Fca, addio ai modelli di massa. E il lavoro?

L’auto “popolare” sta per abbandonare, forse definitivamente, l’Italia. Almeno stando alle anticipazioni sul prossimo piano industriale di FCA, che verrà illustrato il 1° giugno e secondo Bloomberg prevede l’addio a Fiat Punto e Alfa Romeo Mito, nonché il trasferimento della produzione di Panda a Tichy, in Polonia. Niente di nuovo in assoluto. È più di un anno che si parla del progetto che ha in testa Marchionne, quello di fare dell’Italia il polo del lusso, mantenendo su territorio nazionale fabbriche che sfornino solo Alfa Romeo, Maserati e Jeep: marchi che garantiscono il valore aggiunto, e con esso il profitto più alto. Se pure ha una certa logica dal punto di vista industriale, perché è sensato fare auto premium dove il costo del lavoro è più alto e utilitarie dov’è più contenuto, l’operazione lascia diversi interrogativi sul versante del lavoro. Se alcuni modelli vengono soppressi o spostati in altri poli produttivi bisogna sostituirli con qualcos’altro, pena la rinuncia agli attuali livelli occupazionali. Punto su cui lo stesso Marchionne, che lascerà l’attuazione del piano al suo successore, aveva fatto promesse importanti come il ritorno alla piena occupazione in tutti gli stabilimenti italiani. Il fatto è che, a oggi, si sa che Alfa Romeo avrà un suv più grande della Stelvio e Maserati uno più piccolo della Levante, che non sta avendo risultati commerciali apprezzabili. E Jeep, forse, un’entry level più piccola della Renegade da produrre magari a Pomigliano al posto della Panda. Roba che aiuta, ma non può bastare.

C’è un’ammiraglia che si crede una vera premium

Quando nacque la prima Touareg, nel 2002, a un suv si chiedeva di avere la faccia da fuoristrada e una certa attitudine a sfangarsela sugli sterrati cattivi, nei guadi, in mezzo alla neve. Nel lanciare la terza generazione, tra poche settimane nelle concessionarie, la Volkswagen enfatizza soprattutto il cospicuo bagaglio tecnologico della vettura, la sua iper-connettività, le rilassanti opportunità della guida semi-automatica, il comfort ultralusso. Infatti il prezzo cresce, rispetto alla seconda generazione, e a Wolfsburg la considerano senza tentennamenti l’ammiraglia della casa. Come la cugina Cayenne, con la quale condivide lo stabilimento di produzione di Bratislava, ora si vuol battere nel campionato delle premium.

Leggermente più larga e più lunga di 7 centimetri, è dimagrita di un quintale grazie all’alluminio e sfoggia un look esterno da raffinata turbodieselista frequentatrice di autostrade, con il muso caratterizzato da maxi calandra cromata e massicci fanali. All’interno, altre frecce nella faretra mirano alle membra (i sedili avvolgenti e massaggianti) e agli occhi (il cruscotto sta a metà strada tra la room tv, con i due grandi display, e l’ufficio di una start-up, con i led che corrono ovunque…). E soprattutto alla mente. Già, la New Touareg sembra il Dream Team dell’high-tech ma con la panchina lunghissima, visto il numero dei sistemi tecnologici per l’assistenza, la dinamica, il comfort di guida, e l’infotainment. Anche chi odia studiare il libretto delle istruzioni, insomma, stavolta un’occhiata dovrà dargliela, perché mai nessuna Volkswagen aveva integrato in una sola auto così tanti gadget. È di fatto dotata di guida semiautomatica; ha otto modalità di guida; la sua autoradio “ibrida” fonde ricezione terrestre e via web; è sempre connessa a internet anche senza smartphone; col buio scova pedoni e animali anche se piove o c’è la nebbia per merito del sistema Nightvision. E via così, un esercito di diavolerie.

Due soli i motori invece, almeno al debutto. Che poi è uno solo, il 3 mila turbogasolio sei cilindri a V, declinato in due potenze: 231 e e 286 cavalli. In Italia si venderà soprattutto il primo, che costa dai 61 mila euro in su. Nel 2020 arriverà anche l’ibrido, che prima esordirà in Cina, uno dei principali mercati di sbocco della vettura tedesca. Dove c’è pure il cliente medio più sbarbato: laggiù il proprietario di Touareg ha un’età media di 41 anni. Nell’Europa Occidentale si sale a 55. Non per niente la chiamano Vecchia Europa.

