Andremo dove spacciano, nei luoghi dove credono di essere i padroni. Faremo gli invasori pacifici per dire con voce ferma che la città è di tutti, che non esistono zone franche, regni del male dove legge e giustizia non possono entrare”.
Giovanni Ladiana, prete gesuita, annuncia così la manifestazione che ha organizzato oggi a Bari in ricordo della strage di Capaci, insieme ad associazioni, centri sociali, studenti e singole personalità. Sarà nel Rione Libertà, quartiere popolare dove domina il clan Strisciuglio (per la Direzione distrettuale antimafia “il più numeroso e organizzato” tra i dieci clan presenti sul territorio cittadino). “Occuperemo uno spazio che considerano di loro esclusiva proprietà, ci siederemo sulle panchine dove i pusher contano i soldi incassati a fine serata, entreremo nelle case dove leggeremo i contropizzini di Falcone, biglietti in ricordo del magistrato e delle vittime della strage scritti dai ragazzini delle scuole e lettere indirizzate ai mafiosi del quartiere”. Giovanni Ladiana è un prete che si è fatto le ossa nelle periferie del Sud. Librino a Catania, e prima Napoli, infine Reggio Calabria, dove, insieme ad altri, ha fondato il movimento Reggio Non Tace.
Autore di un bel libro, Anche se tutti, io no, pubblicato da Laterza, ha una sua ben precisa idea di come si fa antimafia sul territorio. “La lotta contro le mafie non è solo questione di legalità (spesso le leggi e chi le produce non vogliono realmente questa lotta): è invece l’impegno per la giustizia, sul fondamento della nostra Costituzione. Il 23 maggio non è solo evocazione e memoria, ci riguarda tutti. Anche se in questi ultimi tempi molti sono stanchi di lottare contro le mafie. Perché pare non cambi nulla, perché per qualcuno siamo a buon punto, perché è compito d’altri e ci sono problemi più gravi da affrontare.
Molti a Bari e in Puglia, pensano che la presenza delle mafie sia un problema marginale, salvo poi balbettare inutili parole di circostanza quando ci sono fatti eclatanti”. Lotta alle mafie, bisogni reali delle persone e giustizia, così a Reggio, la sua parrocchia è diventata un punto di ascolto per chi soffre condizioni di disagio. Le stanze e gli uffici trasformati in studi legali con avvocati, laboratori con medici, dentisti che a fine lavoro dedicano il loro tempo agli altri. Aiuto a chi ne ha bisogno senza distinzione di razza, sesso e religione. Tutto basato sul volontariato. È antimafia sociale. “Gratuita, senza finanziamenti pubblici, né padrini politici”, chiarisce il gesuita. Un lavoro duro che Giovanni Ladiana affronta insieme al sociologo Leo Palmisano, autore di vari libri sulla mafia pugliese.
Territorio difficile quello della periferia barese. Qui – come racconta don Francesco Preite, della chiesa del Redentore – la criminalità sa crearsi consenso offrendo soldi e lavoro. “L’altro giorno ho incontrato un ragazzo di 16 anni, mi ha detto che stava trasportando un panetto di droga e che veniva pagato 100 euro, vista la pericolosità del servizio. Con i soldi i clan diventano i padroni del territorio e questo dobbiamo evitarlo”.