Quando a marzo Luigi Di Maio diede la parola al professor Giuseppe Conte, presentando la futura squadra di governo del M5S, il premier designato dall’asse giallo-verde prese la scena con queste parole: “Dobbiamo diffondere tra i cittadini la cultura della legalità. Far rispettare l’articolo 54 della Costituzione: coloro a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno l’obbligo di adempierle con disciplina e onore”.
Conte cita testualmente il secondo comma dell’articolo in questione. Di più: lo mette in cima al progetto politico che intende attuare. Non si ricordano però battaglie o pubbliche dichiarazioni di Conte, nello scorso ottobre, quando la Procura di Firenze ha scoperchiato lo scandalo partito proprio dall’università del capoluogo toscano. Eppure avrebbe potuto mettere in pratica pubblicamente quel che ha sostenuto a marzo, quando è stato chiamato nella squadra di governo del M5S. In un modo semplice: solidarizzare e schierarsi con un ricercatore, Philip Laroma Jezzi che, quel secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione, l’ha onorato con il suo comportamento ed esponendosi in prima persona. Laroma ha denunciato il malaffare all’interno della sua università. La stessa università in cui Conte è professore ordinario di Diritto privato.
Laroma e Conte insegnano – il primo come ricercatore di Diritto tributario, il secondo come ordinario di Diritto privato – a pochi metri l’uno dall’altro: quale occasione migliore per ricordare che “coloro a cui sono affidate funzioni pubbliche”, come i professori universitari, “hanno l’obbligo di adempierle con disciplina e onore”? Laroma ha fornito a Conte la possibilità di fare un passo semplice: bussare alla sua porta, nello stesso edificio in cui il premier in pectore passa le sue giornate insegnando, e prendere una posizione. Ma non ci risulta che abbia mai solidarizzato né in pubblico, né in privato. Occasione persa.
Laroma ha denunciato alla Guardia di Finanza e alla Procura quel che gli è accaduto durante l’abilitazione scientifica nazionale nel 2012. Ha consentito di far emergere un vero e proprio do ut des: un sistema – secondo l’accusa corruttivo – che manipolava le abilitazioni. Non si scambiavano soldi: si barattavano gli abilitati. L’inchiesta descrive un aristocratico mercato delle vacche. È grazie alla denuncia di Laroma che si scopre tutto questo. Un luminare del diritto tributario – il professor Pasquale Russo – sostiene senza remore che il merito, nella bocciatura di Laroma all’Asn non c’entra nulla: tutto è stato deciso in base al “vile commercio dei posti”. Il suo commissario all’esame, Guglielmo Fransoni, ricorda a Laroma che gli era stata suggerita una “via di fuga”: ritirarsi per evitare la bocciatura. Sebbene ingiusta sotto il profilo del merito. Ma Fransoni ritiene che dire “io sono bravo: perché passa gente meno brava di me?” sia un ragionamento “eccessivamente banale”. Ecco, al di là della rilevanza penale, queste frasi non sono coerenti con “la disciplina” e “l’onore” di un funzionario pubblico. Abbiamo chiesto a Conte – attraverso la sua email universitaria – perché non abbia mai solidarizzato pubblicamente con Laroma. E se intenda farlo ora. Finora non ha risposto.