Del quasi milione di Touareg vendute, circa 30 mila le hanno comprate gli italiani. I numeri crescerebbero di brutto se fosse disponibile anche la motorizzazione a metano. Ma il metano piace praticamente solo a noi, e siccome costicchia il gioco non vale la candela.

Avion Travel dopo 15 anni ripartire dal dolore

Eredi di una tradizione sentimentale e drammatica in cui la melodia diventa nostalgia per qualcosa che non tornerà più, gli Avion Travel guidati da Peppe Servillo tornano a pubblicare un album dopo 15 anni, intitolato Privé. Il primo dopo la dipartita del chitarrista Fausto Mesolella, scomparso lo stesso giorno in cui i membri della band si erano riuniti dopo molto tempo per pianificare la pubblicazione del nuovo disco. Composto da 11 brani, in Privé sono due le anime che lo abitano: una amara e l’altra dolce. La prima che sfugge alla canzone, la seconda che la insegue. Una che diffida delle parole e l’altra che si consegna alle parole. Le stesse che offrono l’opportunità alla band di elaborare quel dolore, sistemarlo e superarlo. E infatti, pezzi come A me gli occhi + L’incanto, Inconsapevole, Se veramente Dio esisti, sono canzoni che non si negano mai al gusto dell’intrattenimento, che a volte consolano, altre riscaldano e allietano. Piccole invenzioni dense d’ironia e ricche d’improvvisazione. Bentornati Avion Travel.

Essere Calcutta, senza replicare Calcutta

Che disdetta per i fini battutisti, che qualcuno possa scrivere “Lo sai che la Tachipirina 500, se ne prendi due, diventa 1000” sfornando l’ennesimo dei singoli che funzionano. Inaccettabile, che Calcutta non sbagli un colpo. Pare di vederli, mentre ascoltano con la vena ingrossata sul collo. Nessuna invidia per i detrattori di ogni ora, quando venerdì 25 maggio sentiranno (perché lo sentiranno), il nuovo album “Evergreen” (Bomba Dischi/Sony Music): dieci tracce perfettamente infilate, con quel vezzo dell’intermezzo strumentale, “Dateo”, già inserito in “Mainstream” (era “Dal Verme”). Un disco in cui riesce in uno strano intruglio da alchimista: essere proprio Calcutta, senza replicare Calcutta. Più articolato nella resa – è più “suonato”, rispetto al precedente – ma non nell’impatto. È lo stesso Edoardo D’Erme incontrato in un giorno di novembre del 2015 a Torpignattara (Roma). Con la sciarpa per niente coordinata al cappuccio della felpa, anche ora che tutti lo tirano per il giacchetto, sequestrandolo per questo e quell’appuntamento a Milano.

Resta lo schivo Calcutta, che parlava dello Svelto e partoriva frasi che a qualcuno costerebbero anni di terapia, come “ti presterò i miei soldi per venirmi a trovare”.

Nei testi, di cui ha sempre poco amato parlare, ritorna quella quotidianità disarmante, grigia come solo la normalità sa essere. E potente, come solo la normalità sa essere. “Sto perdendo tempo e penso che mi va”, canta in uno dei brani migliori, “Nuda Nudissima”, esempio perfetto di una complessità musicale – quasi prog, a tratti – che mastica il pop di qualità. Avrà fatto un giro negli anni Settanta in questo lasso di tempo, anche quelli italiani si direbbe, sapendo che poi tanto, quando anche solo imbraccia la chitarra – con la quale compone meno, ha detto a Rolling Stone – son tutti lì a squarciarsi la gola. Come alla festa di Bomba Dischi lo scorso 30 aprile, con gli spettatori arrampicati sui biliardini pur di vedere. Per una situazione analoga, più scarna rispetto al suono generale del disco, la nuova “Saliva”, è perfetta. E la vena s’ingrossa.

