Lo scandalo nel suo ateneo e il silenzio del prof-premier sul “mercato dei posti”

Quando a marzo Luigi Di Maio diede la parola al professor Giuseppe Conte, presentando la futura squadra di governo del M5S, il premier designato dall’asse giallo-verde prese la scena con queste parole: “Dobbiamo diffondere tra i cittadini la cultura della legalità. Far rispettare l’articolo 54 della Costituzione: coloro a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno l’obbligo di adempierle con disciplina e onore”.

Conte cita testualmente il secondo comma dell’articolo in questione. Di più: lo mette in cima al progetto politico che intende attuare. Non si ricordano però battaglie o pubbliche dichiarazioni di Conte, nello scorso ottobre, quando la Procura di Firenze ha scoperchiato lo scandalo partito proprio dall’università del capoluogo toscano. Eppure avrebbe potuto mettere in pratica pubblicamente quel che ha sostenuto a marzo, quando è stato chiamato nella squadra di governo del M5S. In un modo semplice: solidarizzare e schierarsi con un ricercatore, Philip Laroma Jezzi che, quel secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione, l’ha onorato con il suo comportamento ed esponendosi in prima persona. Laroma ha denunciato il malaffare all’interno della sua università. La stessa università in cui Conte è professore ordinario di Diritto privato.

Laroma e Conte insegnano – il primo come ricercatore di Diritto tributario, il secondo come ordinario di Diritto privato – a pochi metri l’uno dall’altro: quale occasione migliore per ricordare che “coloro a cui sono affidate funzioni pubbliche”, come i professori universitari, “hanno l’obbligo di adempierle con disciplina e onore”? Laroma ha fornito a Conte la possibilità di fare un passo semplice: bussare alla sua porta, nello stesso edificio in cui il premier in pectore passa le sue giornate insegnando, e prendere una posizione. Ma non ci risulta che abbia mai solidarizzato né in pubblico, né in privato. Occasione persa.

Laroma ha denunciato alla Guardia di Finanza e alla Procura quel che gli è accaduto durante l’abilitazione scientifica nazionale nel 2012. Ha consentito di far emergere un vero e proprio do ut des: un sistema – secondo l’accusa corruttivo – che manipolava le abilitazioni. Non si scambiavano soldi: si barattavano gli abilitati. L’inchiesta descrive un aristocratico mercato delle vacche. È grazie alla denuncia di Laroma che si scopre tutto questo. Un luminare del diritto tributario – il professor Pasquale Russo – sostiene senza remore che il merito, nella bocciatura di Laroma all’Asn non c’entra nulla: tutto è stato deciso in base al “vile commercio dei posti”. Il suo commissario all’esame, Guglielmo Fransoni, ricorda a Laroma che gli era stata suggerita una “via di fuga”: ritirarsi per evitare la bocciatura. Sebbene ingiusta sotto il profilo del merito. Ma Fransoni ritiene che dire “io sono bravo: perché passa gente meno brava di me?” sia un ragionamento “eccessivamente banale”. Ecco, al di là della rilevanza penale, queste frasi non sono coerenti con “la disciplina” e “l’onore” di un funzionario pubblico. Abbiamo chiesto a Conte – attraverso la sua email universitaria – perché non abbia mai solidarizzato pubblicamente con Laroma. E se intenda farlo ora. Finora non ha risposto.

Vanitoso ma non scorretto, il vero curriculum di Conte

Semisconosciuto ai più fino a qualche settimana fa, oggi è l’italiano dal curriculum più consultato: Giuseppe Conte, avvocato civilista e docente di Diritto Privato all’Università di Firenze, è il nome proposto per la presidenza del Consiglio da Lega e M5S sul quale è piovuta la prima tegola. Lunedì, in un articolo del New York Times, il corrispondente Jason Horowitz ha messo in dubbio alcuni punti dei curricula che si trovano online, in particolare sulla natura dei suoi studi alla New York University.

I curricula.Ne circolano diverse versioni: sul sito Civilisti italiani, sul sito della Camera (inviato per le elezioni al consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa) e sul sito dell’Università di Firenze in italiano (breve) e in inglese (più dettagliato). E sono tutte diverse tra loro.

