La pacifica invasione di padre Ladiana nelle “zone franche” dei clan di Bari

Andremo dove spacciano, nei luoghi dove credono di essere i padroni. Faremo gli invasori pacifici per dire con voce ferma che la città è di tutti, che non esistono zone franche, regni del male dove legge e giustizia non possono entrare”.

Giovanni Ladiana, prete gesuita, annuncia così la manifestazione che ha organizzato oggi a Bari in ricordo della strage di Capaci, insieme ad associazioni, centri sociali, studenti e singole personalità. Sarà nel Rione Libertà, quartiere popolare dove domina il clan Strisciuglio (per la Direzione distrettuale antimafia “il più numeroso e organizzato” tra i dieci clan presenti sul territorio cittadino). “Occuperemo uno spazio che considerano di loro esclusiva proprietà, ci siederemo sulle panchine dove i pusher contano i soldi incassati a fine serata, entreremo nelle case dove leggeremo i contropizzini di Falcone, biglietti in ricordo del magistrato e delle vittime della strage scritti dai ragazzini delle scuole e lettere indirizzate ai mafiosi del quartiere”. Giovanni Ladiana è un prete che si è fatto le ossa nelle periferie del Sud. Librino a Catania, e prima Napoli, infine Reggio Calabria, dove, insieme ad altri, ha fondato il movimento Reggio Non Tace.

Autore di un bel libro, Anche se tutti, io no, pubblicato da Laterza, ha una sua ben precisa idea di come si fa antimafia sul territorio. “La lotta contro le mafie non è solo questione di legalità (spesso le leggi e chi le produce non vogliono realmente questa lotta): è invece l’impegno per la giustizia, sul fondamento della nostra Costituzione. Il 23 maggio non è solo evocazione e memoria, ci riguarda tutti. Anche se in questi ultimi tempi molti sono stanchi di lottare contro le mafie. Perché pare non cambi nulla, perché per qualcuno siamo a buon punto, perché è compito d’altri e ci sono problemi più gravi da affrontare.

Molti a Bari e in Puglia, pensano che la presenza delle mafie sia un problema marginale, salvo poi balbettare inutili parole di circostanza quando ci sono fatti eclatanti”. Lotta alle mafie, bisogni reali delle persone e giustizia, così a Reggio, la sua parrocchia è diventata un punto di ascolto per chi soffre condizioni di disagio. Le stanze e gli uffici trasformati in studi legali con avvocati, laboratori con medici, dentisti che a fine lavoro dedicano il loro tempo agli altri. Aiuto a chi ne ha bisogno senza distinzione di razza, sesso e religione. Tutto basato sul volontariato. È antimafia sociale. “Gratuita, senza finanziamenti pubblici, né padrini politici”, chiarisce il gesuita. Un lavoro duro che Giovanni Ladiana affronta insieme al sociologo Leo Palmisano, autore di vari libri sulla mafia pugliese.

Territorio difficile quello della periferia barese. Qui – come racconta don Francesco Preite, della chiesa del Redentore – la criminalità sa crearsi consenso offrendo soldi e lavoro. “L’altro giorno ho incontrato un ragazzo di 16 anni, mi ha detto che stava trasportando un panetto di droga e che veniva pagato 100 euro, vista la pericolosità del servizio. Con i soldi i clan diventano i padroni del territorio e questo dobbiamo evitarlo”.

La targa del delitto Mattarella e il verbale del generale Mori

Due spezzoni di targa con i numeri che mancano da quelle utilizzate dai killer di Piersanti Mattarella trovati in un covo dei Nar solo alla seconda perquisizione. E uno strano verbale firmato dal generale Mario Mori. In “Ombre nere’’ di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Rizzoli), in libreria dal 15 maggio, la ricostruzione del delitto che, dopo Moro, segnò la fine della solidarietà nazionale aprendo di fatto la strada al rampantismo craxiano.

