, poi le richieste sindacali, che per uniformare due contratti di lavoro hanno sommato i migliori trattamenti di entrambi.

In questa disorganizzazione “organizzata” hanno fatto festa le industrie di materiale rotabile che hanno siglato ricchi contratti manutentivi per sopperire senza peraltro riuscirci alle gravi carenze delle officine di Trenord, come il grande deposito di Milano Fiorenza e quello di Novate Milanese saturi di treni rotti e senza pezzi di ricambio. L’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie (Ansf) lanciò l’allarme a ottobre 2017 perché la manutenzione non veniva effettuata con gli standard previsti. Poi si arriva al 25 gennaio 2018 con il gravissimo incidente di Pioltello che costò la vita a tre donne. È di questi giorni invece la grave carenza di personale, che ha imposto turni di servizio “sino a 10 ore di lavoro”. Per non incorrere in sanzioni sempre dall’Ansf non è restato che sopprimere altri treni, questa volta per carenza di personale, suscitando nuove ondate di protesta di pendolari e sindaci lombardi. Proteste, dossier dei disagi, esposti alla magistratura, class action e scioperi dei biglietti non si contano più.

* Presidente Osservatorio liberalizzazioni e trasporti

Girasoli, spread e ministri: una favola per bambini

Noi, com’è noto ai nostri cari e al nostro psichiatra, crediamo in modo fideistico alla grande stampa mainstream, specie a quella con un complesso di superiorità del tutto ingiustificato. Da lì, per dire, abbiamo appreso che lo spread Btp-Bund fa con la politica come i girasoli col sole: quelli si spostano verso la luce, lo spread sale o scende a seconda che il programma di governo piaccia o meno a un’entità misteriosa detta “i mercati”. Con questa informazione ce la siamo sempre cavata alle cene in piedi: governo buono spread giù, cattivo spread su. Certo i primi otto mesi di Monti, quando stava fisso a 400, ci avevano un po’ messo in crisi, ma da allora solo qualche oscillazione, giusto per far divertire i mercati, divinità capricciosa. Tutto bene anche negli ultimi giorni quando s’è palesato il governo cattivo: spread su, anzi che “schizza”, “sfonda”, “fa un po’ un record” (Il Messaggero). Questo fino a ieri, quando quel maledetto scende: di poco, ma scende. Secondo la logica dei nostri maestri ne avevamo dunque arguito che i mercati, riletto il programma, l’hanno trovato accettabile. No, ci dicono, è merito della Bce. Ricapitolando: anche se un governo è cattivo la Bce può lo stesso far scendere lo spread grazie a una cosa detta “acquisto di titoli”; col governo buono, invece, acquista i titoli lo stesso ma questo non ha effetto sullo spread. Ovviamente si scherza, è una favola per bambini dell’asilo appassionati di finanza: qualcuno potrebbe crederci solo in un Paese in cui uno non può fare il ministro per “reati d’opinione”, mica in Italia.

Roma, Teatro Valle: c’era il bene comune ora c’è un museo

Hanno riaperto il Teatro Valle, o meglio per qualche ora al giorno è possibile visitare, come fosse un museo, il più antico teatro di Roma, chiuso ormai da quattro anni. Nell’estate del 2014, infatti, la (non rimpianta) Giunta Marino, dimostrando singolare incapacità e arroganza, aveva sbattuto la porta in faccia a ogni tentativo di negoziazione, di fatto sgomberando una esperienza che per tre anni era stato l’epicentro italiano e uno dei principali nodi internazionali della stagione dei beni comuni. Che anno quel 2011! In Spagna si svolgevano le acampade; Occupy Wall Street dava risonanza globale alla lotta dell’1% contro le prevaricazioni del potere finanziario; iniziavano le cosiddette primavere arabe e in Italia l’occupazione del Teatro Valle (e le diverse altre esperienze di teatri e luoghi dell’arte da essa ispirati) riceveva la torcia dal vittorioso referendum sull’acqua bene comune, inaugurava una stagione di lotte e di elaborazione giuridica e culturale precedenti. Sul piano artistico e dell’innovazione sociale la vivacità dell’esperienza è stata indiscussa. Chiunque poteva accedere a spettacoli anche di altissima qualità e perfino a produzioni autonome tanto rilevanti da aver ricevuto, fra i vari riconoscimenti internazionali, anche il prestigioso Princess Margriet Award. Proprio oggi a Cannes Marcello Fonte, che di quell’occupazione è stato fin dall’inizio protagonista, ha ricevuto la Palma d’Oro.