La New York University. Sul sito degli avvocati civilisti si fa riferimento a un “perfezionamento studi giuridici” nel 2008 e nel 2009, mentre sul sito della Camera si legge: “Dall’anno 2008 all’anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi”. Al Fatto l’università spiega che “Conte non compare in alcuno dei nostri registri, né come studente né come membro di facoltà”, ma “dal 2008 al 2014 aveva il permesso di svolgere ricerche nella biblioteca della nostra facoltà di Legge” e un nostro professore “è stato invitato da Conte a partecipare al board di una rivista giuridica italiana”.

La mail.L’agenzia AdnKronos aveva citato alcune mail del 2014 che testimoniano gli incontri tra Conte e Mark Geistfeld, un civilista della School of Law della NYU e quelle, amichevoli, con l’allora responsabile dei servizi informatici della biblioteca d’ateneo, Radu Popa, in cui a Conte viene garantito l’accesso alla biblioteca, una password wi-fi e una postazione per ultimare un nuovo libro.

La Sorbona. Nel curriculum, Conte scrive poi di aver “soggiornato presso l’Université Sorbonne” di Parigi per svolgere attività di ricerca. La Sorbona, interpellata, ci rimanda a due dipartimenti: quello di legge della Paris-I Panthéon-Sorbonne University e il centro di ricerca della Paris-II Panthéon-Assas University. Quest’ultima spiega di non poter fornire informazioni personali protette per legge e sottolinea di non avere nulla in comune con la Sorbona. La prima, invece, non risponde.

Duquesne University. Si trova a Pittsburgh, in Pennsylvania. Anche qui Conte dice di aver svolto “attività di ricerca” nel 1992. “È stato alla Duquesne University nel 1992 – ci spiega una portavoce – come parte del Villa Nazareth, programma di studio all’estero a Roma che è attualmente attivo per le relazioni internazionali”. A Pittsburgh c’è il Cardinal Tardini Charitable Trust, nel cui cda siede anche Conte.

Vienna. Secondo il curriculum sul sito dei civilisti, Conte avrebbe perfezionato gli studi giuridici all’International Kultur Institut di Vienna. Eppure negli altri (Camera e università) si fa riferimento a generici studi durati tre mesi. A Vienna, infatti, c’è solo l’Internationales Kulturinstitut ed è una scuola per l’insegnamento delle lingue e del tedesco.

Malta. Qui, all’Università di Malta, Conte avrebbe insegnato nel 1997 “nell’ambito del corso internazionale di studi”. Spiega un portavoce: “Non ha mai fatto parte dello staff accademico residente. Tuttavia, è possibile che abbia avuto compiti di docenza durante i corsi brevi organizzati nell’estate del 1997 dalla oggi defunta Foundation for International Studies (FIS), che era una entità separata ma che lavorava in stretta collaborazione con l’università di Malta”.

In sospeso. Nessuna risposta da Yale (dove dichiara un soggiorno-studio di tre mesi nel 1992) mentre il Girton College della Cambridge University (soggiorno nel 2000 per una ricerca scientifica) sostiene di non poter diffondere informazioni senza il consenso dell’interessato. Stessa risposta anche dalla Sapienza di Roma.

In Italia. Confermate, invece, le esperienze in altre università italiane, da Sassari alla Lumsa e alla Luiss. Manca la conferma della borsa di ricerca al Cnr, il Consiglio Nazionale delle Ricerche: ci vogliono un paio di giorni.

Stamina. Nel 2013 Conte ha difeso come avvocato la famiglia di Caterina Ceccuti, madre di Sofia, la bambina che divenne il caso più noto della vicenda Stamina. “È stato il legale di Sofia per alcuni mesi – ha spiegato la Ceccuti che lo ha escluso da legami con la fondazione della sua onlus, Voa Voa – Avevamo perso la causa a Firenze e cercavamo di nuovo l’accesso alle cure compassionevoli. Accettò perché la cura era regolarmente somministrata da un ospedale pubblico”. Smentisce anche il promotore di Stamina, Davide Vannoni, a Un giorno da Pecora: “Non ho mai conosciuto Giuseppe Conte e non ci ho mai parlato direttamente”.