Il 15 ottobre 1982 i carabinieri di Torino ricevono la segnalazione e localizzano il covo in un appartamento al quarto piano di via Monte Asolone n. 63. I militari (…) il 20 ottobre fanno irruzione: non trovano nessuno, ma sequestrano armi, munizioni, bombe e alcune targhe. Nessuna di queste è contrassegnata con la sigla “PA”. (…) La sera del 25 ottobre – dopo avere visto una luce nell’appartamento al quarto piano di via Monte Asolone – decidono per una seconda irruzione e per una nuova perquisizione che coinvolge anche gli stabili attigui ai civici 59 e 61. Spuntano le due targhe di Palermo citate da D’Ambrosio.

Nel primo verbale di sequestro, firmato dal capitano dei carabinieri Giorgio Tesser e dal capitano Augusto Ambroso, e datato 20 ottobre, risultano elencate diverse targhe, provenienti da varie parti dell’Italia, ma nessuna palermitana. Nel verbale del 26 ottobre, firmato dal solo capitano Tesser, e composto da otto pagine, compaiono i due spezzoni di targa provenienti da Palermo e “una scatola per cartucce cal. 38 special marca Geco, verosimilmente acquistate in Francia”. Come mai?

Le indagini, mai fatte allora, vengono avviate a distanza di anni e una verifica al Pubblico registro automobilistico rivela che la targa PA 563091 esiste davvero ed è associata a una Renault 14 TS intestata a una donna, tale Rosalia Lombardo, nata a Palermo il 19 maggio 1938 e residente a Palermo in via Ruggero Marturano n. 22. La storia della targa è registrata nel fascicolo delle trascrizioni, dove si apprende che l’anno successivo alle perquisizioni in via Monte Asolone, il 17 giugno 1983, si procede a un rinnovo “per smarrimento”. In quella stessa data si registra una dichiarazione di vendita, rilasciata quattro giorni prima (il 13 giugno 1983), per procura, dall’intermediario Francesco Paolo Vinti a una certa Rosalia Rizzo, nata a Palermo il 20 marzo 1936, e residente in via Chiappara 107, che acquista la vettura per 2 milioni e 800 mila lire. La macchina, insomma, viene venduta il 13 giugno 1983.

Per una curiosa coincidenza, è lo stesso giorno in cui a Roma, l’ufficiale dei carabinieri Mario Mori, addetto all’epoca all’antiterrorismo, dopo aver ricevuto tutto il materiale sequestrato nel covo dei Nar, redige un terzo verbale che raccoglie solo alcuni reperti (dal n. 35 al n. 97, ma con una sequenza irregolare) annotati nel secondo verbale: tra questi, al n. 42, i due spezzoni di targa provenienti da Palermo (PA e PA563091), e al n. 81 la scatola di cartucce calibro .38 special, marca Geco. Gli oggetti elencati da Mori in questo terzo verbale, qualche anno dopo, nel 2004, andranno al macero. Gli altri oggetti (circa un centinaio) sequestrati in via Monte Asolone, invece, sono tuttora custoditi nell’Ufficio corpi di reato di Roma.

Di quelle targhe non si occupa più nessuno fino all’8 settembre 1989, quando D’Ambrosio nella sua relazione, attribuisce alla coincidenza dei numeri, sia pure collocati in una sequenza diversa, una “stupefacente singolarità”. Il 2 novembre 1989 il presidente della terza sezione della Corte d’assise d’appello di Roma, dottor Giulio Franco, invia il reperto n. 42, ovvero le due targhe automobilistiche di Palermo, ai magistrati palermitani Gioacchino Natoli (all’epoca giudice istruttore) e Giusto Sciacchitano (all’epoca sostituto procuratore), titolari delle indagini sul delitto di via Libertà. “La targa PA 563091, lo ricordo perfettamente” dice Natoli, uno dei pochi che la ebbe materialmente a disposizione, “era integra e non ricomposta, e ricordo che ne diedi atto anche a verbale”. Da quel momento i due reperti vengono collocati nell’Ufficio corpi di reato di Palermo, da dove misteriosamente spariscono (…).

