Nel 2004 ricevette la grazia. Condannato a 30 anni Mesina

“Se verrò condannato, sarò condannato da innocente”. Poche parole, scandite in videoconferenza dal carcere nuorese di Bad’e Carros nel quale è rinchiuso da cinque anni. L’ex bandito Graziano Mesina, poco prima che la Corte d’Appello di Cagliari confermasse la sua sentenza a 30 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ha lanciato il suo ultimo appello. Secondo i magistrati della Dda sarda, il 76enne sarebbe stato ai vertici di due bande: una cagliaritana guidata dal boss Gigino Milia (per lui in primo grado è stato deciso il non doversi procedere per ragioni di salute), l’altra con a capo lo stesso Mesina. Con la conferma della condanna viene spazzata via anche la grazia che Mesina aveva ricevuto dal presidente della Repubblica nel 2004, dopo aver trascorso 40 anni dietro le sbarre. L’imputato più noto del banditismo sardo era stato arrestato il 10 giugno 2013 in un blitz che puntava a sgominare l’attività delle due organizzazioni, 26 affiliati in tutto. Mesina ha negato qualsiasi legame con il traffico di stupefacenti e gli altri reati contestati. Ieri la Corte di Appello ha confermato la condanna a 30 anni, inflitta in primo grado.

Gondolieri e “spintarelle”: una lista agita Venezia

A Venezia circola una lista che scotta. È stata scritta a mano da qualche beninformato delle trame di Ca’ Farsetti, sede del municipio. Contiene, uno dietro l’altro, in ordine apparentemente casuale, i nomi e i cognomi di 55 candidati possibili vincitori nel concorso pubblico di sostituti gondolieri, con 60 posti in palio. Secondo la consolidata tradizione veneziana delle denunce anonime infilate nella “bocca del leone”, l’elenco è arrivato ad alcuni consiglieri comunali, tra cui l’ex candidato sindaco Davide Scano, avvocato ed esponente del Movimento 5 Stelle. Ciò è avvenuto ben prima che si svolgessero le prove pratiche di pre-selezione e ancor prima che, con i risultati, fossero resi noti non solo i nomi dei vincitori, ma anche quelli dei partecipanti. Il bello è che l’anonimo ha azzeccato la previsione dei futuri gondolieri per il 65 per cento: 36 su un totale di 55 sono entrati tra i primi 60 ed altri 6 negli ulteriori 30 posti di riserva.

Il documento non è cestinabile come la semplice boutade di un gondoliere malizioso ed è quindi finito in una delle due interrogazioni che il consigliere Scano ha inviato all’assessore ai Trasporti, Renato Boraso, della giunta del sindaco Luigi Brugnaro. Quella dei gondolieri è una specie di casta professionale. Le licenze in totale sono 433, con circa 290 gondole in circolazione ogni giorni nei rii veneziani. I sostituti gondolieri sono 160, a cui andranno ora aggiunti i nuovi 60 della recentissima selezione che finirà, con la lista premonitrice, alla Procura.

“La pre-selezione si è svolta in gran segreto all’Arsenale, con voga a prora di una gondola da traghetto (su cui stavano i quattro commissari) da parte del candidato – denuncia l’avvocato Scano –. Ma non sappiamo neppure quali siano i criteri di valutazione, né se via sia stata registrazione video per consentire la verifica che tutto si sia svolto in regola. Secondo il bando avrebbe dovuto essere una pre-selezione, ma ha dato vita a una graduatoria vera e propria con 90 persone ritenute idonee perchè hanno ottenuto una valutazione superiore ai 28 punti, mentre 143 sono state escluse”. Tanti spunti di sospetto, a partire dai criteri di valutazione per raggiungere l’idoneità che dà diritto a partecipare al corso. Il consigliere chiede all’assessore se “non ritenga gravissima” la circostanza dei 36 nomi su 55 dell’elenco dei possibili vincitori indovinati dall’anonimo, “resa ancor più incredibile dal fatto che i nomi dei 238 candidati non erano stati resi noti, se non fino alla pubblicazione della graduatoria”.

Ma sullo sfondo ci sono altre questioni spinose. Che consistenza avrà il corso di formazione? È quanto chiede l’allarmato consigliere Scano. “Oggi è quasi una formalità: la parte teorica è di sole 60 ore, quella pratica di 10. Nel 2014 era previsto, invece, un praticantato di ben 12 mesi: 150 ore teoriche, lezioni di voga a prua per 150 giorni e lezioni di voga a poppa per almeno 40 ore, oltre a un corso di voga alla veneta per almeno 6 mesi”.