“Paraculo”, “Colmo di bile”: botte social tra Saviano e Dibba

Volano stracci social tra Roberto Saviano e Alessandro Di Battista. Lo scrittore di Gomorra ha pubblicato sulla sua bacheca Facebook un messaggio contro l’ex deputato dei 5Stelle: “Qualche giorno fa Di Battista mi ha ascritto alla categoria degli ‘intellettuali di sinistra incapaci di capire le persone comuni e i loro bisogni’, solo per aver osato opporre ragione e pietas alla violenza di una campagna elettorale giocata sulla pelle degli ultimi. Dopo aver visto questo video anch’io credo che Di Battista possa essere annoverato in una gloriosa categoria patria: i paraculo”. Il video a cui si riferisce è allegato al messaggio: una clip del 2015 in cui il grillino parla di Salvini come del “nemico da distruggere”. Poche ore più tardi arriva la controreplica di Di Battista, sempre via Facebook: “Ciao Roberto, non pensavo fossi così permaloso. Ti ho avanzato una critica non ti ho mica insultato (cosa che hai fatto tu)”. I 5Stelle, scrive, hanno vinto le elezioni malgrado l’ostilità degli “intellettuali ‘falce e cachemire’ (quelli alla te per intenderci) colmi di bile e pregiudizi”. Su Salvini, aggiunge, “quel che ho detto lo ridirei eccome” ma un governo andava fatto e la Lega è meglio del Pd: “Sono meno soggetti alle lobbies”.

La Cei non boccia l’alleanza: “La sfida è il nuovo che avanza”

Dalla Conferenza episcopale arriva una prudente apertura al nuovo governo che sta prendendo forma sull’asse gialloverde: “Credo che, con lo spirito critico di sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana – ha detto Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, aprendo la seconda giornata dell’Assemblea dei vescovi – perché la fede non può essere fumo, ma fuoco nel cuore delle nostre comunità”. Bassetti ha invitato i cattolici a riscoprire l’impegno politico in questa fase delicata per l’Italia e a rispettare il compito di chi dirige il Paese: “Chi si impegna nell’amministrare la cosa pubblica – ha aggiunto – deve ritornare a essere un nostro figlio prediletto: dobbiamo mettere tutta la forza che ci resta al servizio di chi fa il bene ed è davvero esperto del mondo della sofferenza, del lavoro, dell’educazione”. Bassetti ha anche sottolineato il ruolo di Sergio Mattarella: “In questo momento cruciale della nostra storia, esprimiamo con convinzione la nostra stima al presidente della Repubblica per la guida saggia e paziente con cui sta facendo di tutto per dare un governo all’Italia”.

Berlusconi in attesa nel bunker di Arcore, Meloni fa muro: “No al tecnico di sinistra”

Silvio Berlusconi sta alla finestra e dalla tribuna di Arcore attende gli ultimi sviluppi della trattativa tra M5S e Lega per la formazione del governo giallo verde definita dagli azzurri una “vera e propria telenovela”. Prima di convocare il Comitato di presidenza di FI e indicare la linea del partito, che ora resta di ferma opposizione con un voto contrario alla fiducia, il Cav vuol prima capire chi avrà l’incarico di presidente del Consiglio e quale sarà la lista dei ministri. L’ex premier ha sentito al telefono Giorgia Meloni. La presidente di FdI ha definito Salvini “un generale vittorioso che si consegna al nemico” e annunciato il suo netto “no” a Conte premier (“Non penso che la maggioranza dei cittadini che ha votato centrodestra sia contenta di ritrovarsi a Palazzo Chigi un altro tecnico, espressione del M5S, e di sinistra”).

Europeista critico e rigorista: il ministro “di garanzia” della Lega per il Quirinale

La candidatura di Paolo Savona al ministero dell’Economia sta ottenendo effetti bizzarri. L’economista, ex ministro, ex dirigente di Bankitalia e Confindustria, ex presidente di banche e aziende (tra cui Impregilo, che gli costò un’inchiesta poi archiviata nonostante le “conversazioni inquietanti” di cui parlano i pm a proposito del Ponte sullo Stretto) non è finito sotto la lente dei grillini per manifesta appartenenza all’establishment, ma in quelle del Quirinale per le sue critiche alla struttura dell’Eurozona.