Si tratta di elementi che (…) verranno probabilmente approfonditi nel processo a Cavallini per la strage di Bologna (…).

Le domande, a questo punto, sono tante: perché queste anomalie? Chi ha fatto sparire le targhe, e per quale motivo? Salvate a Roma, perdute a Palermo, quelle targhe rappresentano ancora oggi un rompicapo per chi voglia rileggere il delitto Mattarella.

Trattativa a oltranza sull’Ilva. Sindacati contro la chiusura

I vertici dei sindacati dei metalmeccanici e di ArcelorMittal tentano ancora una volta di arrivare a un accordo sul futuro dell’Ilva. Questa volta il confronto non ha sede al ministero dello Sviluppo economico dove, peraltro, non è ancora arrivato il successore di Carlo Calenda, ma nella sede romana di Fim-Cisl, Uilm-Uil e Fiom-Cgil. L’obiettivo è quello di arrivare a un accordo sui punti che riguardano i livelli occupazionali e quelli retributivi, da presentare al nuovo governo e dal quale partire. Le parti si erano lasciate lo scorso 10 maggio quando i sindacati non avevano voluto accettare la proposta di accordo fatta dal governo. Fino a ieri il colosso siderurgico, numero uno nel mondo e in Europa, era rimasto fermo a 10 mila dipendenti. Ieri dovrebbe aver ritoccato la cifra al rialzo, ma non a sufficienza. I sindacati chiedono che tutti i 13.800 dipendenti debbano essere riassorbiti entro la fine del piano industriale (il 2023). Potrebbero anche andare in controllate di Mittal per svolgere attività esternalizzate. La trattativa continuerà a oltranza. Quello che tutti i sindacati vogliono evitare, dalla Fim-Cisl al Usb passando per Fiom e Uilm, è la chiusura di Ilva che sembra ipotizzata nel contratto di governo M5S-Lega.

Gli uomini del Tav insistono: “L’Italia paga di più ma va fatta”

Dopo giorni di polemiche, ieri hanno approfittato di un incontro per ribadire i loro punti importanti del Tav. I componenti della commissione intergovernativa sulla Torino-Lione, riunita nel capoluogo piemontese, hanno risposto a M5S e Lega che hanno inserito nel contratto di governo la ridiscussione del progetto e degli accordi tra Italia e Francia. “È un’opera europea, non franco-italiana”, ha precisato Jan Brinkhorst, coordinatore Ue per il corridoio mediterraneo che include la Torino-Lione. Ha ricordato che l’Ue pagherà il 40% del costo, ma solo se i tempi saranno rispettati: “I prossimi 15 mesi saranno decisivi”. Si è anche rivolto a Luigi Di Maio, che sabato aveva affermato che “il Tav era utile forse 30 anni fa”. “Cosa ne sa Di Maio della situazione di 30 anni fa visto che ne ha 31? – ha chiesto Brinkhorst – 30 anni fa questa infrastruttura non aveva tutta questa importanza, il movimento delle merci era marginale”. Nessuna parola sulle penali in caso di stop da parte dell’Italia: “Costerà molto. Bisogna calcolare il costo della mancata realizzazione”.

Uno dei punti contestati dai No Tav, però, è la ripartizione dei costi prevista nell’accordo di Roma del 2012: tolto il 40% da Bruxelles, il costo non sarà diviso equamente – com’è prassi – ma l’Italia pagherà il 35% e la Francia il 25% per andare incontro a Parigi, la cui tratta da Lione verso le Alpi è più lunga. Per Louis Besson, presidente di Telt (che coordinerà la costruzione della tratta internazionale), la ripartizione non varierà dopo la revisione dell’opera voluta da Parigi: “È legittimo che il governo italiano identifichi dei punti da discutere. Se ci saranno dei problemi i nostri dirigenti sapranno come risolverli”.