Un problema di sicurezza, ma anche di opacità legata alle licenze. Scano chiede all’assessore “se e in che misura corrisponda al vero che, all’interno della categoria dei sostituti, vi sono degli ex gondolieri che hanno ceduto la licenza di cui erano titolari”. Perché il lavoro di gondoliere assicura lauti guadagni nella città del turismo di massa.

Come sconfiggere Tripadvisor: insulti ai clienti polemici

La guerra fra Tripadvisor e i ristoratori è ormai cosa nota. I ristoratori hanno provato in tutti i modi a ribellarsi alla dittatura della recensione selvaggia. Hanno aperto pagine Facebook in cui mostrano le recensioni più esilaranti (epica quella del tizio che trovò il sushi un po’ crudo), hanno attaccato adesivi all’ingresso “locale no Tripadvisor”, hanno inserito la sede generale di Tripadvisor su Tripadvisor seppellendola di critiche, ma ogni strumento di ribellione si è dimostrato inefficace. Finalmente però c’è una buona notizia per i ristoratori vessati da anni di critiche su Tripadvisor da clienti che danno una stella perché sì, il tartufo era ottimo, i tagliolini fatti in casa dalla proprietaria novantacinquenne pure, ma l’acqua era sgasata.

È arrivato un personaggio che ha deciso di combattere per un mondo di recensioni più giuste, di radunare peones con cavalli, forchette e forconi per sconfiggere i clienti più infami. Ed è una donna. Si chiama Mary Marchese (anzi, Marchese Mary, si firma così), è la proprietaria di uno dei ristoranti messicani più famosi di Milano (La Parrilla) e ha deciso che se un ospite le lascia una recensione ingenerosa o ingiusta, lei lo sfancula senza tanti complimenti, con buona pace di chi consiglia diplomazia con i clienti. Per Mary Marchese, la Pancho Villa dei ristoratori, donnone esuberante con una quinta di reggiseno strizzata in top e mini abiti che ti aspetta alla cassa con il sorriso e la consueta domanda “È andato tutto bene?”, il cliente deva avere le palle di lamentarsi sul posto. Se non le ha e si lamenta su Tripadvisor una volta a casa, rischia una conseguenza spaventosa: la sua risposta su Tripadvisor. Che è, lo dico subito, spesso scorretta, spesso sopra le righe, spesso cafona, ma anche esilarante.

Dimenticate le risposte standard del ristoratore politically correct della serie “Gentile cliente, ci dispiace che non abbia avuto un’esperienza positiva. La attendiamo nuovamente con la speranza di farle cambiare idea”. Mary non vuole farti cambiare idea. Mary vorrebbe menarti. Ecco alcune risposte tipo. Andy si lamenta dei prezzi alti e lei “Meglio se rimani a casa visto che ti lamenti sempre dei prezzi alti nelle recensioni… scrivi bene solo di ristoranti cinesi e pizzerie, chissà come mai! Adios !”. Poi c’è Elisa D: “Locale buio strapieno con paccottiglia pseudo-messicana!”. E Mary: “Cara Elisa, se vuoi ti posso utilizzare come paccottiglia da appendere al ristorante in una zona privilegiata: il bagno. Adios!”. A Matteo, che parla di esperienza negativa alla Parilla, Mary risponde: “Torni nel mio ristorante così posso dirle quello che penso di lei in faccia. Nel frattempo spero che i miei nachos le siano andati di traverso!”. Giada si lamenta: “Il locale meriterebbe un ritocchino!” e Mary: “Il mio ristorante avrebbe bisogno di un ritocchino? Vogliamo parlare di te allora?”. Kevin 92 sostiene che nel menu a costo fisso non ci fosse abbastanza da bere. Mary: “E come mai alla fine eravate tutti ubriachi? Forse per risparmiare ulteriormente andavi in giro per i tavoli vuoti a bere gli avanzi? Va al McDonald’s la prossima volta, potresti fare il pagliaccio!”.