Courtney Barnett e la sua guerra contro gli haters

“Mettimi su un piedistallo, e sarò solo capace di deluderti”: così cantava Courtney Barnett in Pedestrian at Best, uno dei brani più memorabili del suo primo album Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit. Con quel disco di tre anni fa, la oggi trentenne cantautrice australiana è entrata nel cuore di molti fan, ormai cronicamente disillusi, di quella cosa che una volta si chiamava indie-rock. O anche solo “rock” e basta. Qualcuno, sull’onda dell’entusiasmo ritrovato, ha parlato addirittura di una nuova “Dylan al femminile”, peccando nell’ordine di: anacronismo, esagerazione e solito buon vecchio maschilismo.

Si potrebbero in realtà citare tanti nomi di artiste alle quali lo stile svagato ma appuntito della Barnett può far pensare: da Chrissie Hynde a Liz Phair, da Sheryl Crow all’ex Pixies e tuttora Breeders Kim Deal. Quest’ultima, insieme alla sorella Kelley, è ospite in un paio di brani del nuovo lavoro, intitolato con il consueto misto di disincanto e finta seriosità Tell Me How You Really Feel. Dieci canzoni solide, melodiche, piacevolissime e liricamente argute che confermano al di là di assonanze e omonimie (su cui ha giocato con una certa sfrontatezza l’anno scorso pubblicando un disco con Kurt Vile, l’innocuo Lotta Sea Lice) quanto Courtney assomigli solo a se stessa. La sua figura dinoccolata e perennemente sorridente è davvero qualcosa di unico nel panorama attuale, non tanto per l’originalità degli ingredienti musicali – formalmente le sue canzoni sono una specie di festival indie anni 90 condensato in tre-quattro minuti – quanto per il modo con cui vengono mixati in una formula immediatamente riconoscibile e del tutto personale. Quell’auto-ironia da adorabile imbranata, quel candore nel raccontarsi, quella capacità di parafrasare dettagli di ordinaria quotidianità in riflessioni esistenziali, sono prerogative tutte sue. Insieme all’ombra di una patologica insicurezza sulle proprie capacità e sul proprio ruolo nel mondo, oggi forse amplificata dal discreto successo che la musicista sta raccogliendo in giro per il mondo. Alcuni titoli qui parlano chiarissimo: Crippling Self Doubt and a Generic Lack of Self Confidence, Hopefulessness, Help Your Self (notare la finezza verbale), Walking On Eggshells. Ma la fama, per quanto di culto, esige anche altri prezzi da pagare. In Nameless Faceless, la Barnett prende di punta gli haters su Internet battendoli al loro stesso gioco, ma nonostante lo humour con cui viene affrontato l’argomento è serio, e non è un caso che nello stesso brano si alluda anche al sessismo e alle violenza di genere, con tanto di citazione della Margaret Atwood de Il racconto dell’ancella.

E poi ci sono i sentimenti, la vita on the road e il problematico intrecciarsi delle due cose. Insomma: facendo finta di chiederci “come stiamo davvero”, Courtney ci descrive senza reticenze come davvero sta lei. Non ascoltarla sarebbe un vero peccato.

Si fa presto a dire RAMADAN

Da pochi giorni è iniziato il Ramadan, il nono mese del calendario lunare musulmano, durante il quale, secondo la tradizione islamica, Maometto ricevette la rivelazione del Corano che lo indicava come “guida per gli uomini di retta direzione e salvezza” (Sura II, v.185)

Essendo uno dei cinque pilastri dell’Islam, è un obbligo per ogni musulmano adulto e in salute. Quindi diciamo che io me la sono scampata fino ai dodici-tredici anni, adesso al massimo me la scampo una settimana al mese, visto che anche Allah è stato previdente e ha capito che nemmeno lui può separare donne e Nutella durante il ciclo.

Questo è il mese sacro del digiuno, dedicato alla preghiera, alla meditazione e all’autodisciplina.

E non vi dico quanto i musulmani siano contenti che inizi. I miei parenti chiamano addirittura dal Cairo per farci gli auguri. Ma auguri di che. Auguri di cosa che io già c’ho fame e nemmeno è iniziato.

Ma a parte la fame, in questo mese si prega. Forte. Anche perché quando devi digiunare in piena sessione d’esame, senza acqua, senza cibo, con la voglia di studiare di un procione investito da un autocarro, non ti resta altro che pregare.

Si riflette anche sui propri errori, su quanto si è fortunati ad avere ciò che si ha, su quanto si dia per scontato molto del nostro quotidiano… si riflette, si medita… in un altro periodo dell’anno avrei meditato davanti al frigo aperto, ma no, questo mese no. Così medito in camera da letto, in sala da pranzo, medito in bagno, medito ovunque, ma di certo non vado a meditare in cucina, perché quello, cari amici, sarebbe masochismo.