La vicenda fu ancora più interessante, ed è certamente di grande attualità, dal punto di vista giuridico-politico. Sotto la guida autorevole e saggia del grande Stefano Rodotà, probabilmente il più significativo e originale civilista dell’ultimo mezzo secolo, il teatro Valle Occupato è diventato il primo collettivo artistico-giuridico capace di produrre importanti novità nel mondo tradizionalmente statico del diritto. Da un lato, infatti, con un coraggioso atto di autonomia si è costituito in Fondazione Teatro Valle Bene Comune dedicando il lavoro e l’intelligenza collettiva che emergente in quell’esperienza alla cultura che “come l’aria e come l’acqua” è un bene comune che va gestito nell’interesse delle generazioni future. La fondazione, con il suo originale modello partecipato di gestione, è stata presentata alla cittadinanza pochi mesi prima dello sgombero (relatori, fra gli altri, maestri come Rodotà, Pietro Rescigno, Paolo Maddalena) dal Notaio Gennaro Mariconda, che aveva rogato l’atto riconoscendone quindi la legalità. Il Prefetto doveva poi rifiutare la registrazione dell’atto pubblico notarile con decisione politica tanto arrogante quanto priva di precedenti. Dal teatro Valle Occupato era partita poi la carovana della Costituente per i Beni Comuni (L’Aquila, Pisa, Napoli, Ancona, Susa) che aveva portato diversi giuristi (e lo stesso Rodotà) a discutere con le più significative esperienze di beni comuni al fine di mettere a punto i lavori sulla disciplina giuridica del patrimonio pubblico iniziati nel 2007 presso il ministero della Giustizia (cosiddetta Commissione Rodotà). Paradossale dunque che su una questione di mera legalità formale (per di più assai discutibile) si sia interrotta un’esperienza unica di innovativa legalità “legittima e istituente” capace di alfabetizzare ai beni comuni e all’interesse delle generazioni future così tante persone. Ancor più paradossale che si possa oggi considerare “riaperto” un luogo di cultura vivo ridotto a un inutile museo. Un’esperienza uccisa da insulse burocrazie e che si immaginava di poter governare dall’alto senza alcuna partecipazione e dunque legittimità politica come se si trattasse di una scala di condominio. Ma il movimento per i beni comuni è vivo e partecipa a questa fase politica rivendicando il proprio ruolo in questi anni di sospensione della democrazia.

Fatto il governo (forse), toccherà fare anche un’opposizione (vera)

Diffidare delle frasi a effetto e delle iperboli senza rete dovrebbe restare la prima regola sotto ogni cielo. Così la vulgata di questi giorni sul “governo più di destra della storia italiana” vale la scempiaggine sentita nel 2014 (“Il governo più di sinistra degli ultimi trent’anni”, lo disse Renzi quando sembrava un golden boy). Insomma, formulette buone per il bar.

Il fatto però sussiste: sempre di liberisti si sta parlando (in qualche caso ultras); sempre di law and order un po’ alla carlona si tratta (“Uno Stato dal volto spietato verso i deboli e i diversi”, cfr. Zagrebelsky), con in più il dono della flat tax: le tasse che scenderanno moltissimo per i ricchi, poco per il ceto medio e aumenteranno di fatto per i poveri, che non avranno sconti ma servizi più cari. Insomma, sì, dal punto di vista economico e sociale si configura un governo prepotentemente di destra, almeno a guardare a due fattori: aumento ulteriore delle diseguaglianze (flat tax) e manganellate più facili (il Salvini-Scelba della campagna elettorale), e si vedrà come la componente 5S saprà a vorrà attenuarle.