Una signora le stronca la cena e lei: “Gentile signora, dai noi potrebbe anche trovare Cannavacciuolo ma lei avrebbe bisogno di Rocco Siffredi. Adios!”. Camila protesta perché la cena è arrivata tardi. Mary: “Devo ammettere: è vero che avete aspettato un po’ per la cena, ma l’ho fatto di proposito. Non volevo farvi tornare”. Alessandro scrive che il personale versa continuamente il vino nel bicchiere e a una certa ora si è sentito cacciato dai camerieri. Mary: “Ci sono persone come te che stanno lì a litigare con la fidanzata guardando il telefonino con tanta gente che aspetta fuori… Ti spiego il perché il cameriere riempiva il bicchiere della tua fidanzata: perché per galanteria lo avresti dovuto fare tu, anziché guardare le vicine del tavolo a fianco”. Federica: “Per digerire mi ci sono voluti due giorni!”. Mary: “La cucina messicana è a base di cipolle, peperoni e salsa piccante. Cosa pensavi quando sei venuta qui? Di mangiare minestrina?”.

Secondo SuperGiò22 c’erano due capelli nel gelato, e lei: “I gelati sono confezionati e i cuochi pelati, falsa buffona!”. Vale: “Le candele facevano troppo fumo!” e lei “E certo che facevano fumo, sono candele, cosa dovevano fare, banane?”.

Contattata al telefono Mary spiega con ironia: “Ero stufa di subire recensioni negative infondate. Chiedo sempre se il cibo è ok, mi rispondono di sì, ma riconosco già dalle facce e dai modi di fare chi scriverà delle critiche. Alcuni lo fanno quando ancora sono seduti al tavolo. Il mio rispondere non mi fa perdere clienti, anzi, ne acquisto perché ormai la gente si diverte a leggere le mie risposte e viene al ristorante per conoscermi. Molti ristoratori mi chiamano per dirmi che faccio bene, che loro non hanno il coraggio di essere così. Sono stata querelata una volta da un giornalista, ma alla fine hanno archiviato. E comunque, nonostante sia siciliana, neppure messicana, il mio ristorante è sempre pieno. Rispondere fa bene alla causa e alla cassa!”.

La Seria A non rompe con MediaPro. Milan rischia l’Europa

Niente rottura con MediaPro: la giornata più lunga per la Serie A, appesa ai soldi dei diritti tv che non arrivano, si è chiusa con l’ennesimo nulla di fatto. I presidenti torneranno a riunirsi oggi, probabilmente per accordare la fiducia agli spagnoli. La linea pro Sky, sostenuta dalla cordata che fa capo a Juve e Roma e pure dal commissario Malagò, non è passata per un solo voto: la delibera proponeva di risolvere il contratto con la società di Barcellona, che non ha depositato la fideiussione da un miliardo, per fare un nuovo bando rivolto alla pay-tv di Murdoch. Ma le squadre del fronte di Lotito sono riuscite a resistere e il patron catalano Jaume Roures rilancia offrendo 185 milioni come garanzia entro 48 ore, più altri 200 a luglio, quando MediaPro dovrebbe contare sul sostegno di Elliott. Il fondo d’investimento potrebbe avere un ruolo sempre più centrale nel pallone italiano: è pronta a entrare nell’affare dei diritti come partner di MediaPro, e presto potrebbe entrare in controllo del Milan (se Li non rifinanzierà il debito). E ieri dalla Uefa è arrivata la bocciatura ai conti del club rossonero: no al “settlement agreement”, adesso il Milan rischia persino l’Europa.

Caso Montante, un indagato “promosso” a Vibo Valentia

Per la Procura di Caltanissetta, Andrea Grassi è “il primo anello della catena” della fuga di notizie sull’indagine a carico dell’ex presidente di Sicindustria Antonello Montante. Grassi, ex dirigente dello Sco della polizia, ieri – a pochi giorni dall’avviso di garanzia e tre giorni prima dell’interrogatorio a Caltanissetta – è stato “promosso” dal Viminale: andrà a esercitare la funzione di questore nella delicata sede di Vibo Valentia, quindi in prima linea nella lotta alla ’ndrangheta ma con sul groppone un’indagine per gli “aiuti” all’antimafia-patacca di Montante e soci.