L’inutile Terzo Valico, ecco perché i partiti lo vogliono

“Il M5S ha svenduto il territorio per andare al governo con un partito razzista. Luigi Di Maio in campagna elettorale aveva promesso di fermare l’opera”. I No Terzo Valico non hanno gradito il contratto con la Lega dove non si fa cenno allo stop della grande opera. Parliamo del collegamento ferroviario – essenzialmente merci – che nel 2023 dovrebbe collegare Genova e il porto alla Pianura Padana: 53 km per 6,2 miliardi. “Per anni non è stato possibile avere un calcolo costi-benefici. L’unico infine disponibile era quello prodotto da chi doveva realizzare l’opera”, ricorda Marco Ponti, professore al Politecnico di Milano e noto esperto di trasporti. Già, prima si è deciso di fare il Terzo Valico e dopo è comparso uno studio (vecchio). Intanto le ruspe hanno realizzato il 26% dell’opera, 4 lotti su 6 sono finanziati. Ma che cosa succederebbe se tutto si fermasse?

“Un miliardo di lavori realizzati andrebbe perso. Poi ci sarebbero le penali per i mancati utili (circa il 9% dei 3,4 miliardi destinato al consorzio Cociv, il general contractor) e le opere per ripristinare il territorio”, sussurrano, senza voler essere citati, dalle ditte realizzatrici. Quasi 2 miliardi per non avere l’opera. Ma il dubbio resta: la Liguria ha senz’altro bisogno di migliori collegamenti, ma il Terzo Valico è la risposta giusta? A gelare gli entusiasmi, anni fa, era arrivato Mauro Moretti, all’epoca ad di Trenitalia: “Non ha senso spendere miliardi per il Terzo Valico, utile solo a infognarsi in un porto medioevale, che costerà altri 7 miliardi modernizzare”.

Ma l’opera ha molti sostenitori. A cominciare dalla Lega, che a Roma sta con il M5S. Ma a Genova è pilastro della maggioranza di Giovanni Toti: “I cantieri sono finanziati. Di Maio pensi alla decrescita felice”, disse, a gennaio, Edoardo Rixi, delfino di Matteo Salvini. Toti è tranquillo: “Il consiglio regionale ha votato che il Terzo Valico resta irrinunciabile. La Lega tiene il punto. Vero, nel contratto vedo toni schizzinosi sulle opere. Ma, se la Lega non seguirà la linea moralisteggiante, il centrodestra resisterà”.

Marco Doria, ex sindaco di Genova (centrosinistra), spiega così il suo sostegno all’opera: “La nostra città ha bisogno di collegamenti efficienti. Veloci. Bisogna pensare a un’area metropolitana che arrivi a Milano e Torino”. Doria – da sempre estraneo a ordini di scuderia e non particolarmente amico delle grandi opere – aggiunge: “Quando sono arrivato in Comune era già tutto avviato. Ma la ferrovia permette di spostare merci dalla gomma alle rotaie. Come succede in Svizzera, Paese attento agli affari e all’ambiente. Che guarda a Genova come suo porto”.

Ponti, invece, ritiene inutile il Terzo Valico: “Nell’analisi del 2002 era previsto che nel 2010 le due linee esistenti avrebbero raggiunto i 165 treni al giorno saturandosi. Nel 2010 erano solo 62”. Ancora: “Uno studio della World Bank mostra come l’importazione/esportazione di un container dal porto di Genova necessiti di 17,5 giorni di cui dodici per formalità amministrative. Invece si spendono miliardi per risparmiare pochi minuti”.

Ma a Roma vogliono il Terzo Valico. Con Mario Monti al ministero delle Infrastrutture arrivò Corrado Passera (ex numero uno di Intesa). Viceministro era Mario Ciaccia, numero uno di Biis (la banca per le infrastrutture di Intesa) che finanziava l’opera.