Detto della preoccupazione per il governo, toccherà prima o poi preoccuparsi per l’opposizione. Le due principali forze che ostacoleranno i disegni governativi, infatti, sono Forza Italia e Pd, e qui la depressione avanza (altro che psicofarmaci!). Forza Italia si conferma compagine basculante: il Riabilitato in mogano ha dato di fatto via libera al governo, rilasciando a Salvini una specie di lasciapassare. Si inalbererà per la giustizia (interesse privato), o per le aziende (idem), per il resto è un’opposizione che giocherà a bloccare due o tre cosette invise al sultano non farà mancare affettuose attenzioni (dopotutto, la flat tax la voleva anche Silvio, e te credo). Sentire oggi Brunetta allarmato per qualche punto di spread quando ha passato anni a dirci che l’aumento dello spread per cui venne cacciato il suo principale era un complotto, fa abbastanza ridere. Dunque Forza Italia farà un’opposizione “responsabile” (trad: pappa e ciccia).

Poi ci sarebbe il Pd, e peggio mi sento. Le premesse aventiniane (“senza di me”) parlavano di opposizione durissima, senza sconti, implacabile. Per ora siamo ancora alla lacrima facile e ai capri espiatori, e monta una risibile teoria secondo cui a far vincere i 5S sarebbe stata la stampa cattiva, i commentatori, i corsivisti, questo giornale, Landrù, Floris, Giannini e Belfagor. Poi si parla di una macronizzazione del povero Matteo Renzi, e si favoleggia di una union sacrée con Forza Italia per fare fronte comune al populismo. Cioè, se ho capito bene, i due cavalli di frisia di fronte al “populismo” sarebbero quello che inventato la tivù commerciale e quello che ha volantinato 80 euro alla vigilia delle elezioni. Per ora si batte su alcuni punti come le competenze (detto da chi nel governo aveva Poletti e la Madia…), il pericolo del Salvinismo-scelbismo (detto da chi ha votato il pacchetto Minniti, fotocopia del pacchetto Maroni del 2008), i rischi per il debito pubblico (detto da chi l’ha aumentato molto più di altri).

Insomma, è stato faticoso trovare un governo, ma sarà ancora più faticoso trovare un’opposizione. È un fatto che le grandi riforme dell’era democristiana (una su tutte, il Sistema Sanitario Nazionale, 1974, Tina Anselmi santa subito) vennero fatte anche per un serio lavoro delle opposizioni (il Pci) e con una pressione delle piazze. Ora a sinistra non c’è il Pci e non ci sono le piazze, per le quali anzi negli ultimi anni certi pensatori renzisti à la Rondolino invocavano apertamente il manganello.

Il problema è dunque “quale governo”, ma anche – e forse peggio per chi questo governo non lo sostiene – “quale opposizione”. In una democrazia non si tratta esattamente di un piccolo dettaglio.

Ma chi dice che sarà un esecutivo debole?

Forse Di Maio e Salvini avrebbero fatto meglio a giocarsela ai dadi la leadership per i primi due anni e mezzo di legislatura. Avere come presidente del Consiglio un signore che sarà anche autorevolissimo, nella ristretta cerchia degli addetti ai lavori, ma che è totalmente sconosciuto alla popolazione, non è proprio il massimo. Dice: bravo, questo governo, che non appare proprio solido, cade presto e quello che fra Di Maio e Salvini si mettesse in lista d’attesa resterebbe fregato. Ragionando in politichese, che non è esattamente il nostro costume, si potrebbe obiettare che le responsabilità dell’eventuale fallimento del governo verrebbero attribuite innanzitutto al premier in campo, mentre chi è restato in panchina avrebbe molte meno responsabilità per la perdita della partita, anzi potrebbe avvantaggiarsene.