Ma analizziamo con cura una giornata tipo.

Sono le tre del mattino, sei in piena fase REM, magari stai anche sognando il tuo ex che si strozza con un rigatone al sugo, il tuo subconscio si trova in un momento di puro godimento, ma ecco che suona la sveglia. Vi giuro che è l’unico mese dell’anno in cui scatto in piedi immediatamente, anche perché o mangio prima che sorga il sole, o se ne riparla il giorno dopo e sinceramente il mio ex può anche crepare alla prossima fase REM.

Però c’è un piccolo insignificante problema: che ti mangi? Sono comunque le tre. È una scelta ardua, signori.

Latte e biscotti no. Perché al giorno dopo se ci arrivi, ci arrivi con l’autoambulanza.

Un piatto di pasta no. Perché il karma non voglia che questa volta mi strozzo io.

Allora spesso interviene mio padre con tutto l’entusiasmo del mondo: “Ragassi non vi broccubate, vi bribaro un biatto buono io, lasciatemi fari”.

Il 99.9 per cento delle volte questo fantomatico piatto buono è una ricetta araba particolare, fatta “de fave secche”, il tutto accompagnato da formaggi, uova, affettati e pane.

Insomma se l’intento era tenersi leggeri, la peristalsi intestinale e la flora batterica con la produzione di gas letali ti fanno notare che anche, stavolta, hai fallito miseramente.

Così ti rimetti a letto, bevi l’ultimo sorso d’acqua e aspetti che esofago e stomaco smettano di litigare per il dominio sulla valvola cardiale. Alla fine vince l’esofago perché diciamocelo, assumere come strategia post-prandiale la posizione orizzontale è stata quella vincente, quella che ti lascia quel retrogusto di fava e pentimento, giusto giusto per affrontare meglio la giornata che sta per iniziare.

Se devo dire la verità, non è così impossibile fare tutto quello che si deve anche senza acqua e cibo. Certo, sicuramente, in alcuni momenti della giornata vorrei abbracciare forte il cattolicesimo, convertirmi davanti al Papa, iniziare a credere che Gesù sia il figlio di Dio, ma alla fine rimango fedele e attendo con ansia le otto di sera. Circa. Perché ogni giorno, come se già tutto questo non bastasse, il sole tramonta a orari diversi e quindi si deve aspettare il minuto preciso con grande autodisciplina, che personalmente non ho nemmeno quando lascio cento euro al dietologo, però in questo mese sono molto precisa. Sarà la fede.

Un consiglio a tutti gli amici che stanno leggendo: se pensate di fare il Ramadan perché fa dimagrire, vi sbagliate di grosso. Durante questo mese il metabolismo ritorna ai livelli fetali, l’organismo cerca di salvaguardarsi e assimila tutto quello che ingerisci, quindi se per sbaglio senti l’odore proveniente dalla finestra della vicina di casa, che per sbaglio l’ha lasciata aperta e che, per sbaglio, magari, sta friggendo una bella caponata di melanzane, eccolo lì che hai preso due chili.

Quindi cari amici, in segno di pace e rispetto per tutti i musulmani, se dovete friggere, chiudete le finestre.

“Indipendenti da Madrid, ma senza più guerra”

Arnaldo Otegi è stato protagonista del processo di pace nei Paesi Baschi, celebrato nella conferenza internazionale di Kanbo-Cambo del 4 maggio. Militante dell’Eta in gioventù, fu portavoce del partito Batasuna, braccio politico di Eta. È coordinatore generale di Bildu, coalizione della sinistra indipendentista basca.

Nel processo di pace vi siete riferiti all’esperienza irlandese?

C’è una differenza fondamentale: nel processo irlandese il governo britannico manifesta una volontà di dialogo per favorire la pace, nel caso basco il governo spagnolo non ha un programma per la pace e perciò non vuole essere socio nella sua costruzione. È difficile capire ciò che è successo in Euskadi senza riferirsi a una dimensione più generale in cui le sinistre “rivoluzionarie” nel mondo passano da strategie armate a strategie democratiche e pacifiche.

Quando capì che la lotta armata non era la via?