Intanto per guidare il porto di Genova Toti ha scelto Paolo Emilio Signorini, indicato come l’ex delfino di Ercole Incalza (signore delle grandi opere pubbliche poi travolto dalle inchieste).

Il Terzo Valico ha il record degli scandali. Negli anni 90, all’alba del progetto, il pm genovese Francesco Pinto indagò sui tunnel pilota. Si parlava di una truffa da 100 miliardi di lire. Gli indagati – Luigi Grillo, Ercole Incalza, Marcellino Gavio e Bruno Binasco – ne uscirono puliti. Furono anche tra i primi a beneficiare della ex-Cirielli sulla prescrizione. Poi, in tempi recenti, un rosario. Dall’indagine sulle presunte turbative d’asta per lotti da 60 milioni, passando per l’inchiesta Alchemia sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta, interessata ai subappalti. In un’inchiesta fiorentina su Incalza (archiviato) un imprenditore al telefono dice: “…Stanno negoziando le ultime direzioni lavori… il Milano-Genova… nella spartizione fantastica di queste direzioni lavori commissionate dai general contractor… che sono una delle vergogne di questo Paese”. Ma nell’inchiesta sugli appalti c’è un passaggio che la gente che vive vicino ai cantieri non dimenticherà. Sono le registrazioni dei colloqui di Ettore Pagani, all’epoca numero due del consorzio Cociv (oggi commissariato). Il rischio amianto? “Intanto la malattia arriva tra trent’anni”.

“Le ingerenze sono offensive: l’Europa ci tratta da colonia”

ACurzio Maltese, eurodeputato de L’Altra Europa con Tsipras dal 2014, non si possono attribuire simpatie per i gialloverdi: “A me questo accordo di governo non piace, lo dico tranquillamente”. Ma gli piacciono ancora meno i commenti quotidiani di ministri tedeschi, francesi, agenzie di rating e stampa internazionale: “In Europa sono abituati a trattare l’Italia come fosse una colonia. O viene nominato il premier che fa le politiche che dicono loro, oppure storcono il naso. Trovo che queste ingerenze siano inaccettabili. La Germania e la Francia violano i trattati europei serenamente, da anni, ma siamo sempre noi i sorvegliati speciali”.

Questa reputazione l’Italia se l’è guadagnata, no?

A me non pare. Piuttosto ci sono catene che ci siamo messi da soli: il pareggio di bilancio in Costituzione e una serie di trattati che andrebbero ampiamente ridiscussi, e in certi casi non rispettati.

Il governo che sta per nascere questi vincoli li vuole abolire. L’Europa difende le sue regole, non è il suo mestiere?

Gli italiani hanno votato, siamo una democrazia: chi è stato votato fa il governo. Il livello, il tono e l’insistenza di queste dichiarazioni sull’Italia sono offensive. Su questioni più serie l’Europa non ha voce.


Quali?

La Commissione europea o i ministri tedeschi invece non mi pare siano intervenuti sui regimi che limitano la libertà di stampa, come Ungheria e Polonia. Non hanno nulla da dire su quello che succede in questi Paesi, dove i giornalisti non sono più liberi di scrivere. Forse l’Europa si dovrebbe occupare meno dei vincoli di bilancio e più del fatto che sta allevando dei dittatori.


Queste ingerenze europee che effetto hanno sull’opinione pubblica e gli elettori italiani?

La critica delle istituzioni europee oggi è un grande aiuto a 5Stelle e Lega. Credo che gli elettori non si spaventino, ma si indignino.


Perché la critica allo status quo europeo è stata lasciata nelle mani di M5S e Salvini?

Nel suo piccolo L’Altra Europa è nata dal programma economico di Luciano Gallino, a cui i 5Stelle si sono ispirati abbondantemente. Le basi erano proprio queste: rinegoziare i debiti pubblici dei paesi in crisi e imporre la fine dell’austerità. La speranza era che nascesse un grande fronte progressista nei governi dell’Europa del Sud.