Ma noi non crediamo affatto che questo governo sia debole e tantomeno che Salvini, come alcuni temono, possa subire ricatti da Berlusconi. Cominciamo da questo secondo punto che è il meno importante. Aver raggiunto il potere come sarà il caso di Salvini cambia i rapporti di forza e gli stessi uomini. È significativo il precedente di Craxi. Capo di una piccola minoranza nel 1976 al Midas fu eletto segretario del Psi dalle maggioranze di quel partito che pensavano di poterlo manovrare e farlo fuori in qualsiasi momento. Invece fu Craxi a mettere nel sacco tutti dentro il Psi e anche fuori.

Ma il governo non nasce affatto debole per altri e più importanti motivi. Checché se ne vada dicendo e scrivendo da mesi, M5S e Lega sono due movimenti che si integrano perfettamente.

M5S ha nella sua ideologia fattori di sinistra, di centro, di destra. È in chiave moderna una sorta di Democrazia cristiana che per almeno trent’anni riuscì a tenere insieme tutto con risultati più che discreti per il nostro Paese.

Salvini farà quindi una politica di destra, soprattutto sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulla certezza della pena, cui i grillini non sono affatto contrari. A Di Maio spetterà di applicare la parte di sinistra del contestato contratto. Sul piano della politica interna non vediamo quindi grandi difficoltà.

I problemi che pongono entrambi gli schieramenti sono di politica estera e riguardano il loro latente antieuropeismo. Che l’Italia debba far sentire la sua voce in Europa, com’è suo sacrosanto diritto, chiedendo la modifica dei trattati che gli sono più ostici, è fuori discussione. Ma è anche fuori discussione che debba rimanere saldamente non solo nell’euro ma nella Ue. Nessun Paese europeo può reggere l’urto con Stati come gli Usa, la Russia, la Cina, l’India e degli ancor più forti, indecifrabili e indefinibili potentati economici e finanziari internazionali, che son coloro che di fatto menano la danza, insomma il famigerato mercato globale.

Ma la cosa a nostro avviso più preoccupante è che se nella pancia e nel contratto stipulato fra M5S e Lega ci sono accenti antieuropeisti non c’è nessuna presa di distanza dagli Stati Uniti e dal loro braccio armato, la Nato. L’Alleanza Atlantica, come abbiamo già scritto (“Un esercito europeo: così poi usciamo dalla Nato”, Il Fatto 15 maggio) è stata dal dopoguerra lo strumento con cui gli Usa hanno tenuto in stato di minorità, militare, politica, economica e alla fine anche culturale e linguistica, l’Europa che era uscita sconfitta tre quarti di secolo fa da quel conflitto. Sbarazzarsi di questa pelosa tutela, come ha capito benissimo Angela Merkel, è quindi una priorità. Ecco perché nel famoso discorso di Aquisgrana la statista tedesca ha detto apertis verbis che l’Europa ha l’assoluta necessità di crearsi un proprio, forte, competitivo esercito. Perché la potenza militare trascina con sé tutto il resto, fra cui l’economia e la possibilità di avere una reale influenza nei rapporti internazionali. Ed è la ragione per cui noi italiani dobbiamo accettare, agganciandoci a tedeschi e francesi, un ruolo un po’ più marginale in Europa per averne invece, insieme all’Europa, uno determinante nella politica internazionale.

Detto questo, la cosa che più ci convince del nuovo governo è proprio ciò che più gli viene contestato. Tutti, sia a livello nazionale (a cominciare da Mattarella che, uomo da sempre incistato nel potere, cerca di mettere i bastoni fra le ruote e di arrogarsi anche la scelta dei ministri che in nessun modo gli compete) che internazionale bollano il governo giallo-verde come “antisistema”. Per quel che ci riguarda sono almeno trent’anni che ci battiamo contro questo “sistema” e chiunque ci abbia fatto il favore di tentare di sbarazzarcene, come la prima Lega di Bossi, o che cerca di farlo ora, come i Cinque Stelle e, in subordine, Salvini, non può che avere la nostra adesione e, nei limiti con cui può farlo legittimamente un giornalista, il nostro appoggio.