È una convinzione maturata nel tempo per ragioni etiche e politiche. Capimmo che non potevamo costruire un progetto politico senza l’adesione volontaria della gran parte del paese; inoltre sapevamo che lo Stato utilizzava la lotta armata per la propria coesione. Dal punto di vista etico, pensavamo che la costruzione di uno Stato basco da sinistra dovesse richiedere il minor costo possibile in termini di sofferenza umana.

A cosa è servita la lotta armata?

Non si può capire la storia dell’Eta senza capire la storia del franchismo, del bombardamento di Guernica, di un conflitto politico combattuto con le armi… Tra le autocritiche che come sinistra indipendentista ci siamo fatti, quella fondamentale è di non aver saputo cogliere per tempo che esistevano vie alternative alla lotta armata.

Le vittime chiedono verità sugli attentati non risolti.

I militanti dell’Eta sono disponibili a collaborare per sanare le ferite prodotte, ma una cosa è cercare obiettivi di riconciliazione, altra che più gente finisca in carcere. Noi abbiamo sempre sostenuto la proposta di una Commissione internazionale sulla verità dove tutte le parti si assumano le proprie responsabilità.

Quali sono le priorità della sinistra indipendentista?

Stiamo discutendo nel Parlamento basco un nuovo statuto: siamo indipendentisti, vogliamo costruire uno Stato, stiamo cercando uno status politico di sovranità all’interno di un modello confederale nello Stato spagnolo.

Che clima si vive nei paesi baschi?

La convivenza è ormai una realtà. Abbiamo una società molto più avanti di alcuni partiti, che vuole cambiare pagina senza dimenticare, che pensa più al presente e al futuro che al passato.

“Damasco liberata da tutti i jihadisti”

L’esercito siriano ha annunciato che controlla “totalmente” Damasco e dintorni dopo la riconquista degli ultimi bastioni dell’Isis nel sud della Capitale, tra cui il quartiere di Yarmouk. Dopo 7 anni, il regime di Assad, anche grazie a intese sul trasferimento dei combattenti jihadisti a Idlib, ha ripreso il pieno controllo dell’area Ansa

“Il futuro di Maduro lo decideranno solo il debito e il greggio”

Nicolas Maduro è stato rieletto per altri 6 anni. Il voto è stato segnato dal boicottaggio delle opposizioni, dalle accuse di brogli e dalla diffidenza della comunità internazionale che, a eccezione di pochi Paesi alleati di Caracas (Bolivia, Cuba, Ecuador, Nicaragua), non riconosce come libero questo voto, mentre il principale sfidante, Henry Falcon, ha invocato nuove elezioni. Alle urne, per queste seconde Presidenziali del dopo-Chavez – il carismatico leader bolivariano scomparso nel 2013 – si sono recati stando ai dati ufficiali il 46% degli aventi diritto, molti meno secondo le opposizioni. Quasi il 70% ha riconfermato il supporto al presidente, ma restano tutti i problemi del Paese, a cominciare dalla devastante crisi economica e dai suoi effetti sulla popolazione, a cui mancano i generi di prima necessità.

“Maduro ha vinto come ci si aspettava, convincendo molti venezuelani a votare anche sotto minaccia di togliere sussidi a chi non si fosse recato alle urne. Henry Falcon, il principale sfidante, ha ottenuto invece un risultato deludente”. È netta Antonella Mori, economista e direttrice del programma America Latina dell’Ispi di Milano. La studiosa sottolinea come, alla luce dei risultati, al presidente non interessi troppo la ridotta legittimazione popolare, quanto piuttosto se il Venezuela da lui governato ce la farà a sopravvivere economicamente.

L’attuale aumento dei prezzi del petrolio (oggi poco inferiore a 80 dollari al barile) potrebbe dare un momentaneo respiro al regime, anche se la produzione è crollata a 1,6 milioni di barili dai 2,3 del 2016. “Maduro però”, aggiunge Mori “si giocherà tutto se riuscirà a non fare default completo e continuerà, come sta facendo al momento, a onorare parzialmente il debito (pagando selettivamente i creditori e il debito estero che va in scadenza). In caso contrario, sarebbe la fine: le petroliere venezuelane che consegnano greggio potrebbero cessare la loro attività ed essere progressivamente espropriate dai creditori”.