Cosa è andato storto?

Renzi e Hollande si sono schierati agli ordini della signora Merkel, e non ha portato fortuna né a Renzi né a Hollande. Ora i 5Stelle stanno riproponendo la questione del debito pubblico e dell’uscita dalle politiche regressive che hanno estenuato il nostro paese. Su questo sono totalmente d’accordo con loro. E mi spiace che si siano alleati con la Lega.


La sinistra non è pervenuta.

È in mano da tanti anni a un ceto politico che non ha più nessuna credibilità nei confronti delle categorie che dovrebbe rappresentare (lavoratori, ceto medio impoverito, disoccupati, precari). Guardi Liberi e Uguali: hanno fatto una bella riunione in cui c’erano tutti gli ex dirigenti del Pd che hanno consegnato il partito a Renzi: D’Alema, Bersani, seconde e terze cariche dello Stato, dirigenti dei partitini di sinistra che non si sono neanche sciolti per fare una cosa nuova. Hanno fatto le liste con l’unico obiettivo di conservare i propri seggi. Perché la gente avrebbe dovuto votarli?

I revisori bocciano il rendiconto del 2017 del Comune di Napoli

Non c’è paceper le finanze del Comune di Napoli. Il collegio dei revisori dei conti ha espresso parere “non favorevole” al rendiconto 2017 che approda oggi in aula, e ha invitato i consiglieri “ad adottare i provvedimenti di competenza”. E’ durato poco il sospiro di sollievo del sindaco Luigi de Magistris dopo l’accordo in extremis con il governo Gentiloni per la estinzione del “debito ingiusto”, circa 90 milioni di euro ereditati dai commissariati del terremoto e dell’emergenza rifiuti. Secondo fonti grilline sarebbe la prima volta che i revisori bocciano un rendiconto. Le ragioni sono concentrate tra pagina 66 e 68 del documento. In particolare, mancano 170 milioni dalla vendita degli immobili (dovevano finanziare 176 milioni, al momento siamo fermi a poco più di 4) e non combaciano i dati della contabilità del Comune con quelli delle sue società partecipate. “Notevoli discordanze” che inducono i revisori “ad esprimere forte perplessità” sull’attendibilità delle cifre, e che potrebbero avere ripercussioni sul concordato preventivo di Anm, la società del trasporto pubblico in crisi.

L’uomo di Lotti dirige il gruppo Pd in Senato

Sabato all’Assemblea del Pd a tenere il pallottoliere dei renziani insieme a Luca Lotti c’era Alessandro Giovannelli. Non una novità: l’avvocato di Pistoia, classe 1980, ha sempre affiancato l’uscente ministro dello Sport (di cui era consigliere politico al ministero e prima assistente a Palazzo Chigi) in ogni trattativa delicata, in ogni passaggio a rischio.

Contando e ricontando voti a favore e voti contrari, uomini su cui contare e non. Infatti, è stato anche il responsabile organizzativo della mozione Renzi al congresso. In virtù evidentemente di questo fortissimo legame con Lotti, Giovannelli è stato nominato direttore generale del gruppo del Pd al Senato da Andrea Marcucci (capogruppo, molto vicino sia a Renzi che allo stesso Lotti). Prende il posto di Andrea Bianchi (un passato al Manifesto) che c’era arrivato nel 2009 con Anna Finocchiaro ed era poi stato confermato da Luigi Zanda.

La nomina è l’ennesima prova del fatto che il gruppo di Palazzo Madama è il vero e proprio bunker renziano. Il direttore del gruppo ha un ruolo centrale: coordina tutti gli uffici (dunque sia il legislativo che l’ufficio stampa) e dirige il personale del gruppo; ha un’interlocuzione sia con il gruppo dem della Camera che con quello del Parlamento europeo; è l’unico non parlamentare che partecipa alle assemblee dei gruppi.