Quale sarebbe stata la colpa di Andrea Grassi? Secondo l’indagine della Squadra mobile di Caltanissetta “può dirsi indubitabilmente accertato che vi fosse uno stabile canale di comunicazione che muovendo dallo Sco di Roma, avesse terminale ultimo appartenenti all’Aisi per mantenere costoro informati delle indagini nei confronti del Montante”. Le informazioni così, prima di arrivare a Montante, finivano all’ex presidente del Senato Renato Schifani e al colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata. La giustizia farà il suo corso, ma intanto la carriera del questore Grassi procede senza intoppi: “Non si è ritenuto di precludere – spiegano al Viminale – al dirigente la possibilità di essere utile all’amministrazione in forza di un trascorso professionale di tutto rispetto”.

Spartizione tra correnti e zero meritocrazia: il “libro nero” del Csm

C’è un documento contro il sistema nomine del Csm nella mailing list dei magistrati che mette nero su bianco, con tanto di esempi, quanto pesino correnti e politica nella scelta dei capi degli uffici giudiziari. L’ha scritto Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo, in vista delle elezioni per il rinnovo del Consiglio previste l’8 e il 9 luglio.

Nel documento ci sono decine di esempi di nomine “lottizzate”. Tutte senza nomi, ma per chi segue questo mondo sono intuibili: Giovanni Melillo, diventato procuratore di Napoli dopo essere stato capo di Gabinetto del ministro Andrea Orlando “per oltre tre anni e fino a pochi mesi prima della nomina. L’esperienza fuori ruolo viene ampiamente valorizzata anche al fine di determinarne la prevalenza sul piano del ‘merito’ e delle ‘attitudini’”. Donatella Ferranti, ex deputata Pd ed ex presidente della Commissione Giustizia della Camera, approdata direttamente in Cassazione, come giudice, “senza alcuna valutazione della Commissione tecnica”, senza concorso come. invece, prevedono le norme ma “facendo leva sull’attribuzione, meramente formale, delle funzioni di legittimità all’atto della sua nomina a Segretario Generale del Csm”. Lanfranco Tenaglia (Unicost) ex parlamentare Pd, diventato presidente del Tribunale di Pordenone “preferito a magistrati titolati, più anziani e mai fuori ruolo, dei quali uno già ricopriva l’incarico di presidente di Sezione presso il medesimo ufficio”. Viene indicata anche la nomina di Giovanni Ilarda, Mi, come Procuratore Generale a Trento, “votato da Unicost e MI. Era stato Assessore Regionale (in Sicilia con la Giunta Lombardo, ndr) inoltre, non aveva mai svolto funzioni nel distretto di destinazione caratterizzato da oggettive specificità territoriali”.

Era stato lo stesso Davigo al congresso dell’Associazione nazionale magistrati, a ottobre, a parlare contro le cosiddette nomine a pacchetto, “una a te, una a me”. Secondo AeI “l’assenza di reali regole oggettive e predeterminate nelle scelte consiliari è la ‘chiave’ di questo super-potere (delle correnti, ndr) che ha creato un solco profondo tra autogoverno e ‘base’ dei magistrati”. Ed ecco l’affondo a questa consiliatura in scadenza: “Si è contraddistinta per la più alta percentuale mai raggiunta di nomine conferite all’unanimità: al marzo 2018 ben 599 su 832 complessive. È inutile dire che frequenti unanimità, spesso deliberate contestualmente, sottendono ‘accordi’ sui vari posti…”. “Attivisti di corrente” o “provenienti direttamente da incarichi fuori ruolo” hanno “scavalcato magistrati molto più anziani e riconosciuti come più meritevoli dalla comunità dei magistrati…”. È pure aumentato il peso della politica: c’è “la chiara sensazione che la politica e i collegamenti con la politica oggi contano, e molto, nelle scelte consiliari. Spesso i componenti laici (di nomina parlamentare, ndr) hanno avuto un peso decisivo e quasi sempre una parte di essi ha votato insieme ad un gruppo consiliare (i laici del centro destra con MI)”. Ed ecco i numeri: “È stata raggiunta la cifra record di ben 18 magistrati” nominati per incarichi direttivi “provenienti direttamente da prolungati incarichi fuori ruolo, alcuni dei quali di rilevante esposizione politica”. Quanto alle nomine in Cassazione, sono state deliberate “sempre all’unanimità col noto sistema dei ‘pacchetti’, che consente una ripartizione dei posti tra i vari gruppi”.