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Oligarchia contro democrazia e l’involuzione della cultura

Mi piacerebbe leggere sul mio giornale un approfondimento del tema oligarchia contro democrazia. Vedo che quanto ne tratta Scalfari su Repubblica l’argomento viene da voi liquidato in poche battute ma penso che l’involuzione culturale alla quale assistiamo da circa vent’anni costringa a un esame più approfondito della questione.

Daniele Scala

Caro Daniele, è un tema che trattiamo spesso e tratteremo ancora.

M.Trav.

 

Israele è uno Stato teocratico con la Bibbia come Costituzione

Ho letto sul Fatto di lunedì la bella intervista fatta a Mustafa Barghouti e concordo totalmente con quanto da lui detto. Nel merito voglio ricordare una visita fatta nel 2010 in Israele con due guide turistiche fuori del comune e abbiamo avuto incontri con ambo le parti: israeliani e palestinesi. Ricordo in particolare la visita al museo Yad Laieled perché i bambini israeliani apprendano, senza visioni troppo traumatiche, cosa sia stata l’immane tragedia dell’Olocausto. Un’accompagnatrice ci fa una lunga presentazione e, alla fine della visita, ci fornisce ulteriori elementi e, in particolare, ci dice che gli israeliani si rendono conto di aver costruito il museo sul territorio dei palestinesi e per questo si prodigano molto verso di loro. Lei non crede alla possibilità che vi saranno due Stati perché ci sarà sempre qualcuno che “dovrà andare via”.

Nel dibattito che segue dico che sono d’accordo con lei: anch’io penso che l’unica soluzione sia un solo Stato per tutti, però la condizione ineludibile è che si tratti di uno Stato aconfessionale. L’accompagnatrice, come punta da una vipera, risponde che è impossibile e afferma che tutti gli Stati sono confessionali e cita l’esempio dell’Italia cattolica e degli Usa. Io e altri lasciamo perdere, non insistiamo perché è chiaro che con gente così non si può discutere. Quello che è certo è che in Israele comanda la logica dei riccioluti chassydim che al muro del pianto muovono ossessivamente la testa recitando le loro nenie. Si tratta senza dubbio di fanatici non diversi da quelli che si fanno esplodere al grido “Allah U Akbar”. Ciò che è certo è che in Israele non vi sarà mai pace permanendo una mentalità integralista di stampo religioso. Non è un caso che Israele non abbia ancora una costituzione fondante.

La spiegazione è che la loro vera costituzione è la Bibbia e non possono certo fondare una Costituzione sulla Bibbia diventando così l’unico Stato dichiaratamente teocratico del mondo occidentale. È molto triste dirlo perché la Shoah non dovrà più ripetersi nella storia dell’umanità, ma, con le dovute proporzioni, gli israeliani stanno facendo ai palestinesi ciò che i nazisti hanno fatto agli ebrei

Mauro Magini

 

Se cercare lavoro è un lavoro allora serve una retribuzione

In Germania dicono: “Cercare il lavoro è un lavoro.” Per questo motivo c’è una remunerazione per questa attività.

È implicito che tu devi impegnarti a cercare un lavoro. Se non ti impegni a cercare il lavoro vieni licenziato! Cioè se non rispetti le condizioni stabilite non hai diritto a questa remunerazione.

Io credo sia sbagliato parlare di reddito di cittadinanza. Meglio sarebbe dire: Cercare il lavoro è un lavoro. La persona che non ha lavoro riceve un contratto temporaneo per cercarsi un lavoro guidato da un’agenzia del lavoro che sappia fare il suo compito.

Questo chiarirebbe molte cose e soprattutto metterebbe anche la pubblica amministrazione di fronte alla propria responsabilità: “cosa sta facendo per fare in modo che chi non ha lavoro lo trovi.”

Benedetto Altieri

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo pubblicato il 21 maggio sul Fatto Quotidiano, in tema di assegni e di clausola di non trasferibilità preme ricordare il Decreto Legislativo n. 231 del 2007, che ha introdotto le norme sulla non trasferibilità degli assegni di importo uguale o superiore a mille euro.