Non solo. Svolge anche un ruolo di consulenza: quando si tratta di individuare delle figure (esempio di scuola, il voto per un giudice costituzionale) è lui che tradizionalmente apre l’istruttoria, cerca la figura adatta. E poi, ci sono anche una serie di compiti legati alla gestione delle persone: per esempio, individuare spazi e stanze.

Insomma, il potere di Giovannelli in Senato a questo punto è piuttosto consistente. “Un bravo ragazzo” lo descrivono. Giovannelli è in politica nel Pd da sempre. Anzi, è entrato nella Sinistra giovanile nel 2005. È stato anche il segretario comunale del Pd di Pistoia, ma si è dimesso nel 2017 dopo la sconfitta alle amministrative. La sua nomina salta agli occhi essenzialmente per due motivi. Prima di tutto, c’è la questione politica: al Senato, Renzi ha fatto eleggere se stesso e gli uomini a lui più vicini; è quello il gruppo che controlla di più. E la cosa si evidenzierà anche adesso: quando (e se) partirà il governo Di Maio-Salvini, con maggioranza risicatissima e Forza Italia un po’ all’opposizione, un po’ no, l’asse dei renziani con gli azzurri potrebbe diventare fondamentale. E poi, c’è una questione strutturale. I dipendenti del Pd sono in cassa integrazione ormai dal primo settembre. E il partito ha contato 140 esuberi da mettere in cassa integrazione a 0 ore su 175 lavoratori complessivi. Cig che dovrebbe essere poi confermata per un altro anno, dopo il 31 agosto. Per i gruppi parlamentari non va molto meglio: il crollo di voti ed eletti è costato al Pd 19 milioni. Ogni parlamentare versa 1500 euro mensili. Moltiplicati per i cinque anni della scorsa legislatura, quando gli eletti erano 378, hanno superato i 34 milioni. Con 165 eletti, la proiezione sui 5 anni è di circa 14,8 milioni di contributi. Alla Camera il Pd aveva 135 dipendenti tra giornalisti, funzionari e segretari, che a fine legislatura per prassi escono con il licenziamento collettivo. Di questi ne può riassumere poco più della metà.

E lo stesso discorso va fatto per il Senato, dove i lavoratori del gruppo erano complessivamente una sessantina. Il ridimensionamento si è sentito sia nel personale che negli spazi. Tanto è vero che anche gli stipendi sono stati ritoccati verso il basso. Giovannelli prende circa 50 mila netti anno: un compenso sotto dimensionato rispetto al suo ruolo. Ma comunque per lui un salvagente e di tutto rispetto è stato trovato. Per altri no.

Il mistero dell’avv. Giuseppe: ottimo nome e Re Travicello

Giunto (quasi) al termine della sua fatica questo diario, confuso e smarrito, non riesce a farsi un’opinione precisa del presidente del Consiglio in pectore, Giuseppe Conte. Non dubitiamo che si tratti di degnissima persona a cui formulare i migliori auguri nell’interesse di tutti. Purtuttavia, dall’ampia ritrattistica letta sui giornali emergono due differenti e quasi opposti profili. Quello del monumento equestre, faro di conoscenza e incarnazione di virtù preclare. E quello di un professore sconosciuto ai più che un giorno si è trovato in tasca il primo premio della lotteria di Palazzo Chigi.

Un giurista coi fiocchi? O un Re travicello. Un mero esecutore di ordini altrui? O uno “veramente tosto ve ne accorgerete” (Di Maio)? A chi dare retta? Per esempio, è vero che come prestigioso membro del Csm della giustizia amministrativa, pervaso da un alto senso morale (sempre il mentore Cinquestelle) Conte partecipò sdegnato alla cacciata del consigliere di Stato Bellomo, accusato di molestie sulle studentesse? Oppure (come scrive il Corriere della Sera), citato in giudizio dal reprobo “non partecipò alla seduta dove si decise della decadenza dello stesso Bellomo”? Ah saperlo.