“Sono state elezioni show, con l’unico dubbio sul risultato di Falcon”, commenta Loris Zanatta, professore di Relazioni internazionali dell’America Latina all’Università di Bologna e ricercatore Ispi. “Il regime venezuelano si ispira evidentemente al modello Cuba, dove però il governo ha più successo: riesce a portare al voto il 90% dei cittadini”. Quelli che non riesce a riportare indietro sono certamente gli 1,6 milioni di venezuelani che secondo stime ufficiali hanno lasciato il Paese a causa della crisi economica.

Almeno la metà di loro si sono rifugiati nella confinante Colombia, dove domenica si elegge il nuovo presidente della Repubblica. “I partiti di destra e moderati agitano lo spettro venezuelano contro la sinistra più radicale”, osserva Zanatta.

Appare comunque sorprendente come il regime chavista, da anni definito sull’orlo del baratro, non sia definitivamente crollato. Certo ci sono gli aiuti di Pechino (circa 10 miliardi di euro investiti negli ultimi anni), che Caracas promette di ripagare con il petrolio su cui galleggia e il supporto diplomatico, anche se non economico, di Mosca. Per Zanatta la spiegazione della tenuta del regime è però un’altra: “Fidel Castro sosteneva che la rivoluzione può partire solo quando si prende il potere per intero. Funziona così: prima controlli le forze di sicurezza, poi l’istruzione, infine i mezzi di informazione e le imprese. Ecco, dato che Caracas controlla già tutto, che è l’esercito ad avere in mano il potere e l’opposizione è ormai fuori gioco, al regime non rimane che la possibilità di implodere (come accadde per l’Urss), oppure democratizzarsi progressivamente (come nel caso del Messico)”. All’indomani di questo voto dall’esito scontato, il futuro del Venezuela appare sempre più incerto.

Il testacoda di Trump: inflessibile con l’Iran, conciliante con la Cina

Idossier s’impilano sulla scrivania di Trump, manco fosse il presidente degli Stati Uniti (e non un magnate che tratta i destini del Mondo come se fossero affari suoi): la guerra delle sanzioni con l’Iran, la tregua dei dazi con la Cina, oggi la pace in Corea, l’Asia gli scorre tra le dita.

A due settimane dall’annuncio dell’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran, contro l’avviso degli alleati europei, oltre che di Onu, Russia e Cina, il segretario di Stato Mike Pompeo agita il bastone delle “sanzioni più forti della storia” contro Teheran, se l’Iran “non cambia corso”. La carota è la fine delle sanzioni e il ritorno alla pienezza dei rapporti diplomatici e commerciali, se il regime iraniano compie “cambiamenti significativi”.

L’Iran, per ora, non ha neppure risposto. L’unico leader ad apprezzare l’approccio americano il premier israeliano Netanyahu: “Solo così si può garantire la pace”, dice. Da Mosca, invece, fonti diplomatiche notano che simili annunci rischiano di rafforzare l’approccio radicale di Teheran sulle questioni regionali, a iniziare dalla Siria.

All’Iran, Pompeo ha presentato una lista di 12 ‘richieste base’: fra l’altro, interrompere l’arricchimento d’uranio (anche quello consentito per usi civili), consentire l’accesso “a tutti i siti in tutto il Paese”, togliere il sostegno agli Huthi (ribelli sciiti yemeniti), ritirare le forze dalla Siria, porre fine alle minacce verso Israele e liberare cittadini americani detenuti. L’aumento della tensione sul fronte iraniano, dove Teheran valuta insufficiente l’appoggio europeo all’intesa nucleare e promette all’Ue livelli d’export energetico invariati, segue d’un giorno il calo della tensione sul fronte cinese. “Mettiamo in pausa la guerra commerciale”, dice Steven Mnuchin, segretario al Tesoro, salvo correggersi: “Nessuna guerra, solo disputa commerciale”.

La tregua – dazi sospesi, negoziati protratti è finita sotto tiro dall’ala ‘trumpiana’ più protezionistica. Tempo dieci giorni e scadrà la dilazione sui dazi concessa all’Europa fino al 1° giugno: la trattativa prosegue, l’esito resta incerto, come lo sono le prospettive del negoziato con la Nord Corea: Trump riceverà oggi il presidente sudcoreano Moon Jae-in, gran tessitore della pace.