La bizzarria sta nel fatto che Savona, portato al tavolo gialloverde dalla Lega, era considerato un nome di mediazione, “di garanzia” anche per Sergio Mattarella: il curriculum accademico è di buon livello; i rapporti internazionali plurimi, di alta qualità e lunghissima data; la sua vicinanza al sistema atlantico (leggi Usa) tanto chiara quanto nota. Per di più, Savona è figlio di una schietta destra liberale – da Einaudi a Carli – che non ha alcuna simpatia per il deficit che tanto preoccupa il capo dello Stato. Difficile pure, per chi ne conosca la storia e lo stile, immaginarlo remissivo di fronte alle richieste di Salvini o Di Maio ove non si trovassero d’accordo.

Il problema del Colle, insomma, è la parola tabù “euro”, di cui Savona ha più volte denunciato i difetti. L’ex ministro Giorgio La Malfa, che lo conosce dal 1964, quando studiavano assieme al Mit di Boston con Franco Modigliani, la mette così: “Paolo è un europeista come lo sono io, ma siamo anche convinti che l’euro sia una istituzione poco solida e non benefica. Ciampi, ad esempio, parlava di ‘unione monetaria zoppa’.

La posizione di Savona è che i difetti dell’euro vadano corretti per il bene dell’Europa”. I difetti, all’ingrosso, sono questi: indebito vantaggio competitivo tedesco, deflazione imposta ai Paesi periferici che distrugge tessuto economico e banche fino al “livello Grecia”. Se non ci fosse nulla da correggere, è il ragionamento, non ci sarebbe una trattativa tra Germania e Francia per riformare l’Eurozona: e solo con una posizione negoziale molto dura l’Italia può sperare di incidere sennò si finirà, come fu per il bail-in bancario, a denunciare la sciagura dopo. Sulla permanenza o meno nell’euro, invece, Savona è stato assai più ballerino di quanto credano i giornali: nell’ultima sua lettera pubblicata dal Sole 24 Ore (24 aprile), l’uscita non pare opzione desiderabile.

In un intervento, firmato con La Malfa a fine 2016, c’è invece un’analisi che pare pensata per il prossimo governo. Partendo dalla necessità di riforma dell’euro e dai nervosismi di pezzi di establishment tedesco sull’Italia, si proponevano due soluzioni: “La prima è che la Germania lasci l’euro”; la seconda “sostituire l’attuale meccanismo della moneta unica con un meccanismo di tassi di cambio fissi ma aggiustabili” (com’era lo Sme). E se non vanno bene nessuna delle due (come probabile)? “La sola strada possibile è che i Paesi membri scelgano di condurre politiche monetarie e fiscali del tutto autonome e aspettino gli eventi”. L’anno prossimo il Quantitative easing della Bce – da cui dipendono rendimenti dei titoli di Stato e spread – dovrebbe finire: se sarà così, “gli eventi” arriveranno qualunque sia il livello di deficit dell’Italia e comunque la pensi il ministro dell’Economia.

“Mai Luigi premier” Il Salvimaio sta già rischiando di saltare

Nel pomeriggio di una giornata infinita, il Quirinale e i Cinque Stelle si sentono in via informale, perché i Cinque Stelle sono preoccupati, anzi di più. E il Colle li rassicura: nessuna obiezione su Giuseppe Conte. Nessun ostacolo, almeno per ora, al premier proposto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, l’avvocato e docente universitario che brucia sulla graticola del curriculum contestato, del suo patrocinio al ricorso di una famiglia favorevole al metodo Stamina, e di una vecchia sanzione versata a Equitalia per cartelle esattoriali non pagata. Ma chissà se è un vero via libera, quello del Colle.