Così come un qualche dubbio potrebbe suscitarlo il Nyt quando rivela che, contrariamente a quanto riportato nel CV dell’esimio giurista, “negli archivi della New York University non risulta nessun Conte”. Perfida calunnia o lapsus veniale? Purtuttavia, fiducioso nell’inclinazione positiva dell’umana natura, il diario preferisce concentrarsi sul molto di Buono e di Giusto che emerge da una fanciullezza spensierata, sobria e pur china sulle sudate carte. “Studiava tantissimo ed era di una riservatezza assoluta” (l’amico d’infanzia). “Un secchione che non alzava mai la testa dai libri” (Repubblica).

Per fortuna nessuno che dica: era un bastardo che non passava mai i compiti. Ai soliti gufi non resta quindi che gufare anche perché – apprendiamo – il giovane Giuseppe univa all’amore per il sapere una certa figaggine. “È sempre stato elegantissimo, anche a scuola era impeccabile nell’abbigliamento” (Il Messaggero). Aveva anche le movenze del calciatore di classe. “Era un regista, uno alla Fabio Capello, se la cavava abbastanza bene”. Aho Fabio Capello mica pizza e fichi!

Tratti gagliardi e signorili che Conte conserverà intatti divenuto autorevole cattedratico. “Con gli allievi ha grande capacità comunicativa, ama ascoltare, non è mai sguaiato, ha garbo e grande forza nelle sue convinzioni (una collega, Corriere della Sera). Infatti, a Firenze gli studenti lo descrivono “severo ma disponibile” (Repubblica). Quanto è buono lei. Osserviamo che dopo questo bagno un po’ appiccicoso nella notorietà il possibile-probabile premier farebbe bene a temere più l’entusiasmo che le critiche. Perché subire l’accusa di essere “amico della Boschi” (Il Giornale) è meno grave che essere paragonato a un mito del pallone. Caro Professore, accetti un consiglio disinteressato: metta il numero chiuso al carro del vincitore e si guardi da certe definizioni del suo capo politico. Come “amico del popolo”, manco fosse Pancho Villa. E, naturalmente auguri.

PS. Apprendiamo dal Corriere dello Sport che Giuseppe Conte è un grande tifoso della Roma. Immediatamente questo diario (notoriamente obiettivo) è pronto a rivedere alcune valutazioni non serene. Volentieri dunque si adegua al montante entusiasmo e pronostica al nuovo premier una carriera più bella e più superba che pria.

Il giurista e l’ipoteca sulla casa di Equitalia per 26.000 euro

Una misteriosa ipoteca di Equitalia sulla casa romana del professore Giuseppe Conte, indicato presidente del Consiglio dall’alleanza Lega-M5S, arrivata nel 2009 e risolta nel 2011. Lo scrive, sul proprio sito, il settimanale l’Espresso. Nel 2009, dunque, Conte ha ricevuto un’ipoteca di Equitalia per oltre 52 mila euro per un “importo capitale” di 26 mila di cui ad ora non si conoscono le origini. Emiliano Fittipaldi ha sentito il commercialista di Conte, Gerardo Cimmino: “Il professore nel 2009 ha avuto una richiesta di documentazione inerente le sue dichiarazioni dei redditi. L’agenzia ha mandato le comunicazioni via posta, ma il portiere non c’è. La cartolina è stata smarrita. Quando il contribuente non si presenta, e non porta i giustificativi della dichiarazione, iscrive al ruolo tutto l’Irpef sulla dichiarazione non presentata. Ecco perché è scattata l’ipoteca. Quando il professore se ne è accorto, ha saldato tutto. A oggi Conte non ha alcuna pendenza con il fisco. Bastano 4-5 ritenute mancanti sulle fatture che Conte emetteva per arrivare a quella cifra. Può succedere a tutti. Non si sono aperte procedure penali, solo una questione fiscale”. Resta la domanda: perché Conte, se aveva ragione, non ha fatto ricorso?