La novità fu accompagnata immediatamente da ampie e ripetute campagne informative effettuate dalle banche, anche in collaborazione con le associazioni dei consumatori.

L’Abi ha da tempo segnalato al Ministero dell’Economia e delle Finanze la necessità di trovare un’equa soluzione nei confronti dei cittadini, non penalizzando, con sanzioni sproporzionate, comportamenti riconducibili a meri errori formali.

Gianfranco Torriero Vice direttore generale ABI

 

Apprezziamo che l’Abi abbia a cuore le sorti dei malcapitati cittadini coinvolti in questa situazione kafkiana e che non smentisca nulla di quanto riportato nell’articolo.

Tanto meno il ritardo con cui le istituzioni, compresa l’Abi, hanno dato massima visibilità alla novità. Ma non quella del 2007 che ha introdotto le norme sulla non trasferibilità degli assegni, bensì quella del decreto legislativo 90/2017, entrato in vigore il 4 luglio 2017, che ha inasprito le sanzioni facendole passare tra l’1% e il 40% dell’importo pagato con l’assegno a una multa che varia tra 3 mila e 50 mila euro.

P.D.R.

Aborto Il compleanno triste della 194, una legge troppo spesso disapplicata

Il 22 maggio di quarant’anni fa veniva promulgata la legge 194, detta anche legge sull’aborto. Una grande conquista per le donne che fino ad allora, per ricorrere a una interruzione di gravidanza, si erano dovute recare all’estero, se non peggio, affidarsi a chi l’aborto lo eseguiva clandestinamente, e invece da quel momento poterono in qualche modo considerarsi più libere di gestire il proprio corpo. Di tempo ne è passato, eppure gli ospedali pullulano ancora di medici che con ostinazione si oppongono e sono all’ordine del giorno campagne antiabortiste. In un certo senso il tempo si è fermato perché, dopotutto, saremo sempre destinate a combattere per far sì che nessuno, eccetto noi stesse, possa dirsi contrario al nostro diritto di essere donne, e quindi di decidere di ogni singola parte del nostro corpo.

Agata De Dominici

 

CARA AGATA, attorno alla 194 tira una brutta aria, e non solo perché le donne (specie nelle regioni del centro-sud dove la percentuale di medici obiettori supera l’80, a volte 90, per cento) sono spesso costrette ad aggiungere assurdi ostacoli pratici a una scelta di per sé dolorosa. Nessuno vuole mettere in dubbio il diritto dei medici di esercitare l’obiezione, ma è ovvio che a questi livelli è il diritto della donna a interrompere la gravidanza a non essere più garantito. Se allarghiamo lo sguardo c’è di più. C’è Trump che vuole tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza e a quelle che forniscono consulenza alle pazienti. In Irlanda tra due giorni si svolgerà un referendum: le donne combattono per rendere legale l’interruzione di gravidanza, che non è consentita in caso di stupro o incesto e nemmeno quando c’è un’anomalia fetale. E da noi? Qualche giorno fa a Roma (e a Genova) sono comparsi i manifesti di un’associazione pro-vita che recitavano “L’aborto è la prima causa di femminicidio”. È giusto rispettare chi la pensa diversamente, ma la 194 non obbliga nessuno che non lo desidera ad abortire. Chi difende la 194 non inneggia all’aborto, sostiene la libertà di scelta della donna. Chi vuole cancellare la legge invece vorrebbe imporre la propria visione anche agli altri (e alle altre): è una differenza cruciale. Detto tutto ciò, quello che oggi si può fare è intervenire per assicurare un diritto garantito solo sulla carta (l’aborto farmacologico in alcune regioni è somministrato previo ricovero: una condizione che chiaramente scoraggia). E a questo sono chiamate soprattutto le donne che ci rappresentano in Parlamento e nelle Regioni, sul tema evidentemente distratte.

Silvia Truzzi