Hanno dubbi,dentro il Movimento. Mentre si chiedono se e quanto reggerà Conte. Lui in giornata sente Di Maio e altri big: “È molto provato” ammettono. Però per adesso giura di voler andare avanti, l’avvocato. E 5Stelle e Lega sperano che non cambi idea. Perché senza di lui potrebbe esplodere tutto, saltare l’intero governo gialloverde. E infatti in serata Salvini avverte su Facebook: “Noi siamo pronti, non c’è tempo da perdere: o si cambia l’Italia, o si vota”. Dal M5S traducono: “Ce l’ha con il Quirinale, che aspetta per dare l’incarico a Conte”.

Ed è irritato anche il Movimento, il cui idillio col Colle si sta già esaurendo. Mentre balla, il governo che ancora non c’è. Anche perché dal Quirinale è pure piovuto il no informale ma certo a Paolo Savona, l’economista 81enne che la Lega vorrebbe ministro dell’Economia e che il Capo dello Stato non lo accetterà mai. Il Carroccio e i 5 Stelle lo sanno.

Però in un vertice ieri mattina Di Maio e Salvini decidono che si va avanti con Conte e Savona. È questo l’esito della riunione tenuta in un palazzo del Vicariato nel centro di Roma: complessa, perché Conte è travolto da agenzie e articoli da apocalisse. E perché i siti e le voci dentro i Palazzi raccontano che Mattarella è molto perplesso sul civilista. Ma Lega e M5S insistono su di lui. E non possono fare altro, perché Salvini non potrebbe mai reggere coi suoi l’ipotesi alternativa, cioè Di Maio premier. E nel corso dell’incontro, a scanso di equivoci, lo ripete al capo del M5S: “L’assemblea del mio partito mi ha dato un mandato chiaro, serve un nome terzo a Palazzo Chigi”. Perché Salvini sa che il capo del M5S e i suoi sotto sotto ancora ci sperano. E in serata dai vertici a 5Stelle confermano: “Se Salvini ci dicesse sì a Luigi premier, saremmo entusiasti”. Ma il leghista ha altre idee. Quindi è fondamentale che Conte regga. Per questo, Salvini chiede a Di Maio se sul professore uscirà altro. E il 5Stelle assicura che il legale non ha veri scheletri nell’armadio. Ma si parla molto anche di Savona, su cui la Lega non vuole sentire ragioni. Salvini lo aveva fatto capire già domenica: “Speriamo che nessuno metta veti”.

Sillabe che erano riferite soprattutto all’economista e ai prevedibili dubbi del Colle. E Di Maio si allinea. Perché Salvini, raccontano, è chiaro: “Se dobbiamo cedere tanto vale andare a votare”. E poi c’è tempo per discutere formalmente di nomi, visto che sarà il premier a proporre i ministri. Quindi bisogna comunque aspettare. Però nel M5S già (ri)pensano all’alternativa, ossia a Giancarlo Giorgetti, che per i 5Stelle andrebbe benissimo. Però il leghista ha sempre rifiutato quel ruolo e vuole fare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ed è un altro bel nodo. Nell’attesa, Salvini è secco: “Di Maio non mi ha informato di alcun ripensamento, quindi il nome resta Conte”. E Di Maio premier non lo accettereste? “Lo abbiamo detto e lo ripeto”.

Naturalmente gli chiedono anche di Savona, e la risposta è dritta: “Mi piacerebbe molto, il suo nome è una garanzia”. Poi esce Di Maio, e difende il Conte: “Non sanno più cosa inventarsi”. In serata, i due leader si rivedono per parlare di ministri. Ma la strada verso il governo è lunga. Eccome.

Mattarella “congela” Conte: l’obiettivo è la testa di Savona

L’attesa si dilata, un’altra volta. Riflessione, non stallo, a dirla con il Quirinale. E i giorni s’allungano. In questa crisi inedita della Repubblica, il capo dello Stato sta scrivendo un’altra pagina nuova della prassi delle consultazioni. Cioè la pausa di riflessione tra la fine degli ultimi colloqui di lunedì scorso (seppur riservati solo ai due “alleati” gialloverdi) e l’eventuale conferimento dell’incarico a premier al nome indicato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini: il “principiante” Giuseppe Conte, una sorta di esecutore fantasma e sconosciuto.