Giustizia, l’eredità di Orlando: la Finocchiaro al ministero

Non fa il magistrato da 30 anni perché in politica dal 1987. La toga l’ha indossata solo per 6 anni in Sicilia, prima a Leonforte e poi a Catania. Ora Anna Finocchiaro, ministro uscente dei Rapporti con il Parlamento, parlamentare del Pci-Pds-Ds-Pd (dalemiana, renziana e ora orlandiana) ha chiesto al Csm di rientrare in magistratura. Ma contestualmente – secondo quanto ci risulta – il ministro della Giustizia, anche lui uscente, Andrea Orlando, in extremis le ha lanciato un salvagente professionale e l’ha richiesta a via Arenula come magistrato addetto al Dipartimento Affari di Giustizia.

Fatto singolare, mai accaduto, è che un ministro, per di più ancora per poco, chiami come funzionario del suo dicastero un altro ministro (quasi ex). A quanto si dice, la stessa Finocchiaro avrebbe delle perplessità sul suo rientro in magistratura. D’altronde ha indossato la toga solo nel periodo 1981-1987, quando non c’era ancora neppure il nuovo codice di procedura penale, entrato in vigore nell’89. Eppure ha ottenuto dal Csm il massimo delle valutazioni. Ora spetta allo stesso Consiglio accogliere o meno la richiesta del ministro Orlando. Se verrà accolta, Anna Finocchiaro andrà in via Arenula ma il nuovo Guardasigilli potrebbe metterla a disposizione nuovamente della magistratura. A dire il vero è solo un’ipotesi, si tratta di un provvedimento rarissimo.

Intanto ieri, il Plenum del Csm ha detto no alla permanenza fuori ruolo di Giovanni Kessler, ex parlamentare Pd , ora in servizio all’Olaf, l’Ufficio antifrode europeo, funzionale a poter ricoprire il ruolo di Direttore dell’Agenzia Dogane e Monopoli a Roma. Il Plenum ha disposto che torni a fare il magistrato, assegnandogli il posto di pm a Bolzano, lo stesso che ricopriva ben 18 anni fa. Kessler, però, non vuole rinunciare a dirigere l’Agenzia e ha dichiarato, dopo la decisione del Csm, che “sia pure a malincuore” lascia la magistratura.

A proposito dei magistrati in politica e del loro rientro in ruolo, è intervenuto Piergiorgio Morosini, consigliere del Csm (togato di Area, sinistra) per dire che in determinate situazioni dovrebbe essere impedito: “Una politica attiva da parte di un magistrato per un determinato numero di anni deve comportare poi un non rientro nella giurisdizione. Eventualmente la copertura rispetto a questa collocazione istituzionale può essere data in altre postazioni, ad esempio, incarichi presso il ministero della Giustizia”. Questo perché “la giurisdizione richiede anche una immagine di imparzialità e terzietà che viene appannata dopo tanti anni svolti in politica”.

Raggi “patata bollente”, Vittorio Feltri a giudizio

Il direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri e il direttore responsabile Pietro Senaldi sono stati rinviati a giudizio dal gip di Milano con l’accusa di aver diffamato la sindaca di Roma Virginia Raggi a causa del titolo “Patata bollente” e dell’editoriale di Feltri comparsi il 10 febbraio 2017. Nella richiesta di rinvio a giudizio il pubblico ministero contesta a Feltri il reato di diffamazione in quanto “direttore editoriale e autore dell’articolo apparso sul quotidiano Libero il 10.02.2017 in prima pagina dal titolo ‘Patata bollente’ preceduto dal sopratitolo ‘La vita agrodolce della Raggi” seguito dal c.d. catenaccio ‘La sindaca di Roma nell’occhio del ciclone per le sue vicende comunali e personali. La sua storia ricorda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine, che finì Malissimo’ e successivo titolo ripreso a pag.3 ‘Una patata bollente può bruciare Virginia’ – ‘La Raggi ha mostrato un debole per un dipendente comunale che gli (sic) ha dato l’aumento: meglio il Cav che pagava di testa propria (..) con le frasi ‘Ci risiamo con le patate bollenti. Alcuni anni or sono fu la volta di Ruby Rubacuori (…) Adesso tocca a Virginia Raggi assumere il ruolo increscioso di tubero incandescente”. Udienza preliminare il 25.9 a Milano.