La novità risiede appunto in questo passaggio. A differenza di altre fasi post-elettorali, stavolta la maggioranza c’è e l’indicazione del presidente del Consiglio pure. Ma il capo dello Stato continua a non essere convinto. Ed è per questo che oggi non arriverà l’incarico per Conte. Domani? A domanda precisa, dal Colle si risponde: “Non sappiamo quando, aspettiamo domani (oggi per chi legge, ndr)”.

L’attesa del capo dello Stato include anche un’attenta lettura dei quotidiani su altre eventuali rivelazioni della biografia dell’avvocato professore pugliese. “Che cosa sappiamo di lui? Niente”. Timori e preoccupazioni hanno infatti accompagnato i primi peccatucci di Conte scoperti ieri. Certo, un curriculum un po’ impreciso è peccato veniale, non mortale, ma un po’ di tempo in più non guasta per il presidente della Repubblica. Anche perché la ridda di voci è caotica e invade la vita privata del tecnico Amico del Popolo, non eletto in Parlamento.

“Aspettiamo, leggiamo i giornali”, dunque. Un’attesa che aumenta poi le “perplessità” politiche del presidente della Repubblica sulla figura di un premier debole, “un burattino” manovrato dai due leader gialloverdi.

È questo il sunto dei colloqui che ieri Mattarella ha avuto con i presidenti di Senato e Camera, rispettivamente l’azzurra Elisabetta Casellati e il grillino (di sinistra) Roberto Fico. A loro, il capo dello Stato ha ripetuto che preferirebbe un premier forte come garanzia politica (Luigi Di Maio, ovviamente) di questa alleanza nata tra due forze rivali alle ultime elezioni. Ecco perché ha annunciato che avrebbe atteso fino a giovedì per decidere cosa fare. Incarico sì o incarico no? Gran parte della questione dipende dalla soluzione di quello che si sta manifestando come il vero nodo del primo governo populista della Repubblica. L’indicazione dell’ottuagenario Paolo Savona al ministero dell’Economia.

Al Quirinale, le prime preoccupazioni sono già trapelate domenica scorsa e in due giorni hanno preso la forma di una valanga, al punto che la nomina di Savona viene vissuta al Colle come un incubo. Contro di lui è in corso un fuoco di sbarramento sollecitato anche da altri settori dell’establishment. In pratica, “Savona è uno che considera l’euro come il Terzo Reich” e vorrebbe mandare il Paese “in default per poi trattare l’uscita dall’euro”. C’è persino chi scorge profili “inquietanti” dietro di lui per “destabilizzare l’Europa partendo dall’Italia”.

Per Mattarella tutto questo è inaccettabile. Senza dimenticare che il presidente, il 9 maggio a Firenze, ha fatto un discorso contro il sovranismo seducente nel segno dei trattati europei. Più che i grillini, considerati i populisti buoni, l’obiettivo era e rimane la Lega del lepenista Salvini.

È fin troppo chiaro, allora, che il congelamento di Conte, che comunque ha “problemi” biografici, diciamo così, mira alla capitolazione leghista su Savona. Una partita appena iniziata, dal momento che lo stesso Salvini ieri ha difeso l’economista. In ogni caso se giovedì dovesse arrivare l’incarico per Conte, la linea del Colle è questa: “Il capo dello Stato parlerà del ministro dell’Economia solo con il presidente incaricato”.

E qui si ritorna ai dubbi primigeni sulla figura di Conte premier: vorrà fare il presidente del Consiglio come prescrive la Costituzione oppure dovrà telefonare a Di Maio e Salvini quando durante il colloquio al Quirinale sulla squadra di governo, Mattarella non cederà sul nome di Savona?

Il balletto che incrocia Conte e Savona terrà banco per tutta la giornata di oggi e rilancia altri scenari che sembravano tramontati lunedì scorso dopo le consultazioni. Il primo è quello che prevede Luigi Di Maio a Palazzo Chigi e il leghista Giancarlo Giorgetti all’Economia. Lo schema ideale per il Colle, ma che la Lega non potrebbe reggere a sentire le ultime e reiterate dichiarazioni di Salvini sul leader grillino.

Così al Quirinale, come spesso accaduto in questi ottanta giorni di stallo e trattative, si cominciano a delineare i percorsi d’emergenza qualora la situazione, già critica, dovesse precipitare. Cioè: un premier politico incaricato diverso da Conte, governo bocciato, fine. E alle elezioni in autunno si arriverebbe con l’esecutivo “neutrale”, paventato da Mattarella il 7 maggio.

La guerra preventiva

Ci sarebbe molto da dire e ridire sul nascituro governo Salvimaio. Infatti molto abbiamo già detto: le distanze per certi versi incolmabili fra i due alleati della coalizione giallo-verde, l’ambiguità di Salvini servitor di due padroni (alleato di B. nel centrodestra e dei peggiori nemici di B. nel governo), la vaghezza di molti punti programmatici e l’assurdità di altri (come la licenza di sparare “a prescindere”), la genericità delle coperture finanziarie, un paio di voci del curriculum di Conte, il profilo non proprio nuovo e immacolato di qualche possibile ministro (da Savona a Massolo). Altre le diremo se e quando il governo nascerà, criticandone – come sempre – errori e omissioni. E siamo lieti di ritrovarci, per la prima volta dopo decenni, in compagnia dell’intera stampa italiana, finora cane da compagnia e da riporto del potere e ora improvvisamente cane da guardia. Benvenuti, cari colleghi. Ma non vorremmo che l’empito del neofita vi portasse a precorrere i tempi, a precipitare le conclusioni, a dimenticare quel che scrivevate fino all’altroieri e a inventare categorie mai applicate a un governo non ancora nato. Ieri abbiamo letto l’editoriale di Mario Calabresi su Repubblica. E siamo rimasti sorpresi fin dalle prime righe: “Sta per nascere un soggetto strano, mai visto: un governo politico con un premier tecnico”.

Ohibò. Eppure ci pareva di ricordare che nel 1993 nacque un governo politico (come tutti i governi che ricevono la fiducia dal Parlamento e compiono scelte squisitamente politiche) con un premier tecnico mai eletto: l’ex governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. E nel ’95 nacque un altro governo politico con un premier tecnico, mai eletto: l’ex dg di Bankitalia, Lamberto Dini. E nel 2011 nacque un altro governo politico con un premier tecnico, mai eletto e nominato 48 ore prima senatore a vita da Napolitano: il prof. Mario Monti. Eppure tutti e tre quei governi politici con un premier tecnico mai eletto ebbero il plauso, anzi la standing ovation, anzi la ola di Repubblica e degli altri giornaloni. Anche quando, come con Monti, il programma era diametralmente opposto a quello dei partiti che lo sostenevano. Il che non si può dire dell’eventuale governo Conte, chiamato a realizzare il programma dei partiti premiati dagli elettori il 4 marzo. “Non si può non chiedersi con quale forza e convinzione (Conte, ndr) potrà illustrare alle Camere qualcosa che non è farina del suo sacco e che margini di manovra potrà avere chi si trova chiuso tra Salvini e Di Maio”. L’amorevole cura nel difendere Conte dal Gatto e dalla Volpe è commovente, ma saranno un po’ fatti suoi.

Se ha accettato di realizzare un certo programma, vorrà dire che lo condivide e forse ci ha pure messo lo zampino. “Il premier non ha alcuna esperienza politica o di gestione”. Ma tu pensa: e Ciampi, Dini, Monti quale esperienza politica o di gestione avevano? Eppure furono premier efficaci e risoluti, a prescindere dalle cose che fecero. “Non è mai stato parlamentare, sindaco, nemmeno consigliere comunale”. E quei tre? E B. quando divenne premier nel ’94? E Prodi nel ’96? “Proviamo a immaginare Conte al G7 in Canada o ai vertici europei: cosa potrà dire o decidere senza consultare gli azionisti della coalizione?”. Magari si metterà d’accordo prima, come tutti i premier dei governi di coalizione chiamati a fare sintesi dei partiti che appoggiano il governo. Se lo farà bene o male, lo vedremo all’opera. Ma nulla di nuovo sotto il sole. Tutto ciò che si paventa per il futuro è già accaduto nel passato, spesso nel silenzio degli scopritori dell’acqua calda.