 

Da Cannes al pm: Garrone indagato per reato di film

Da Cannes alla Procura di Roma. Matteo Garrone, regista del film Dogman, è indagato per diffamazione. È un atto dovuto dopo la querela presentata da Vincenza Carnicella, madre di Giancarlo Ricci, il pugile romano ucciso nel 1998 da Pietro De Negri, noto come il “canaro” della Magliana. Il regista (l’attore protagonista Marcello Fonte ha conquistato tra gli applausi il premio come migliore attore) ha ripetuto più volte che “il film è ispirato lontanamente, molto lontanamente a questo fatto”. Anche su Il Messaggero, Garrone ha ribadito: “Come ho già fatto nei miei film precedenti, ho preso uno spunto vaghissimo dalla realtà per poi imboccare una direzione del tutto indipendente. Non mi interessa ricostruire i fatti (…). E mi dispiace se solo lontanamente il mio film possa essere accostato a persone che hanno sofferto”. Nonostante ciò la donna ha sporto denuncia, convinta che la pellicola leda la reputazione del figlio. L’indagine sembra comunque avviata all’archiviazione.

Nella periferia romana, De Negri – che è stato condannato con sentenza definitiva a 22 anni di carcere – con una scusa, chiuse il pugile in una delle gabbie che usava per i cani. Il “canaro”, secondo il suo stesso racconto, prima lo stordisce con la benzina e con una bastonata in testa, poi dopo avergli tagliato le dita delle mani e bruciato le ferite, lo finisce con una martellata in testa.

Il corpo viene trovato 15 giorni dopo in una discarica. De Negri confessa subito: lo ha ucciso “perché non sopportava più le ‘continue prepotenze che gli aveva fatto subire’”. Ed è proprio questa la descrizione che, a distanza di 30 anni, la Carnicella tenta di cancellare. “Nel film – è scritto nella denuncia depositata dall’avvocato Maurizio Riccardi – Ricci viene descritto come un ‘criminale’ e ‘violento’. Circostanza smentita dalle risultanze giudiziarie: Ricci era incensurato; ben integrato nella società, con un lavoro regolare”.

Nei giorni scorsi, il legale della donna aveva richiesto di bloccare la distribuzione del film. Per il pm Sergio Colaiocco – che ha ricevuto la pellicola – non ci sono gli estremi per procedere al sequestro preventivo. E il gip Roberto Saulino gli ha dato ragione.

Ma la madre di Ricci non molla: “Ho chiesto alla Procura – spiega al Fatto l’avvocato Riccardi –, tramite ricognizione giudiziale, di fare l’esperimento che non si fece anni fa perché le gabbie furono distrutte: erano abbastanza capienti per una persona dalla statura di Ricci, con gli indumenti che aveva quel giorno?”. E conclude: “Mentre si festeggia la kermesse del cinema tra lacché e paillettes, la Carnicella, malata, avendo subito oltre due ischemie, vive in un grosso stato di disagio e di prostrazione morale, fisica ed economica; Cannes, viceversa, festeggia tra sfarzi e sperpero di denaro un cinema che non rappresenta la realtà”.

I pm vedranno il film, ma le prime valutazioni fanno pensare a una rapida archiviazione.

Ustica, lo Stato deve risarcire l’Itavia fallita dopo la strage

Il Ministero della Difesa e quello delle Infrastrutture devono risarcire la compagnia aerea Itavia fallita dopo l’abbattimento del suo Dc9 caduto in mare il 27 giugno 1980 con 81 vittime per “l’esplosione esterna dovuta a missile lanciato da altro aereo”. Motivo della condanna, decisa dalla Cassazione, l’”omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica”. Tra qualche mese la Suprema Corte stabilirà se 265 milioni di euro siano una cifra congrua. “Inammissibile” è stato dichiarato, dalla Sezioni Unite civili della Cassazione, il ricorso con il quale Difesa e Infrastrutture hanno contestato di essere responsabili della caduta del volo I-Tigi – partito 38 anni fa da Bologna e diretto a Palermo – per “fatto illecito” costituito dall’omesso controllo dei cieli, così come stabilito dalla Corte di Appello di Roma con due distinti verdetti del 2012 e del 2013 nei quali i magistrati capitolini avevano dato il via libera alla richiesta risarcitoria. La compagnia aerea, costretta a chiudere i battenti, era stata fondata dall’imprenditore marchigiano Aldo Davanzali, morto nel 2005. A prendere il testimone nella battaglia contro lo Stato erano state le figlie Luisa e Tiziana.