“Il rischio che l’Italia venga rappresentata da un premier a sovranità limitata è forte e reale. Ricordate Ambra Angiolini che riceveva nell’auricolare indicazioni sul da farsi? Aveva la fortuna di dover ascoltare solo Boncompagni, non la doppia voce di Di Maio e Salvini”. Sì, ricordiamo tutto. Anche Enrico Letta, premier del governo che nel 2013 mise insieme i partiti sconfitti alle elezioni per tener fuori i vincitori e che si vide dettare il programma non dai leader di maggioranza, ma da un tal Giorgio Napolitano, appena rieletto, che nominò alla bisogna 10 “saggi” mai eletti e ordinò al Parlamento quale esecutivo formare e quali “riforme” fare (compreso lo sfascio della Costituzione) con la minaccia-ricatto delle dimissioni. È peggio un premier che ascolta i leader della sua maggioranza o che prende ordini da un presidente fuori dai suoi poteri e dagli amici suoi? Molti citano il presunto paradosso di due partiti che contestavano gli ultimi quattro premier “non eletti” e ora indicano un premier “non eletto”. Ma la questione non era che Monti, Letta, Renzi e Gentiloni non fossero parlamentari (Letta e Gentiloni, fra l’altro, lo erano). Era che partiti votati con un programma, strada facendo, formassero governi che ne realizzavano uno opposto, per giunta sostenuti da maggioranze fasulle, drogate dal premio del Porcellum incostituzionale e dai voltagabbana. E infatti ora si avviano all’estinzione. Ottima anche la scoperta delle “prerogative” del Colle, che ora dovrebbe bocciare il premier e i ministri indicati dalla maggioranza parlamentare e sarebbe “irritato” perché alcuni non gli garbano. Se ce ne sarà qualcuno indegno o in conflitto d’interessi, farà bene a bocciarlo. Poi però dovrà spiegare perché i suoi predecessori nominarono tre volte premier un delinquente ineleggibile come B. (che lui continua a ricevere), per tacere di tanti ministri manigoldi. E come mai lui stesso firmò leggi indecenti come l’Italicum, valido per la sola Camera (il Senato elettivo era già dato per morto), e nominato ministri imbarazzanti come la copiona Madia e la falsa laureata Fedeli, rinviando il risveglio dal letargo al 2018.

La maxi-berlina adesso studia da grande

La potremmo definire una vice-ammiraglia che non soffre complessi d’inferiorità, la nuova Audi A6. Un po’ perché 24 anni di carriera qualche soddisfazione gliel’hanno regalata, ma anche perché questa ottava generazione poco ha da invidiare a chi le sta sopra nella gamma di Ingolstadt, ovvero A7 Sportback e A8. Con loro infatti divide sia i tratti stilistici che la piattaforma costruttiva (la MLB Evo), ma anche la tecnologia di bordo (con possibilità di dialogo con le infrastrutture abilitate) e i sistemi di assistenza alla guida, che sono circa una quarantina. Qualche centimetro di meno in lunghezza rispetto alle sorelle maggiori, comunque, è fisiologico, anche se alla fine non pregiudica l’abitabilità: si parla pur sempre di un’auto lunga quasi 5 metri (4,94 m, per la precisione). Insomma, ci si sta dentro con comodità. E anche un pizzico di futurismo, visto che alla pulizia delle linee esterne corrisponde anche la quasi scomparsa dei comandi manuali, sostituiti da quelli digitali. In primis il cruscotto virtuale (virtual cockpit) ma anche i due display a disposizione: quello superiore, da 10,1 pollici, serve per navigazione e infotainment, mentre con quello da 8,4 pollici alla base della consolle si gestiscono climatizzazione e funzioni comfort. I motori sono tutti elettrificati con la tecnologia mild-hybrid: 12 Volt per i 4 cilindri, 48 Volt per i V6. Al lancio, in giugno, sarà disponibile per primo il V6 3.0 TDI da 286 Cv, seguito dalla versione da 231 Cv. Dopo l’estate sarà la volta dei quattro cilindri, tra cui il 2.0 TDI da 204 Cv, e del più potente V6 3.0 TFSI da 340 Cv. Il listino, infine: la nuova A6 parte da poco sopra i 62 mila euro.